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Contro Berardinelli quando dice che la poesia italiana è morta

Qualche giorno fa sul Foglio Alfonso Berardinelli commentava la chiusura della storica collana di poesia Lo specchio affermando che in Italia c’è una crisi strutturale della poesia. Ospitiamo questo intervento di Gilda Policastro, ringraziando l’autrice.

di Gilda Policastro

Alfonso Berardinelli ha sempre pensato all’avanguardia come a un partito politico di maggioranza, con la forza di imporre una sorta di anticanone e il destino di non riuscire a reggere la contraddizione tra la presa di potere e l’ambizione rivoluzionaria: pena la rinuncia a uno dei due, il potere (ossia la diffusione, la circolazione) o la rivoluzione (il rinnovamento, il sabotaggio del noto e del vieto). L’altra cosa che Berardinelli non ha mai compreso è la gratuità dell’operazione neoavanguardista, ma soprattutto dei suoi derivati o postumi, dal Gruppo 93 alle aree di ricerca attuali, anzi, in qualche modo l’autocondanna programmatica alla minoranza. Quella tra leggibilità (l’orientamento verso le masse di lettori) e illeggibilità (la presunta esclusiva attenzione ai pochi iniziati) è una questione che Manganelli si pose già alla fine degli anni Sessanta, quando nell’articolo La letteratura come mafia spiegò come la leggibilità andasse intesa quale «lievemente patologica mancanza di ironia». E, soprattutto, come quella programmatica affidabilità coltivata dagli scrittori tradizionali non fosse altro che rinuncia ad averci nuovi lettori, ma soprattutto a partorire nuove opere: «quei libri faticosi, sbagliati, in cui si nasconde una esperienza intellettuale inedita, il trauma notturno e immedicabile di una nascita». Neoavanguardia, Novissimi: nel nome, già, qualcosa che non c’era, e da allora in poi sì, almeno negli auspici del «racket degli illeggibili», ancora con Manganelli. Sapere bene come scrivere male, ad esempio, col noto paradosso stavolta sanguinetiano. Ma, al contrario, riprendere a scrivere nel deprecato (sempre dal racket, s’intende) poetese, per Alfonso Berardinelli sarebbe ancora utile o possibile o necessario? E lo sa Berardinelli che chi ha venti o trent’anni si forma su Sereni o Caproni non meno che su Pagliarani e Balestrini, finanche nei corsi universitari? Sa che quando pensa all’avanguardia come a un partito politico dell’arte non dice nulla a chi scrive poesia oggi, perché chi scrive poesia oggi (o ne pratica, con assunto ancora una volta sanguinetiano) si forma su tutte le arti, non solo sulla rima cuore-amore? Detto questo, chiuda lo Specchio, sì, e anche la Bianca (pure se non si vede come questo c’azzecchi con le avanguardie, dal momento che non è indubbiamente quella, con qualche vistosa eccezione, la strada per cui sono passate e meno che mai passano oggidì): è proprio guardando alle ultime generazioni e alle nuove scritture che si capisce come per nessuno dei poeti attuali possano più rappresentare un riferimento. Si leggono libri pubblicati da collane fuori mercato o di nicchia, ma, soprattutto, si legge poesia nella rete: è lì che si travalicano gli angusti confini delle letterine nostrane, perché il grande merito dell’avanguardia, mentore Arbasino, è stato quello di aver riaperto le frontiere, obbligando gli scrittori a confrontarsi con quanto succedeva fuori. Fuori d’Italia, e fuori dal recinto protetto dei generi: la miglior collana letteraria dell’ultimo decennio si chiama Fuoriformato, la ospitava Le Lettere (oggi ha traslocato presso L’Orma) e ha pubblicato Vittorio Reta, Patrizia Vicinelli, Gabriele Frasca, Luigi Di Ruscio. Poeti. Prosatori. Autori di testi irregolari, non codificabili secondo i criteri tradizionali (racket di “nuovi” illeggibili?) Ma poi non ha resistito alla mancanza di distribuzione, mentre in libreria continua a sbancare una narrativa di consumo e di genere che non ha alcuna rilevanza letteraria e meno che mai linguistica: «che sia lingua e non penna», commendava il saggio sul Trattamento del materiale verbale nei testi della nuova avanguardia, mentre se apro Maurizio de Giovanni, campione di vendite, trovo il trattamento di materiali del tipo seguente: «Livia sorseggia il caffè, come cercando le parole giuste. Falco assaporò invece il profumo che emanava da lei, un’essenza selvatica e pungente». Questo è sapere male come scrivere bene (sed male) e la poesia, caro Berardinelli, serve, abbiamo detto, esattamente al contrario: forse se i grandi editori, invece di chiudere collane, si accorgessero di questo, passeremmo dagli eterni funerali di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo a un revival di nuove, immedicabili nascite.

Commenti
62 Commenti a “Contro Berardinelli quando dice che la poesia italiana è morta”
  1. roberto batisti scrive:

    facciamo che le opinioni sono a priori entrambe lecite, ma se le vogliamo soppesare secondo me *su questo* (non per forza sul reddito di poetanza o su altro) ha più ragione AC di tuo cugino, banalmente perché molte poesie di PPP mi lasciano un po’ meh (e non lasciano meh solo me: cf. ad es. il noto giudizio di Raboni), mentre come figura d’intellettuale a tutto tondo lo si può tranquillamente detestare, si può dissentire da ogni sua virgola, ma almeno bisogna riconoscerne la rilevanza.
    poi, mia cognata agevola l’opinione che fosse uno scrittore del menga ma un grande regista…

  2. Faulken scrive:

    Un fantasma/cadavere eccellente si aggira per la cultura italiana, PPP. C’è chi vorrebbe dimenticarlo, chi lo ritiene “superato” e invece è sempre presente avendoci lasciato un’opera inattuale (nella tensione continua tra alto/basso – materia/spirito) che continueremo a leggere. Inutile dire che Cortellessa prende l’ennesimo granchio con la sua affermazione “un grande scrittore, certo, ma non un grande poeta”. Cosa significa grande ? In quale canone e rispetto a chi ? Perché se il metro è Dante Alighieri allora le cose si fanno difficili per tutti… Testi alla mano la poesia più bella di Pasolini è quella meno frequentata, quella ai margini, sogni, ricordi, visioni di un uomo che ha rivelato la sua anima attraverso testi e immagini (uno dei migliori artisti del cinema europeo… e il teatro lo vogliamo dimenticare ?). Il vizio, che fa apparire impoverita parte della sua produzione è quella nutrita di ideologia, dove l’intera sua opera splende quando i guizzi di uscir fuori dai modi e dal (suo) tempo prendono invece il sopravvento. Solo in un paese come il nostro i poeti si lasciano ammazzare o scomparire di indifferenza editoriale (Scotellaro tra i vari)

  3. simona scrive:

    alla fine il nodo resta sempre Pasolini chi tra gli intellettuali vuole sbarazzarsene perché inarrivabile e chi denigra coloro che cercano la verità sulla sua morte. da vivo era incompreso da morto lo è di più. Ma non stavate parlando di Berardinelli? :-)

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  1. […] Ovviamente i punti di cui sopra possono ben essere attaccati e criticati, come ogni cosa lo può essere. Soprattutto il punto 2 immagino avrà come reazione del lettore il ricordare a chi scrive che Livia Chandra Candiani si dice abbia venduto sulle 9 mila copie del suo ultimo edito Einaudi. 9 mila, non poche a fronte di una tiratura media per i libri del settore di 2 mila copie (fonte glistatigenerali.com). Ma in realtà la questione sostanziale non cambia, e come vuole il buon vecchio adagio siamo di fronte all’eccezione che conferma la regola. E parlo di eccezione perchè personalmente non posso e non voglio credere che la poesia che funziona, che è vendibile, sia solo quella di Chandra (senza nulla togliere alla bellezza del suo verso). Di poeti bravi ce ne sono, nascono, crescono, maturano e vengono pubblicati. Ma puntualmente vendono pochissime copie. E come nel caso delle accuse alle scelte editoriali anche qui non mancano quanti accusano i poeti stessi (Berardinelli) con le conseguenti risposte di difesa (Gilda Policastro). […]

  2. […] Si inserisce nella discussione aperta da Andrea Cortellessa e proseguita da Alfonso Berardinelli e Gilda Policastro sulla crisi delle collane di […]

  3. […] destino editoriale della poesia cui finora hanno partecipato, fra gli altri, Alfonso Berardinelli, Gilda Policastro e Paolo Febbraro. La discussione era partita proprio da un’intervista a Cortellessa che […]

  4. […] ad un’intervista di Andrea Cortellessa sono seguiti gli interventi di Alfonso Berardinelli, Gilda Policastro, Paolo […]

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  6. […] afferma che Non si fa il poeta, il poeta si è e i discussissimi articoli di Alfonso Berardinelli e Gilda Policastro che in un botta e risposta rispettivamente affermano che se la collana di poesie Mondadori chiude […]

  7. […] se non forse un po’ di specifica astuzia, dato che risultano essere niente»; Gilda Policastro ha reagito con forza; Paolo Di Stefano ha scritto che «la poesia è viva (nonostante tutto)» e anche Alberto Casadei […]

  8. […] da pubblicare perchè la poesia è morta e con essa i poeti. Questo suo intervento ha ricevuto la replica (devo dire piuttosto fiacca) su Minima & Moralia firmata da tale Gilda Policastro. L’ha […]



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