consigli di lettura 2019

I libri dell’anno di minima&moralia

I libri che hanno caratterizzato il nostro 2019: ecco una lista di consigli di lettura. Buon anno dalla redazione e dalle firme di minima&moralia! (Immagine: Olia GozhaUnsplash)

Miriam Aly
In mezzo al mare. Cinque atti comici di Mattia Torre, Dalai editore. Quando la scorsa estate ho appreso della scomparsa di Mattia Torre, ho provato un sentimento di dolore la cui forma, mi sono resa conto, aveva molto in comune con quelle parole strazianti ma non abusate che l’autore, nel 2012, affidò ai cinque monologhi che compongono l’opera (diventati sette nella recente edizione di Mondadori). La singolarità sottostante alla rilettura di questo libro, nell’anno che ci lasciamo alle spalle, l’ho trovata nell’averlo usato come metro di paragone per tutte le letture successive, nonostante l’eccezionalità di queste ultime. L’opera di Mattia Torre è profondamente teatrale, intima ed intelligente apparendo come un mosaico irregolare di quotidianità, di un realismo senza sconti, dell’essenza grottesca di personaggi spaesati che sembrano siano stati gettati nel mondo ieri, così, senza dover andare da nessuna parte; i personaggi dell’autore incarnano sempre una forma di trascendenza esasperata e si muovono spesso in dei luoghi senza forma che sono stati consegnati da un’Italia tragica, delirante, sempre uguale a se stessa che, in finale, sembra lasciarci solo una considerazione: l’unica cosa che ci resta è il contatto con noi stessi.

Luca Alvino
Il mio libro dell’anno è Perché scrivere? di Philip Roth (uscito alla fine del 2018 ma letto nel 2019 – Einaudi, traduzione di Norman Gobetti). È il primo libro di Roth sul quale, nel risvolto di copertina, è riportata la sua data di morte, una cosa che mi ha molto commosso, perché, in fondo – anche se non lo dicevo –, io ci speravo ancora che prima o poi avrebbe scritto qualche altra cosa. Il libro raccoglie una serie di saggi critici, interviste, discorsi pubblici, dialoghi con altri scrittori, nei quali Roth enuncia con rara acutezza ed eleganza le sue idee sulla scrittura e sul suo rapporto con la vita. Ci sono chicche che un lettore di Roth semplicemente non può ignorare. Imperdibile per gli aficionados.

Valentina Aversano
Molto mossi gli altri mari di Francesco Longo, Bollati Boringhieri. Quest’anno ho amato molto i libri capaci di portarmi altrove e di farmi dimenticare di me per un po’: sono molto affezionata a questo romanzo perché mi ha fatto fare un viaggio nel tempo con una lingua bellissima che mi è rimasta in testa.

Nicola H. Cosentino
Il colibrì di Sandro Veronesi, La nave di Teseo. Un romanzo che sfrutta al meglio il potere della parola, reinterpretando a modo suo la regola “Show, don’t tell” e trasformando, cioè, l’evocazione in azione. La storia di Marco Carrera ruota intorno ai troppo che ci riserva l’esistenza (in termini di dolore, amore e responsabilità) e infatti gronda dispiacere e tenerezza, ma con coraggiosa intenzionalità. Se il romanzo italiano può fare la sua nella lotta al cinismo e all’approssimazione imperanti, dal 2019 lo si deve anche  al palleggio tra la lingua di Veronesi e l’eroismo biblico del suo ultimo protagonista: insieme, creatore e creatura costituiscono una risposta romantica e puntuale all’enfasi con cui, sempre più spesso, si arreda il vuoto. C’è da volergli bene.

Eugenio Giannetta
La pista di ghiaccio di Roberto Bolaño, Adelphi, traduzione di Ilide Carmignani. La pista di ghiaccio è la prima opera narrativa di Roberto Bolaño, apparsa in Spagna la prima volta nel 1993 e ristampata da Adelphi a inizio 2019. Quale modo migliore di chiudere gli anni Dieci, se non immergendosi nei tre punti di sospensione a chiusura di ogni capitolo del libro dello scrittore cileno? In quei tre punti è racchiusa – quanto più possibile – l’indefinitezza di ciò che ci aspetta per il futuro. I grandi scrittori hanno questa capacità. Nelle Occasioni, ad esempio, Montale inizia uno dei mottetti con i tre punti di sospensione: «… ma così sia». In quel ma c’è tutto ciò che è stato fatto e che avrebbe potuto essere (una giustificazione?): «La vita che sembrava vasta è più breve del tuo fazzoletto». La brevità in opposizione alla vastità, la malinconia del ma umano, rassegnato, in opposizione al liturgico così sia, l’incompiutezza, la crisi di volontà di cui già Agostino parla a Francesco nel Secretum. Ecco quanto indietro si può andare, e quando avanti ancora. Bolaño, come un investigatore, ha una scrittura fuori dal tempo, lascia piccoli indizi da scovare nei gesti, nei paesaggi, ma soprattutto nei sentimenti umani, talvolta così profondi da divenir taciuti, dolorosi, belli e decadenti, magnetici e perversi. La pista di ghiaccio è un libro che parla d’amore, l’argomento più difficile da definire e al tempo stesso il più indagato. Non si può fare a meno dell’amore (è eterno, come lo stesso Bolaño), e anche per questa ragione non si può prescindere dal leggere l’intreccio di storie che coinvolgono Enric Rosquelles, Gaspar Heredia, Caridad, Remo Moràn e la pattinatrice Nuria Martì.

Alessandro Grazioli
Molti dei libri pubblicati in questo anno che sta finendo sono stati ottimi libri. Molti saggi, molti romanzi. Non è così facile dirne uno solo, non lo è mai, perché il criterio non è mai pacifico per me. Se penso ai saggi vorrei spendere molte parole per La bomba di Enrico Deaglio (Feltrinelli) o la nuova edizione de Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg (Adelphi); se penso ai romanzi, peggio mi sento, perché mi sono divertito quest’estate a leggere romanzi come La settima funzione del linguaggio di Laurent Binet (La nave di Teseo, traduzione di A.M. Lorusso) mentre mi sono immerso e ancora non sono del tutto riemerso (nel senso che mi ronza tanto in testa e credo che mi ronzerà a lungo) dalla lettura de Il colibrì di Sandro Veronesi (La nave di Teseo) che ho amato moltissimo, come moltissimo amo sempre Domenico Starnone, anche con il suo ultimo Confidenza (Einaudi). Ma siccome il gioco ha le sue regole e tra queste c’è per me anche la regola implicita di non citare nessun libro della casa editrice per cui lavoro (e quindi niente libri Sellerio qui, a malincuore) scelgo un solo libro che ho letto finalmente quest’anno anche se non è di quest’anno – la regola mi sta sempre stretta, chiedo venia – e  dico che Antonella Lattanzi ha scritto un romanzo strepitoso, che mi ha travolto e della cui lettura sono stato felicissimo, e perciò che Una storia nera (Mondadori) è il mio libro del 2019.

Marco Mantello
La mia lettura rappresentativa del 2019 è un’edizione del maggio 2011, Feltrinelli, di Ebraismo e modernità, saggi di Hannah Arendt (a cura di Giovanna Bettini), perché il 2019 è anno di nazionalismi che ritornano e perché le riflessioni della Arendt sul sionsimo sono una lente preziosa per capire alcune cose dell’oggi.

Michele Martino
Casa di foglie di Mark Z. Danielewski. Poco più di un anno fa, mentre scrivevo un articolo per questa rivista, mi sono imbattuto nelle ipnotiche immagini di un documentario su Jacques Derrida. Ancora non sapevo allora che in quel film appare per pochi secondi, come tecnico del suono, per una volta senza cappello e senza un gatto, il giovane Mark Z. Danielewski, intento ad aggiustare il microfono sulla giacca di Derrida. Pochi mesi dopo sarebbe iniziata per me la lunga, intricata, appassionante revisione della nuova traduzione italiana di Casa di foglie, il cult book di Danielewski, che mi ha accompagnato per quasi tutto l’anno appena trascorso e che è senz’altro, perciò, il mio libro del 2019. Per il quale devo ringraziare, insieme a 66thand2nd, Sara Reggiani e Leonardo Taiuti che oltre a tradurlo ne hanno decifrato gli enigmi e i trabocchetti, e Federica Principi che ne ha curato la difficile impaginazione, venendo così incontro alle richieste dell’autore, che era rimasto quantomeno perplesso dalla vecchia edizione italiana (colpevole ai suoi occhi di aver ridotto la complessità a nonsense, ignorando il gioco di incastri, rimandi e citazioni di cui il romanzo è intessuto). Il privilegio di starci dentro, alla “casa” di Ash Tree Lane, di sprofondare nei suoi corridoi stregati e di perdersi nei fotogrammi della Versione di Navidson e nelle decine di commenti eruditi o deliranti su quella prova di cinéma verité, è paragonabile all’esperienza di trovarsi a Cinecittà su un set di Fellini: magari un po’ di fascino si perde, ma non è quello il motivo per cui, invece di un altro mestiere, si è scelto di “fare libri”? A proposito di Fellini: una delle poche osservazioni che ci ha regalato Danielewski in fase di revisione – oltre a una serie di risposte che moltiplicavano in realtà le possibilità interpretative – è quella di assicurarci che un certo nome, che appare una sola volta in 700 pagine, pur storpiato graficamente, suonasse alla lettura come “Fellini”, nume tutelare di Casa di foglie. Non a caso, uno dei tre livelli su cui si articola il romanzo segue il testo di un manoscritto rinvenuto una notte in un baule, redatto da un vecchio ormai defunto – la cui cecità per molti rimanda a Borges, ma il cui nome non può che richiamare il forzuto Zampanò di Anthony Quinn.

Matteo Moca
Besprizornye: Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935) di Luciano MecacciAdelphi. La parola russa “besprizornye”, si può tradurre in italiano con una perifrasi come “bambini randagi” o “bambini senza alcun controllo né tutela”. I besprizornye erano i bambini che in Russia per un motivo o per un altro rimanevano soli, perché i genitori morivano o venivano uccisi, perché venivano abbandonati per indigenza o addirittura, in casi estremi, erano loro stessi a decidere di lasciare la famiglia: questi figliastri della rivoluzione si stima che fossero intorno agli anni Venti del Novecento circa sette milioni e avevano un’età compresa tra i sei e i sedici anni. A questo capitolo tragico della storia mondiale ha dedicato un libro imprescindibile Luciano Mecacci (autore, tra l’altro, di un altro grande racconto di storia, l’uccisione di Giovanni Gentile in La Ghirlanda fiorentina) che in Besprizornye: Bambini randagi nella Russia sovietica è riuscito a gestire una materia così delicata e complessa guidato da un grande amore per la verità e dalla fiducia nel racconto come testimonianza. In una narrazione che si fa sempre più drammatica, Mecacci riporta per esempio di come la prostituzione per molti di questi besprizornye “fu il modo estremo per fronteggiare il freddo degli scantinati e la fame perenne” oppure che molti di questi bambini e ragazzi furono internati nei lager, destinati quindi a scomparire nel nulla, o arruolati nell’esercito perché la loro totale assenza di empatia era “ideale per servitori dello stato sovietico quali i soldati schierati in prima linea”. Un libro che consente di conoscere una storia terribile che necessita di essere raccontata.

Marco Montanaro
Su Michael Jackson di Margo Jefferson. Credo sia impossibile pensare a Michael Jackson senza lasciarsi prendere dalla morbosità. Uomo, donna, nero, bianco, benefattore, genio, mostro… “L’unico della sua razza, l’unica del suo sesso”, scrive Margo Jefferson in questo libro, uscito nel 2006 e pubblicato quest’anno in Italia da 66thand2nd (con traduzione di Sara Antonelli). Jefferson racconta e ragiona da fan e da scrittrice, e da questa scomoda posizione prova a guardare le cose per quello che sono. Dietro gli specchi e i camuffamenti infiniti c’era tutto quanto insieme: la meraviglia e l’abiezione di un artista assoluto. In 150 pagine dense, raffinate e narrative, Jefferson butta giù un ritratto (alla Arcimboldo, per intenderci) miscelato col personal essay. Un libro appassionato e intelligente. (Qui la recensione di Liborio Conca per minima&moralia).

Gianni Montieri
Ogni tanto compare un libro che ci ricorda che le possibilità della letteratura non sono ancora esaurite. Un libro, per intenderci, che ci spinge a togliere la bandierina dal confine che credevamo d’aver raggiunto, la mappa non era finita, il sud è più a sud, il nord è molto più in là. Un’opera, infine, che ci porta a rinegoziare i motivi per cui leggiamo. Quando esce un romanzo così ogni lettore deve essere contento perfino chi non lo leggerà. L’ogni tanto è il 2019, il libro è La parte inventata di Rodrigo Fresán (Liberaria, traduzione di Giulia Zavagna). Non è catalogabile: è postmoderno ma ha pure il sapore di un classico, è pop e non lo è. Fresán fa ridere e commuovere come Foster Wallace, ha il passo e la tenuta di scrittura di Bolaño e di Cortázar, la capacità di disorientarti di Borges. È argentino ma scrive come un europeo, come un americano, perciò scrive come un argentino. In questo romanzo il protagonista è uno scrittore che decide di sparire, diventando lo scrittore ideale. La storia non esiste, la trama è un gioco, la lingua è invenzione, lo stile è tutto. L’incipit è l’incipit di tutta la narrativa “Come cominciare. O meglio: Come cominciare?”. La parte inventata condizionerà per molto tempo la mia vita di lettore e di scrittore, non saprei cos’altro chiedere a un libro.

Nicola Lagioia
Il mio libro dell’anno è Come cambiare la tua mente di Michael Pollan (Adelphi, traduzione di Isabella C. Blum). Uno dei più bei libri mai letti sulle alterazioni degli stati di coscienza e l’uso degli psichedelici. Pollan indaga il proprio oggetto d’indagine dal punto di vista storico, scientifico, sociale, spirituale, ed è soprattutto sorprendente per come racconta il funzionamento della nostra mente (quel poco che se ne sa è sufficiente a sovvertire molti dei nostri pregiudizi) e per come prova a illuminare – naturalmente in parte, ma altrimenti quella parte resterebbe nell’ombra – il mistero che ci circonda.

Gilles Nicoli
Nell’ultimo capitolo del saggio Inquietanti azioni a distanza (Adelphi, traduzione di Franco Ligabue) ho trovato un’interessante descrizione di cosa potrebbe nascondersi dietro comportamenti misteriosi come quelli delle particelle legate da entanglement. “I fenomeni non locali escono dallo spazio, non trovano posto entro i suoi confini, e suggeriscono un livello di realtà più profondo, in cui le cose che ci appaiono distanti sono in realtà vicine o sono forse la stessa cosa che si manifesta in più di un luogo, come le immagini multiple dello stesso pezzetto di vetro in un caleidoscopio”, scrive George Musser, ma non sono sicuro che qui si parli solamente di fisica quantistica, di spazio-tempo, di universo e di particelle. Queste poche righe a proposito di cose in apparenza distanti ma invece vicine, o forse persino coincidenti, possono diventare anche un invito a riesaminare concetti e dicotomie fuorvianti che siamo ormai abituati a usare, si offrono come frammenti di un discorso amoroso, e spingono alla ricerca di un modello di pensiero in grado di interpretare la realtà e parimenti collimare con il modo in cui l’esistente pare strutturarsi nei suoi ordini di grandezza più estremi. La migliore divulgazione scientifica si dimostra essere ancora una volta terreno fertile per divagazioni e speculazioni dirette in tutt’altre direzioni, e sono convinto che tra tutte le letture del 2019 saranno proprio i pezzetti di vetro del caleidoscopio di George Musser ad accompagnarmi più a lungo.

Luca Pantarotto
Come muoversi tra la folla di Camille Bordas (SEM, traduzione di Giuseppe Costigliola). Ho capito quale sarebbe stato il mio libro dell’anno il 14 giugno, quando ho finito di leggere Come muoversi tra la folla di Camille Bordas. La storia del piccolo Isidore Mazal e dei suoi fratelli è uno di quei libri che vanno letti più volte nella vita, in diverse età, per poter ritrovare tra le pagine le varie versioni di se stesso, il sé narrato e il sé lettore, il sé che riconosce, di volta in volta, episodi sempre diversi della propria vita nelle avventure dei protagonisti e il sé che, a ogni nuova lettura, ricorda i sentimenti e le reazioni provate e vissute nel corso delle letture precedenti. Per questo rimpiango che questo romanzo sia uscito in America nel 2017 e che perciò io abbia potuto leggerlo solo adesso che ho trentanove anni e non quando ne avevo sedici, ventuno, ventisei, trenta o trentaquattro. Perché Come muoversi tra la folla è in grado di suscitare nel lettore la domanda più malinconica di tutte: quante versioni di me stesso ho smarrito lungo la strada, quanti altri me stesso non ho potuto conoscere, non avendo avuto la possibilità di leggere prima un libro come questo? C’è tutto, lì dentro: tutto insieme, tutto concentrato in trecento pagine, tutto, c’è la tua infanzia, ci sei tu che andavi a scuola, ci sei tu che cerchi di capire cosa cambia nel mondo e nella tua vita quando muore qualcuno, ci sei tu che cerchi di capire cosa significa innamorarsi quando sei ancora troppo giovane per farlo davvero, ci sei tu che vedi sempre meno gente sedersi davanti alla tv sul divano grande del soggiorno, ci sei tu che a un certo punto ti ritrovi cresciuto, su quello stesso divano, così all’improvviso, è successo tutto così in fretta e ora sei lì e devi imparare da solo, se non l’hai ancora imparato, come fare a muoverti tra la folla senza farti troppo male.

Simone Pieranni
Girolamo De MicheleLe cose innominabili, Rizzoli. Protagonista è Taranto, di cui tanto si è parlato di recente per le note vicende relative all’ex Ilva e uno stile di scrittura ipnotico che prende per mano Manzoni e lo fa dialogare con Saramago. A muoversi nel panorama desolato ma straordinariamente vivo della città simbolo della siderurgia, un nugolo di personaggi sospesi, in attesa e triturati dalla rabbia di un territorio la cui sabbia rossa pseudo libica ha cambiato per sempre i connotati sociali, devastando qualsiasi idea di giustizia.

Alice Pisu
L’evento di Annie Ernaux, L’orma editore, traduzione Lorenzo Flabbi. La scrittura di Annie Ernaux si innesta sulla memoria personale per farsi portatrice di quella collettiva e storica. Solo a trentasei anni di distanza deciderà di calarsi in un’esplorazione basata sull’agenda e il diario del ‘63 e offrire un racconto legato all’esperienza tra le più  dolorose della sua vita: l’aborto. Distante da forme di lirismo e retorica, ancor prima che rappresentare un atto di denuncia per una condizione comune vissuta da migliaia di donne, L’evento rappresenta la personale riproposizione di un dramma che diventa emozione di scrittura, “che permette la scrittura e ne costituisce il segno di verità”. Una narrazione basata sulla ridefinizione dell’architettura dell’autobiografia per rendere il racconto del proprio vissuto un potente strumento di analisi sociale.

Christian Raimo
Il libro più importante e bello pubblicato in Italia quest’anno che ho letto quest’anno è stato Il futuro è storia di Masha Gessen (Sellerio, traduzione di Andrea Grechi), per la ragione più semplice: sconfina. Tra il saggio e il romanzo. Tra la storia e la politica. Tra la vicenda personale e quella collettiva. Quello che possiamo e dobbiamo chiedere ai libri è sempre di più, per un tempo come il nostro in cui le ermeneutiche sono saltate, e le narrazioni sono spesso reader o customer oriented. Ed è la capacità di ambire a un ragionare e raccontare Tutto, come è sempre stato. I libri devono essere giganteschi – anche quando solo esili: Realismo capitalista di Mark Fisher (Not, traduzione di Valerio Mattioli) uscito alla fine del 2018 è il testo che sicuramente più ha influenzato il nuovo dibattito intorno alla politica e alla società quest’anno e sta reimmaginando il canone della ricerca anche nella saggistica (da Not a minimum fax, dalla neonata Treccani a Laterza, da Einaudi a Il Saggiatore…). Insieme ci metterei la riedizione del Formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg (Adelphi): anche qui per la stessa ragione. Sconfinare, voler raccontare Tutto, anche quando si parla della vita di un mugnaio di secoli fa.

Luca Romano
Come cambiare la tua mente di Michael Pollan, Adelphi, traduzione di Isabella C. Blum. È un libro che utilizza la forma saggistica come uno strumento narrativo/biografico. È un libro capace di mostrare la centralità della forma letteraria della biografia nelle narrazioni contemporanee. Inoltre Pollan è riuscito, con qualità, a raccontare temi poco affrontati con consapevolezza e scientificità nell’opinione pubblica.

Giorgia Sallusti
La parabola dei ciechi di Gert Hofmann, Racconti edizioni, traduzione di Tiziana Prina. Nel 1568 Pieter Bruegel il Vecchio dipinge La parabola dei ciechi, allegoria di ciechi che guidano altri ciechi. Questa comitiva orbata della vista e forse pure del buon senso è protagonista della novella omonima di Gert Hofmann, che racconta il viaggio degli orbi fino alla casa del pittore nel giorno in cui devono essere dipinti. Nel viaggio vengono nutriti, si sbrodolano, si perdono, si fermano a cacare nel bosco – pensano loro: ma son davanti a tutti. Un racconto lungo e vivido di umanità picaresca e ferma nell’atto della caduta, metaforica e reale. Ma l’anno è finito ormai, e se siamo stanchi «L’unica cosa che ci resta da fare è appoggiarci allo steccato e a occhi chiusi pentirci di essere qui».

Vanni Santoni
Come cambiare la tua mente di Michael Pollan. Non sarà un gran suggerimento, visto che era già stato dichiarato il saggio dell’anno alla sua uscita in America, figura già in svariate liste dei migliori libri del 2019 e ha pure vinto le Classifiche di Qualità per la sua categoria. In effetti ne ho pure già scritto sulla Lettura e altrove. Ma ci torno sopra, perché è un libro spartiacque, in tanti sensi. Per prima cosa segna il passaggio alla psichedelia di uno dei maggiori saggisti mondiali (e incontestabilmente il maggiore sul tema del cibo), il che è già notevole considerando il ghetto culturale in cui era finito il tema. Poi segna in modo netto, dopo tanti articoli e convegni, il passaggio al mainstream del Rinascimento psichedelico, e quindi un primo riconoscimento del valore culturale, medico e conoscitivo di sostanze a suo tempo indebitamente cacciate nel calderone delle “droghe” per ragioni politiche. Il successo globale di Come cambiare la tua mente è quindi il marcatore di una prima vittoria in una battaglia contro il moralismo e l’anti-scientismo che va avanti da cinquant’anni. Infine, per quanto riguarda l’Italia, dove è uscito per Adelphi, segna l’uscita del tema della psichedelia dal comparto “editori underground”, cosa che gli ha permesso di entrare dalla porta principale in case in cui magari Shake, Spazio Interiore o Agenzia X, nonostante il loro lavoro eccellente negli anni, non sarebbero entrate. A chi lo ha già ma vuole approfondire il tema sul piano medico e psicanalitico, consiglio invece il recentissimo Terapie psichedeliche di Adriana D’Arienzo e Giorgio Samorini (Shake).

Gabriele Santoro
Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer, Keller, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero. Meyer è uno degli autori tedeschi contemporanei più interessanti. Eravamo dei grandissimi è finora il suo romanzo fondamentale, che ritrae la vita di una banda di ragazzi e amici nello sconvolgimento storico del crollo del Muro di Berlino. A gennaio ho cominciato a Lipsia, città natale di Meyer, un lavoro giornalistico sulla Germania dell’Est post 1989, al quale ha contribuito anche l’autore insieme alla traduttrice italiana Roberta Gado. Il suo sguardo aiuta a entrare ed esplorare un mondo scivolato nell’oblio. Il silenzio dei satelliti, insieme alla qualità della scrittura e dello stile di Meyer, aiuta a comprendere le storie che si celano dietro la Grande Storia.

Giorgia Tolfo
Melanconia della resistenza di László Krasznahorkai (Bompiani, traduzione di Dóra Mészáros e Bruno Ventavoli) racconta la progressiva violenta e quasi carnascialesca discesa nell’anarchia di un paese che ha perso ogni fiducia nel futuro e che piuttosto di resistere all’imporsi di ordini autoritari, preferisce lasciarsi sospingere nel delirio sanguinolento in attesa di un apocalisse che forse arriverà o forse no. I periodi lunghi e vertiginosi di Krasznahorkai non lasciano il tempo di respirare. Sicuramente uno dei recuperi più intensi dell’anno.

Simone Tribuzio
L’ultimo titolo che ha chiuso il mio 2019 da lettore è I buoni (Alter Ego Edizioni), secondo romanzo del giornalista napoletano Marco Ciotola. L’opera contiene un elemento che ha animato gran parte dei libri letti: una storia famigliare dal registro comico, unito alla vena malinconica e incattivita dalle fredde correnti che hanno attraversato l’ultimo decennio (il precariato, il senso di inadeguatezza e il liberismo selvaggio). Una storia famigliare che ha come protagonista Giuseppe: un uomo di quarant’anni proveniente dall’ambiente editoriale, che ha deciso di farla finita perché la scorza cominciava a venire meno da diverso tempo. Prima però deve fare i conti con la figura assente di suo padre Mario, un poeta che tempo addietro lasciò la moglie Giovanna (gran donna sui centosettanta chili), Giuseppe, e il figlio più piccolo Martino; quest’ultimo rimasto senza lavoro e con un briciolo di autostima. Da bravo fratello forte qual è, Giuseppe, con gli sparuti interventi del misterioso amico Dario, tenterà di colmare il vuoto lasciato dal genitore; prima di congedarsi dalla vita una volta per tutte. Nel libro, dopo il brillante esordio Riscenziello, fanno ritorno l’amore per la letteratura mitteleuropea, i riferimenti alla commedia all’italiana, e di nuovo Dissipatio H.G. di Morselli a infestare le pagine più concitate del romanzo. I buoni guarda con affetto alla comicità e ai personaggi di Stefano Benni, calandoli in un microcosmo che ci ricorda la vera essenza di humanitas in questi tempi non proprio facilissimi.

Commenti
5 Commenti a “I libri dell’anno di minima&moralia”
  1. Marisa scrive:

    Molto interessante questa rassegna, per quanto mi riguarda condivido con Gianni Montieri l’entusiasmo per La parte inventata, a mio parere un autentico capolavoro. Un altro libro bellissimo per me è Melancolia della resistenza, letto qualche anno fa, indimenticabile. Ho apprezzato moltissimo La bomba di Enrico Deaglio. E L’evento, di Annie Ernaux, l’ultimo libro letto nel 2019, che ha chiuso l’anno degnamente.
    Besprizornye mi intriga moltissimo e sarà una delle mie prossime letture.
    Grazie a tutti per le segnalazioni

  2. sergio falcone scrive:

    Che noia, classifiche e consuntivi… In Italia, per pubblicare, bisogna appartenere a una qualche cosca ed essere raccomandati.

  3. falco sergione scrive:

    Caro Sergio, a volte la frustrazione raggiunge le sinapsi portando a dire cose insensate. Si riguardi e non prenda freddo!

  4. sergione falchetto scrive:

    Ci dica, Sergio, di qualche cosca fanno parte Roberto Bolaño e Michael Pollan? E soprattutto… CHI ha raccomandato quella Hannah Arendt??

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