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Contro le ripetizioni private

Sono in molti ultimamente i premier che al momento dell’insediamento dicono che la loro priorità è la scuola. Sicuramente Tony Blair è quello che ci mise più enfasi quando nel 1997 lanciò il famoso slogan Education! Education! Education!, ed è chiaro che il discorso d’apertura di Renzi che illustrava un programma imperniato sull’istruzione, a partire dagli stanziamenti per l’edilizia scolastica, voleva omaggiare il leader laburista; come è probabile che un’altra citazione crittata per Blair fosse quella che Michael Dobbs ha piazzato in bocca a Garrett Walker, neo-presidente degli Stati Uniti d’America, proprio nella prima puntata di House of cards, quando proclama il suo programma di governo per i primi cento giorni. E certo, essere dalla parte della scuola, lo riconoscono bene i cinici protagonisti di HOA come Frank Underwood o Zoe Barnes, è una posizione difficilmente divisiva: si genera rapidamente consenso senza doversi impelagare su temi più scottanti di politica interna o estera, o addirittura impiccarsi da soli alla corda di qualche dilemma economico in tempi di crisi.

Del resto il discorso sulla scuola è un discorso con i suoi stilemi precostituiti. Se ci si legge un po’ di letteratura dedicata, si vede come dalla Riforma Casati agli inizi del Regno d’Italia fino al vero porcellum italiano, la Riforma Gelmini, la scuola è stata raccontata come una casa con le fondamenta sulla sabbia: D’Amicis, Ada Negri, Mastronardi, Sciascia, Vittorio De Seta, Starnone, Lodoli, Silvia Dai Pra’… lo scaffale italiano è affolatissimo, ma tutti questi libri hanno un tratto tematico comune: la crisi della scuola. Così anche quegli eroi disarmati della pedagogia italiana, come Montessori, Don Milani, Rodari, Lodi mostravano ogni volta come i progetti di riforma vivessero sempre osteggiati da una politica sorda e da una società regressiva…

Ora, faccio l’insegnante anche io da cinque, sei anni: mi sono fatto la mia SSIS (che è stata un po’ una malattia esantematica, tipo mi sono fatto gli orecchioni, o il morbillo), il mio tirocinio, il mio concorsone addirittura l’anno scorso, e da ormai qualche anno cerco di capire come sarebbe possibile migliorare la mia formazione, ma anche in generale la qualità dell’istruzione pubblica in Italia, vado ai convegni, ai seminari, leggo moltissimo in merito, cerco di prepararmi per le lezioni che devo fare tutti i giorni… Poi ogni volta che mi trovo a discutere di come si potrebbe riformare la scuola, in maniera piuttosto banale, ritorno a difendere due idee che sono sempre le stesse: 1) pagare di più gli insegnanti, 2) formarli attraverso corsi di aggiornamento obbligatori ciclici. Sono due cose che non si fanno mai, e che quindi, faccio spallucce, io potrò continuare a ripeterle ogni volta che m’inviteranno a parlare di scuola, e fare anche io la mia bella intemerata esclamativa da anima bella.

Qualche giorno fa però mi sono reso conto, leggendo il bel libro-intervista che Giorgio Zanchini ha fatto a Marino Sinibaldi (Un millimetro in là, Laterza) che ci potrebbe essere una battaglia culturale semplice semplice che invece non viene quasi mai imbracciata quando si discute di questi temi. Nel suo libro Sinibaldi cita ampiamente quanto sia stata importante nella sua formazione la scuola pubblica, e tutta la prima parte del libro sembra concentrarsi proprio sul presupposto politico (le citazioni sono per Wilkinson e Pickett e per Branko Milanovic) che – nonostante la società globale, internet e compagnia bella – le disuguaglianze sociali hanno continuato negli anni a riprodursi, attraverso lo scoraggiamento, l’esclusione, la ghettizzazione, etc… e in questo senso proprio la scuola è il campo di gioco di questa discriminazione su larga scala. Chi viene da una famiglia ricca e colta rimane ricco e colto, chi nasce povero e con pochi libri in casa replicherà la sua situazione di partenza. Insomma, le condizioni genetiche – verrebbe da dire – sono ancora determinanti e sperequative.

Dunque, invece. Questa battaglia semplice semplice da fare sarebbe quella contro le ripetizioni private. Le ripetizioni private, come potete immaginare, sono una pratica diffusissima: da quando insegno, credo di non aver conosciuto nessun collega che non desse ripetizioni private. Da quelli fortunati che insegnano matematica e fisica e possono farsi pagare anche 40 o 50 euro l’ora, ai professori di latino e greco a cui non mancano mai gli studenti. Fanno ripetizioni tutti, i vecchi colleghi incardinati, e quelli precari da anni, supplenti intermittenti per la miseria di mille euro se va bene, che vanno in scuole lontane 50 km da casa, che durante l’anno magari cambiano sei cattedre diverse. Alcuni docenti sono delle macchine da ripetizioni: alle ore in classe e nei consigli, aggiungono almeno tre o quattro ore quotidiane a casa. Ai risibili 1300 euro di stipendio base magari addizionano anche 1000 o anche 2000 o addirittura 3000 euro di meno risibile reddito domestico. E poi ovviamente ci sono quelli che non insegnano, ossia tutti gli altri, gli incapienti, milioni di persone in Italia, gli iperformati che nessun mercato del lavoro ha intenzione di assorbire, quelli che non percepiranno neanche l’elemosina elettorale degli 80 euro e che alle volte l’unica alternativa che sfruttano, alternata a qualche mcjob, è quello di svoltare almeno un par di cento euro al mese aiutando a studiare qualcun altro.

Fare ripetizioni private credo sia il lavoro più diffuso in Italia. Lo fanno i manager qualche volta per i figli di un amico, lo fanno i disoccupati perenni che provano a chiedere al parroco se conosce qualche ragazzino a cui raccomandarsi. Del resto il mercato delle ripetizioni fattura un giro di soldi da un miliardo di euro circa (il Codacons recentemente ha provato a farne una stima, secondo me molto al ribasso). Questo miliardo di euro è ovviamente tutto reddito non tassato. Nero puro. Ci sarebbero – e vengono raramente usati – dei sistemi di rendicontazione, i cosiddetti voucher; ma io non conosco nessuno che se ne sia avvalso.

Insomma se le ripetizioni sono la ciambella di salvataggio per un’intera categoria di lavoratori, quelli cognitivi chiamamoli, ridotti allo stremo dai tagli all’istruzione, alla cultura, e alla ricerca (spesso magari quegli stessi docenti universitari che fanno interi corsi accademici per un euro – sic! – a semestre); dall’altra parte, incontrovertibilmente, producono come effetto pernicioso uno stato di cose che, suppongo, la totalità di chi dà ripetizioni ha pensato di contrastare quando si è messo a studiare: non creano più conoscenza per tutti, ma per pochi, per pochi e immeritevoli. Le lezioni private sono ovviamente infatti il più grande dispositivo di disugugalianza censitaria che si produce in Italia. Se la Costituzione – all’articolo 34 – ha pensato per noi una scuola come strumento di inclusione sociale, di perequazione; le ripetizioni sistematicamente ne minano lo stesso presupposto. La mattina insegniamo a scuola in modo che tutti abbiano le stesse opportunità, il pomeriggio diamo ad alcuni (quelli con le famiglie che possono permetterselo) più opportunità degli altri.

Eppure una soluzione sistematica, lo capite anche da voi, non sarebbe complicata. Alzate lo stipendio degli insegnanti a 2000 euro, assumete una parte di questa massa di inoccupati o pseudo-occupati laureati, e permettetegli di fare una parte di quelle lezioni ai singoli studenti che ne hanno bisogno, e fategli fare tutto questo dentro le mura scolastiche. In questo modo, i più deboli sarebbero recuperati, e i redditi da lezioni extra sarebbero tassati – al 20% approssimando con molti difetti, farebbero 200 milioni di euro, mica poco. Un barlume di quest’intenzione l’aveva manifestato Fioroni nel 2007, quando ripristinò di fatto gli esami di riparazioni, ma provvide anche a pensare che le scuole dovessero mettere a disposizione degli studenti con i debiti dei corsi di recupero. Queste ore ancora esistono, ma il loro impatto, nei termini del recupero scolastico, è ridicolo. Sono ore pagate meno agli insegnanti rispetto ai prezzi di mercato, e spesso le scuole non hanno i fondi per attivarli. E quindi ciccia: chi può si prenda il numero di telefono dal fogliettino all’entrata, e mi raccomando, poi ripetete con me: viva la scuola! la scuola è sempre la priorità!

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
24 Commenti a “Contro le ripetizioni private”
  1. gianni scrive:

    E’ davvero un bell’ articolo e ne condivido lo spirito di fondo e molte osservazioni ma anche io sono nel settore della scuola e di gente che arrotonda con 3000 euro di ripetizioni non solo non l’ho mai conosciuta ma non l’avevo mai sentito neanche dire… Anche se esistono queste persone, dubito fortemente, credo che rappresentino l1 x 100.000 della realtà delle ripetizioni, fatto, per la stragrande maggioranza, da gente che prende 10, 15 euro all’ora e che non si arrichisce certo….. suvvia….

  2. bunny heath scrive:

    Gentile Prof (a quanto apprendo) Raimo,

    Da liberaloni (sia flessibile sul termine) quali siamo, molto spesso osserviamo solo l’offerta di un determinato fenomeno; ma la domanda da dove nasce?

    Le ripetizioni private nascono dalla domanda di studenti ignoranti? Ma come sappiamo bene gli studenti ignoranti non esistono, esistono solo professori incapaci. Provare ad asciugare un po’ la domanda, prima di rendere l’offerta più equa, giusta, sostenibile, organica, e bio, ci riporta ai famosi due punti iniziali e in particolar modo al secondo.

    Formare i professori attraverso cicli formativi obbligatori.

    E sopratutto essere consapevoli che i professori possono, nonostante i cicli obbligatori, essere scadenti o totalmente incapaci nella parte più importante della loro professione: la didattica. Ciò va ammesso (sopratutto dalle nostre parti) e serenamente essere disposti a sostituirli con gli iperformati (inutilmente) di cui parla.
    Da qui creare un sistema di tutoraggio, interno alla scuola, è perfettamente razionale e fattibile (il solito “come accade ovunque”).

    Il ritorno alla meritocrazia nel mondo della formazione non è un pranzo di gala.

  3. SolounaTraccia scrive:

    Mi raccomando: usare la logica non ha controindicazioni e porta solo benefici.

    Esempio: sono un pessimo studente ma un ottimo insegnante. Non avrò mai alcuna cattedra via concorso a causa della prima caratteristica. Della seconda che dovrei fare? Volgerla a una carriera di imbianchino? Autista? Cameriere part-time?

    Il discorso economico è patetico: 1 miliardo di evasione (genitori costretti a spendere per lezioni private invece che gite al mare, terribile!) sui 240 annui dell’i-Taglia…
    Per me uno stipendio adeguato a un professore delle superiori è 3500€/mese. Se sa insegnare, non se “è colto e preparato”.

    Nota bene: il sistema scolastico italico è in via di smantellamento programmaticamente, non per mero caso o coincidenza (s)fortuita. Chi fatica ad accorgersene soffre di qualche disturbo cognitivo.

  4. maria teresa rosini scrive:

    Io insegno nella scuola primaria da 31 anni e resto sorpresa nel sentir parlare di formazione obbligatoria…. Per un periodo di tempo era prevista per legge come condizione per accedere agli scatti di anzianità poi si è deciso di eliminarla. Per un certo periodo si frequentavano corsi e corsetti spesso di infimo livello a fronte di qualche (poche)occasioni di formazione veramente qualificate. Potrei affermare che i corsi di formazione funzionano un po’come la scuola stessa: dipende dalla motivazione e la competenza di chi li tiene e dalla motivazione e l’impegno di chi li fruisce, cose queste da non dare assolutamente per scontate anzi… vorrei purtroppo dissuaderla Raimo da pensare alla formazione obbligatoria come alla panacea dei mali della nostra scuola che sono il risultato di un intreccio complesso di fattori e condizioni. DI una cosa sono certa :nessun corso di formazione può rendere un docente una persona migliore nè inoculargli la passione per il proprio lavoro e l’amore per il sapere e i propri alunni se queste non ci sono già PRIMA

    Il problema è che essere un insegnante non è solo una professione occorrono requisiti particolari a livello di competenze relazionali, sistema valoriale di riferimenti, capacità comunicative e di gestione di gruppo, responabilità sociale e ancora e ancora….. E’chiaro che la formazione è importante ma senza tutto il resto direi che non conta nulla.

  5. Furio Detti scrive:

    Premesso che sono uno degli insegnanti – nella mia esperienza posso dire che “solo” il 30% dei miei colleghi dà ripetizioni private – che non ha mai dato neanche un’ora di ripetizioni. Condivido il discorso sul nero, ma a una precisa condizione, che la tassazione scanda dal 20% al 2% massimo, perché sarebbe altrettanto criminale che un sistema ladro e parassitario facesse soldi anche sulle tasse da recupero e istruzione, così come per i libri che dovrebbero essere addirittura esentasse in una nazione civile!

    Se lo scopo è tassare al 20% anche il recupero, beh preferisco che lo si faccia al nero. Sarà l’unico nero da lavoro che non produce inquinamento e danni ambientali. Perché regalare alla voracità dei politici anche questo?

    Non so quanto sia una questione legata al reddito, conosco per esempio operai specializzati che pur pagati più che decentemente lavorano al nero, e sono categorie (alcune) pagate ben più dei docenti non universitari.

    Non do lezioni private perché riesco comunque a vivere del mio e di quello di mia moglie, poi perché il mio tempo libero non ha praticamente prezzo. Ma capisco che sono scelte personali e mai mi metterei a giudicare un collega per questo.

    Sui prezzi medi anche qui avrei da ridire, data la concorrenza.

    Articolo condivisibile perciç ma senza grande entusiasmo.

  6. Furio Detti scrive:

    Ah e aggiungerei una nota. Non è che le famiglie siano tutte vittime. Come la sta ponendo Raimo, la questione, sembra di sparare sulla croce rossa. Invece conosco centinaia di famiglie che si indebitano per:

    – messe in piega settimanali;
    – abitini firmati;
    – discoteca e sigarette (quando non stupefacenti)
    – cellulari da broker newyorchese miliardario (anche ai ragazzini)

    e poi sento parlare di “poveracci cui si rubano 50 euro di ripetizioni”. Allora capite che mi sale il sangue alla testa perché tutto mi si può dire, ma a chi è disposto a buttare soldi e far debiti per certe cose, spendere per istruire il figlio non è un furto ma un investimento! Idem per i libri scolastici e la spesa libri.

    Va detto anche questo perché altrimenti si perde il senso del reale!

  7. diego scrive:

    valutazioni poco realistiche per i seguenti motivi
    1 c’e’moltissima concorrenza di studenti di vario grado che fanno ripetizioni per 10/15 euro l ora
    2 e’ difficile far incastrare un appuntamento con il successivo ;spezso le lezioni devono essere distanziate di una mezzora o un ora per prevedere ritardi.
    3 comunque e difficile se non impossibile riempire ogni singolo pomeriggio della settimana con gli appuntamenti perche’ogni studente ha i suoi orari che prova a imporre all insegnante (chi ha danza chi calcetto etc) pena il rivolgersi alla concorrenza agguerritissima;quindi mi sembra molto irrealistico far finta che in ogni ora pomeridiana ci sia una lezione(e’ stupido fare 4 ore per 7giorni per la tariffa e si pensa che questo sia il reddito , e poi mica vengono tutto l anno ;le scuole mettono voti per 7 mesi scarsi all’anno).
    4 e poi chi e’cosi pollo da pagare 40euro un’ora di ripetizione con tutti i laureati disoccupati che ci sono(i voucher a cui lei allude sono da 10 euro l’ora quindi… dove li trova questi novelli leonardo da vinci che si fanno pagare cosi’tanto non lo so.
    5 ai fini fiscali invito chi e’ disoccupato a non avere timore dato che la notax area per lavori dipendenti come sono le ripetizioni e’ di 8000 euro(non e’ne libera professione ne arte e mestiere artigianale per cui esente da iva ai sensi della legge 633/72 art 10 comma 20
    piantiamola di infierire su questi poveri sfigati che fanno ripetizioni ,come al solito la gente di sinistra quando parla di evasione se la prende con gente debole e ricattabile.vi assicuro che voi iveri evasori nemmeno sapete dove stanno;quasi il90%dell’evasione e’fatto da multinazionali falso in bilancio e liberi professionisti e non da bambinaie e studenti

  8. Jacopo scrive:

    “Sono un pessimo studente ma un ottimo insegnante” (dice Solounatraccia). Mai visto un caso del genere. Chi non sa studiare non sa neanche insegnare.
    “dove li trova questi novelli leonardo da vinci che si fanno pagare cosi’tanto non lo so” (dice Diego). Lo so io. Cosa credi, Diego? Che sul mercato delle ripetizioni il prezzario sia lo stesso per tutti? Un laureando di scarsa esperienza lavora di solito peggio di un insegnante titolare: il quale se non altro sa come funziona la testa del collega docente al cui scolaro egli dà ripetizione. E può scucire assai di più, anche perché le famiglie fanno il passaparola (“in due lezioni gli ha chiarito tutto, pensa che all’ultimo compito ha preso sei!”).
    “Ma come sappiamo bene gli studenti ignoranti non esistono, esistono solo professori incapaci” (dice Bunny Heath). Beato lui (o lei) che “lo sa bene”: le ragioni di un fallimento scolastico sono tantissime, fra cui tante (il fatto di essere capitati nella scuola sbagliata. il fatto di stare attraversando una fase autodistruttiva, il fatto di essere messi talmente sotto pressione dalla famiglia da esplodere ad ogni minima difficoltà, il fatto di trovarsi in una classe con altri trentaquattro persone tutte con le tue stesse difficoltà o peggio, e potrei continuare un pezzo) non si possono onestamente caricare sulle spalle del professore. O non solo sulle sue. Diciamo semmai che “studenti ignoranti non esistono, esistono semmai studenti lasciati soli”: dalla famiglia, dal loro gruppo, dal quartiere, dai servizi sociali, e spesso ANCHE dalla scuola. A ognuno le sue responsabilità, per favore.
    P.S. Insegno e sono di ruolo; odio dover dare ripetizioni ma ci sono praticamente costretto: ho da pagare il mutuo e persino la paghetta per quelle poche ore di lezione che riesco a rimediare (la crisi colpisce anche questo mercato) mi fa comodo.

  9. Marta scrive:

    Caro signor Christian, sono una laureata, senza ssis, perché ho preso la mia laurea studiando di notte, visto che lavoravo 60 ore la settimana tra la fabbrica e la trattoria. Agli sfigati come me nessun parente ha pagato tasse universitarie, libri e neppure mutuo, bollette, spesa e benzina. Noi siamo gli utopisti che hanno fatto il doppio di voi, abbiamo dimostrato di valere il doppio, visto che se Lei e i suoi compari vi foste ritrovati nella situazione mia e degli sfigati come me… manco la questua davanti al supermercato avreste saputo fare. Ma per noi che non siamo nati con la camicia non c’è lavoro. Facile laurearsi con gli sponsors giusti! Anche il merlo indiano di mia zia potrebbe farsi chiamare professore! Noi diamo 3 o 4 ore di ripetizione la settimana, per una media di 10 o 12 euro l’ora, il giusto per pagare una bolletta e comperare il latte ai figli. Poi ci resta il lavoro precario nei ristoranti, al mercato, a lavare le scale di voi laureati perbene. Da noi arrivano i ragazzi che dopo 3 anni di insegnamento di inglese di voi ssissini ignorano perfino l’uso del simple present. E dobbiamo rimediare ai vostri danni. Quando voi avete un buon posto pagato profumatamente (volete pure un aumento..!?). E vi arrabbiate con noi se ci facciamo pagare per ripulire la confusione che lasciate nella mente degli studenti? Dovremmo farlo gratis? Ma per piacere….. stia zitto, o si limiti a parlare in classe, visto che se gli studenti hanno bisogno di noi è solo perché gente come Lei non sa insegnare!

  10. anna scrive:

    Bello trovare un nuovo commento a questo post giusto la sera che, insieme ai genitori disperati di un’altra ventina di ragazzi di liceo (considerato eccellente causa ampia dotazione di LIM e tablet e pletora di partecipazioni a gare di ginnastica/scacchi/ giornalismo/ latino/matematica), ti sei finalmente accordato per lezioni di gruppo a prezzi modici con un professore di matematica capace. Capace almeno di risolvere gli esercizi del manuale, operazione manifestamente al di sopra delle povere forze del docente titolare.

  11. lucio scrive:

    Se ci sono insegnanti privati che impartiscono ripetizioni, è perché evidentemente ci sono diversi professori che insegnano nelle scuole che non sono all’ altezza. Riguardo poi alle ssis, tfa , o come cavolo si chiamano, beh, avrei molto da dire riguardo alle capacità di insegnamento che forniscono.

  12. Osservatore Romano scrive:

    @Jacopo

    cortesemente, vai a prendertelo nel culo (se lo trovi senza ausilio gps): la scuola i-Tagliana è a pezzi per colpa di teste zoppe come la tua. Meriti solo miseria.

  13. Spesso le famiglie sono costrette alle ripetizioni per le carenze della scuola. I famosi corsi di recupero citati nell’articolo non sono più obbligatori. Quindi ci si ritrova con il debito e con l’obbligo di recuperare da soli.

  14. Fosca scrive:

    Scusatemi tanto se vi è gente a questo mondo che per pagarsi gli studi per diventare insegnanti ricorre alle ripetizioni private. Scusatemi tanto.

  15. Fosca scrive:

    Ah dimenticavo, in tutti gli allievi che mi sono passati per le mani il 90% di essi ha lacune dovute a dei deficit comunicativi tra studente ed insegnante. Insegnare è una vocazione, solo chi ce l’ha riesce a non vederlo come un lavoro.

  16. Furio Detti scrive:

    @Fosca

    Io non penso di avere la “vocazione”, e a dirla tutta, credo assai poco pure alle “vocazioni”.
    Io preferisco pensare al professionismo: sforzarsi ogni giorno di fare meglio quello che ti viene chiesto di saper fare; il che comporta anche gli attributi per rifiutarsi di commettere ogni atto contrario alla qualità del tuo lavoro, anche se ti faciliterebbe le cose e ti renderebbe molto popolare o accettabile… Tendenzialmente in un sistema economico e economicista che privilegia la fretta cialtrona, è dura essere (e restare) professionisti.

  17. Fosca scrive:

    @Furio Detti
    Ok vogliamo tralasciare la parola vocazione perchè non ci crede. Ma deduco che quello che La spinge ogni mattina ad alzarsi dal letto sia la passione e la serietà e la voglia di trasmettere agli studenti la sua passione e la sua materia no? Sappiamo entrambi che è il sistema a dover cambiare ma nell’attesa non si potrebbe fare in modo che gli insegnanti pensino prima di tutto ai doveri morali nei confronti degli studenti e poi al tornaconto economico? La buona scuola è educare e creare e sviluppare emozioni e passioni negli studenti non uno stipendio. Credo sia molto più remunerativo la soddisfazione nel vedere che i nostri studenti comprendano e studino con passione e voglia la materia che si insegna piuttosto che lo stipendio a fine mese.

  18. Furio Detti scrive:

    Quello che mi spinge già dal letto è lo stipendio, che pur magro, mi permette di vivere decentemente. Glielo ripeto e le assicuro che se domani mi presentassero una rendita minima, anche da 800 euro al mese, quindi inferiore a quanto prendo, potendo non lavorare, accetterei al volo! Senza passare dal via. Poiché anche mia moglie lavora e guadagna… farei gioisamente il casalingo senza pensare neanche un secondo a uscir di casa per andare al lavoro, neanche per un part-time!

    Poi, siccome il mondo dei sogni è il mondo dei sogni, tanto vale che dovendo sopravvivere come insegnante io provi anche piacere nel donare ai miei alunni le stesse gioie che ho provato io nello scoprire la cultura e le nozioni che ho appreso. Torno a dire che se lavoro è per necessità, se potessi vivere senza lavorare non rimpiangerei un dannato minuto della mia vita professionale.

  19. Fosca scrive:

    @furio detti
    Mi scusi ma allora Lei perchè insegna? O meglio cosa l’ha spinta a diventare insegnante? È molto interessante il suo punto di vista

  20. Furio Detti scrive:

    Gentile Fosca,

    è una storia buffa quella del mio approdo all’insegnamento.

    Sono diventato docente per il lancio di una moneta. testa o Croce, davvero…

    Le spiego: il mio obiettivo era diventare ricercatore/docente universitario, dopo aver affrontato 9 concorsi di dottorato e dopo essere arrivato puntualmente – come fosse una formula matematica – n+1 su n posti disponibili, mi ero rotto le scatole di tali meccanismi (per la cronaca divenni dottorando senza borsa all’UniPI, al nono concorso; ma mollai il posto perché stavo cercando fortuna altrove ormai del tutto sfiduciato sulla qualità e sulle modalità di carriera universitaria in Italia). Ho anche insegnato come Professore a Contratto presso l’UniPI, ma in tutt’altro ambito di studi.

    Da allora ho fatto stage, corsi, lavorato come cococo, fino al 2007 anno di entrata in ruolo. Deve sapere che ho avuto l’abilitazione all’insegnamento per concorso, l’ultimo effettuato intorno al Duemila. All’epoca ero stagista come giornalista presso la Gazzetta di Mantova e non ero per nulla convinto dell’utilità di affrontare l’ennesima umiliazione del concorsismo imperante in Italia. Mio padre soprattutto insisteva perché mi sistemassi…

    Allora quella mattina – il giorno della prima prova del concorso – ho tirato la moneta per tre volte. Fosse uscita croce 2 su 3 mi sarei presentato come se niente fosse al quotidiano; fosse uscita testa (il buonsenso del lavoro sicuro) sarei andato al concorso (al giornale sapevano che mi sarei eventualmente assentato in quei giorni).

    Uscì Testa 2 su 3 e dopo altri 7 anni di attesa, mi è giunta la convocazione in Lombardia.

    Da allora insegno. Perché uno stipendio fisso è pur sempre meglio di qualsiasi precariato. Semplicemente lavoro per campare. Il pane e le bollette non me le paga uno gnomo invisibile.

    Ho comunque la fortuna di questi tempi di disporre di un lavoro che mi consente ancora: 1. di coltivare la mia crescita umana e culturale (mia moglie dice: “Con la testa tu non hai mai abbandonato il mondo dello studio e della scuola”), 2. di godere di uno stipendio regolare ancorché magro (ho vissuto come cococo e non perderò più tempo a descrivere come sia penoso in quel settore farsi retribuire un lavoro svolto); 3. di poter regalare la gioia della scoperta a cervelli freschi e non viziati o stracotti, infarciti di pregiudizi, come quelli degli universitari e degli adulti in genere; 4. di progettare nuovi modi per insegnare qualcosa – gioco che mi entusiasma sempre; 5. di “vendicarmi” delle carognate patite a scuola comportandomi come NON si sarebbero mai comportati molti (non tutti) dei miei vecchi professori, e devo dire che questa è una delle migliori vendette che un uomo possa prendersi.

    Tutto qua.

  21. Dario scrive:

    Gentile Prof. Raimo,

    condivido molte delle sue riflessioni in quanto il business delle lezioni private genera di certo un indotto economico notevole e quasi mai soggetto a tassazione.
    Sarebbe auspicabile che lo Stato recuperasse questi introiti economici facendo in modo che le lezioni private siano effettuate all’interno delle mura scolastiche e dunque regolarizzate.
    Per quanto mi riguarda posso affermare di essere uno di questi “fortunati” evasori fiscali in quanto guadagno ben due o trecento euro al mese per sette mesi all’anno dopo aver conseguito una laurea magistrale in Lettere con lode, tre master universitari in diversi e prestigiosi atenei italiani e aver sostenuto vari esami post lauream.
    A questo penoso percorso formativo, si aggiungano cinquanta seminari universitari, due stage in scuole di italiano per stranieri e volontariato per due anni in università di mezzo mondo al fine di conseguire la cosiddetta esperienza pratica certificata. Ovviamente tutto questo è stato accompagnato nel mio caso da dodici anni di lezioni private di Italiano, Latino e Greco a 10 euro per sette mesi all’anno, da lunghi studi da autodidatta e dall’apprendimento di due lingue straniere.
    Le dico senza presunzione che molti docenti di ruolo mi chiedono consigli per i loro figli se hanno difficoltà nel ricordare ciò che hanno dimenticato non facendo spesso un accurato life long-learning; ho notato, ad esempio, che molti professori di Latino e Greco conoscono piuttosto poco circa ciò che non è inerente al loro sapere settoriale e quasi mai conoscono bene le lingue straniere.
    Posso dire che la preparazione degli studenti che si rivolge a me è quasi sempre penosa e non sempre si tratta di ragazzi svogliati o incapaci. Dopo la cura dello pseudo-occupato diventano quasi sempre bravi ed entusiasti, altrimenti il licenziamento sarebbe garantito perchè il professore di ruolo non può essere messo in discussione in quanto spetta allo pseudo-occupato realizzare in tre mesi il passaggio miracoloso dalla media del tre a quella del sei o del sette.
    Creare una partita IVA per tassare i 40-50 euro che prendo non sempre ogni settimana mi sembra eccessivo e comunque sarei perdente perchè la gran voglia di legalità che tanti dichiarano di volere naufraga miseramente allorquando si risparmiano due euro pagando a nero e nessun genitore accorda all’insegnante privato un contratto di collaborazione o prestazione occasionale.

    Malgrado questa puntualizzazione mi trovo sostanzialmente d’accordo con il suo articolo: è vergognoso chiedere a nero 50 euro all’ora per una lezione privata.

  22. Marilena scrive:

    Gentile Sig. Raimo,
    mi permetta di puntualizzare un argomento: se ci sono troppi ragazzi che hanno bisogno di ripetizioni scolastiche significa o che gli insegnanti non sono abbastanza bravi nel loro metodo o i ragazzi non studiano o non comprendono la materia e allora una bella bocciatura o la materia rimandata sarebbe risolutiva.
    Sicuramente la scuola dovrebbe essere sostenuta da un numero più alto di insegnanti che siano sopratutto stabili negli anni oltre che preparati, ma aumentare lo stipendio per un lavoro che non è poi così impegnativo (visto che c’è sempre bisogno di ripetizioni) direi proprio di no.
    Ci sono molti altri lavori logoranti e faticosi che meritano stipendi più adeguati e che a mio modesto parere dovrebbero essere considerati prima degli insegnati e professori.
    Non me ne voglia la prego per essere stata apertamente sincera

  23. luciana scrive:

    che dire….i professori ti consigliano le ripetizioni, peccato che siano gli stessi che insegnano la materia.
    non ne usciremo mai.

  24. lucio scrive:

    Vero: se ci sono ragazzi che vanno a lezioni private, evidentemente è perché molti insegnanti non sono in grado di svolgere adeguatamente il proprio lavoro a scuola. Riguardo poi alla Sicsi o Sissi o Tfa, lasciamo perdere.

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