tuffatrice

Contro il new age?

Pubblichiamo la recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Gli Asini», sul libro di Marco Franzoso «Il bambino indaco» (Einaudi).

Sono almeno tre le letture possibili de Il bambino indaco, il nuovo romanzo di Marco Franzoso uscito quest’anno per i “coralli” dell’Einaudi: la prima eminentemente letteraria, sulla capacità della letteratura di raccontare il male; la seconda politica, circa la potente metafora generazionale che si desume dalla vicenda narrata; la terza educativa, perché il libro solleva una serie di domande sul senso di partorire, di crescere e di allevare un nuovo nato oggi, in un mondo che appare compromesso nelle sue risorse naturali soprattutto per l’immediato futuro.

La storia raccontata è quantomai semplice, come è essenziale l’artificio letterario che crea un’angosciosa rincorsa degli eventi fino a un finale tragico, annunciato fin dalle prime pagine. Il narratore è il protagonista stesso, un uomo di trentasei anni – un individuo anodino che si è costruito negli anni una stabilità economica e un’indipendenza sentimentale nella provincia veneta – il quale racconta a posteriori, in un lungo flashback, l’incontro, un appuntamento al buio, con una donna, l’innamoramento, la decisione di convivere, di sposarsi e infine di procreare. Lei è Isabel, una svizzera che ha deciso di vivere in Italia rompendo qualsiasi legame famigliare precedente. Vegetariana e sensibile alle voghe new age, Isabel è una donna che teme le contaminazioni con l’inquinamento esterno e vuole fare pulizia soprattutto al suo interno: la sintesi del suo obbiettivo è un quadro che essa stessa ha dipinto di una “tuffatrice” che si fa aria mescolandosi al cielo, che vive solo di luce. Non appena resta incinta, Isabel inizia a preoccuparsi della sua alimentazione perché quello che porta in grembo non è un feto qualsiasi, ma quello di un bambino speciale che ha un’aura di una tonalità particolare, color indaco, come le è stato oracolato da una santona di periferia.

Il titolo del libro, infatti, rimanda a una credenza pseuodoscientifica della sottocultura new age per la quale esistono dei rarissimi nuovi nascituri dotati di caratteristiche particolari o addirittura soprannaturali, anticipatori di una evoluzione dell’uomo prossima ventura. Ai bambini indaco sono assegnate alcune caratteristiche specifiche, da una intelligenza fuori dal comune, all’insofferenza per l’autorità, passando per la telepatia, e sono dedicati siti internet, forum di discussione e una letteratura sterminata che, sin dagli anni sessanta, ha come obbiettivo dichiarato quello di istruire i genitori per la loro crescita ed educazione.

Il desiderio di purificazione, non appena rimasta incinta, inizia a radicalizzarsi in Isabel soprattutto in rapporto al cibo che comincia a ingerire sempre con meno frequenza, finché, prossima al parto, depenna dalla sua dieta qualsiasi alimento solido. Miracolosamente la donna riesce a partorire, ma a quel punto l’alimentazione del neonato diventa l’oggetto delle sue attenzioni patologiche, come in un incubo che non vede il risveglio: il bambino prova ad attaccarsi a un seno avvizzito che non dà latte, non viene nutrito se non con pappette di granaglie innutrienti, passa le notti insonne lamentandosi per i morsi della fame, tanto che la sua pelle inizia a ingiallire come i denti e il bianco degli occhi, la crescita si blocca e il corpo sprofonda in un torpore depressivo prossimo alla morte. Mentre le convinzioni e i comportamenti della madre lambiscono la follia, il padre non riesce a reagire, sebbene sia persuaso del pericolo che sta correndo il figlio, oppure i suoi tentativi sono tutti fallimentari, finché non interviene la madre di lui che riesce a circuire la donna e a salvare la vita del bambino attraverso un gesto estremo.

Il bambino indaco è un percorso dentro l’orrore che inizia con una storia d’attrazione e comprensione profonda tra due individui sostanzialmente soli (in una parola: l’amore), trasformandosi in un allontanamento radicale dalla vita e dal mondo che coincide con un’idea di purezza perversa. Ma non è un romanzo che si presta a interpretazioni univoche, proprio perché i personaggi non sono giudicati mai, ma trattati con profonda compassione e rispetto, un atteggiamento che permette, come anticipato, tre diverse letture: la prima letteraria, la seconda politica e la terza educativa.

1) “Chi sei?, chiedo silenziosamente guardando la sagoma del corpo di mia moglie, a pochi metri da me. Qual è il tuo segreto? Da dove arrivi? Perché non ti conosco?”. Sono queste le domande – le quali non avranno mai risposta – che si chiede il narratore a metà del romanzo di fronte al mistero della pazzia della moglie, che è anche il mistero di una indagine specifica della letteratura, quella sulla natura del male. È questo il punto di partenza di una interpretazione letteraria de Il bambino indaco, incentrata sull’analisi della figura di Isabel, la donna-madre che ha intrapreso un percorso di purificazione e redenzione, emancipandosi dalla volgarità del mondo ma soprattutto dalla comprensione dei suoi cari. Lo shock è tale proprio perché tra l’uomo e la donna, dalle storie personali così diverse, si è instaurata una relazione d’amore profonda e d’equilibrio rappresentata dalla casa (vero centro nevralgico e scena del romanzo) in cui sono andati a vivere insieme. Ma la casa si è trasformata repentinamente in una trappola soprattutto per loro figlio, ma anche vicolo cieco di qualsiasi comprensione reciproca: non è tanto l’amore a trasformarsi in odio, ma è la scoperta inaudita da parte del narratore di condividere l’esistenza con una sconosciuta. Isabel, proprio per il pudore con cui la descrive Franzoso, non appare come una personificazione del diavolo, ma anzi come un individuo che soffre un dolore tremendo e vive un’inadeguatezza totale nei confronti di un presente, di un ambiente e di una natura, definitivamente compromesso nella sua sostanza. Come in L’avversario di Emmanuel Carrere (Einaudi 2000), il libro dello scrittore francese che raccontava la vicenda vera di Jean-Claude Romand assassino della moglie e dei figli dopo una vita di menzogne abilmente costruite, Il bambino indaco racconta il disorientamento morale dei sopravvissuti posti innanzi all’inconoscibile, e, in definitiva, rappresenta un tentativo riuscito di approcciare il mistero del male da parte della letteratura.

2) Da un punto di vista strettamente politico e storico, Il bambino indaco può essere letto come una metafora dei rapporti tra le generazioni in Italia oggi, prendendo come punti di riferimento il padre-narratore e sua madre, la nonna del neonato. L’uomo è infatti il prototipico esponente di un trenta-quarantenne, nato e cresciuto in anni di trasformazione economica e antropologica che non ha eguali, e che è per questo indolente e inetto, soprattutto nel momento in cui deve imporre la sua volontà. Sa da una parte si trova in una posizione di debolezza oggettiva agli occhi delle istituzioni e degli assistenti sociali che avvantaggiano la madre (e questo potrebbe essere uno spunto di riflessione dei diritti paterni nella burocrazia e nel diritto odierni), dall’altra il padre non riesce a intervenire per difendere il figlio in alcun modo, ogni suo tentativo è castrato dai suoi ripensamenti e dalla fede ridicola che si possa superare insieme alla moglie l’incubo, sebbene il pericolo di morte del figlio sia reale e obbiettivo. Con l’intervento della madre di lui, una donna non a caso proveniente da un concreto retroterra contadino veneto, Franzoso sembra suggerire una soluzione estrema per sbrogliare lo stallo del presente in un’ottica di continuazione sociale: è proprio la generazione precedente dei nonni che salva quella futura dei nipoti. La metafora non è solo provocatoria in ottica, si potrebbe dire, pedagogica, ma rappresenta anche una reale e purtroppo realistica rappresentazione dei rapporti di forza tra le generazioni nella società italiana.

3) Ed infine è proprio la lettura educativa che fa de Il bambino indaco un romanzo importante e necessario su alcune domande aperte sulla decisione di procreare, di dare continuazione alla specie in sintesi, in un mondo in cui i segnali della fine della specie si legano all’esaurimento delle risorse, alla compromissione della natura e all’inquinamento endemico dell’ambiente. È vero Franzoso ci racconta il disorientamento massimo e la grande inadeguatezza dei genitori di fronte alla nascita e, come nell’inchiesta scritta con Romolo Bugaro Ragazze del Nordest (Marsilio 2010), si concentra sul trauma femminile che questo evento può causare. Ma è anche, e soprattutto, un tema strettamente collegato alla responsabilità individuale e collettiva nei confronti dei nuovi nascituri, di cui il tema del cibo e dell’alimentazione è il principale e più immediato argomento correlato. L’aspetto che lascia disorientato il lettore de Il bambino indaco, è anche la paradossale razionalità di cui è portatrice la madre nel non nutrire suo figlio e nel non nutrirsi, quasi che la decisione di emancipazione più radicale da un mondo malato sia la scelta consapevole del suicidio e dell’omicidio della propria progenie. Oltre la messa in guardia verso le dannose visioni millenaristiche e irrazionali della sottocultura new age, il romanzo di Franzoso affronta seriamente il problema culturale dell’educazione sin dai primi giorni di vita, la necessaria responsabilità di cui si devono assumere i genitori nei confronti dei nuovi nati.

In definitiva Il bambino indaco di Marco Franzoso, offrendo queste tre interpretazioni, è un romanzo inquietante ed essenziale, non scontato e sorprendente.

Nicola Villa (1984) è redattore della rivista Gli asini di educazione e intervento sociale. Ha curato con Giulio Vannucci I libri da leggere a vent’anni. Una bibliografia selettiva (Edizioni dell’Asino 2010). Ufficio stampa delle Edizioni dell’Asino. Collabora con i mensili Lo straniero e L’indice.
Commenti
3 Commenti a “Contro il new age?”
  1. albert scrive:

    Meno male che ci sono le ultime tre righe, ché fino a lì mica l’avevo capito se a Villa il libro era piaciuto o meno.

  2. Giacomo R scrive:

    Scusate, ma della lingua sciatta con cui è scritto questo romanzo, pubblicato da EINAUDI, nei CORALLI, nessuno vuol dir niente? della povertà della narrazione? Della banalità di certi paesaggi emotivi evocati nella storia?
    Per proporre temi di discussione ci sono i talk show e i periodici di attualità.
    Fare letteratura è un’altra cosa.

  3. Nicola Villa scrive:

    Non sono d’accordo con Giacomo R: la lingua di Franzoso non è sciatta e si vede che c’è un lavoro di asciugatura. Ho trovato il meccanismo narrativo perfetto che ti tiene incollato alla storia come un noir, ma molto meglio: avercene di scrittori che sanno come si fa. Piuttosto il tuo commento mi fa pensare che nessun nuovo Einaudi passa indenne all’indignazione di voi snob da collana editoriale. Mi sembra un atteggiamento ideologico e basta….

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