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Contro il polemismo. Per la critica come mediazione.

Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po’ di narrativa italiana, tra di noi dico. C’è stata un’articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: “La palude degli scrittori”; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l’ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.

In questi stessi giorni è uscita, la cita lo stesso articolo di Cordelli, per L’Orma Editore una voluminosa antologia di scrittori italiani che s’intitola La terra della prosa, è curata da Andrea Cortellessa, comprende brani scelti e schede critiche di 30 autori che hanno esordito dal 1999 in poi, ed è l’aggiornamento/allargamento di un lavoro uscito un paio di anni fa che s’intitolava Scrittori degli anni zero.
Il mio nome è inserito in entrambi i cataloghi – questo lo dico non per vanto ma per chiarire il punto di vista da cui parlo – anche se, in entrambi i casi sono posizionato “un po’ di traverso”. Per Cordelli sono uno dei dissidenti; per Cortellessa sono uno scrittore discontinuo: promettenti i racconti, assai meno convincente il romanzo.

Comunque tutto il dibattito generato da Cordelli, quest’attenzione critica, una persona poco esperta di queste robe, potrebbe pensare, sia una boccata d’aria fresca per l’anossico ambiente della critica: finalmente il giudizio sui libri, gli autori, gli stili non viene lasciato appannaggio delle segnalazioni, dei promotori, delle classifiche… Di questa Terra della prosa chissà quante copie si venderanno!… E invece: una persona poco esperta di queste cose, un lettore volenteroso che però poco sa intercettare le voci più interessanti della narrativa italiana, uno studente ventenne che vuole capire qual è il contesto in cui agiscono gli scrittori migliori in Italia, uno scrittore esordiente che cerca di confrontarsi con qualche genere di influenza, in realtà da questa serie di articoli (ultimo quello che state leggendo, probabilmente: qui il link ouroborico) non troverebbe nessun elemento utile. Anzi, si troverebbe invischiato, suo malgrado, in una delle modalità più ricorrenti e vischiose in cui si discute in Italia di libri tra critici: la polemica.

L’articolo di Cordelli in questo senso ha una colpa originaria: a detta del suo stesso autore, il suo giudizio è ipersoggettivo, “a vanvera”, idiosincratico. Questo modo di fare non è usuale per Cordelli: sono un assiduo lettore dei suoi pezzi sulla narrativa straniera per il Corriere, e sono al contrario spesso costruiti in modo argomentativamente impeccabile. Invece qui Cordelli elegge la sua sensibilità a sismografo e stronca in modo liquidatorio la scrittura di Vasta e quella di Falco. Il pretesto sono tre, quattro citazioni di passi non eccelsi dei due: nel caso di Falco, delle immagini poco felici tratte da La gemella H; nel caso di Vasta, addirittura dei passaggi della recensione che ha scritto del libro dello stesso Falco. Non ci vuole nemmeno un avvocato d’ufficio per capire come questo modo di fare critica è, per lo meno, ingeneroso, se non intellettualmente assai disonesto. I procedimenti induttivi devono portare molte prove a proprio carico, altrimenti il rischio – come in questo caso – è di trovare solo quello che si cerca.

Ho letto tutto quello che hanno pubblicato Vasta e Falco – i libri intendo – e leggo spesso i loro articoli. Li trovo tra i migliori scrittori italiani, e tra gli intellettuali più intelligenti con cui confrontarsi: la qualità di ciò che scrivono è sempre alta, le ambizioni che si pongono sorprendenti, il rigore critico indubbio. Questo non vuol dire che siano privi di difetti. Anche io, dopo aver amato Pausa caffè e L’ubicazione del bene, ho trovato La gemella H un romanzo faticoso – lo stile associativo di Falco, i lunghi periodi ipotattici, le scene costruite per immagini, il discorso indiretto libero usato come una sorta di lingua cerebrale, invece che crearmi un effetto magnetico, mi hanno spesso reso impermeabili le pagine della Gemella H: cercavo una struttura narrativa forte che invece sfuggiva, cercavo di respirare tra un flusso verbale e l’altro, ma venivo di frequente soffocato dalla densità eccessiva, oppressiva di Falco. Ma questo ugualmente non può non farmi concludere che La gemella H sia uno dei libri italiani più significativi degli ultimi anni, sia per l’immaginario che Falco utilizza sia per il controllo che imprime allo stile, sia per la sfida che pone rispetto al racconto della storia. E sarebbe stupido per uno scrittore italiano decidere di non misurarsi con questo romanzo, e sicuramente non smetterò di farlo.

Ora, recensire invece la recensione di Cordelli della recensione di Vasta a Falco può sembrare un’esercizio di falloforia. Ma può essere invece utile proprio perché quella recensione non ha convinto neanche me. Si capisce che La gemella H è piaciuto moltissimo a Giorgio Vasta, e credo che il tentativo di restituire quest’entusiasmo ha finito per ingolfare in una serie di immagini troppo cariche il suo giudizio. Penso anche che sia vero che alle volte, negli articoli di giornale, Vasta usi un tono iperbolico, un’aggettivazione talmente inedita da opacizzare alle volte la comprensione di quello che vuole dire – ma questi sono vezzi, e quale critico/scrittore non ne ha? (Soltanto nel pezzo che state leggendo, potreste fare a gara a trovarne). E dall’altra parte però mi vengono pochissimi nomi che al pari di Giorgio Vasta in questi anni, in Italia, abbiano così profondamente cercato di scomporre i dispositivi linguistici e narrativi della prosa contemporanea, con una rara capacità di dedicarsi alle forme della scrittura, che sia di un esordiente – la recente recensione di Garigliano, per dire – o a un classico – il meraviglioso breve saggio che introduce  Oltre il giardino di Jerzy Koszinski. Al tempo stesso, Il tempo materiale e anche il minore Spaesamento sono due libri, anche qui, inaggirabili per chiunque voglia avere un’idea anche vaga di cosa vuol dire fare letteratura oggi in Italia. Non riconoscerlo, è un errore nemmeno di analisi, ma di percezione.

Ora, va bene, ma che senso ha questa – anche scomposta, e debole – difesa dei due Giorgi? Vale quella di Pedullà o Policastro per il lavoro di Cortellessa, altro bersaglio polemico di Cordelli? Non sto per caso confermando il sospetto di Cordelli che ci siano delle cordate, delle tribù le chiama, e che io quindi difenda il loro lavoro per questioni di appartenenza? TQ contro maestri? No, e questo è un punto essenziale che vorrei chiarire.

Una delle ambizioni migliori di quell’esperienza complicata che è stata TQ – un’ambizione forse fallita ma tant’è – era di pensare che si potesse creare, anche in modo informale, anche in modo pattivo, una sorta di codice etico per i critici italiani. Di questo codice avrebbero dovuto far parte accorgimenti apparentemente scontati come il rifiuto delle marchette, ma anche una serie di buone pratiche. La questione era semplice: nel contesto dell’editoria che privilegia sempre più l’aspetto pubblicitario, come garantirsi un’autorevolezza? Come essere utili e credibili in quanto intellettuali? Una risposta per me altrettanto semplice stava nel metodo: la critica deve essere innanzitutto chiara.

Mentre intorno a noi abbiamo visto l’università sgretolarsi, l’impegno di chi ha fatto della sua formazione umanistica, della sua capacità d’interpretazione dei testi, la sua ragion d’essere, non può esimersi oggi, nell’Italia degli analfabeti di ritorno, dalla sfida di allargare il pubblico dei riceventi. Per questo un critico è obbligato, secondo me, a citare e in modo articolato ciò che sta recensendo, è obbligato a non essere autoreferenziale, è obbligato a scrivere per un contesto che comprenda il più possibile i riferimenti che sta usando. Quando, per fare un esempio esplicito, Cordelli scrive: “Alla lettura di Falco ero arrivato sull’onda di una stampa a lui molto favorevole, nell’ambito di una circoscrizione che per comodità diremo d’«avanguardia»”, a chi si riferisce? Io, che conosco personalmente Cordelli posso immaginarlo. Ma non sono solo io il destinatario di quest’articolo, e del resto nemmeno io voglio immaginarlo, ma voglio capirlo, voglio vedere se questa categoria, “d’avanguardia” regge, voglio conoscere i testi che avvalorano questo giudizio, voglio bibliografia… Altrimenti, questo è un cattivo servizio al lettore. E sembra semplicemente un messaggio triangolato rivolto a qualche critico, per cui si usa un giornale come pretesto, un dire a nuora perché suocera intenda.

È ovvio che il lettore debba fare la sua parte, ma è altrettanto indispensabile per me che chi scrive sui giornali si renda conto che quel lavoro di mediazione che veniva in genere svolto dall’università oggi è carente. Per questo non sono convinto né dal contenuto né dalla forma della totalità degli articoli usciti in risposta a Cordelli, e questo non per spocchia. Stimo, per citare solo i primi, Gilda Policastro come studiosa, o allo stesso modo penso che Paolo Sortino scriva benissimo, ma: i loro articoli non sono chiari. Come non sono convinto, anche qui stimando gli autori, del pezzo di Renato Minore, né dell’intervista che Prudenzano ha fatto a Cortellessa, né del retroscenismo pure umanissimo di Alfonso Berardinelli, né dell’intervento finalmente politico di Pedullà…

Perché non sono convinto? Perché in tutti questi pezzi, ancora, non si parla di libri, non si discute se quello scrittore è bravo a scrivere le descrizioni e quell’altro i dialoghi, non si impara un nome in più che si possa compulsare la prossima volta in libreria, non si mettono a confronto le diverse influenze che le tradizioni italiane hanno portato nella scena della narrativa italiana, etc… Per me, da scrittore, da critico, o da lettore, questo tipo di critica serve veramente a poco. A schierarsi, forse. Stai con Cordelli o contro Cordelli? Stai con Repubblica, e quindi de facto non puoi rispondere a una polemica innescata dal Corriere, e dall’altra parte devi difendere Vasta & Falco, firme di Repubblica; oppure stai col Corriere, e quindi non puoi esprimere le tue perplessità sull’idea di far intervenire Raffaella Silvestri, seconda classificata di Masterpiece, edita da Bompiani (RCS), nel giro delle repliche a Cordelli?

Del resto mi serve ancora a meno, se non a animare venti minuti di una cena in cui langue la conversazione, il catalogo a 71 fatto da Cordelli: una tassonomia talmente arbitraria da farla assomigliare a quella degli animali che Borges piazza nella sua Enciclopedia cinese o quella con cui Bolaño nei Detective selvaggi esaurisce, per bocca di Ernesto San Epifanio, l’analisi della poesia moderna: finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfi e fileni…

Invece di questo tipo di articoli, non si potrebbe discutere nel merito dei testi, anche ferocemente? Non si potrebbe confrontare riga per riga il modo in cui viene usata la terza persona da X o da Y? Non si potrebbe analizzare, attraverso dei semplici programmini, la logodiversità di testi contemporanei? Non si potrebbe vedere in che modo per esempio alcune tecniche cosiddette sperimentali vengano utilizzate da Z o da K? Non si potrebbe analizzare in modo puntuale, come ha fatto Francesco Longo per esempio qui, l’enorme lavoro antologico fatto da Cortellessa? Il suo canone anti-narrativo ha senso o pecca di eccessiva parzialità?

In questo modo si riuscirebbe a non esaurire queste polemiche al loro fiammeggiare per qualche giorno e poi spegnersi, ma si avrebbe la possibilità di riscoprire testi bellissimi come quella Democrazia magica di Franco Cordelli, uscito per Einaudi nel 1997 e meritoriamente ripubblicato da Fandango nel 2012, così come i libri di Policastro, Sortino, Pedullà, Berardinelli etc… I lettori penserebbero, e giustamente, che gli scrittori e i critici sono interessati a quel gigantesco specchio deformato del mondo che è la scrittura, e non a trovarsi la lanugine ognuno nell’ombelico dell’altro.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
11 Commenti a “Contro il polemismo. Per la critica come mediazione.”
  1. Francesca scrive:

    Ragazzi, i critici parassitari come Cordelli DEVONO scrivere questi pezzi, per dirsi di esistere. I romanzi i Falco e Vasta vengono letti, tradotti, premiati, creano intorno a sé piccole o meno piccole comunità. Cordelli chi è? Cosa ha fatto? Davvero; senza il “Corriere” che ogni tanto lo fa scrivere non sarebbe nessuno. Mentre gli scrittori (indipendentemente da dove scrivono di queste cose) sono i libri che hanno scritto. Cordelli non ha scritto niente di importante (e mi sembra perfida, davvero, la chiusa di Raimo), esiste solo per il poterino che ha creato intorno a sé. Non ha lettori, non ha ammiratori, non ha nessuno. Solo piccoli sudditi, ma tre o quattro. E’ dimenticato prima ancora di morire. Ma così, pietosamente, gli date un certificato di esistenza. E’ pure giusto, sul piano umano.

  2. Picana scrive:

    Contro il polemismo o contro il nonnismo?

  3. Alessandro T. scrive:

    Premesso che non sono d’accordo su nulla di quanto scritto da Cordelli, non concordo neanche con Francesca. Cordelli è autore almeno di uno straordinario romanzo, “Procida”. Per il resto, il suo attacco a Falco e Vasta è di una violenza sconcertante e poco comprensibile

  4. sergio garufi scrive:

    non conoscevo il pezzo di francesco longo. lui ha scritto, in modo molto più elegante e meglio argomentato, ciò che io vado dicendo da anni. penso anche che quei limiti (l’allergia alla forma romanzo, la predilezione per il background poetico e per una visione del mondo sub specie campo rom; sintetizzata meravigliosamente dall’immagine del cesso dismesso di pecoraro come emblema del tricolore) siano uno dei motivi per cui quel tipo di libri promossi e premiati da molta critica nostrana non sfiorino mai, neanche per sbaglio, le classifiche italiane, mentre altrove, romanzi di qualità come quelli di houellebecq, carrere, lemaitre, donna tartt, vincono premi e vendono centinaia di migliaia di copie. continuiamo così…

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  6. […] (4) Si vedano le risposte di Alfonso Berardinelli e di Christian Raimo, apparse rispettivamente su “Il Foglio” del 01/06/14 http://www.ilfoglio.it/articoli/v/117645/rubriche/il-critico-con-la-palude-in-testa.htm e sul blog culturale della casa editrice Minimum Fax http://www.minimaetmoralia.it/wp/contro-i-polemisti-per-i-mediatori/. […]

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