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Confini

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Photo by Cole Patrick on Unsplash

Pubblichiamo un testo letto da Elvis Malaj alla rassegna Confini, svoltasi a Venezia nel maggio scorso.

di Elvis Malaj*

Confini.

Questo è un confine. Voi da una parte io dall’altra. Io dalla parte del palco, voi in platea. Qua sotto i riflettori, là nel buio. Di qua si è famosi, di là invece l’anonimato.

Vi piacerebbe venire da questa parte, vero? Potete far domanda, rilascio permessi di soggiorno.

Lei signora, si sta avvicinando troppo al confine.

La prima volta che ho sentito la parola «confini»  avevo 3-4 anni. In Albania era da poco caduto il comunismo, nel ’91 per essere esatti, e si ritornava alla proprietà privata. Fino ad allora funzionava che tutto era di tutti, come prevedevano gli ideali marxisti. Tutto apparteneva a tutti ed eravamo tutti ricchi. Io no perché sono nato troppo tardi, sono nato nel ’90 quindi sono stato ricco per circa un anno e poi basta, ma non mi ricordo bene perché al tempo ero abbastanza ignorante.

L’unica cosa che non quadrava in quella faccenda era che non si capiva chi fosse questo «tutti». I miei genitori non lo erano, i miei vicini neppure, il cognato di mio padre manco a dirlo. Vabbè poi il comunismo è caduto, ma questo «tutti» è rimasto un mistero.

Caduta del comunismo, quindi democrazia, proprietà privata. Il che significava che si ritornava alla situazione esistente prima del comunismo: a ricordare cosa appartenesse a chi e a tirare su di nuovo i confini – muri, staccionate o quel che era. Era un periodo in cui gli agrimensori lavoravano un sacco. Si facevano misurazioni, rimisurazioni perché a qualcuno i conti non tornavano, qualcun altro si ricordava che il padre prima di morire gli aveva detto che il confine ricadeva dove c’era il vecchio faggio ma quel faggio non c’è più perché qualcuno l’aveva tagliato… c’erano discussioni su discussioni.

Probabilmente una situazione del genere è stata la genesi dei confini. Questo microcosmo dell’Albania dopo il Novanta potrebbe essere un perfetto paradigma. Io me lo immagino così: a un certo punto, ai tempi dell’uomo di Neanderthal o giù di lì, un uomo ha preso e ha tirato su un recinto, e ha detto «questo è mio». Il suo collega gli ha risposto:

«Perché è tuo?»

«L’ho visto prima io.»

«Che vuol dire? Qui ci sono gli alberi con le banane più grosse, c’è il ruscello. Pure la volta scorsa ti sei preso la grotta più spaziosa. Non puoi sempre prenderti la parte migliore. La natura è di tutti.»

Poi uno ha tirato fuori la clava, l’altro la lancia e con strumenti dialettici consoni al loro tempo hanno raggiunto un accordo.

Il mio secondo approccio ai confini è stato qualche anno dopo. L’Albania è un crogiuolo di religioni, e le due principali sono quella mussulmana e quella cattolica. Io sono nato in una famiglia cattolica. Di solito non c’era promiscuità, cioè mussulmani e cattolici abitavano in zone e quartieri separati. Quindi confini fisici che tracciavano confini religiosi. A scuola, venendo a contatto con gli altri ragazzi, scoprii una versione diversa delle cose, cioè che al posto di Dio esisteva Allah, al posto della Bibbia c’era il Corano, al posto di Gesù c’era Maometto e al posto della chiesa c’era la moschea. E scoprii che questa versione era prevalente, perché in Albania la maggioranza era, ed è, mussulmana.

Com’è questa storia? Mi avevano sempre insegnato a comportarmi in un certo modo, a credere in un certo Dio, e adesso venivo a sapere che c’era la possibilità che il Dio che avevo pregato fino a quel momento poteva essere il Dio sbagliato.

Guardate che da bambino, per me la religione era una questione seria.

Quindi come si risolve questa situazione? Niente, la si risolve come l’uomo ha sempre fatto. Si erigono confini per proteggere la propria verità. Ci si separa in modo da evitare quel confronto che possa mettere in discussione le proprie credenze. Mussulmani da una parte, cattolici dall’altra. La nostra è la religione giusta, la loro quella sbagliata. E i confini servono a proteggerci.

Una volta con un mio amico mussulmano – comunque io avevo amici mussulmani, ed ero molto tollerante, e poi se uno nasceva dalla parte sbagliata non era mica colpa sua –, quindi una volta con questo mio amico mussulmano eravamo nel centro cittadino e il macellaio, lì in mezzo alla piazza, stava sgozzando un maiale. Era enorme, sarà stata una bestia di due quintali. E insomma ci eravamo fermati ad ammirare lo spettacolo: il maiale che si dimenava, i grugniti e poi una pozza di sangue. Normale routine. Il macellaio continuava a tagliare la bestia, e io mi ero girato verso il mio amico e lo trovai che si guardava tutto intorno quasi nauseato.

«Ma non senti niente?» mi fa.

Io: «No».

«Davvero non senti quest’odore?»

«Non senti l’odore della carne, com’è pesante?»
«Ma come fate a mangiarla, il maiale è l’animale più sporco che esiste; vive nel pantano dove caga e mangia, e poi mangia di tutto, insetti, animali morti, tutto ciò che trova in giro, persino le proprie feci. Voi cattolici siete assurdi!»

Cioè, avevo sempre pensato che, con i loro digiuni e le loro cose, quelli assurdi fossero loro, invece vien fuori che quelli assurdi siamo noi.

Tutto ciò che noi pensavamo di loro, loro lo pensavano di noi.

Il mio terzo approccio ai confini è stato quando sono venuto in Italia. La prima volta che superavo effettivamente un confine per andare in un altro paese. Paese di cui, tra l’altro, sapevo già abbastanza; avevo visto la tv, le grosse ondate migratorie c’erano già state e c’erano già quelli che tornavano e ci raccontavano. Anche se spesso i racconti, sia della tv che di quelli che ritornavano erano poco veritieri.

Quindi, nuova casa, nuovi amici, nuova lingua, nuovo paese. Non è un viaggio o una vacanza, è definitivo. Noi albanesi, poi, siamo un popolo melanconico, abbiamo un intero genere musicale dedicato alla migrazione, e c’è una canzone che dice che neanche il sole è più lo stesso per un migrante.

I confini con cui un migrante deve fare i conti non sono solo quelli dettati dagli stereotipi, dalla diffidenza eccetera ma anche da quelli che lui stesso erige. L’impatto con la nuova realtà, che quasi mai è come uno se l’aspettava. Le difficoltà quotidiane. Poi il migrante si rende conto che lui fa parte del problema, il problema dell’immigrazione, e i problemi chi è che li vuole? Così il migrante comincia a sentirsi un po’ vulnerabile, non voluto ed erige confini per proteggersi.

Ai confini già esistenti eretti dalle persone del posto, lui risponde innalzando altri confini.

Quando sono arrivato in Italia, in realtà, non ho avuto problemi con i confini. Forse perché avevo quindici anni, un’età delicata, e in più ero in piena fase esistenzialista. La domanda a cui cercavo di rispondere in quel periodo non era «che ci faccio in Italia?». La domanda su cui mi arrovellavo era «che ci faccio nel mondo?». E francamente, Italia o Albania mi cambiava poco.

Ma quello che voglio dire è che, secondo me, la dimensione giusta è quella; cioè, il mondo.

Va bene, c’è la questione del diverso. In realtà, in quel periodo mi sentivo un po’ così. Difficoltà a relazionarmi, quella mancanza di spensieratezza che notavo negli altri e così mi dicevo «perché tu sei diverso». Finché una sera, parlando con un’amica, in uno di quei momenti dove riesci ad aprirti e si riesce a creare un momento intenso di empatia. E lei mi stava raccontando di sé, dei suoi problemi, delle sue difficoltà e alla fine concluse dicendomi che lei si sentiva diversa dagli altri.

Scusa ma quella del «diverso» non è una mia prerogativa? Straniero, cultura diversa, difficoltà di integrarmi, no?

E poi ne avevo bisogno perché quel senso di inadeguatezza, di non star bene al mondo come me lo spiegavo? Mi dicevo che ero diverso dagli altri e in una certa misura i conti mi tornavano. Però se mi toglievi anche quello mi rimaneva poco altro a cui aggrapparmi.

La risposta che le ho dato mi è rimasta molto impressa. Perché probabilmente più che a lei, era una risposta indirizzata a me.

Le ho detto: «Sai, anch’io mi sento diverso dagli altri». «Però, sono uguale agli altri in quanto anche gli altri si sentono diversi.»

Sì, siamo tutti diversi, siamo tutti unici e irripetibili, ma quando diciamo che ci sentiamo diversi dagli altri, non stiamo facendo altro che creare delle distanze, erigere dei confini.

Invece di abbatterli, abbiamo la tendenza di costruirne altri. Perché?

Perché è la cosa più facile. C’è il rischio che finisci solo per sbatterci contro il muso se provi ad abbatterli. E poi i confini danno sicurezza, ci proteggono; proteggono il nostro spazio, proteggono i nostri averi, le nostre verità, le nostre convinzioni.

E questo fatto pure i politici lo usano, soprattutto di questi tempi. Alimentano la paura dell’uomo nero e poi ci promettono confini per tenerlo lontano. Ci promettono porti chiusi. Promettono «prima gli italiani».

Solo che c’è anche l’altra faccia dei confini: i confini ci rendono più piccoli. Limitano il nostro spazio, se da una parte lo proteggono dall’altra lo limitano. Limitano i nostri orizzonti, le nostre potenzialità. I confini ci impoveriscono.

E ancora una volta l’Albania può darci una lezione. Dopo la Seconda guerra mondiale in Albania si è insediato al potere il partito comunista, che ha governato per quasi cinquant’anni. E per tutto questo tempo i confini albanesi sono stati pressoché invalicabili per l’Occidente. Confini che avevano lo scopo di proteggere l’Albania, il paese felice, da un Occidente corrotto, un Occidente dominato dal capitale e dall’individualismo, dove non c’era eguaglianza, dove la classe operaia veniva calpestata, un Occidente pieno di ingiustizie sociali e depravazione.

E oggi sappiamo benissimo come quella storia è andata a finire.

Per concludere, secondo me la vera sfida non è nel definire quante persone riusciamo a tenere fuori dai nostri confini, ma quante riusciamo a includerne dentro.

 

Per tutta la durata della conferenza, nessuno ha osato oltrepassare il confine che ci divide. Chi di voi ha il coraggio di essere il primo?

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*Elvis Malaj è nato a Malësi e Madhe (Albania) nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad  Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Belluno. Il suo primo romanzo, Il mare è rotondo, uscirà nella primavera del 2020. A ottobre 2017 è uscita la sua prima racconta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia, per Racconti edizioni.

Commenti
2 Commenti a “Confini”
  1. Alessia scrive:

    Una storia di grande attualità, purtroppo…

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Leggi commenti...
  1. […] un romanzo che senz’altro leggeremo. Se non altro per quello che riesce a raccontarci in questo monologo sui confini, per come sa spiegare alcune pieghe nascoste della questione, per come mi ha indotto a rifletterci […]



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