Elezioni Politiche 2013, Il voto a Roma

Considerazioni sparse sulle elezioni appena consumate

In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D’Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D’Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

Ebbene a novembre sembrava di aver trovato una strada, con le primarie e la coalizione Italia Bene Comune, che potesse riaprire questa prospettiva. Una strada in salita, che chiedeva al centrosinistra di cambiare se stesso, di dare segnali di discontinuità nel personale politico oltre che nelle pratiche e nelle proposte. In parte questo è successo con le primarie, ma non senza ambiguità. Continuo a pensare che sia stata l’unica proposta politica realmente in campo. Il resto giocava contro: per salvarsi, per condizionare o per impedire. Un paese pieno di macerie dove il centrosinistra ha cercato di far prevalere una proposta di ricostruzione, ma non è stato fino in fondo capace di suscitare la speranza e di parlare al desiderio di star meglio dei singoli.

So bene che il problema è profondo e riguarda il modo in cui il neoliberismo e il ventennio berlusconiano ha ridisegnato l’Italia e gli italiani.

Del resto abbiamo potuto misurare nel risultato la forza della rivolta fiscale di Berlusconi, che ancora parla a tanti che sopravvivono grazie all’illegalità o ad un’economia sommersa. Ma proprio per questo bisognava essere più coraggiosi. Dire chiaramente cosa voleva fare il centrosinistra e come voleva essere. Proposte sociali e riforma della politica e dei partiti. Abbandonare il chiacchericcio di tanta stampa e televisione, incapace di parlare del merito, sempre solo attenta ai tatticismi e ai dialoghi tra gruppi dirigenti dei partiti.

Italia Bene comune è andata in campagna elettorale con il freno a mano tirato. Lo stesso nome della coalizione, che alludeva ad un cambio di paradigma, ad un mettere al primo posto i beni comuni, è stato subito archiviato. Ho visto solo manifesti del Pd, mai di coalizione, con lo slogan Italia giusta. Bello, ma antico. Troppo antico per intere generazioni fuori dal patto sociale, le generazioni perse, come le ha definite lo stesso Monti. Quelle nate dopo il trentennio dell’espansione del welfare e dei diritti in Europa (1945/75).

Il 37 % di disoccupazione giovanile è prima di tutto un problema democratico, di cittadinanza impossibile. A questo deve aggiungersi l’impoverimento delle famiglie, la precarietà diffusa, l’emigrazione intellettuale.

C’è un pezzo di società che non ha nulla da perdere e individua nella politica che ha conosciuto in questi anni la ragione del suo malessere. E non mi sento di dargli completamente torto.

Abbiamo detto più volte che bisognava cambiare anche il centrosinistra.

Una parte del paese era in rivolta, e il centrosinistra, nelle nostre diverse componenti, non è riuscito ad intercettare questa rabbia. Ha ragione Franco Cassano (Unità 27 febbraio) bisogna avere sincera curiosità per questa rabbia diffusa. Si può discutere se il M5S abbia effettivamente impedito all’Italia di avere movimenti come Occupy o come il “15 de Mayo” ( vedi Perchè “tifiamo rivolta” nel movimento 5 stelle) perchè il grillismo ha inglobato quelle potenzialità in un discorso ambiguo. Oppure sottolineare le permanenze culturali con la seconda repubblica, come fa Ida Dominijanni sul suo blog, e leggere la trasmigazione della demogogia antipolitica dalla televisione alla rete con un altro leader attore, “contrapposto nei contenuti ma continuatore nelle forme” .

Rimane il fatto che un’onda ha travolto una politica autoreferenziale, di cui anche il centrosinsitra (tutto) spesso fa parte. In questa onda ci sono cose molto diverse, alcune molto pericolose, ma c’è anche la materialità della crisi, nominata, e alcune buone pratiche civiche. Questa Italia va davvero guardata e attraversata. In questi anni lo ha fatto solo un po’ di buona arte contemporanea, di letteratura, teatro e cinema italiani.

Per questo penso che l’ultima cosa che ci serva è il governissimo. Meglio capire se sono possibili alleanze inedite e cercare di sperimentare poche e buone riforme; corruzione, costi della politica e conflitto d’interessi non sarebbero piccola cosa per questo Paese.

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