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Contrada Tripoli 2011-2017 – Arrivederci su Tatooine

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di Marco MontanaroGabriele Fanelli

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo,per vedere cosa resta di quell’esperienza. Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico.

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Capita a certi spiriti inquieti, o anche solo avventurosi. Lo sguardo coglie un particolare, meglio se insignificante – un coagulo di saliva nell’angolo della bocca, dei riccioli neri che si arruffano lunghi sulla nuca – e la realtà si rovescia nel suo contrario, nel mondo di sotto.

Il dettaglio che svela l’assurdo, insomma, e che in un certo senso nobilita o anche solo distrae la maggioranza di noi, costretta in vite ordinarie.

Capita più raramente, di contro, che tutto il contesto si faccia straordinario. Senza alcun preavviso. Ci troviamo a vivere un’avventura, tanto più intensa quanto circoscritta nel tempo – ed è allora che i dettagli, quegli stessi banali dettagli che in genere rivelano l’assurdo, ci ancorano adesso a uno spaziotempo ordinario, lo stesso cui poi, finito l’evento straordinario, faremo ritorno.

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Allo stesso modo, nel ricordo delle straordinarie giornate di primavera del 2011, tutto prende l’aria di un raddoppiamento. Non solo le nostre azioni. Anche noi – i noi attuali –non siamo che il doppio sbiadito di ciò che fummo e agimmo allora.

Chi sono io adesso, mentre osservo il quadrante di un orologio abbandonato tra le sterpaglie di questa campagna grigliata a morte dal sole? Chi ero io nel marzo 2011, mentre compilavo i ticket per la mensa della tendopoli coi colleghi, in ufficio?

Per riempire i badge usavamo nomi fittizi, nomi “da tunisini”. Alì e Mohamed i più gettonati. Loro non erano ancora sbarcati, li attendevamo come si attende un esercito di messia con le scarpe bucate.

Avrei compiuto ventinove anni il sabato dell’arrivo, da qualche mese lavoravo per chi avrebbe gestito le tende – assunto per occuparmi di comunicazione, proprio come M in Libia– i miei colleghi mediatori pronti all’accoglienza nel campo improvvisato tra scheletri di vecchi casermoni di tufo e arenaria.

Chi ero io nei pomeriggi successivi, quando, chiusi gli uffici, andavamo a parlare con loro, a offrirgli denaro e passaggi in auto verso la vicina Oria?

La strada – “lunga come una fucilata”, la definì il soldato Luciano Bianciardi, di contrabbando da queste parti nel 1943– era la stessa che percorriamo tuttora d’estate, verso il nostro bel mare da Maldive sulla costa jonica.

Sul lato sinistro villette da residenza estiva e distese di fotovoltaico, su quello destro una piana desertica, ingiallita dal sole che tutto secca e mobilita verso il basso, inducendo alla preghiera ma per sfinimento; più in là ancora certi crateri in cui si rifugiavano loro, in fuga dalle tende, per poi farvi ritorno a testa bassa, ricercati da poliziotti a cavallo, o scomparire tra gli ulivi.

(Uno ci morì, su quella strada. Investito da un’auto, di notte. Chi era, dov’è sepolto?)

A proposito di deserti. Parlando con M venne fuori che era nato sul pianeta Tatooine. Lo stesso di Luke Skywalker. O almeno questa fu la mia interpretazione – nel ricorsivo rincorrersi di dettagli ordinari che si incurvano in altri anelli sempre più insoliti – della sua provenienza geografica; in effetti Tatawin, nel deserto tunisino, fu il set e diede il nome a una delle tante invenzioni di George Lucas all’epoca di Una nuova speranza.

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Chi sono io adesso, chi sono gli altri che si trovarono a vivere quei giorni straordinari? Fummo eroi, soccorritori, narratori, aguzzini, affaristi senza scrupoli: tutte le gradazioni dell’intensità del vivere umano – del vivere tra umani – furono percorse, esibite, a tratti urlate.

Loro presero ad alzare la voce dopo i primi giorni,quando realizzarono che non avrebbero lasciato le tende a breve come gli era stato detto: né i tunisini né, a maggior ragione, le loro versioni contraffatte, i libici, gli egiziani e gli etiopi che si erano presentati come perseguitati politici da Ben Ali.

Del resto chi erano davvero, tra loro, quelli che comandavano tra le tende: poliziotti di Ben Ali o ladri e assassini evasi dalle prigioni del dittatore?

Chi sono io adesso, un abbondante lustro dopo, mentre con Gabriele frughiamo nel raddoppiamento fantasma di quell’invenzione giuridica?

Gli oggetti d’uso quotidiano, il manico di un coltello, quel che resta di un orologio o di una camicia di flanella, persino il proiettile – dato il nostro avventurarci in quella che resta comunque una zona militare: tutti questi dettagli riportano, come artefatti magici, alle tende blu-oceano ordinate tra recinzioni metalliche, alla polizia tutt’attorno, ai tunisini a bordo strada che chiedono spiegazioni; ma resta così poco di quei giorni che non sapremmo neppure dire, non davvero, se questa cianfrusaglia sia appartenuta davvero a loro o se non sia l’evidenza di altre incursioni postume, illegali come la nostra.

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Chi fu davvero J, tra i primi arrivati, che il mese di permanenza se lo fece per intero? In Tunisia faceva il muratore, avrebbe fatto lo stesso in Sicilia,dal fratello. Sulle prime fu la nostra compagnia più brillante;parlava un francese disteso, non tutto smangiato come quello di M; aveva un che di Lionel Richie, quell’aspetto da seduttore mulatto. Quando gli spiegammo che era già sbarcato in Sicilia e che se n’era allontanato vacillò per la prima volta, ironizzando amaro sulle sue stesse sorti. Un mese dopo, quando fu chiaro che il campo andava smantellato e i suoi abitanti mandati via, J non ragionava più. Scuoteva la testa, bofonchiava in una lingua tutta sua, non più intellegibile. Intuimmo che voleva partire, tentando l’incoerente ritorno verso la Sicilia, ma non aveva soldi a sufficienza.

Glieli prestammo. Colletta, venti euro ciascuno. Non avrebbe comunque ripulito il fegato dalla busta paga più alta mai goduta in vita mia.

Chi erano davvero gli italiani di allora? I giornalisti, gli abitanti di Oria e Manduria, e poi il redneck T, irsuto e abbrustolito dal sole bracciante, che arrivò con l’idea di catturare gli abitanti della tendopoli per farne operai invisibili sui suoi campi, e che poi – così va la vita non mediatica – si arrese all’idea di aiutarli a partire, clandestini o meno che fossero, portandoli in stazione.

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Oppure il vecchio signor Chirivì – il suo nome voglio scriverlo per intero perché adesso davvero potrebbe essersene andato di là, nel suo proprio, eterno raddoppio – il vecchio Chirivì e le sue filippiche contro gli immigrati urlate nelle telecamere del TG3 e che alla fine, in quel ritrovarci quotidiano come in una pasquetta infinita, volle prendere con sé due minori-non-accompagnati per accudirli.

Gli fu impedito da una giornalista: gli spiegò che quello sì, sarebbe stato illegale.

Minore-non-accompagnato, richiedente-asilo, migrante (ma anche giornalista, mediatore, redneck e così via): la burocrazia pure è un raddoppio, amorale e commestibile per l’organismo statale, uno stomaco di ferro e cavi elettrici che tutto trangugia per digerirlo altrove, il più lontano possibile; quei giorni di pasquetta e di canti harragas in cui tutto suonava insieme, tamburelli percossi tra gli ulivi come fossero djembe, un orecchio sempre teso verso Ventimiglia bloccata, verso la Francia dove tutti – escluso M – volevano andare; dove lo Stato italiano avrebbe voluto digerire, espellere tutta quella folla.

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Diceva M che il mio nome in arabo significa mare (mentiva, per amicizia); in Libia, nell’agenzia di comunicazione dove lavorava, guadagnava bene. A Oria ci sarebbe rimasto volentieri, non fosse stato per quel caffè in piazza Lorch servito in bicchierini di plastica come ai tossici e per quei cartelli in arabo che invitavano gli ospiti a non dimorare al tavolo per più di quindici minuti.

Una sera lo vidi partire, verso Bologna, in una macchina lunga e scura guidata da un italiano del posto.

Così noi mastichiamo tutto questo – ma cos’è tutto questo? Una nuova, indicibile Shoah? – ogni giorno. Ma non lo digeriamo ancora. Abbiamo bisogno di tempo, per mandar giù una storia come questa.

Allora tornare in questi luoghi è utile come rivoltare un calzino. Ma quel calzino non lo indossa più nessuno.

Noi no, non digeriamo ancora esodi e odissee contemporanee. Perché li conosciamo per frammenti. Il video di uno smartphone, la foto del piccolo A sulle rive dell’Egeo. E poi Oria-Manduria. Calais. Idomeni. Baobab. Aleppo. Lampedusa. Ventimiglia: quello che manca è il disegno generale, una mappatura coerente di questa miseria intensa, comunque felice.

Sapere che M o J sono vivi, che fine hanno fatto, se sono morti.

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Noi no, non lo vediamo, questo disegno. Ma l’Angelo della Storia, il raddoppiamento del nostro fegato – lui sì, stavolta vede tutto, in tempo reale, mentre accade, e così lo espelle, vomitandolo sulle nostre scarpe abbandonate tra stramonio e lavanda dopo un’allegra scampagnata.

(Nei mesi successivi a quel marzo-aprile 2011 ho sentito spesso il fratello di J al telefono. Mi ha raccontato che alla fine J era riuscito ad arrivare in Sicilia. Sulle prime si è ripreso. Si è messo a cercare lavoro, prima come muratore, poi uno qualsiasi. Niente. Ha iniziato a passare sempre più tempo al bar, è andato di nuovo fuori di testa. Gli mancava sua moglie, in Tunisia. Alla fine è tornato laggiù. Quanto inutile sforzo, ho pensato. Quanto a M, lo rivedo nel suo raddoppio digitale, su Skype, qualche giorno dopo l’attentato al museo del Bardo. L’ho lasciato che aveva ventiquattro anni. Adesso ne ha ventotto.È stato a Bologna, Genova, Milano. A Parigi ha fatto la guardia giurata. Poi ha provato in Germania, ma la Germania non gli è piaciuta. È tornato in Tunisia. Si è sposato. Adesso fa praticamente il pendolare tra Tunisi e Parigi, di nuovo. Lo guardo, il suo faccione franto in blocchi di pelle olivastra dai pixel della connessione instabile.Quante ne hai combinate, monami, gli dico. Aggiunge che sua moglie è incinta. Il mio francese scolastico, il suo sbrecciato, che si divora da solo. Dove sei, chiedo. Vicino Tunisi, in partenza per la Francia, ma poi torno qui per la fine della gravidanza. Vienimi a trovare, dice. Ma ci sono gli attentati, dico. Scuote la testa, a prendermi in giro.Mi mostra l’appartamento. Buio, pare una caverna in muratura, delle tende giallo piscio per infissi. Mi presenta i suoi amici. Sono tre. Mi salutano. Stanno cucinando della pasta con mezzi di fortuna. E poi dovevo venire a trovarti sul pianeta Tatawin, non a Tunisi, dico. Allora quando torno ci vediamo lì, dice M. Sorride di un’ottusità felice e sconosciuta a se stessa, che ignoro anch’io.)

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Bio

Marco Montanaro è nato nel 1982 e vive in Puglia. Ha pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti. In passato ha fatto il benzinaio, suonato musica elettronica, organizzato piccoli festival e lavorato nell’ambito della cooperazione sociale. Attualmente si occupa di scrittura e comunicazione. Suoi pezzi e racconti sono sparsi in giro per antologie e riviste; il suo blog è malesangue.com.

Gabriele Fanelli (1986) è laureato in Filosofia. Presso l’agenzia LUZ (Milano) ha frequentato la Luz Academy. Si è occupato di fotografia di scena. Ha preso parte a workshop e seminari con Paolo Verzone, Francesco Zizola, Antonio Manta, Tony Gentile (tra gli altri). Ha partecipato alla mostra itinerante internazionale Throughwaters. Le sue foto sono state pubblicate da Modern Farmer (USA), La Gazzetta dello Sport, Erodoto108, Rivista undici e Sportweek. Ha partecipato alla mentorship del collettivo Ulixes Pictures.

Marco Montanaro è nato nel 1982 e vive in Puglia. Ha pubblicato Sono un ragazzo fortunato (Lupo Editore 2009), raccolta di racconti circensi (con la partecipazione straordinaria di una piovra gigante); La Passione (Untitl.ed 2010), romanzo-farsa-tragedia in lingua originale; e Il corpo estraneo (Caratteri Mobili 2012), tragedia on the road. Altri suoi pezzi sono sparsi in antologie e in giro per la rete.
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