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Consigli per l’estate

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Photo by Aaron Burden on Unsplash

di Giorgio Biferali

Visto che è arrivata l’estate, che è quel periodo in cui di solito si va in vacanza, e insieme ai vestiti, le scarpe, i costumi, gli spazzolini, i deodoranti sotto i 100 ml, non è mai facile scegliere quali libri mettere in valigia e quali, invece, lasciare a casa, ecco, mi sembrava giusto fare una lista di quelli da portare in viaggio, da non rimandare a settembre, come capita a scuola a quelli che avevano studiato meno durante l’anno. Ci sono romanzi, raccolte di racconti, libri di poesia, saggi narrativi, diari di viaggio, per non farsi mancare nulla, perché l’estate possa essere all’altezza delle altre stagioni, e anche di più. Ovviamente, neanche a dirlo, in questa lista, ci sono tutti i libri che io non porterò in vacanza con me, visto che li ho già letti tutti, anche se mi è già venuta voglia di rileggerne qualcuno. Chissà.

Peter Handke, La storia della matita (traduzione di Emilio Picco, Guanda, pp. 256, 19 euro)

Nella bandella viene definito “diario”, “taccuino di lavoro”, “romanzo totale”, ma alla fine è indefinibile. È un libro prezioso, imperdibile, credo, come tutti i libri di Peter Handke. È fatto di lampi, mini racconti, monologhi, aforismi. In ogni pagina si sente la vita, la vita di uno scrittore e non solo, cos’è la scrittura, com’è che vengono fuori le storie, e come i dettagli, le piccole cose di ogni giorno possono cambiare il mondo. “Con regolare insensatezza pregusto di incontrare gente”. “Scrivendo, ritroverò la bellezza”. “Io mi muovo sempre troppo in fretta per il sole”. “Bisogno della vista di una donna radiosa”. Bello e a tratti commovente.

Andrea Esposito, Voragine (Il Saggiatore, pp. 191, 19 euro)

Credo fosse Maupassant ad aver detto che passava molto tempo nella all’interno della Tour Eiffel perché era l’unico punto da cui non si vedeva la Tour Eiffel. Be’, qui c’è un ragazzo di nome Giovanni che cammina, corre e scappa nella periferia della città perché è in fondo è l’unico punto da cui non si vede più la città. Ha un padre e un fratello che si perde per strada, come tutte le cose che scorge, osserva, che vede per la prima e forse ultima volta. Trascina un manichino, incontra cani, topi e altri animali, uomini di ogni tipo, suore. Giovanni ascolta delle storie e le racconta, attraversa un mondo quasi senza colori, abbandonato, pieno di silenzi, un mondo alla fine del mondo, che però forse è anche un mondo all’inizio, dov’è possibile ricominciare tutto da capo. Un romanzo che fa pensare a Pinocchio, in cui la voce narrante è dentro di noi, tocca tutte le cose, e ti fa pensare che allora è questo il rumore che fa la vita, quando ti fermi ad ascoltarla per un po’.

Luca Ricci, Gli autunnali (La nave di Teseo, pp. 209, 17 euro)

È un romanzo che mi ha fatto pensare a tante cose, a Midnight in Paris, perché il protagonista, uno scrittore, s’innamora del volto di una donna in una foto trovata per caso al mercatino delle pulci, torna indietro nel tempo e rivede le vicende di Modigliani nella Roma di oggi. Mi è venuto in mente anche Fantasmi romani di Luigi Malerba, perché anche qui c’è una coppia borghese in cui ormai non c’è più traccia dell’amore, e il tradimento viaggia insieme ai malintesi, ai silenzi, all’idealizzazione dell’altro. Roma l’hanno sempre raccontata meglio i non romani, non c’è niente da fare, e infatti Luca Ricci è pisano. Un romanzo “umano, troppo umano”, per tutte le stagioni.

Iacopo Barison, Le stelle cadranno tutte insieme (Fandango, pp. 280, 17,50 euro)

Per questo romanzo si è parlato molto dimillennials, ma ridurlo a questo significherebbe etichettarlo, sminuirlo, spegnerlo. E invece, come cantavano I Cani: “Non è avere vent’anni, non è avere gli esami, fidati, è qualcosa in più”. E quel “qualcosa in più” qui si ritrova nelle vite dei tre protagonisti che piano piano si fanno grandi, nell’arco di dieci anni. Si sente l’influenza dei film indie americani, delle atmosfere alla Judd Apatow o alla Lena Dunham, come direbbe l’autore. E in un mondo totalmente brandizzato, pieno di rumori, viene fuori la fragilità dell’essere umano, la paura che il tempo ci scappi dalle mani, prima che possa diventare ricordo.

Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni, pp. 164, 14 euro)

Su Ibs come classificato come Narrativa Straniera, solo perché Elvis è nato in Albania, anche se questi racconti, lui, li ha scritti direttamente in italiano, la sua seconda lingua madre. Ma comunque il suo essere albanese gli permette di essere semplice, asciutto, di non ostentare le parole che conosce, che quando succede è una cosa terribile, perché il lettore vede lo scrittore che scrive e perde di vista il racconto. C’è un po’ di tutto, da una tv pestata accanto ai cassonetti a una donna che racconta la sua voglia di morire su un autobus, da un paio di scarpe troppo strette a un terrazzo pieno di fiori che non vengono curati. Sono “piccoli romanzi fiume”, per dirla alla Manganelli. Un mondo fatto di piccole cose, che stanno per cominciare, un mondo da cui un giorno o l’altro, forse, potremmo ripartire.

AndresNeuman, Vite istantanee (traduzione di Silvia Sichel, SUR, pp. 150, 14 euro)

Come nella sua precedente raccolta, Le cose che non facciamo, anche qui si gioca molto con il quotidiano, con le nostre debolezze, con i nostri fantasmi. Racconti che anche quando sembrano fin troppo surreali, in fondo, somigliano molto alla realtà. C’è un uomo che pensa di aver visto il suo futuro figlio, mentre un altro, in ascensore, ha incontrato il padre del portinaio, scomparso qualche giorno prima. Un altro ancora, invece, sogna la madre in una sala da concerto a Granada: “Il tempo ci rende orfani, la musica ci adotta”. Sono racconti pieni di luce e di nostalgia, che fanno bene al cuore, e quando stai lì lì per commuoverti, ti viene voglia di sorridere.

IanMcEwan, Il mio romanzo viola profumato (Einaudi, pp. 64, 5 euro)

Questo è un libro piccolo piccolo, che quando lo metti in valigia neanche si vede, potrebbe entrare anche nelle tasche esterne. È diviso in due parti. Nella prima c’è un racconto che parla di due scrittori, uno dei due è famoso, che sono amici di vecchia data. Il fatto che solo uno dei due sia famoso mette a rischio la loro amicizia e viene fuori una storia piena di invidie e di falsari, in linea con quello che diceva Harold Bloom nel suo saggio più conosciuto: l’originalità non esiste. La seconda parte è un intervento sulla scrittura autobiografica, dove McEwan spazia da Montaigne (“Sono io stesso la materia del mio libro”) a Oliver Sacks (“L’io è un racconto incessantemente riscritto”), dove il senso di tutto, alla fine, è che gli scrittori sono pagati per inventare storie. Come dargli torto?

Alessio Romano, D’amore e di baccalà (EDT, pp. 162, 8,90)

Non è facile dare del tu a una città come Lisbona, così scritta, ripresa, consumata, ricordata, ma Alessio Romano è riuscito a non scrivere l’ennesimo libro dimenticabile sulla città di Pessoa, Saramago e Tabucchi. Gli era stato chiesto di scrivere una guida, di raccontare i colori, le atmosfere, e soprattutto il cibo. E l’autore ha messo su un romanzo vero e proprio, tra cadute dal tram (sì, quel tram), azulejos, bacalhau spirituali, concerti di fado e una storia d’amore con un ragazza che somiglia tanto a Lisbona, che ne conserva lo spirito, la gioia di vivere. Un libro che ti fa ripensare ai giorni di scuola, a quelle lezioni che non finivano mai, che sarebbero state più belle se avessimo fatto geografia viaggiando o italiano scoprendo davvero le vite degli autori, la loro umanità.

Tiziano Scarpa, Le nuvole e i soldi (Einaudi, pp. 124, 11,50 euro) e Lawrence Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind (traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan, pp. 259, 14,50 euro)

Questi due li ho messi insieme non perché valgano meno degli altri, ma perché credo che le poesie, più che raccontarle, andrebbero lette. Il libro di Scarpa, a detta sua, più che una raccolta, è un “raccolto” di poesie, perché ce ne sono alcune scritte qualche anno fa. Si parla d’amore, di figli mancati, di madri, e soprattutto di morte: “i morti sono nuvole/ perché, nella visione del poeta/ controllano l’umore dei viventi”. Nell’ultima parte gioca con le parole e come nei suoi due ultimi romanzi le fa addirittura parlare. Le poesie di Ferlinghetti sono meno chiare, sono psichedeliche, degne degli umori della Beat, ma leggerle, comunque, ti fa sembrare di essere salito su una giostra da cui non hai voglia di scendere. Sono violente, tristi, disperate, senza senso, a volte, ma hanno il coraggio di raccontare il sentimento di chi si sente fuori dal mondo: “Siamo le stesse persone/ ma ancora più lontane da casa”.

Commenti
Un commento a “Consigli per l’estate”
  1. Giacomo scrive:

    Magari un manifesto, una volta tanto, per una riposante estate senza libri!
    Un lettore coatto

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