bofane

Congo Inc, il romanzo polifonico di In Koli Jean Bofane

bofane

(fonte immagine)

Kinshasa, incidentalmente capitale della Congo Inc, è un laboratorio del futuro. Dal concepimento di Leopoldo II, État Indépendant du Congo, l’attuale Repubblica Democratica del Congo non è un’entità politica; una democrazia fragilissima che dal 1960 solo nel 2006 si è misurata con le urne. Il Congo è una vastità geografica che nelle espressioni culturali e nelle acque di un fiume maestoso trova una propria coincidenza. È un paese a sovranità limitata, è la principale riserva mondiale di materie prime; dunque una Società che deve continuare a soddisfare le necessità della modernità, sostiene lo scrittore In Koli Jean Bofane. Congo Inc, una forma di algoritmo, un caos organizzato, da mettere in marcia per realizzare i grandi disegni del mondo. La Conferenza di Berlino, aperta il 15 novembre 1884 e chiusa il 26 febbraio 1885, aveva stabilito che lo Stato Libero del Congo avrebbe dovuto aprirsi al libero scambio internazionale, un nuovo equilibrio mondiale per il libero commercio di materie prime.

Fiston Mwanza Mujila, trentaquattrenne autore congolese dalla strepitosa potenza creativa, pubblicato in Italia da Nottetempo, utilizza la nozione di flessibilità. In un paese di 2.3 milioni di metri quadrati che non esiste, ognuno fabbrica il proprio paese nel quale adattarsi. La sopravvivenza quotidiana, una vasta commedia, equivale a cercare nell’inquietudine, nella legge della selezione naturale un’unità di misura dell’umanità. Occorre camminare a passo svelto nella follia che forzatamente alimenta l’immaginazione. «Senza la nostra provincia questo paese è una pagliacciata, inveiva il Generale dissidente – leggiamo nell’interessante Tram 83 (Nottetempo, 243 pagine, 16.50 euro, tradotto da Camilla Diez) –. Non possiamo accontentarci delle briciole finché siamo noi a darvi da mangiare. Esasperati dalla lunghezza del conflitto, i ribelli ripiegarono su un pezzo di terra della provincia ricchissimo e oggetto di bramosia, che chiamarono la Città-Paese».

Seppure di generazioni distanti Mwanza Mujila e Bofane, classe 1954, sono vicini. Si stimano. Quest’ultimo ha spesso sollecitato e sostenuto l’esordiente che nel rapsodico Tram 83 scrive: «Camminavamo nelle tenebre della storia. Eravamo vacche da mungere in un sistema di pensiero che traeva profitto dalla nostra giovane età, che ci schiacciava completamente». Bofane appartiene a una generazione sospesa tra due universi, formatasi nelle università europee e poi tornata nella madre patria seppure sotto la dittatura con la fame, la sete, di contribuire al progresso del paese. E ha assistito, in un incessante moto di andate e ritorni, allo svanire delle illusioni di uomini e donne ricchi di talenti. Il verbo dell’esistenza è ricominciare, mitigando l’alienazione, come ben raffigura la pellicola Teza del regista etiope Haile Gerima. Costruire, decostruire, scoprire, ripartire. «Ho faticato», dice Bofane.

«Guardo indietro sulla storia del Congo e mi domando come un uomo possa aver vissuto tutte queste cose». Poesia, satira e barbarie appaiono inestricabili; la vita e la morte sono là. Bofane si dichiara scrittore del Ventunesimo secolo, quasi a voler chiudere dentro a un cassetto il dolore novecentesco, marchiato sulla pelle, e a voler raccogliere i pezzi e produrre idee nuove. Ma quelle piaghe le incide sulla carta: non si diverte a scrivere, non è questione di ricerca artistica, lo interrogano le esigenze di un dolore parossistico. La colonizzazione che definisce un apartheid. L’incubo, che si trascina dall’infanzia, dell’assassinio di Patrice Lumumba: il crollo dell’ideale, dell’immaginario dell’infanzia che non ha una coscienza politica, l’innocenza. A proposito della storia del Congo sceglie la parola honte: vergogna, umiliazione, affronto.

È stata la storia con la S maiuscola, quanto la guerra, a condurlo alla scrittura. Non ha mai sognato di diventare uno scrittore, nonostante abbia sempre adorato la letteratura. Ha iniziato a scrivere tardi ma è entrato presto nella letteratura a causa della guerra, a causa della storia. Bambino nei tumulti per l’indipendenza, al padre chiede libri: per scappare dalla guerra si è messo a leggere. Esule in Belgio, all’età di quarant’anni decide di scrivere a causa del genocidio attuato in Ruanda, stanco delle analisi, delle inesattezze degli altri, degli africanisti senza Africa. Ha lasciato il Congo nel 1993 e c’era il bisogno di coprire un abisso. Oggi si qualifica come uno scrittore.

Lo scorso novembre la giuria presieduta dal premio Nobel Jean-Marie Gustave Le Clézio, per conto dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia, ha assegnato a Congo Inc – Il testamento di Bismarck (66thand2nd, 223 pagine, 17 euro, traduzione a cura di Carlo Mazza Galanti), secondo romanzo di Bofane, il prix des Cinq continents de la Francophonie. È stato pubblicato nel 2014 dall’editore francese Actes Sud. Un testo potente, feroce che restituisce senso compiuto al termine solidarietà, quale atto di resistenza alla realtà, ed è erroneamente catalogabile come terzomondista.

È un romanzo polifonico in cui i personaggi dialogano come gli accadimenti che lo caratterizzano. In un paese ricoperto per due terzi dalla foresta equatoriale il protagonista Isookanga sogna la grande città; gli sta stretto il villaggio: diventarne il capo con quale profitto? È felicissimo quando l’installazione di un’antenna scompiglia la chioma degli alberi e il bioritmo della foresta che ha sempre garantito il necessario ai propri abitanti. «Io sono come te – dice Bizimungu, signore della guerra in congedo – , tutto questo verde mi deprime. Che cosa crede quella gente? Che con un tronco d’albero si possano fabbricare computer potenti, un iPhone o un missile? C’è bisogno di rame, stagno, cobalto, coltan». La vita va scavata nel sottosuolo. La dialettica tra tradizione, conservazione e la violenza della modernità sviluppa la struttura del romanzo. Isookanga, un pigmeo della stessa tribù dell’autore, diverso a causa della bassa statura, si professa un mondialista che aspira a diventare un globalizzatore.

Approdato, grazie a uno scambio di persona, a Kinshasa dopo tre settimane di navigazione a bordo di una promiscua città galleggiante inizia a domandarsi se svegliarsi all’aperto, nel cuore di una città, sia forse una prerogativa del modello globale. Nella Repubblica Democratica del Congo l’età media supera di poco i 17 anni e il Pil pro capite è pari a 810 $ contro i 41.570 in Belgio. Nella sola capitale, che conta otto milioni di abitanti, si stima siano circa ventitremila gli shégué, i bambini di strada con i quali Isookanga comincia a condividere il tempo della notte ai margini del Grand Marché, una struttura composta da una decina di padiglioni.

«Vista dall’alto Kinshasa somiglia a una termite regina, mostruosamente gonfiata, fremente di agitazione, sempre indaffarata, in continua crescita», scrive Van Reybrouck. Il primo incontro è con una giovanissima espulsa dalla corsa alle ricchezze delle materie prime. Shasha è il personaggio più intenso di Bofane, la sua anima pulsa. In un giorno che prometteva una luna serena e il consueto cielo stellato ha ritrovato il villaggio devastato dai ribelli e la famiglia massacrata. È scappata dal Kivu con i due fratelli più piccoli. Fiera è riuscita a portarne in salvo uno nella megalapoli. Ora è una bambina puttana che vuole vedere e sapere fino all’estremo limite.

«Che sei venuto a fare?», così Shasha accoglie Isookanga.

«Sono venuto a vivere l’esperienza dell’alta tecnologia e della mondializzazione, zietta».

«Tutto qua?», Shasha non capiva bene, ma ognuno ha le proprie ragioni. «Mettiti là, in fondo».

Sulla propria strada, al Grand Marché, Isookanga incrocia un secondo reietto. Zhang Xia è un cittadino cinese, convinto a lasciare la propria famiglia per maggiori guadagni al fianco di un imprenditore di lavori pubblici e privati. Si va in Congo a costruire le città, le strade, le infrastrutture. Quando gli affari, complice la corruzione, vanno in malora il padrone lo abbandona al proprio destino.

Nel primo semestre 2015 gli investimenti della Cina in Africa sono crollati del 40%, complice il rallentamento dell’economia cinese, che pesa anche nel contesto africano a causa della crescente interdipendenza. Il volume degli scambi commerciali dai 10 miliardi di dollari del 2000 è salito ai 300 del 2015 con circa 2500 imprese cinesi operanti nei paesi africani. A dicembre in occasione del primo summit cino-africano tenutosi in Africa il presidente cinese Xi Jinping ha promesso un programma d’aiuti sotto forma di prestiti pari a sessanta miliardi di dollari, cinque dei quali a tasso zero e trentacinque a tassi preferenziali. Tutti destinati a finanziare dieci programmi di cooperazione su base triennale per l’agricoltura, industrializzazione, scuola e università, sanità, riduzione della povertà, energie rinnovabili. Poi è stato annunciato un maggior coinvolgimento nelle operazioni Onu per il peacekeeping. Nelle dichiarazioni ufficiali Xi ha sottolineato che gli interessi cinesi non saranno mai tutelati a detrimento di quelli africani. Per usare le parole di Kako Nubukpo, un ex ministro togolese: «In questi accordi di cooperazione non c’è la lezione morale, il clima di umiliazione che sottende ogni accordo Occidente – Africa».

Nel romanzo Bofane rievoca le cointeressenze del sistema win win (materie prime in cambio di infrastrutture etc) e a voce aggiunge: «Non hanno mai piantato le proprie bandiere o invaso con il proprio esercito. E d’altra parte cosa potranno combinare che francesi, inglesi, americani non abbiano già fatto?»

«Anche lei è nella globalizzazione?», domanda Isookanga a Zhang Xia.

«Sì, ahimè. Per me la globalizzazione è un vero schifo. Stavo benissimo in Cina. Sarei dovuto restare, ma mi sono fidato e sono partito. Lavoravo con il signor Liu Kai a Chongqing. Si è costruito parecchio. Una grande metropoli. Ora vendo l’acqua, la migliore di Kinshasa».

In effetti il giovane pigmeo riassapora la freschezza che solo un’altra acqua aveva, quella che sgorga gratuitamente dalla fonte nella foresta che ristorava tutti. I due si mettono poi in affari grazie a un edulcorante naturale che con un gusto locale aggredisce il mercato di Kinshasa. Il vecchio zio Lomama, giunto in città a cercare il nipote fuggiasco e preoccupato dalla morte di un leopardo che agita il villaggio, dubita. Quella modernità gli appare spaventosa quanto lo sradicamento di quell’infanzia urbanizzata.

«Vendo l’acqua migliore di Kinshasa, zio».

«Vendere l’acqua! Ti sei scordato che al villaggio chiunque può bussare alla tua porta e domandarti da bere?»

«Sono nella mondializzazione, tutto è liberalizzato».

«La foresta mi dà tutto quello di cui ho bisogno per affrontare la grande città».

«Ma zio non possiamo continuare a vivere alla periferia del mondo, dobbiamo cominciare a integrarci con il globo, altrimenti non tarderemo a sparire dagli schermi radar».

«Non ci si fa beffe della natura».

L’acqua dolce, potabile: la prossima dannazione del Congo?

Diventare shégué non è una scelta. Nel sistema dell’inferno si brucia ma non si muore, la sofferenza è infinita. Bofane segnala nel presente processo di urbanizzazione del continente africano, oltre alla crescita delle sperequazioni, due assenze: il libero arbitrio e la terzietà della legge; nel libro chi subisce un delitto o un torto non ha fiducia nella giustizia. Gli ultimi del Grand Marché sono feccia per la polizia. Una pattuglia uccide il quindicenne Omari, lo chiamano terrorista. Lì lui è il più adulto, feroce perché la fragilità in quel mondo non è contemplata. I compagni dicono che aveva un cuore grande. Qui, nel cuore della rivolta dei bambini colmi di rabbia che non hanno tempo di diventare uomini, con la sua scrittura, la cronaca di piccoli gesti, Bofane ci dice che la solidarietà è un’arma fuori dal comune, la più indistruttibile delle muraglie nelle parole di Zhang Xia.

Davanti a una spremuta di arancia e un caffè consumato in un bar del rione romano Monti, Bofane rievoca l’evento nel quale ha compreso l’urgenza della parola. Aveva sei anni. Un gruppo di miliziani alticci attaccò la casa natia. La madre prima strepitò, farfugliò affinché risparmiassero la vita dei propri figli, poi si fece lucida. Puntò un soldato che aveva appena sottratto un machete dallo sgabuzzino nel pollaio: «Che cosa vuoi fare? Vuoi sterminare i miei figli con un machete che non hai neanche pagato?» Lo destabilizzò. Quelle parole lo scossero: «Questa donna è folle, andiamo via». Congo Inc è un omaggio alla resistenza, all’istinto di sopravvivenza delle donne africane. In questo senso è geniale il personaggio di Adeito Kalisayi, l’eccezione nella mattanza del comandante Bizimungu. La dignità della giovane Shasha riesce a non morire negli orgasmi comprati dal comandante della missione Monuc. Lei ci spiega che cosa possa voler dire essere umani.

Balcanizzare il Congo non funziona, c’è un forte spirito nazionale. Allora si prendono le donne. Si violentano. Lo stupro è un mezzo per disaggregare una comunità. La sessualità violenta è una chiave di lettura della realtà in disfacimento. Lo scrittore decide di confrontarsi con la brutalità, di metterla sulla pagina affinché crei difficoltà al lettore almeno quanto a lui, che racconta di essersi fermato oltre un anno sulle pagine che narrano nei particolari lo scempio delle mutilazioni degli organi genitali femminili; la Regola della sottrazione pacatamente accelerata.

«Chi ci era nato doveva capire che i suoi campi, le case, le donne erano a disposizione dei nuovi conquistatori e delle multinazionali che operavano nel settore minerario e dell’alta tecnologia. Bizimungu e la sua fazione si erano trasformati negli zelanti ausiliari della mondializzazione ed erano stati ricompensati dalla comunità internazionale».

Nei tempi più recenti Congo Inc, designato fornitore ufficiale della mondializzazione, ha ossequiato il culto della violenza che rappresenta la strada per sedersi al tavolo, per contrattare con chi dirige. Questo libro ci ricorda che nella Repubblica Democratica del Congo si consuma il principale dramma della mondializzazione e si commette un grave errore, credendosi al riparo dai nemici che là distribuiscono i kalashnikov e qui indossano altri abiti. Dal 1998 la Great African War, otto nazioni coinvolte su opposti schieramenti, ha provocato qualcosa come oltre cinque milioni di morti. La Seconda Guerra del Congo che abbiamo qualificato come “dimenticata”, a “bassa intensità”. Il paese confina con nove Stati e la permeabilità dei propri confini, soprattutto a est con Ruanda, Uganda e Burundi, è fattore decisivo della sua instabilità.

La scrittura di Bofane risente della situazione di quella regione rurale densamente popolata, il Kivu, così ricca nel sottosuolo, così disperata: la perpetuazione di un saccheggio. Fin dalla loro nascita il Nord e il Sud Kivu, nella parte orientale, sono state il teatro, su larga scala, delle atrocità più indicibili. Oggi nelle due regioni sopravvivono circa due milioni di sfollati, proliferano i gruppi armati occupati e finanziati dal traffico illegale delle risorse, perpetrando violenze sui civili. Bofane giustamente rammenta come il presidente ruandese Paul Kagame abbia ottenuto nel 2009 il Global Citizen Award dalla Clinton Global Initiative per lo sforzo compiuto dal suo paese nel campo delle esportazioni. Scrive David Van Reybrouck nel suo documentatissimo reportage letterario Congo:

«(…) Nel 1999 e nel 2000 le esportazioni d’oro dell’Uganda ammontarono a 90-95 milioni di dollari l’anno. Il Ruanda allora esportava ogni anno 29 milioni di dollari in oro. Molto se si pensa che entrambi i paesi non hanno una significativa produzione di oro. La stessa cosa valeva per altri minerali. Prima dell’inizio della guerra, l’Uganda arrivava a malapena a esportare 200mila dollari in diamanti, nel 1999 questa cifra praticamente si decuplicò toccando gli 1.8 milioni di dollari. Il Ruanda, un paese senza diamanti, esportava fino a 40 milioni di dollari l’anno di quelle pietruzze.

Si comprende facilmente quanto fosse importante il controllo di Kisangani. Ma non si trattava solamente di pietre e metalli preziosi. Il Ruanda faceva venire dal Congo con la stessa avidità lo stagno, metallo molto più banale, utilizzato però su scala mondiale per la fabbricazione di lattine. Tra il 1998 e il 2004 il paese estrasse circa 2200 tonnellate di cassiterite (minerale di stagno) dal proprio suolo, ma ne esportò 6800 tonnellate, più di tre volte tanto. La differenza la fornirono le miniere del Kivu. La regione intorno ai Grandi Laghi sembrava la versione africana di Schengen, un mercato in cui le merci potevano passare la frontiera senza essere controllate. Anche legno tropicale, caffè e tè sparivano verso est. Il Congo divenne un pays self-service.

E poi c’era il coltan. Aveva un pessimo aspetto, sembrava ghiaia nera, pesava tantissimo, lo trovavi nella melma, ma all’improvviso tutto il mondo voleva averlo. Per il Ruanda quella roba divenne il principale interesse economico in assoluto nel Congo. Il coltan diventò nel 2000 quello che era la gomma nel 1900: una materia prima presente in loco in grandi quantità (80% delle riserve mondiali). I telefonini divennero gli pneumatici di gomma del nuovo cambio di secolo. Nel 2000 si sviluppò una vera febbre del coltan. Nokia e Ericsson volevano immettere sul mercato una nuova generazione di cellulari, mentre Sony era sul punto di lanciare la sua Playstation 2 (lancio che l’azienda dovette rimandare per via di una contrazione nell’offerta di coltan). In meno di un anno il prezzo del minerale decuplicò. Per il Congo, l’unico posto al mondo in cui si estraeva oltre all’Australia, fu una maledizione.

Nel 1999 e nel 2000 Kigali esportò l’equivalente di 240 milioni di dollari in coltan all’anno, una cifra vertiginosa, in gran parte guadagno netto. Certo il Ruanda doveva pagare i mercanti e i ribelli ma era una bazzecola se paragonata ai proventi. I profitti della guerra erano tre volte superiori ai costi. Tuttavia non erano il Ruanda e l’Uganda a trarre i maggiori benefici da quel saccheggio di materie prime nel Congo Orientale. In un’economia in fase di globalizzazione, anche gli Stati non erano che anelli intermedi di un insieme di reti commerciali internazionali complesse e in costante trasformazione. A trarre profitto dalla ricettazione di materie prime provenienti dal Congo erano gruppi minerari multinazionali, oscure compagnie aeree, uomini d’affari corrotti tra Asia ed Europa. Costoro operavano in un mercato molto libero. Da un punto di vista politico, il Congo era un disastro, economicamente un paradiso perlomeno per alcuni. Gli Stati in decadenza sono i successi all’attivo di un neoliberismo mondiale sfrenato».

Bofane e Van Reybrouck, partendo da storie, influenze e contesti diversi, condividono la necessità di dare la parola «al maggior numero possibile di voci congolesi, di sfidare l’eurocentrismo» che non significa negare, tacere le responsabilità africane nell’era postcoloniale.

«Quando riuscirete, voi africani, a cogliere la vostra opportunità una volta per tutte?», domanda Aude Martin, ricercatrice europea che avverte il fardello dell’eredità coloniale. Nella progressiva presa di coscienza Isookanga passa dalla ricerca di assimilazione al modo di sottrarsi al testamento del cancelliere Bismarck: «Il nuovo Stato Congo è destinato a essere uno dei più importanti esecutori dell’opera che intendiamo realizzare». La tecnologia che associa all’indipendenza è già scritta nel patrimonio genetico della foresta, nelle tracce antichissime di civiltà che hanno segnato lo sviluppo dell’umanità assai prima dei conquistatori.

Aggiungi un commento