tolkien

I confini del mondo. Morte e reincarnazione negli inediti di Tolkien

tolkien

di Edoardo Rialti

Per quanto tempo muore l’uomo?
Che vuol dire per sempre?
Pablo Neruda


Spiravano tranquilli, quasi traslocassero in un’altra isba.
Solzenycyn

“In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e aldilà di essi vi è più dei ricordi. Addio!” Con queste parole il re umano Aragorn si accomiata morendo dalla consorte elfica che ha rinunciato all’immortalità per stare con lui e che, per amara ironia, non ha neppure la consolazione di spirare con l’uomo che ama. È molto difficile condensare lo sguardo di un artista in una sua frase o immagine; tuttavia, se dovessi sceglierne una per J. R. R. Tolkien, forse è proprio questa che sceglierei. È vero delle civiltà come delle opere dei singoli, la morte fa parte della definizione della vita, come e forse più della cornice che delimita il quadro. Come scriveva lo storico Huizinga, “nella storia non meno che nella natura la morte e la nascita camminano sempre di pari passo”.

Tolkien ne era intimamente persuaso e nettamente consapevole, tanto che l’esperienza della Morte percorre tutta la produzione come un vero e proprio Leitmotiv. Non è certamente un caso che Il Signore degli Anelli si apra con una poesia che parla dei “mortal men doomed to die” (che pare echeggiare quel “brotoi” omerico che andrebbe tradotto non come “mortali” ma tragicamente, inesorabilmente “morenti”) e si concluda nel cratere di un “Mount Doom”. In una lettera al figlio lontano, notava il paradosso (“divino”, per lui) per cui proprio “il presagio della morte, che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra che tu cerchi (amore, fedeltà, gioia), e che ogni uomo nel suo cuore desidera.” E in una lettera sulla sua opera, spiegava che “se mi venisse chiesto, direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio: due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità”- per poi aggiungere significativamente “che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo!”

Una delle più importanti studiose tolkieniane, Veryl Fleiger, ha a sua volta sintetizzato Il Signore degli Anelli come un libro imperniato sul dilemma se lasciare andare le cose o no. La morte definisce il nostro rapporto con noi stessi, il nostro corpo, con il mondo e con gli altri, ed è una delle più potenti conquiste tolkieniane quella di aver affiancato, al dibattersi perenne degli uomini sotto il giogo (o il dono?) della mortalità, un rapporto diverso con “i confini del mondo”, quello di quelli che nel medioevo venivano chiamati i Longaevi, gli Elfi immortali, il cui accidentale e violento decesso comporta invece la reincarnazione. Ogni creazione dello spirito umano è uno specchio nel quale decidiamo di scorgere il meglio o il peggio di quanto è già dentro di noi, dagli angeli agli orchi, dai nani ai vampiri. Bellezza, ferocia, maestria ctonia, sono tutte facce del nostro stesso prisma.

Un altro elemento di cui Tolkien era ben consapevole: “elfi e uomini sono solamente due diversi aspetti dell’umanità, e rappresentano il problema della morte così come viene vista da persone finite ma consapevoli e di buona volontà. In questo mondo mitologico elfi e uomini sono affini nelle loro forme incarnate, ma nel rapporto dei loro spiriti con il mondo rappresentano esperimenti diversi, ognuno dei quali ha il suo naturale sviluppo e le sue debolezze. Gli elfi rappresentano l’aspetto artistico, estetico e puramente scientifico della natura umana ad un livello più elevato di quanto non si possa in realtà trovare negli uomini. Cioè: hanno un amore infinito nei confronti del mondo fisico, e il desiderio di osservarlo e di capirlo per la propria e l’altrui salvezza — in quanto realtà derivata da Dio così come loro stessi derivano da Lui — e non come materiale che può essere utilizzato per acquistare potere. Essi possiedono anche elevate capacità artistiche o «subcreative». Sono inoltre immortali. Non «per l’eternità», ma all’interno del mondo creato, finché questo dura. Se uccisi, perché la loro forma incarnata viene ferita o distrutta, non sfuggono al tempo, ma rimangono nel mondo, benché disincarnati, oppure rinascono.” Ciò tuttavia costituisce quello che l’autore stesso, in un appunto, focalizza come un “dilemma: sembra un elemento essenziale per i racconti, ma come la si realizza? 1) Rinascita? 2) O ricostruzione di un corpo imitato equivalente (quando quello originale è stato distrutto)? O entrambe?”

Ed è su questo interrogativo che si incentrano gli inediti preziosamente tradotti e curati da Roberto Arduini e Claudio Testi ne La reincarnazione degli Elfi e altri scritti, nuovo volume della loro collana “Tolkien e dintorni” per Marietti (chapeau!), corredato da un ricco e dettagliato saggio di Michael Devaux. Vi si scovano vere e proprie gemme elfiche, come la possibilità che la terra benedetta dei Valar, dopo una catastrofe atlantidea, sia diventata un luogo che conosciamo molto bene -“Ora credo [che sia] meglio che essa rimanga una massa continentale fisica (l’America!). Essa diverrebbe semplicemente una terra comune, un’aggiunta alla Terra di Mezzo [che è] la massa continentale euro-afro-asiatica. Flora e fauna (anche se diverse in alcuni [elementi] da quelle della Terra di Mezzo[)] diverrebbero comuni animali e piante con le consuete caratteristiche di mortalità.” Ma non solo. Segno tipico dei grandissimi, quasi una cartina di tornasole, è che persino un frammento della loro opera permette di intuire la potenza immaginativa che la percorre tutta. Anche se (i Valar non vogliano!) ci restasse solo qualche pagina dell’infanzia di Proust, il Farinata di Dante, o la descrizione della madre di Coetzee, il lettore percepirebbe di avere a che fare con lo sguardo di un vero artista, il brandello di un arazzo molto più vasto.

Così è anche della prosa di Tolkien, e questi brevi testi non sono da meno. Ci raccontano la condizione imprevista degli Elfi privati dei loro corpi (“l’essere nudi era contrario alla loro natura. I Morti erano dunque infelici, non solo perché privati dei loro amici ma perché in assenza del corpo non potevano dar corso ad alcun atto né realizzare alcun nuovo progetto. A causa di ciò, molti si richiudevano in sé stessi covando le proprie ferite, ed erano duri da guarire”) e la solenne risposta di Dio: “Che ai privi di casa sia data una casa nuova!” Si tratterebbe dunque di una variazione del Suo piano, un imprevisto che conosce diverse cause: “Nella Musica nota ai Valar la reincarnazione non era prevista poiché si presumeva che gli Elfi non morissero. I Valar tuttavia trovarono presto molti spiriti senza casa radunati a Mandos. Alcune “morti”, ad esempio, probabili anche durante la Grande Marcia (è bene che siano poche). Essi non fecero nulla finché il caso di Míriel [che si consuma nel dare alla luce Feanor, l’artista supremo la cui superbia causerà la caduta degli Elfi] non rese il problema immediatamente urgente, poiché non “comprendevano” i Figli e non era loro competenza o non era loro permesso intromettersi.” Come in altri snodi drammatici della narrazione tolkieniana, anche qui, nella questione della morte e reincarnazione degli Elfi, si intrecciano dunque il male, l’errore, il dolore ma anche, ed è significativo, l’amore. Un amore che può farti compromettere con le cose, i luoghi e le persone, in un modo inaspettato, e che pure viene assunto nel grande arazzo della creazione.

Tra i lettori di Tolkien (specie se cristiani) c’è chi accolse con stupore e persino sconcerto questa alternativa all’unicità e irrepetibilità dell’esistenza terrena. Tolkien obbiettava che “la reincarnazione può ben essere cattiva teologia (sicuramente questo, piuttosto che metafisica) se è applicata all’umanità […]. Ma non capisco come persino nel Mondo Primario un teologo o un filosofo, a meno che non siano più informati sui legami tra spirito e corpo di quanto io non creda possibile, possa negare la possibilità della reincarnazione come modo di esistere, prescritta per alcuni tipi di creature razionali incarnate […]. Questa è una legge biologica del mio mondo immaginario.” Il saggio di Michael Devaux ripercorre accuratamente il tema della reincarnazione del mondo greco-romano, celtico e norreno. Del resto, si trattava di una possibilità dibattuta anche nelle prime comunità cristiane. Il C. S. Lewis autore di Narnia e della trilogia di fantascienza teologica, che fu il grande sodale di Tolkien, accenna alla sua volta alla possibilità che esistano molte più combinazioni tra spirito e corpo di quella propria della razza umana.

E fu proprio Lewis a sottolineare, in quella che resta la più bella recensione de Il Signore degli Anelli mai scritta, un tratto dell’incantesimo tolkieniano che si diffonde anche da questi appunti e frammenti: “l’ineluttabile sentore di realtà che percepiamo nella Morte d’Arthur giunge ampliato dal grande peso delle opere di altri uomini, costruite secolo dopo secolo, che sono confluite al suo interno. Il risultato to- talmente nuovo raggiunto dal professor Tolkien è che egli propone a sua volta un simile senso di realtà senza alcun aiuto…Non soddisfatto di creare la sua storia, egli crea, con una prodigalità che ha dell’insolente, l’intero mondo nel quale essa deve svolgersi, con la propria teologia, miti, geografia, storia, paleografia, lingue, e forme di vita, un mondo «pieno zeppo di strane creature». I nomi, da soli, solo un banchetto regale, ora fragranti di quiete campagnola (Pietraforata, Decumano Sud), ora nobili e regali (Boromir, Faramir, Elendil), disgustosi come Sméagol, che è anche Gollum, ora contratti nella forza malefica di Barad-dûr o Gorgoroth; ancora, i migliori di tutti (Lothlórien, Gilthoniel, Galadriel) sono quelli che incarnano quella penetrante, alta elfica bellezza che nessun altro scrittore di prosa ha colto così tanto.” Di Tolkien si può ben dire quanto egli stessi elogiava del potere del linguaggio in generale: “La lingua ha rafforzato l’immaginazione, e al tempo stesso l’immaginazione ha reso libera la lingua.”

Nello sfogliare questi inediti, pare infatti di ripercorrere un autentico Talmud elfico, dove le più sottili distinzioni indicano questioni conoscitive e immaginative amplissime, e dove i dettagli sbocciano improvvisamente in intuizioni profonde sul rapporto tra l’anima e il corpo, il mondo e la sua comprensione in un disegno intellegibile, lo sguardo dell’artista e la propria opera: “Quanto alle opere d’arte o artigianato, queste rassomigliano a cose dotate di vita corporea nel fatto di avere un aspetto che non appartiene al materiale utilizzato nella loro corporeità. Quest’aspetto, tuttavia, vive (per così dire) solo nella mente del loro autore. Non è parte di Arda (o di Ëa) indipendentemente da quella mente, e invero può essere riconosciuto come “aspetto” solo da quella mente o da altre di specie simile. Chi non ha mai avuto bisogno o pensato a un bastone potrebbe, nel vederne uno, non distinguerlo da un qualsivoglia casuale pezzo di legno. Nelle opere d’arte o artigianato, persino quando il loro scopo è sconosciuto, gli Incarnati, nella maggioranza dei casi, riconoscono, o credono di riconoscere (potendo essere ingannati dai casi di Arda), il tocco mirato delle mani che hanno dato loro forma. Questo tuttavia accade perché essi stessi sono menti simili e hanno esperienza in sé stessi di quel modo di dar forma…Allo stesso modo uno può partire per un viaggio e, mentre è via, il fulmine può cadere e distruggergli la casa; se tuttavia egli  ha amici di sottile abilità, che, mentre lui è via, ricostruiscono la casa e tutte le sue pertinenze che erano state distrutte dando loro esattamente lo stesso aspetto, egli tornerebbe a questa casa e la chiamerebbe la sua, e continuerebbe a vivervi come prima.”

È un’altra delle grandi intuizioni sottesa a tutta l’opera di Tolkien: viviamo in un universo artistico, un universo di artisti, dal Dio creatore, ai cori dei Valar, fino agli orafi elfici, agli artigiani nani e all’Hobbit scrittore Bilbo Baggins. Un mondo la cui trama di patti speziali (per dirla con Dante) è comprensibile solo in una dimensione creativa. Nel bene e nel male. C’è anche infatti l’involuta possessività del suo “Satana”, Melkor, che al pari del Demonio dantesco si fa sempre più materia opaca e pesante: “Furono la gelosia nei confronti di Manwë e il desiderio di dominare gli Eruhín a renderlo pazzo. Fu la materia stessa di Arda che egli corruppe. Le Stelle (o la maggior parte di esse) non furono colpite. Egli divenne sempre più incapace di districarsi e fuggire nell’immensità di Ëa, divenendo sempre più fisicamente coinvolto in essa.” È l’intuizione agostiniana per cui si diventa sempre ciò che si ama e come lo si ama: “Talis est quisque qualis eius dilectio est. Terram diligis? Terra eris.”

Anche da questi pochi accenni si può ben intuire il peso e il sentore inesorabile delle cose vere che percorre anche questi testi tolkieniani. Ancora una volta, come tutta la sua produzione. Anche questo lo aveva già notato Lewis, mettendo subito a fuoco quello che molti più confusamente intuiscono quando affermano che, a differenza di altri fantasy, Il Signore degli Anelli sembra davvero un libro di storia: “si ha, infatti, la spiacevole sensazione che i mondi del Furioso o The Water of the Wondrous Isles non esistessero affatto prima che il sipario si alzasse. Ma nel mondo tolkieniano puoi difficilmente muovere i tuoi passi in qualsiasi direzione da Esgaroth a Forlin- don o tra l’Ered Mithrin e Khand senza scuotere la polvere del- la Storia. Il nostro stesso mondo, eccettuati certi rari momenti, difficilmente si mostra così gravato dal peso del suo passato. Questo è un elemento dello struggimento che i personaggi patiscono. Ma commista allo struggimento giunge anche una strana esaltazione. Essi sono al contempo abbattuti e sostenuti dalla memoria di svanite civiltà e dello splendore perduto.  Sono sopravvissuti alla Seconda e alla Terza Era: il vino della vita da allora ha continuato a scorrere per lungo tempo.

Mentre leggiamo ci scopriamo a condividere il loro fardello; quando abbiamo finito, torniamo alla nostra vita non riposati ma fortificati.” Lo siamo anche nel leggere che quando si ha che fare con realtà come specie, famiglie o discendenze, “gli Uomini assimilano spesso queste cose ad Alberi con rami; gli Eldar, invece, li assimilano piuttosto a Fiumi, che procedono da una sorgente verso il loro sbocco al Mare.” È poco più d’una frase, eppure eccoci avvertire le generazioni passate crescere o scorrere, ed entrambe le immagini restano dentro di noi.

A questo livello dell’esperienza artistica, non importa affatto che si creda a una qualche sopravvivenza dopo la morte oppure no. Tutto ciò agisce a un livello che non è quello della sottoscrizione ideologica, intellettuale o fideistica. È una dei doni più struggenti dell’immaginazione. Come in uno specchio, torniamo a guardare quanto già siamo o abbiamo, con occhi diversi. Nessuno che abbia letto Tolkien camminerà mai più in un bosco nello stesso modo; chi legga questi suoi appunti sulla fiamma dell’anima e la casa della carne, potrà a sua volta sorprendersi a fissare la propria mano o spiare il momento di addormentarsi (quando il corpo ci sfugge, come scriveva Auden) con stupore rinnovato. “La morte e la nascita camminano sempre di pari passo”, abbiamo già citato. In ogni frase del vecchio bardo di Oxford è proprio quel misterioso confine “che esige da tutti la resa” a starci sempre davanti, rendendo il nostro rapporto col mondo, con le sue gioie e strazi, i suoi amori e i suoi dolori, con ciò che dobbiamo imparare a lasciare e ciò a cui vorremmo ritornare, così intenso.

Commenti
Un commento a “I confini del mondo. Morte e reincarnazione negli inediti di Tolkien”
  1. Caterina scrive:

    Il nome della studiosa di Tolkien è Verlyn Flieger, non Veryl Fleiger.

Aggiungi un commento