tumblr_kwikz66ohH1qapynvo1_1280

Contro Berardinelli quando dice che la poesia italiana è morta

Qualche giorno fa sul Foglio Alfonso Berardinelli commentava la chiusura della storica collana di poesia Lo specchio affermando che in Italia c’è una crisi strutturale della poesia. Ospitiamo questo intervento di Gilda Policastro, ringraziando l’autrice.

di Gilda Policastro

Alfonso Berardinelli ha sempre pensato all’avanguardia come a un partito politico di maggioranza, con la forza di imporre una sorta di anticanone e il destino di non riuscire a reggere la contraddizione tra la presa di potere e l’ambizione rivoluzionaria: pena la rinuncia a uno dei due, il potere (ossia la diffusione, la circolazione) o la rivoluzione (il rinnovamento, il sabotaggio del noto e del vieto). L’altra cosa che Berardinelli non ha mai compreso è la gratuità dell’operazione neoavanguardista, ma soprattutto dei suoi derivati o postumi, dal Gruppo 93 alle aree di ricerca attuali, anzi, in qualche modo l’autocondanna programmatica alla minoranza. Quella tra leggibilità (l’orientamento verso le masse di lettori) e illeggibilità (la presunta esclusiva attenzione ai pochi iniziati) è una questione che Manganelli si pose già alla fine degli anni Sessanta, quando nell’articolo La letteratura come mafia spiegò come la leggibilità andasse intesa quale «lievemente patologica mancanza di ironia». E, soprattutto, come quella programmatica affidabilità coltivata dagli scrittori tradizionali non fosse altro che rinuncia ad averci nuovi lettori, ma soprattutto a partorire nuove opere: «quei libri faticosi, sbagliati, in cui si nasconde una esperienza intellettuale inedita, il trauma notturno e immedicabile di una nascita». Neoavanguardia, Novissimi: nel nome, già, qualcosa che non c’era, e da allora in poi sì, almeno negli auspici del «racket degli illeggibili», ancora con Manganelli. Sapere bene come scrivere male, ad esempio, col noto paradosso stavolta sanguinetiano. Ma, al contrario, riprendere a scrivere nel deprecato (sempre dal racket, s’intende) poetese, per Alfonso Berardinelli sarebbe ancora utile o possibile o necessario? E lo sa Berardinelli che chi ha venti o trent’anni si forma su Sereni o Caproni non meno che su Pagliarani e Balestrini, finanche nei corsi universitari? Sa che quando pensa all’avanguardia come a un partito politico dell’arte non dice nulla a chi scrive poesia oggi, perché chi scrive poesia oggi (o ne pratica, con assunto ancora una volta sanguinetiano) si forma su tutte le arti, non solo sulla rima cuore-amore? Detto questo, chiuda lo Specchio, sì, e anche la Bianca (pure se non si vede come questo c’azzecchi con le avanguardie, dal momento che non è indubbiamente quella, con qualche vistosa eccezione, la strada per cui sono passate e meno che mai passano oggidì): è proprio guardando alle ultime generazioni e alle nuove scritture che si capisce come per nessuno dei poeti attuali possano più rappresentare un riferimento. Si leggono libri pubblicati da collane fuori mercato o di nicchia, ma, soprattutto, si legge poesia nella rete: è lì che si travalicano gli angusti confini delle letterine nostrane, perché il grande merito dell’avanguardia, mentore Arbasino, è stato quello di aver riaperto le frontiere, obbligando gli scrittori a confrontarsi con quanto succedeva fuori. Fuori d’Italia, e fuori dal recinto protetto dei generi: la miglior collana letteraria dell’ultimo decennio si chiama Fuoriformato, la ospitava Le Lettere (oggi ha traslocato presso L’Orma) e ha pubblicato Vittorio Reta, Patrizia Vicinelli, Gabriele Frasca, Luigi Di Ruscio. Poeti. Prosatori. Autori di testi irregolari, non codificabili secondo i criteri tradizionali (racket di “nuovi” illeggibili?) Ma poi non ha resistito alla mancanza di distribuzione, mentre in libreria continua a sbancare una narrativa di consumo e di genere che non ha alcuna rilevanza letteraria e meno che mai linguistica: «che sia lingua e non penna», commendava il saggio sul Trattamento del materiale verbale nei testi della nuova avanguardia, mentre se apro Maurizio de Giovanni, campione di vendite, trovo il trattamento di materiali del tipo seguente: «Livia sorseggia il caffè, come cercando le parole giuste. Falco assaporò invece il profumo che emanava da lei, un’essenza selvatica e pungente». Questo è sapere male come scrivere bene (sed male) e la poesia, caro Berardinelli, serve, abbiamo detto, esattamente al contrario: forse se i grandi editori, invece di chiudere collane, si accorgessero di questo, passeremmo dagli eterni funerali di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo a un revival di nuove, immedicabili nascite.

Commenti
62 Commenti a “Contro Berardinelli quando dice che la poesia italiana è morta”
  1. Gloria scrive:

    Io vorrei sapere dove cazzo siete stati negli ultimi quarant’anni: sulla Luna? L’ultimo vero grande poeta che l’Italia (e non solo) ha avuto è stato Pasolini. La poesia è morta con lui (che guardacaso è stato ammazzato). Dopo, soltanto la merda ributtante di Maurizio Costanzo, Maria De Filippi, Silvio Berlusconi e Partito Democratico.

  2. Giorgio scrive:

    ma il gruppo è 63 o 93? detto ciò, di poeti che “nicchiano” ce ne sono anche oggi, e in rete si trovano anche utili indicazioni oltre che i testi stessi, e la situazione mi pare molto vitale, invece…

  3. roberto batisti scrive:

    Gloria, se la sua idea di grande poeta è Pasolini (anzi, ‘ultimo’ grande poeta, ovviamente), e se la sua antitesi alla grande poesia è Canale 5 (più il PD, naturalmente, e qui temo abbia ragione), sospetto che di poesia contemporanea sappia abbastanza poco.

    ciò detto: porre dicotomie fra leggibilità e illeggibilità è un falso, come se si trattasse d’un tratto binario, e non invece d’un gradiente capace di mille sfumature diverse (e, più importante, di mille PARAMETRI linguistici diversi in base ai quali un testo può risultare facilmente leggibile o meno; ma qui bisognerà aspettare che Davide Castiglione pubblichi qualcosa di chiarificante). l’UNICA osservazione interessante dell’articolo di B., secondo me, se dobbiamo trovarne una (perché son d’accordo che le campane a morto sulla poesia italiana lasciano il tempo che trovino), sta nella differente ‘qualità’ della non-immediata-leggibilità d’un Rimbaud o d’un Mallarmé (ma si posson fare anche esempi molto più recente, perché la questione non sembri diacronica: non lo è) rispetto a quella, spesso programmatica gratuita e sterile, di certe avanguardiacce (paleo- meso- e neo-).

  4. RobySan scrive:

    Uno che scriva “Livia sorseggia il caffè, come cercando le parole giuste. Falco assaporò invece il profumo che emanava da lei, un’essenza selvatica e pungente” è un minus habens. Non mi pare onesto prenderlo come termine di paragone!

    @Giorgio: gruppo 63 e gruppo 93, sono entrambi esistiti.

  5. bolideveloce scrive:

    giorgio, quanto al gruppo 63 o 93: tutt’e due http://www.parodos.it/letteratura/breve/23.htm

  6. Giorgio scrive:

    @bolideveloce grazie! In effetti nutrivo dei dubbi ma ora sono certo che si riferisca al ’93.

  7. max scrive:

    Una CERTA idea poesia è morta: l’idea umanistica e libresca (e PPP nasce umanista, e poi diventa altro: un cineasta e un mondano – non c’è NIENTE DI MALE – e diventa un uomo in GT 2000 che va al Piper con Ninetto e in vacanza con la Callas). Walter Siti nella pref. ai Meridiani nota quanto PPP fosse affrettato nei suoi progetti, sciatto, vanaglorioso, impreciso, ecc. – proprio perché dal 1960 PPP quarantenne non è più un umanista. lo si leggerà meglio come mago (=persuasore, non occulto, ma persuasore, e Vittima designata) che come umanista.

    Beh, la poesia. La poesia funziona molto bene come *arte applicata*: applicata al cinema, al teatro, alla canzone pop/olare, alla musica colta. Non funziona più in sé, nei libri, nella scatola di carta dove è ingabbiata. Basta liberarla. Una generazione di poeti saltimbanchi e professionisti e Pagliacci sta per venire? C’è chi ci crede (e non è la generazione dello Slam; è proprio un’altra cosa). Avevate paura dei Riflettori e cercavate la carta, quindi giocavate a carta con Cucchi e lo facevate vincere (tutto serve); ma è meglio cercare il Pubblico – che NON vuole la carta – , e così troverete le tigri! (o vi sbranano, loro, o le cavalcate, voi).

  8. roberto batisti scrive:

    Max: sul secondo paragrafo, nella misura in cui l’ho capito (‘le tigri’?), non sono d’accordo. E non menzioniamo la musica popular, per favore, che è altra cosa, annovera autori bravissimi ma non c’entra con la poesia, si tratta d’uno degli equivoci più frequenti in chi difficilmente ha sfogliato libri di poesia usciti negli ultimi 60 anni e I CANTAUTORI SONO I NUOVI POETI – evitiamo. I libri di carta (!) non ingabbiano nulla, la letteratura occidentale è SCRITTA da quasi tre millenni. Di pagliacci, poi, ce n’è già in giro abbastanza, non trova?

  9. max scrive:

    parlo sempre secondo UMORE & AMORE.

    se Franco Buffoni è un poeta, CLAUDIO ROCCHI è due poeti.
    se Lello Voce è un poeta, CAPOSSELA è due poeti.

    essere Pagliaccio – Hanswurst, come da Ecce Homo, Nietzsche – è un mestiere. pensi a Karl Lagerfeld.

    ma questi libri, questi libri… su, li legge un italiano su 100.000, quando va bene: c’è qualcosa che non va. applicatevi all’arte applicata! praticate l’Oltre-uomo e la pata-ta-fisica!

  10. Marinella scrive:

    Cito senza ricordare la fonte (e me ne scuso): ‘Chi scrive poesie dopo i vent’anni o è un poeta o è un cretino’.
    La poesia è morta perchè pochissimi, oggi, appartengono alla prima categoria.

  11. LM scrive:

    Marinella, la bella citazione mi sembra Benedetto Croce, non tanto appropriato in questo contesto (non avertela). Invece è appropriato Manganelli, che non credo sarebbe d’accordo con le delicate ma non del tutto disinteressate argomentazioni della raccontessina Gilda Policastro: ” Otto decimi della poesia moderna ci dimostrano che si può essere sciocchi in un modo non solo signorile, ma incredibilmente complicato “

  12. Vladimir scrive:

    L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.

    Hannah Arendt – Tra passato e futuro

  13. Fiorella scrive:

    Mi sembra di capire che l’autrice ritiene che la poesia sia viva e vegeta e sia rintracciabile soprattutto in rete. Che abbia poco seguito, anche per colpa dei critici e degli editori, a fronte di una narrativa scadente che, invece, è seguitissima.
    Penso che, a parte la rete – tratto tipico solo negli ultimi 20 anni – l’analisi per tutto il resto si possa applicare a qualsiasi periodo dopo la prima rivoluzione industriale. Ciò che è peggiorato è la narrativa, un tempo di grande livello anche nei romanzoni un po’ d’appendice che vengono classificati come “storici” (penso a Stendhal e Manzoni) e in quelli di avventura. La poesia è sempre stata di qualità in molti casi, e sempre poco seguita dalle masse. Questa lontananza tra la poesia e un vasto pubblico è la cifra di quella illeggibilità di cui si parla nell’articolo; cifra che rende la poesia, poesia.
    Bisognerà farsene una ragione, a cominciare da Berardinelli.
    Riguardo alla chiusura de Lo specchio, se una casa editrice non vuole andare in perdita quando stampa poesia ormai deve stampare in digitale: la rete, come si diceva, la rete è sovrana.

  14. Aldo Nove scrive:

    Berardinelli sukami la minchia!

  15. Mauro scrive:

    Sfido un qualunque lettore mediamente colto (un laureato in lettere: diciamo un insegnante di lettere di scuola media secondaria) a recitare a memoria non una poesia, ma anche solo tre versi consecutivi scritti da un poeta italiano negli ultimi quarant’anni. Quando la poesia non è più memorabile, che poesia è? E la colpa non mi pare sia della nostra smemoratezza.

    Meglio venirci con la testa bionda,
    che poi che fredda giacque sul guanciale
    ti pettino co’ bei capelli a onda
    tua madre…adagio, per non farti male.

  16. Poppediosilone scrive:

    « Ascoltami, i poeti laureati
    si muovono soltanto fra le piante
    dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
    lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
    fossi dove in pozzanghere
    mezzo seccate agguantano i ragazzi
    qualche sparuta anguilla:
    le viuzze che seguono i ciglioni

  17. Anna Cascella Luciani scrive:

    oye la lluvia correr por la terraza,
    la noche ya es más noche en la arboleda,
    en los follajes ha anidado el rayo,
    vago jardín a la deriva

    Octavio Paz, “Como quien oye llover”

  18. Anna Cascella Luciani scrive:

    Il commento da me inviato il 17 luglio alle 08.14 è stato inviato dopo quello di Alessandro Canzian del 16 luglio.

  19. Lucia De Santis scrive:

    (Dedicato alle tigri)

    […]
    Una terza tigre cercheremo. Questa
    sarà come le altre una forma
    del mio sogno, un sistema di parole
    umane e non la tigre vertebrata
    che, al di là delle mitologie,
    calpesta la terra. Lo so bene, ma qualcosa
    mi impone quest’avventura indefinita,
    insensata e antica, e persevero
    nel cercare lungo il tempo della sera
    l’altra tigre, quella che non è nei versi.

    L’altra tigre, di Jorge Luis Borges
    da http://www.aphorism.it/jorge_luis_borges/poesie/laltra_tigre/

  20. max scrive:

    le tigri – come *Cristo la Tigre* – ringraziano e ringhiano. Non rischiano loro: sono un rischio per gli altri. La poesia deve accettare di essere un’arte applicata ad altre arti, e applicata al pubblico. La seguente frase è banalissima, ma in Italia può essere presa seriamente come esempio di “coraggio intellettuale” (e in realtà non è coraggiosa, ci mancherebbe altro: il coraggio è altro, sempre, e di solito non è intellettuale):

    se Franco Buffoni è un poeta, CLAUDIO ROCCHI è due poeti.
    se Lello Voce è un poeta, CAPOSSELA è due poeti.

    Il Pagliaccio e le Tigri. Il Circo e lo Zoo (oh: il Gran Teatro del Mondo).

  21. Tiziano Fratus scrive:

    La poesia è vivissima, cammina nelle ombre, nei silenzi e nelle piazze. Talvolta anche in quel continente verticale che è la pagina. Pace a tutti coloro che non la sentono, che non la percepiscono o che non la capiscono. Si perdono qualcosa

  22. Lalo Cura scrive:

    è chiaro, berardinelli si sbaglia, e fa bene la policastro a farglielo notare, e fa bene m&m a pubblicare la policastro che fa notare a berardinelli quanto sia miope e falloso il suo stanco argomentare

    quindi la poesia è viva e vegeta, anche se lo specchio è offuscato o (è) crepato
    e poi, diciamola tutta, non è nemmeo vero che non esistono versi memorabili prodotti dai pœti degli an(n)i zero, basta saperli cercare nei libri e negli autori giusti e l’effetto è assicurato, ci si ritroverà a recitarli mane e sera come un mantra indelebile

    qualcuno di voi provi a cancellare dalla sua mente quartine come questa:

    il dolore dell’inizio
    il dolore dell’ospizio
    il dolore dell’indizio
    il dolore dell’orifizio

    o come quest’altra:

    il dolore dell’amore
    il dolore del rumore
    il dolore del dolore
    il dolore del cuore

    su sveglia, abbandonate il poetichese pascoliano e montaliano che è in voi e datevi alla neo-post-trans-infra avanguardia

    lc

  23. roberto batisti scrive:

    Lalo Cura, come si vive bene con gli strawmen, neh?
    Max, mi arrendo: hai 17 anni, vero?

  24. Lalo Cura scrive:

    batisti, la prego, anche lei con questi francesismi…

    stavo solo rispondendo alla “sfida” di un commentatore che invitava a recitare a memoria tre versi scritti negli ultimi quarant’anni: ho abbondato, nevvèro, ma per dimostrargli che, anche a considerare solo gli an(n)i zero, i versi memorabili sono una miniera inesauribile – basta scavare

    lc

  25. gloria gaetano scrive:

    E’ chiaro che Berardinelli, come tutto Il Foglio, ha aderito totalmente al neoliberismo , non come periodo storico ed economico, ma come eterno esistere dell’utile ,della cosiddetta pragmatica, contro la letteratura, la poesia, la musica. Non c’è rinnovamente ,in queste arti, non sono utili. E infatti si vendono poco.
    Inutile dire che la poesia, come arte polisemica, che racchiude musica sinestsia, parole dense, Anche il senso della vita, una concezione della vita e della pietà verso unmondo che va chiudendo sempre più le porte del paradiso dei ricchi, lasciando fuori popoli poveri, cui neanche la cultura è concessa. Cui prodest sensibilità, fantasia, arte, parole? A niente e a nessuno. Ma Noi continuiamo ad amarle e coltivarle per resistere, ad un cosmo che distrugge risorse tutte le nostre risosrse umane. Noi leggiamo bellissime poesie, come quella delle poete nell’ultima antologia di Einaudi. Abbiamo ancora consrvati i libri dello Specchio. Leggiamo paesie di altri paesi, africani e sudamericani. Non mi meravigli se un giornale come il Foglio e un critico come Berardinelli reciti ilcanto del cigno della poesia. In un’epoca di Sopravvivenza del capitale attraverso banche e finanze, non resta assecondare il successo, di mostre o di premi , di luoghi di relazioni gratificanti . La poesia ,l’arte, la musica servono per conservare reti di incontri ,intrattenimenti. Nient’altro. Io cerco altro, proprio nella poesia e nella scrittuira.

  26. Poppediosilone scrive:

    LG conosco un rapper che scrive rime più interessanti, se vuoi te lo presento.

  27. Gloria scrive:

    Le raffazzonate minchiate di Roberto Batisti, in perfetto stile “Teatro Parioli degli anni Ottanta”, con quel tanto di superiorità intellettuale e puzza sotto il naso che hanno imbarbarito il nostro Paese negli ultimi trent’anni non meritano risposta. Quanto a Max, che ostenta tutta la sua subcultura da repertorio aldobusiano e parentiano e non trova niente di meglio che ripetere pappagallescamente le uniche “critiche” che si possono muovere a Pasolini (le vacanze con la Callas, l’Alfa GT 2000 acquistata di seconda mano, si informi bene), provo ad articolare per lui una risposta esaustiva per quel che il tempo e la voglia mi permettono, invitandolo a studiare di più prima di uscirsene con commenti penosi come quello sopra, che, per pressappochismo e insulsaggine potrebbero fare benissimo il paio con le raffazzonate minchiate di Batisti.
    Allora, sopportando bene o male tutto questo fiume di parole in libertà (ossia tutti fiumi che non arriveranno mai al mare), posso dirti, Max, quanto segue.
    La cosiddetta Opera Completa di Pier Paolo Pasolini, nella collana dei Meridiani Mondadori, curata e guidata particolarmente dallo studioso italiano Walter Siti, appare nel febbraio 2003. E’ un’opera racchiusa in dieci volumi, ben impaginati, stampati su carta leggera giallina, ben rilegati in pseudo-pelle blu scuro e con scritta dorata per i titoli delle raccolte. Volumi molto costosi, il cui prezzo non è accessibile a tutti. Volumi adeguati per fare bella figura, per metterli in uno scaffale sottovetro, ma non per leggerli, per studiarci sopra: bisogna avere dita filiformi e sempre ben curate – ma non con unghie lunghe – e non guastate da un lavoro manuale e pesante. Alla fine dell’ultima raccolta (di due volumi) delle poesie, c’è una lunga postfazione del curatore Walter Siti (e che tu, Max, hai citato, senza averla probabilmente approfondita), persona rispettabile, certo, e gentile, il quale, come curatore dell’opera, si trova davanti alle poesie di Pasolini, e a tutte le cartacce sparse (non si capisce perché proprio la poesia venga posta come ultima raccolta, tanto piú che Pasolini teneva in grande conto la poesia). Walter Siti si trova in una grande contraddizione con se stesso e la sua visione del mondo, pur non essendo un filologo, come egli stesso conferma. Il titolo che egli dà a questa conclusione di queste sue fatiche di Ercole è L’opera rimasta sola. Questa postfazione non è un articolo giornalistico, a cui si potrebbero perdonare molte cose, no, no, questa è la difesa di se stesso, del curatore, il quale non capisce l’autore che gli fu affidato. E’ l’indignazione del curatore. Certo il lavoro suo gli venne degnamente retribuito. Ma la sua coscienza è in bilico: tra quello che si è e quello che si deve, per lavoro, compiere. Mi sia permesso di immaginare un Walter Siti impegnato in un lavoro interessante, piegato sulle carte di un autore a lui alieno, lavoro accettato per motivi di retribuzione, ma anche per reputazione. Bisogna anche avere da parte nostra la mite tolleranza per capire che per Walter Siti questo lavoro di raccolta sia stato un vero tormento personale, scoppiato poi in questa sua ultima crisi della postfazione. Walter Siti, nella sua anima, disprezza Pasolini. E lo disprezza cosí profondamente da discreditare volgarmente non solo l’uomo che era, ma anche tutta la sua opera. Walter Siti non riesce a capirlo e in tutto il suo solerte impegno non può accettare il metodo di lavoro di Pasolini (troppo poco ordine tra le su carte, troppi progetti iniziati non finiti, ecc. ecc.). Walter Siti non è un artista. È un lavoratore di cose letterarie. Prima di tutto, Pier Paolo Pasolini, non pensava certo di morire già, pur portando in sé dalla sua nascita un profondo senso filosofico della morte. – E poi: Pier Paolo Pasolini è un artista, un artista che è alla ricerca della verità poetica, senza dogmi accademici o senza appigliarsi totalmente ai modelli della tradizione. Pasolini, senza dubbio alcuno da parte mia, è il poeta del nostro tempo, il grande poeta, come fu grande Dante al suo tempo. La sua forza della contraddizione fa di lui l’UOMO NUOVO.
    Scrive Walter Siti, tra l’altro: “C’è in lui, fin dall’inizio, una feroce volontà di essere autore” (p. 1921). L’astio in Walter Siti cresce, vede e visiona qualcosa di diverso che è estraneo al sentire e fare dell’artista: un individuo nato e cresciuto e vivente in un campo magnetico di una certa società storica (e Pasolini, accentua continuamente la limitatezza storica, del suo tempo e della sua esistenza in esso). Un artista nel suo tempo, che si impone per elezione naturale la gioia della creazione, cioè di riuscire ad esprimere qualcosa del tutto, nel razionale e nell’irrazionale da una sua visione della realtà.

    Sono stato razionale e sono stato
    irrazionale fino in fondo
    Pier Paolo Pasolini, Frammento alla morte, in La religione del mio tempo, in Bestemmia, Garzanti

    Tutto un agglomerato d’idee da esprimere in forme, una ricerca genuina dell’essere, un aggiornarsi nei fatti e dei fatti, un’esperienza di vita, è l’opera di Pier Paolo Pasolini.
    Questa postfazione, in tutte le sue fibre, è un insulto raffinato al Poeta Pier Paolo Pasolini. Per fortuna, queste edizioni selezionate dei Meridiani Mondadori non vengono quasi mai lette veramente.
    La postfazione inizia come segue:
    “Dunque i dieci volumi sono qui, catafratti nella loro epidermide blu scura, con la loro illusione di finitezza, la loro sperata impeccabilità. Ma Pasolini è stato, ed è, lo scrittore dell’imperfezione. Quante volte, curando i testi, mi sono irritato per il suo inconcepibile pressappochismo. Continua a citare a memoria, sbagliando le citazioni […] E questo non solo nei manoscritti, nelle prime redazioni buttate giù alla brava, ma in testi pubblicati di cui dovrebbe avere, presumibilmente, corretto le bozze. […] Per fretta, naturalmente, la fretta di una carriera costruita all’insegna del non-ho-tempo; per disprezzo, anche, di un’erudizione da culi di pietra, per insofferenza e odio all’accademia (con relativo sotterraneo complesso di inferiorità). La pazienza artigianale e il rispetto per il lettore non hanno mai preso, in Pasolini, la strada dello specialismo; anzi lo specialismo e la pignoleria gli sono sempre parsi travestimenti della rassegnazione e della rinuncia.
       La cialtroneria di cui viene voglia di accusarlo è piú che altro bulimia intellettuale: cita passi che trova virgolettati su una rivista e fa credere d’aver letto il libro da cui provengono; parla di Eros e civiltà di Marcuse quando ne conosce soltanto un capitolo antologizzato da Fortini; lascia cadere nei versi una frase di Valéry come se fosse una vecchia frequentazione, mentre l’ha appena incontrata in Jakobson (e per di piú sbaglia il francese); esibisce con sicurezza testi che ha soltanto orecchiati, butta lì l’allusione a una rivistina psichedelica rarissima solo perché in viaggio ne ha sfogliato un numero. Costella (soprattutto nei primi anni) le sue opere di epigrafi e di eserghi preziosi, suggestivi di una cultura che non ha; dissemina riferimenti alla linguistica, all’antropologia, alla sociologia rubacchiati in pubblicazioni specialistiche. Non dichiara le sue fonti, nemmeno in nota, spesso oltre i limiti del plagio; di una ‘imitazione’ di Langston Hughes resta come unica traccia il titolo, Spiritual; del Norman O. Brown saccheggiato in Bestia da stile (e saccheggiato proprio in quanto libro composto da altre citazioni) non resta nessuna traccia per il lettore comune. Eliotismo poundiano, certo, con questi frammenti ho puntellato le mie rovine eccetera, – ma anche direi, gioco delle parti di un teatrino interiore. Il ragazzino bravo del primo banco, un po’ secchione, si è vergognato, e si è mascherato da ossesso ribelle, da maledetto, da ladruncolo; però ogni tanto si rifà vivo da sotto la maschera, ingiungendo al trickster di leggere tutto, di tutto sapere, di non aver mai pace.”
    Il professore Walter Siti boccia a pieni voti senza esitazione e con una certa soddisfazione della sua autorità, il giovane e il vecchio Pasolini. Lo condanna senza appello a ritirarsi dalla scena e a rimanere chiuso nel sarcofago blu della collana dei Meridiani, che in fondo non se la merita.
    Si permette anche di fare un poco lo Sherlock Holmes e di frugare nella biblioteca personale di Pasolini, che a quanto pare, e chissà perché, è decimata. Un ultimo controllo sulla cultura di Pasolini nel definitivo processo a Pier Paolo Pasolini. 
    “A consultare i pochi libri rimasti della biblioteca di Pasolini, si resta colpiti da un particolare che conferma l’impressione di disinvoltura (o a dir meglio di sfacciata improntitudine) culturale; molti volumi di quelli che lui cita e utilizza spesso, sono fittamente annotati e accanitamente sottolineati, nelle prime pagine – e poi c’é una piegatura diagonale dell’angolo superiore, di quelle che si dicono ‘orecchie’ e al di là il libro è assolutamente intonso”.
    C’è un bel libro in lingua tedesca del poeta tedesco Christoph Klinke, Wir sind alle in Gefahr, ed. Oberbaum, Berlin, un titolo preso dall’ultima intervista di Pasolini concessa a Furio Colombo: “Siamo tutti in pericolo”. Ed oggi, piú che mai, tale espressione si conferma valida.

    e nella piú perfetta solitudine –
    j’accuse!
    Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, in Bestemmia, Garzanti.

  28. Faulken scrive:

    “Fuoriformato” la collana diretta da Andrea Cortellessa ? Il “critico” che ha impiegato 15 anni a capire che Mariangela Gualtieri è davvero una poetessa ? Suvvia… suvvia… nel 2015 ancora articoli che iniziano con “contro” e si discute ancora di avanguardia… suvvia… Negli anni ’60 Tel Quel (nonostante la fuffa filomaoista sempre una spanna avanti rispetto alle nostre avanguardine Ecolaliche) si occupava di Dante Alighieri, solo noi abbiamo saputo degradare il più grande poeta di sempre a Benigni… Basta rovistare nei cataloghi fine ’60 / inizio ’70 di Einaudi o Feltrinelli, davvero qualcuno avrebbe il coraggio oggi di perder tempo con quella roba ? (tipo la collana color fuxia ricerca letteraria einaudi, quella italiana…)

    Non c’è crisi, certo che no… va tutto bene, l’importante è che il cricket sia realizzato dalle persone giuste… Sticks and stones may break my bones But words will never hurt me…

  29. Pupi scrive:

    Buongiorno.
    Vi segnalo le poesie di una mia grandissima maestra universitaria: Enrica Salvaneschi (ed. Book, Rho Ferrarese).

  30. roberto batisti scrive:

    Cara Gloria (cognome?), le doppiamente ribadite “raffazzonate minchiate” (complimenti per la prosa fine e criticamente penetrante, a proposito) se le tenga per sé, se permette. Io non l’ho insultata ma ho espresso un’opinione (forte e recisa e dibattibile quanto mi pare, non direi che le sue lo siano meno) sulla sua presa di posizione letteraria. Nella gran parte del post, peraltro, non perseguivo alcuna polemica personale ma stavo pienamente on topic, mi sembra. Il “teatro Parioli degli anni ottanta” (?!?), poi, lo sa solo lei cosa c’entri.

    Quanto al suo WALL OF TEXT in difesa di PPP, che dire, mi arrendo, nel magico mondo dell’Internet si meriterebbe come unica risposta “tl;dr” ma invece sarò più simpatico di lei e riconoscerò volentieri i meriti di Pasolini (che comunque non ho mai negato in assoluto; contesto la definizione iperbolica che lei ne dava, punto e basta). Pasolini del quale, ormai è evidente, lei è la massima vestale e apologeta, e guai a toccarglielo; evidentemente, bisogna essere almeno un Walter Siti per meritare la sua “mite tolleranza” (!!!) quando si osa criticare il Maestro – altrimenti, solo insulti.

  31. Gloria scrive:

    Batisti, questi sofismi da minchione raffazzonato li tenga per sé e non impesti la rete e l’aere con le sue tiritere di cui non ce ne pò fregà dde meno. Lei mi ha tirato in ballo e io Le ho fatto fare un bel giro di valzer con tanto di ginocchiata alle palle: non abusi oltre della mia pazienza, né di quella degli utenti di M&M: non ci fa una bella figura. Nessuno qui sente la mancanza della Sua prosa “fine e criticamente penetrante”, quantunque Le piacerebbe molto averne una. Quanto a Pasolini, non sono né sua vestale né apologeta: l’opera di Pasolini è là, e chiunque – se è obiettivo e non pratica la malafede – può riconoscerne la grandezza e rimanere quantomeno ammirato dalla sua perenne contemporaneità (o universalità, che dir si voglia: ancora oggi possiamo leggere le sue pagine applicandole a molti dei casi italiani o internazionali e trovarle di indiscussa attualità; per non parlare dei vertici linguistici raggiunti in “Trasumanar e organizzar” o della tremenda belle zza del film “Teorema” – e potrei andare avanti per molto, ma non credo servirebbe). Certo è che Pasolini, tra alcuni secoli, sarà ancora letto, studiato e recitato nei teatri; mentre assolutamente nulla rimarrà di personaggi mediatici alla Marie Corelli come Busi, Parente, Camilleri, Tamaro, Eco, Gramellini, E L James e compagnia brutta (tutti comunque inferiori a Baricco, che quanto a mediocrità pure non scherza) che lascio volentieri a Lei.
    Strano che non sappia niente del “Teatro Prioli degli anni Ottanta”: Lei, Batisti, sembra uscito proprio di là: che non ne abbia nozione e/o percezione è segno di quanto in profondità sia stato perpetrato il Male dal sistema mediatico-politico degli ultimi decenni.
    Poi: il complesso di inferiorità che Walter Siti prova nei confronti di Pasolini è confessato dallo stesso autore modenese nel romanzo “Troppi paradisi”: leggere per credere: chi si pone in tali termini nei confronti del suo oggetto di studio non può che scrivere prefazioni e postfazioni quantomeno bislacche.
    Infine: “lei” inteso come formula di cortesia si scrive con la elle maiuscola (lo stesso dicasi per enclitiche e proclitiche), altrimenti è pronome femminile di terza persona singolare.
    E questo è tutto.
    Voglia gradire le mie più cordiali scuregge. Gloria (e il cognome sono cazzi miei, Batisti; non Gliel’ho mica data!).

  32. roberto batisti scrive:

    Cara Gloria,

    – L’uso delle maiuscole nei pronomi di cortesia, sul quale non ho certo bisogno d’esser informato da Lei, è certamente prassi inveterata, ma al giorno d’oggi quantomeno non univoca, e da certuni (linguisti, non mio cugggino) persino sconsigliata (soprattutto in corpo di parola). Dovrebbe anche esserLe noto che, sul web, si omette spesso la maiuscola anche a inizio di periodo, e questa pure è – in tale contesto – prassi diffusissima. Da parte Sua, quindi, attaccarSi a ciò per screditarmi è vagamente ridicolo (e mi creda, il ruolo della grammar nazi non Le si addice). In ogni caso, non omettevo certo tali maiuscole per veicolare una mancanza di rispetto, e poca fatica mi costa adoprarle, come vede.

    – E’ appena il caso di farLe osservare che, nel negare ironicamente alla Sua prosa i pregi della raffinatezza e dell’acume critico, non li sto in alcun modo riconoscendo, per contrasto, alla *mia* scrittura; intendere il contrario significherebbe avere forti lacune in logica o, cosa più grave, essere in malafede e voler ricorrere a espedienti da seconda elementare per averla vinta. D’altronde, quanto a raffinatezza, il Suo ultimo post conferma agevolmente la mia osservazione, in particolare con quella magnifica e argutissima chiusa. Questi toni e queste volgarità sono del tutto ingiustificati da ciò che io ho scritto, e questo – questo sì! – è sotto gli occhi di tutti i lettori di M&M, per quel che importa.

    – Tornando, tuttavia, dalle Sue miserie argomentative al povero Pasolini (povero, s’intende, non per i suoi eventuali limiti di scrittore e d’intellettuale, ma per il livello dei difensori che oggi gli toccano), vorrebbe avere la cortesia di spiegarmi che ci azzecco io con la sfilza di personaggi (di disegual valore), da Busi a James, che Lei cita e che “mi lascia volentieri”? Mi scusi, ma argomento così non fa che rafforzare il sospetto da me espresso fin dal primo post, cioè che Lei Si sia costruita una mitologia manichea del mondo in cui da una parte sta il Santo Pier Paolo come unica e somma incarnazione del Bene, e dall’altra una caricaturale accozzaglia di figure diversissime accostate in modo improbabile, tutte naturalmente rappresentanti del Male (e io ho ovviamente scritto ‘Bene’ e ‘Male’ con la maiuscola in maniera ironica; la cosa tragica è che Lei veda nella mia estraneità ai Parioli degli anni ’80 il segno della vittoria del Male [?!?], e lo dica con tutta serietà). Davanti a tanto ossessivo e autoreferenziale sproloquiare, sarà inutile, temo, farLe osservare che in ogni caso ‘i Parioli’ non possono essere in alcun modo un criterio significativo per divinare la mia formazione culturale, se non altro perché non ho mai vissuto a Roma.

    Ma davvero, finiamola qua. Non credo neanche che dietro a Lei si nasconda un troll: sono più professionali, quelli.

  33. Gloria scrive:

    Batisti, la maiuscola per la forma di cortesia sarà prassi inveterata per Lei: che faccia riferimento alle abitudini sgrammaticate del web e che queste possano costituire una regola solo perché “prassi diffusissima” la dice lunga sulle fonti culturali alle quali Lei si abbevera. La grammatica, senza forma, non ha sostanza. Non santifico nessuno e Lei non ha alcun diritto di attribuirmi un’ignoranza in materia di poesia contemporanea che non ho: stia attento quando vuol fare il liquidatorio con persone che non conosce: può sbatterci il muso e raccattare figuracce irrimediabili. E dico “muso”, e non “faccia”, perché la Sua natura di animale era già palese dal Suo primo post (per chi sa leggere tra le righe): la cortesia manierata del Suo ultimo messaggio è ributtante, e anche questa la dice lunga su quanto Lei sia falso e viscido. Meglio una verace come me, che un finto gentiluomo come Lei. E adesso, Batisti, si tolga dalle palle (ne ho più di Lei, a quanto mi pare di capire) e non mi scassi più con le Sue tiritere melense e ruffiane. Io i coglioncelli come Lei me li mangio a colazione. Aria!

  34. roberto batisti scrive:

    Gentilissima (si fa per dire),

    “Natura di animale”? Questi non si chiama esser ‘veraci’, si chiama essere screanzati in maniera a dir poco delirante. E imbarazzante.
    L’aria vada a prenderSela Lei, Le farà bene.

  35. simona scrive:

    Gloria io ti sto applaudendo da un’ora calcola. Quoto e straquoto. Simona

  36. simona scrive:

    Gloria oltre a quotarti posto qui un pezzo di Berardinelli che è sublime http://www.pasolini.net/saggistica_Berardinelli-Manganelli.htm

  37. Loredana scrive:

    Mitica Gloria!
    In bocca sua (pronome di terza persona singolare, per carità!) il giro di valzer con scoglionatura annessa non sembra neanche il reflusso gastro-bagaglinesco che potrebbe parere. Certo, Batisti, meglio avere in bocca Pippo Franco, e pariolinismi connessi che non Lei con quel noiosissimo vizio di avere ragione. Che oltretutto a Gloria, dopo, toccherebbe pure dirLe il cognome!
    Ora torno sulla luna.
    Per altri quaranta anni.
    Senza manna né Pasolini.
    Ma magari ci scappa un Costantino, dipende da Maria…
    Scappo che mi parte l’ippogrifo.
    Loredana

  38. Mauro scrive:

    Bello questo delirio purissimo. C.v.d.: Quando la minima non scende sotto i trenta, neanche di notte, la moralia non esiste più. Il mio tablet per un Pinguino!

  39. Woody scrive:

    Suvvìa, non ditele tutte adesso. Conservatene qualcuna per la menopausa.

  40. Gloria scrive:

    Batisti, ancora qui a rompere le palle? Ma si tolga, per favore, e definitivamente!
    Ribadisco, insisto e sottoscrivo: Lei è falso e viscido. Prima se ne esce con un’affermazione come “Gloria, se la sua idea di grande poeta è Pasolini (anzi, ‘ultimo’ grande poeta, ovviamente), sospetto che di poesia contemporanea sappia abbastanza poco”, e poi fa tutto il signorino compunto e educato con il cruccio da offeso per quattro battute alla Pietro Aretino o alla satura menippea. Ma tu devi andare a fare in culo tre volte!!!; e passo al “tu” perché a questo punto non meriti più nemmeno il “Lei” e il mio rispetto (e sì che te ne ho usato tanto, se consideri la spocchia e la puzza sotto il naso con cui ti sei rivolto a me la prima volta).
    Simona, grazie per il link: magari anche Batisti e Max lo leggeranno e prenderanno la decisione di iniziare a farsi una cultura; oppure finiranno come tutti quei poveri farlocchi che considerano Busi, Parente e Sgarbi il vertice della cultura italiana (e tanti altri se ne potrebbero citare; comunque tutti di gran lunga inferiori a Baricco e De Carlo, che, beninteso, non mi fanno impazzire, ma almeno un romanzo alla cazzo di cane riescono a metterlo in piedi e hanno pure il buon gusto di non gridare al capolavoro ad ogni scoreggina che gli scappa tra un passetto e l’altro).
    Loredana, tenga un posto sull’ippogrifo per me; se sono ancora in tempo salto su e partiamo insieme.

  41. roberto batisti scrive:

    Per l’ultima volta: un conto è esprimere, in maniera apodittica ed epigrammatica (come usa nel genere letterario del COMMENTO SU BLOG, che non è un saggio accademico, perdìo), il proprio dissenso su una (altrettanto apodittica) presa di posizione cultural-letteraria, parere che può sicuramente essere a sua volta contestato e smontato da una persona con buoni argomenti e buone capacità dialettiche.

    Un conto è lasciarsi andare – evidentemente perché incapaci di argomentare in modo stringente ma educato – a fantasiosi insulti personali a uno sconosciuto, salvo giustificarli, grottescamente, dietro la maschera letteraria dell’Aretino (!!) e della satura menippea (!!!).

    Da dove si possa evincere che io sarei un propugnatore di quel poveruomo di Parente nonché di Sgarbi (!!!), di nuovo, lo sapete solo lei e la sua sindrome di Tourette. Al prossimo post m’accuserà d’essere un fan di Andrea G. Pinketts e Beppe Grillo, per caso?

    Quanto al commento di Loredana, lo rilegga un po’ meglio, dico solo questo. E’ riuscita a intenderlo esattamente al contrario.

  42. Gloria scrive:

    Batisti, il commento di Loredana l’ho inteso benissimo: sei tu ad aver inteso male il modo in cui l’ho inteso io e ad aver frainteso il senso della mia risposta. A me il post di Loredana è piaciuto, ma a te questo sembra inconcepibile, sai perché? Perché sei un pezzo di merda rinsecchita che si prende sul serio e pensa di stare diverse spanne sopra gli altri (con buona pace dell’apodissi e dell’epigramma!). Smamma, Bobby: tu stai male e c’hai bisogno di una buona base di ricovero

  43. Gloria scrive:

    L’unica “presa di posizione” che hai tu è quella a culo per aria.

  44. roberto batisti scrive:

    moderatori, una camicia di forza per l’esagitata, grazie.

  45. Gloria scrive:

    Batisti, mollami. Hai già fatto una ricca figura di merda. Ce le hai già prese. Ne vuoi ancora?

  46. minima&moralia scrive:

    Gloria, ti invitiamo a moderare i toni e a evitare commenti gratuitamente offensivi. Non è la prima volta che interveniamo e vorremmo poter considerare i commenti del blog come uno spazio aperto alla discussione. Se continuiamo a leggere interventi del genere inizieremo seriamente a considerare l’ipotesi di moderare i commenti o di chiudere questo spazio di discussione. Grazie.

  47. stefano scrive:

    scusate, ma Gloria eccelle nell’insulto, è spettacolare. Siamo su un blog, che c’è da offendersi?

  48. roberto batisti scrive:

    Stefano, ammesso e non concesso che si voglia sposare con entusiasmo l’ideologia e l’estetica del trollaggio (che è, m’informano, arte performativa d’avanguardia quando fatto con cognizione di causa), il punto è che l’amica qui sopra has been doing it very wrong.

  49. roberto batisti scrive:

    per chi volesse tornare alla discussione originaria, re: caso Berardinelli fa piacere vedere che Andrea Cortellessa esprime – molto più autorevolmente di me – un giudizio su PPP perfettamente consono con quello che tanto ha indignato la turpiloquente signora: “un grande scrittore, certo, ma non un grande poeta” http://www.leparoleelecose.it/?p=19848#more-19848

  50. stefano scrive:

    lo stesso Cortellessa che vuole i soldi pubblici per l’editoria di qualità, che lui medesimo deciderà essere di qualità. L’autorevolezza è morta da un pezzo. Mio cugino invece poco fa mi ha detto che secondo lui PPP è stato “un grande poeta certo, ma non un grande scrittore”. Che facciamo?

  51. roberto batisti scrive:

    facciamo che le opinioni sono a priori entrambe lecite, ma se le vogliamo soppesare secondo me *su questo* (non per forza sul reddito di poetanza o su altro) ha più ragione AC di tuo cugino, banalmente perché molte poesie di PPP mi lasciano un po’ meh (e non lasciano meh solo me: cf. ad es. il noto giudizio di Raboni), mentre come figura d’intellettuale a tutto tondo lo si può tranquillamente detestare, si può dissentire da ogni sua virgola, ma almeno bisogna riconoscerne la rilevanza.
    poi, mia cognata agevola l’opinione che fosse uno scrittore del menga ma un grande regista…

  52. Faulken scrive:

    Un fantasma/cadavere eccellente si aggira per la cultura italiana, PPP. C’è chi vorrebbe dimenticarlo, chi lo ritiene “superato” e invece è sempre presente avendoci lasciato un’opera inattuale (nella tensione continua tra alto/basso – materia/spirito) che continueremo a leggere. Inutile dire che Cortellessa prende l’ennesimo granchio con la sua affermazione “un grande scrittore, certo, ma non un grande poeta”. Cosa significa grande ? In quale canone e rispetto a chi ? Perché se il metro è Dante Alighieri allora le cose si fanno difficili per tutti… Testi alla mano la poesia più bella di Pasolini è quella meno frequentata, quella ai margini, sogni, ricordi, visioni di un uomo che ha rivelato la sua anima attraverso testi e immagini (uno dei migliori artisti del cinema europeo… e il teatro lo vogliamo dimenticare ?). Il vizio, che fa apparire impoverita parte della sua produzione è quella nutrita di ideologia, dove l’intera sua opera splende quando i guizzi di uscir fuori dai modi e dal (suo) tempo prendono invece il sopravvento. Solo in un paese come il nostro i poeti si lasciano ammazzare o scomparire di indifferenza editoriale (Scotellaro tra i vari)

  53. simona scrive:

    alla fine il nodo resta sempre Pasolini chi tra gli intellettuali vuole sbarazzarsene perché inarrivabile e chi denigra coloro che cercano la verità sulla sua morte. da vivo era incompreso da morto lo è di più. Ma non stavate parlando di Berardinelli? :-)

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Ovviamente i punti di cui sopra possono ben essere attaccati e criticati, come ogni cosa lo può essere. Soprattutto il punto 2 immagino avrà come reazione del lettore il ricordare a chi scrive che Livia Chandra Candiani si dice abbia venduto sulle 9 mila copie del suo ultimo edito Einaudi. 9 mila, non poche a fronte di una tiratura media per i libri del settore di 2 mila copie (fonte glistatigenerali.com). Ma in realtà la questione sostanziale non cambia, e come vuole il buon vecchio adagio siamo di fronte all’eccezione che conferma la regola. E parlo di eccezione perchè personalmente non posso e non voglio credere che la poesia che funziona, che è vendibile, sia solo quella di Chandra (senza nulla togliere alla bellezza del suo verso). Di poeti bravi ce ne sono, nascono, crescono, maturano e vengono pubblicati. Ma puntualmente vendono pochissime copie. E come nel caso delle accuse alle scelte editoriali anche qui non mancano quanti accusano i poeti stessi (Berardinelli) con le conseguenti risposte di difesa (Gilda Policastro). […]

  2. […] Si inserisce nella discussione aperta da Andrea Cortellessa e proseguita da Alfonso Berardinelli e Gilda Policastro sulla crisi delle collane di […]

  3. […] destino editoriale della poesia cui finora hanno partecipato, fra gli altri, Alfonso Berardinelli, Gilda Policastro e Paolo Febbraro. La discussione era partita proprio da un’intervista a Cortellessa che […]

  4. […] ad un’intervista di Andrea Cortellessa sono seguiti gli interventi di Alfonso Berardinelli, Gilda Policastro, Paolo […]

  5. […] destino editoriale della poesia cui finora hanno partecipato, fra gli altri, Alfonso Berardinelli, Gilda Policastro e Paolo Febbraro. La discussione era partita proprio da un’intervista a Cortellessa che […]

  6. […] afferma che Non si fa il poeta, il poeta si è e i discussissimi articoli di Alfonso Berardinelli e Gilda Policastro che in un botta e risposta rispettivamente affermano che se la collana di poesie Mondadori chiude […]

  7. […] se non forse un po’ di specifica astuzia, dato che risultano essere niente»; Gilda Policastro ha reagito con forza; Paolo Di Stefano ha scritto che «la poesia è viva (nonostante tutto)» e anche Alberto Casadei […]

  8. […] da pubblicare perchè la poesia è morta e con essa i poeti. Questo suo intervento ha ricevuto la replica (devo dire piuttosto fiacca) su Minima & Moralia firmata da tale Gilda Policastro. L’ha […]



Aggiungi un commento