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Considera il totano

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus in edicola, che ringraziamo.

Lo scrittore David Foster Wallace, morto suicida pochi anni fa, pubblicò nell’agosto 2004 sulla rivista Gourmet un celebre reportage sul festival dell’aragosta del Maine: Consider the lobster. Considera l’aragosta si chiamò poi una sua raccolta di articoli e saggi uscita in Italia per Einaudi Stile Libero. Da 14 anni sull’isola di Capraia la proloco organizza invece una piccola sagra dedicata a un mollusco: il totano. La prima cosa che ho scoperto sul totano è che la semplice pronuncia del lemma suscita un’immediata reazione di simpatia. C’è qualcosa di comico nella parola. Forse perché quel to-ta ci ricorda una lallazione infantile. Oppure c’è qualcosa di comico nella morfologia dell’animale. Comunque sia: c’è qualcosa di comico.

L’attracco.

A Capraia sono arrivato un tardo pomeriggio su un traghetto, insieme a qualche centinaio di persone che hanno approfittato del ponte fra il 31 ottobre e il 2 novembre. Il viaggio è durato circa tre ore, che ho impiegato leggendo una storia di Scientology – La prigione della fede – uscita per Adelphi. A un certo punto l’autore racconta un episodio della vita di Ron Hubbard, il fondatore della setta. Durante un intervento dentistico Hubbard vive un’epifania, effetto di un’anestesia gassosa, grazie alla quale crede di conoscere “i segreti dell’esistenza”. Proprio nel momento in cui, di fronte alla prua, il profilo dell’isola comincia a delinearsi, le esalazioni di gas evocate nel testo si mescolano al tanfo di benzina sul ponte del traghetto. Mi attraversa un lampo di puro godimento estetico.

Eccola, la Capraia. Verde e bruna. Lunga circa 8 km e larga 4. Isola di origine vulcanica, quindi montuosa. Terza per grandezza tra le isole dell’arcipelago toscano. 64 km  di mare da Livorno e appena 31 dalla punta nord della Corsica. 410 abitanti iscritti all’anagrafe, ma in realtà ce ne vivono appena un centinaio. “E’ il comune italiano meno popolato tra quelli con sbocco al mare”, dice Wikipedia. La forma è simile a quella della Sardegna e fino al 1986 fu sede di un carcere di cui resta il rudere.

Per raggiungere il paesino devo risalire a piedi i tornanti dell’unica via di collegamento al porto. Sul lato sinistro la strada sporge sopra il calamitante schermo di un mare blu irresistibile. Ho con me il costume. Il tempo è bello e l’aria è morbida, tiepida, anche se è ormai novembre e quasi buio.

L’appartamento che mi ospita è molto accogliente. La gran parte delle case di Capraia possiede un’oasi deliziosa che si può sbirciare attraverso una grata, un grumo di fili di ferro o le tavole di legno di un cancello. La mia padrona di casa mi rivela che tutte le serrature montate sull’isola girano in senso orario. Non c’è WiFi. Il 3G è pazzo. Va e viene. Non posso accedere a internet. Tantomeno a Facebook, WhatsApp, Gmail. La notte, di conseguenza, sperimento un passaggio da un tipo di solitudine e insularità digitale, propri dei social network, a un’insularità e solitudine reali, per di più vissuti su un’isola, quindi dentro quella formazione geologica che con la parola che la designa fornisce la metafora di questa determinata condizione di separazione. Insomma, vivo l’insularità e la solitudine su una prismatica molteplicità di livelli.

Per cimiteri.

A cena mangio un fritto di pesce in un ristorante di fronte al porticciolo, mentre leggo, ne La prigione della fede, la storia di James Whiteside Parsons, dettoil James Dean dell’occulto’. Alterno con la consultazione di una guida della Capraia. Scopro che molti degli abitanti sono figli di meridionali, spesso vecchi pescatori, siciliani o ponzesi, immigrati molto tempo fa sull’isola. La mattina maturo un’idea, nata col secondo bicchiere di bianco della sera prima: fare una puntata al cimitero, che è minuscolo, per verificare se esista qualche cognome di origine meridionale.

E in effetti, sotto un cielo blu Prussia e praticamente estivo, annoto sul taccuino un Cuomo, un Raciti, un Mondello, un Vitiello, un Ciccone, un Frasciella. Sulla pietra bianca di un’altra lapide: Richard Pinney forward of Merriott Sommerset England. Era un marinaio inglese, mi racconta il custode, naufragato (“Come Shelley!”, penso..) e ritrovato tra gli scogli di Capraia il 26 giugno 1974. Se questo che scrivo fosse un libro, e non un articolo, aggiungerei una sezione per rispondere a una domanda: com’era qui la vita nel 1974? E negli anni ’80? So che nel ’76 un detenuto a Capraia scrisse una lettera ai giornali, per lamentarsi del fatto che aveva pagato lo spaccio per avere un etto di fontina e uno di mortadella e in cambio aveva avuto «provolone da caserma e mortadella ammuffita […] L’assistenza sanitaria non esiste: c’è un medico che dà le medicine che dovrebbe dare un neurologo, cioè: luminal, valium, dintoina, tutti sedativi potentissimi […] Prego voi cittadini che a volte giudicate e distruggete una persona, pensate a come si vive in queste isole sperdute».

Su un’altra tomba scopro la vicenda di Agostino Dussol, fucilato alle spalle da ignoti, in Gallura, nel 1883. Vedo poi su una lapide la foto a colori di un uomo radioso e pieno di salute, che stringe tra le braccia un grosso dentice appena pescato. Faccio per scattare una foto, quando una giovane donna si avvicina. Mi fa notare che quell’uomo era suo padre. Ci presentiamo.

Roberta.

Si chiama Roberta, è un’insegnante della scuola materna locale e come animatrice della Proloco si occupa anche dell’organizzazione della sagra del totano. Mi racconta che nella locale scuola elementare ci sono solo quattro bambini in prima e uno in quarta. Alle medie quattro alunni in prima, due in seconda, uno in terza. Sono scuole però molto moderne, dice, dotate di una lavagna interattiva che permette di connettersi con altre scuole del mondo. Alle superiori, invece, bisogna andare a Livorno e ogni famiglia si arrangia come può.

Nel corso della conversazione con Roberta, che prosegue giù al porto dove per caso la incontro di nuovo nel pomeriggio, vengo illuminato su un’altra serie di cose. A Capraia lavora un medico titolare, reperibile 24h per due settimane. Le due successive il medico viene sostituito da un altro medico, sempre diverso, che come una specie di controfigura arriva in traghetto dal continente. Per le emergenze c’è un elicottero che da Livorno atterra sull’isola in 20 minuti. “Una volta mia nonna si sentì male e vennero a prenderla con l’elicottero dell’esercito”. C’è un presidio delle forze dell’Ordine, formato da tre, quattro carabinieri. C’è la Guardia Costiera. C’è un ufficio Anagrafe. E c’è un solo traghetto al giorno. C’è un desalatore, che garantisce l’acqua potabile. Un solo bar e un solo ristorante aperti, a turno, durante la stagione invernale. Noto il caschetto moro e lucente di Roberta. “E il parrucchiere?”, le chiedo. Non c’è nemmeno quello. “Ci arrangiamo da noi”, dice e mi racconta di aver aspettato sei mesi per un tecnico che avesse voglia di attraversare il mare per la revisione di una stufa a gas. “Ma ci si abitua a tutto. Questa è l’isola e io ci sto benissimo”.

Roberta pronuncia Isola come se intendesse evocare una sensazione, una specie di state of mind. Le chiedo se le capiti mai di soffrire la solitudine e mi dice di no. Tantomeno gli adolescenti hanno voglia di scappare, dice. L’inverno lo si passa a sistemare le case, a fare manutenzione e si esce tutti i giorni a pescare i totani. “Tutti i giorni?”, e Roberta mi dice “si, se il mare è buono”.

 Alla sagra.

Volevo salire su una barca per partecipare alla pesca del totano, secondo l’evento in programma alla 14esima sagra del totano che prevedeva una gara di pesca al totano, una pesa e una premiazione. Ma non è stato possibile, a causa del grecale che si è alzato. E non è stato possibile neppure tuffarmi, visto che alla Capraia non ci sono spiagge ma solo falesie e scogli e col mare mosso non è facile scendere in acqua.

La sagra si tiene giù al porto. I ristoranti dell’isola si sono trasferiti all’interno di una quindicina di gazebo. Dentro i gazebo vengono venduti primi, secondi, antipasti. Tutto a base di totano. Pure polenta e totani. Si pranza all’aperto. Tavoli e panche. C’è chi indossa enormi copricapi che riproducono le fattezze di un totano. Anche nella foto a corredo dell’articolo di David Foster Wallace comparivano dei turisti vestiti da aragosta. I copricapi sono di colore verde, azzurro, arancio. I totani sono dotati di cellule dermiche contenenti pigmenti che li rendono capaci di cambiare colore.

Da bianco a rosso nel giro di pochi secondi. Sul sito dell’evento si dice che questa è la più grande sagra del totano del pianeta. C’è una lotteria e su un palco una grande ruota della fortuna costruita dalla Proloco sul modello di quella televisiva. Per due giorni i capraiesi si servono del totano non solo per concedersi un’occasione economica, spostando l’estremo confine della stagione turistica nel cuore dell’autunno, ma per celebrare un festoso sentimento identitario attorno al culto di un mollusco infantilizzato fino a diventare una specie di personaggio comico da fumetto animato. Il totano è raffigurato ovunque. Non solo sui souvenir, ma nei quadretti che trovo appesi nelle case, nei bagni dei ristoranti o sulle ceramiche accanto ai numeri civici. Con i suoi tentacoli predatori forma un minuscolo, costante e nascosto ritornello visivo che attraversa tutto l’abitato, mentre le stupende casette ritinteggiate provocano sulla retina una continua alternanza di lilla, rosso, giallo, celeste.

Wallace e l’aria di mare.

Il grecale accarezza le decine di alberi e barche a vela ormeggiate, che oscillando emettono il tintinnio che ninna i turisti intenti a mangiare il totano tra i tavoli allestiti sulla piccola darsena. Sul porto è sospesa una specie di zanzariera di luce azzurra e camomilla. Una veduta radicalmente distante da quella dantesca e dolorosa del festival dell’aragosta descritta da Wallace. Un turista solitario, che avevo già notato nel viaggio d’andata, somiglia molto a David Foster Wallace, pur non avendo il fisico da rugbista. Ma la faccia è quella, anche se in una versione schiacciata e oblunga.

Ora è a pochi metri da me e si carica di omega 3 mangiando, senza bandanna sulla fronte, una lasagna totani e verdure. Se fosse davvero Wallace, tornato sulla terra, mi metterei sulla panca di fronte alla sua, in equilibrio davanti all’aldilà, e l’osserverei mentre mangia, per mia curiosità umana. Come impugna la forchetta, se sia il tipo di persona che pensa o che si assenta mentre mastica. Non avrebbe senso parlare, ma solo condividere il vento in faccia, la disconessione e la luce irripetibile di Capraia.

Da un altoparlante esce la voce di Whitney Houston. Ci sono moltissimi secchi in quest’area in cui porticciolo, piccoli cantieri, bar, diportisti e gabbiani si dividono armoniosamente lo spazio. Secchi bianchi dappertutto. Ex secchi per vernice riciclati per scopi nautici secondari. Una signora che lavora in uno stand dice uozzappe invece di WhatsApp. È la parlata livornese. Pare che un tempo a Firenze si storpiasse Vamos a la playa dei Righeira in Vamos a Capraya. Un tizio apostrofa toscanamente bimbi i suoi due cani. I cani scodinzolano, euforici, e come noi apprezzano nell’aria il toccasana dello iodio, dello zolfo, del magnesio.

Perché, oggi, sembriamo tutti così felici? Perché nel corpo le cellule si stanno rigenerando. È l’aria di mare. Campane a festa per l’apparato tegumentario. E forse è solo per lo stesso banale motivo che Wallace era così felice in quelle famose foto sull’isola di Capri, con Jonathan Franzen e Zadie Smith. C’è anche una bancarella di libri usati, alla sagra, probabilmente lasciati qui da turisti e velisti di passaggio. Isabell Allende, Pat Convoy, Stephen King. Mi convinco che è solo in posti così, separati -ovvero con 3G assente o altalenante, al riparo dall’iperstimolazione che anche Wallace aveva soffertamente documentato- che si può risperimentare la densità della lettura, la sua misteriosa, comprovata facoltà nutritiva e neurogenerativa.

 La lotteria e l’ultimo giorno.

L’ultimo giorno cammino lungo un sentiero. Cespugli di violaciocche, timo, rosmarino. Il grido dei gabbiani. Arrivo a una chiesa di pietra abbandonata dove qualcuno ha lasciato degli ex voto su ciò che resta dell’altare. “Che Anna e Cristiano possano trovare chiarezza e autenticità nel loro rapporto. Amen♥”. La notte, incredibilmente, ho visto nel cielo di novembre una stella cadente. Lungo una salita lastricata di pietre vengo sorpassato da un uomo con un enorme pappagallo verde appollaiato sulla spalla. Un capoverso di Salgari soffiato dal vento fino alla Capraia. Incontro più volte una donna molto anziana. Una specie di attrice con la veletta, di Paola Borboni. Mi dicono che suo padre fu negli anni ’30 ambasciatore svedese ad Alessandria di Egitto. Capraia non è un’isola di eccentrici, ma inevitabilmente può trovare qui spazio qualcosa che non trova spazio altrove.

Sulla guida leggo che una modalità di volo dei gabbiani è detta a festoni, mentre i tuffi dei gabbiani, le immersioni delle berte mescolati alle spanciate dei tonni e ai salti dei delfini tra i banchi di acciughe, vengono naturalisticamente definiti una festa, e infine leggo che  la natazione del pesce Luna, dotato di una grande pinna sul dorso e di una sotto il ventre, viene definita applauso. Quindi mi sembra davvero un’isola Shangri-La, circondata da una specie di anello gioioso. Vinco pure la lotteria. Numero 32, serie A, alla ruota della fortuna. Premio: una maglietta polo nera. La notte scende, il mare si schianta sugli scogli, urlando, e un po’ gira la voce, tra noi turisti, che il traghetto potrebbe non venirci a prendere. A volte succede. Quel mare alieno, scuro, popolato sotto il pelo dell’acqua da migliaia di totani senz’anima, diventa una creatura terrorizzante. E anche questa è l’isola. Ma come quelle foto che si tengono nel portafoglio, mi torna in mente la foto del padre di Roberta, con quel meraviglioso dentice rosa e argento in mano.

Lavora a La 7. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Macao, un ebook sulla vicenda della torre occupata a Milano. È autore di un reportage narrativo sul romanziere Michel Houellebecq e il movimento raeliano. Dal settembre 2012 tiene un tumblr sul quindicennio 1970-1985.
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