Contro lo spontaneismo

di Christian Raimo

È difficile provare gli stessi sentimenti di qualcun altro. Lo sappiamo bene in una qualsiasi relazione a due, figuriamoci quando si è in trecentomila. Indire una manifestazione che avesse come collante un sentimento comune come l’indignazione porta in piazza per lo spazio di un pomeriggio persone che in realtà pensano (e provano) cose molto differenti: grillini e Acrobax, radicali e Teatro Valle, umanisti e Fiom. L’ultima volta che si era vista una manifestazione così grande, convocata a livello internazionale, era stato per la guerra in Iraq. Lì il sentimento era più chiaro e assomigliava a una ragione. L’altro giorno invece i motivi per cui la gente era in piazza erano molto diversi, anche divergenti: chi era contro la gestione di questa crisi da parte della finanza, chi era contro questo governo, chi era contro la casta, chi proponeva un’alternativa di governo di sinistra, chi reclamava il diritto all’insolvenza e al reddito garantito, chi urlava come in Argentina “que se vayan todos”, chi voleva fare casino, chi voleva presentarsi come un nuovo soggetto politico credibile, chi voleva far parte di una grande manifestazione civile ma senza connotati politici, chi voleva lo scontro con la polizia a ogni costo. Ci sono le risse tra manifestanti pacifici e ragazzini incappucciati o lo sputo a Pannella che indicano questo fritto misto con banalità.
Se il sentimento del quindici doveva essere una enorme comune indignazione, i sentimenti del giorno dopo non sono per niente comuni. C’è lo sconcerto, la delusione, la rabbia, ma anche la soddisfazione, la rivendicazione per com’è andata. E c’è l’incredulità, la sensazione di essere stati presi in giro, quella di non aver capito che cosa doveva essere il corteo, o il gusto di essere riusciti a trasformare un comizietto in una battaglia.
Anche qui: lo sappiamo in una relazione a due quanto è difficile non capirsi sui sentimenti, figuriamoci in trecentomila. L’impressione che molti hanno avuto è che si sia verificata una doppia strumentalizzazione. Chi voleva alzare il livello dello scontro si è fatto scudo di un corteo che per la sua stragrande maggioranza non aveva nessuna intenzione di sfilare con chi spaccava vetrine. Chi voleva una manifestazione superpacifica non aveva pensato fin a oggi che esprimere indignazione non può semplicemente equivalere a scrivere un non mi piace su facebook, ma richiede una quota di responsabilità, l’obbligo di schierarsi, di prendere posizione – letteralmente – in una piazza che definisce in senso geografico la tua identità politica.
La scusa per questo – chiamiamolo in maniera eufemistica – fraintendimento, ma che è appunto stata una reciproca strumentalizzazione si è chiamato finora spontaneismo. Si va in piazza, qualcosa succederà. Ci si indigna, si esprime rabbia, le conseguenze verranno da sé.
In nome dello spontaneismo la manifestazione poteva finire con il comizio fiume a Piazza San Giovanni, oppure con l’occupazione di migliaia di persone della piazza, oppure con lo sfondamento della zona rossa, oppure – come molti evidentemente avevano progettato senza alcuna spontaneità – con la guerriglia che abbiamo visto.
Le due parti che si sono reciprocamente strumentalizzate (gli indignati della domenica e i casseurs) oggi si trovano di fronte a una necessità: diventare adulte e cioè responsabili. La speculare delega che l’una ha fatto nei confronti dell’altra (delega alle pratiche l’una e delega al coinvolgimento civile l’altra) altrimenti farà rimanere questo movimento quello che è: un bambino piccolo che frigna. Che dice: “Che bello! Che bello!” quando può partecipare al potlatch di San Giovanni, oppure fa spallucce schifate di fronte alle immagini degli scontri, attribuendoli solo a pochi (infiltrati, teppisti o fascistelli che siano).
Quelli che sono chiamati con ancora più urgenza a questa responsabilità sono coloro che conoscono entrambe le parti. La politica dal basso di questi ultimi anni, dalla Fiom ai No Tav al Teatro Valle Occupato, che l’altro giorno non per caso si sono a un certo punto trovati costretti, da via Labicana in poi, a fare un immediato passaggio all’età adulta, deviando un corteo con decine di migliaia di persone e inventando una nuova manifestazione che ha attraversato la città, da Circo Massimo a San Lorenzo, fino alle nove di sera, nell’indifferenza piuttosto colpevole dell’informazione. Chi erano questi manifestanti? Tutta gente che non voleva andarsi a fare massacrare a San Giovanni e allo stesso tempo non andare a casa spaventata e depressa, a guardare ancora una volta la politica da uno schermo televisivo.
A partire da qui si devono elaborare nel più breve tempo possibile le risposte alle questioni che questo movimento continua a porre senza proporre soluzioni credibili però: la questione del governo e quella della rappresentanza. Ossia i due grossi buchi che vent’anni di non-partecipazione e repressione (Berlusconi, Genova, e la crisi: riassumiamo così) hanno prodotto.
Ma anche – ed è forse il tema prioritario – un grande riflessione sulle pratiche della protesta e del conflitto. La questione della trasparenza. Il grande successo che questo movimento si rivendica giustamente è stato quello dei referendum: i referendum non sono stati soltanto un grande momento di democrazia partecipata, ma hanno messo in luce l’unica forza possibile per una politica dal basso oggi: la conoscenza condivisa. I referendum sull’acqua o sul nucleare non toccavano soltanto questioni di coscienza o di indignazione politica, ma chiamavano chi votava a formarsi una sua conoscenza su un tema così complicato oggi come quello delle politiche energetiche. Il 14 giugno è stata una data importante per tanti motivi, ma lo è stato anche per la vittoria dell’intelligenza e della conoscenza condivisa contro la sciatteria e la chiusura dell’informazione.
Per questo la frase che si sente dire in questi giorni “Ognuno sta in piazza come vuole” è il solo segno tangibile di una sconfitta. Perché non chiede responsabilità né condivisione di conoscenza. Oggi ognuno di noi può e deve formarsi una coscienza anche su cosa vuol dire stare in piazza, e non delegare del tutto a qualcun altro la propria rabbia o la propria tutela.
Questo vuol dire democrazia, il resto è narcisismo politico.

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Credo siano da ringraziare tutti coloro che in questi giorni stiano cercando di alimentare un dibattito che vada al di là delle sintesi pret-à-porter e dei luoghi comuni. In particolare credo sia preziosissimo il sito dei Wu Ming.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
12 Commenti a “Contro lo spontaneismo”
  1. Lucia scrive:

    Tutti i referendum chiamano chi vota a formarsi una sua conoscenza su un tema complicato: quelli del 14 giugno hanno raggiunto il quorum, a differenza di molti dei precedenti, perché riguardavano questioni che ci toccano da vicino, e perché hanno intercettato la protesta contro il governo. Dubito che il livello di conoscenza condivisa su quei referendum fosse maggiore che per i precedenti: semmai era maggiore l’emotività condivisa.

    Voler salvare il disastro del quindici col carro del Valle mi sembra un po’ posticcio e doveroso. Il carro del Valle pareva identico a uno del Gay Pride – detto senza offesa né per gli uni né per gli altri, ovviamente.
    (Vado ancora alle manifestazioni, per una specie di dovere, per non fare dispiacere, “come merce di scambio per accedere alla relazione”. Ho smesso di andarci con piacere da quando i camion coi sound system a palla si sono sostituiti alle parole o ai silenzi delle persone. I camion coi sound system sono l’equivalente di piazza delle risate e applausi registrati della tv di Antonio Ricci).

    La santificazione, durante questi 10 anni, di un cittadino maggiorenne che a volto coperto e armato (“munito”?) di un estintore ha attaccato una camionetta di carabinieri, bastava ad annullare lo spontaneismo: sappiamo di cosa si sta parlando, immaginiamo cosa si sta facendo.

  2. Larry Massino scrive:

    La mia sensazione spontanea è che l’indignazione contenga niente altro che il senso di impotenza delle persone non facenti parte, del resto in ruoli dirigenziali, di organizzazioni con diritto di sedere ai tavoli dove si trattano le questioni vere. Insomma, gli è un po’ populistica questa indignazione, secondo me anche un po’ reazionaria: contro questo, contro quello, quasi sempre contro le innovazioni (Ponte, Tav, Nucleare ecc, pare che anche il Teatro Valle sia stato occupato contro progetti gestionali organizzativamente innovativi, meno gravanti sulle pubbliche casse, magari artisticamente scarsi, ma tanto…). Contenuti veri in giro ce n’è pochini… Forse perché l’elaborazione che c’è in giro è quella che è, prodotta da generazioni distratte… e quella che dovrebbe servire di supporto a proteste così partecipate non può che pescare nel già detto… per esempio nel già detto della lotta contro le banche e l’Europa burocratizzata, o quello a favore dell’introduzione del salario di cittadinanza, dell’annullamento del debito pubblico, del ritorno alla moneta nazionale. Tutta elaborazione che però proviene dalla destra culturale… tutta roba che porta dritto al socialismo nazionale, non so se mi spiego… A me la destra ‘un mi garba neanche quando mi pare abbia ragione, come nel caso del salario di cittadinanza. Pòle anche darsi che mi sbagli.

  3. PALMITO scrive:

    Sono un grossolano e la penso così: vogliamo il pacifismo e la rivoluzione democratica contro la rivoluzione passiva del Cavaliere, bene, allora, al momento di votare: 1) ci andiamo 2) ci esprimiamo 3) non ci lasciamo incastrare dal “voto utile” e costringiamo la sinistra a fare la sinistra. Un esempio di tale atteggiamento sono state le vittorie refendarie e le conquiste di Napoli e Milano città-bene-comune. Alternativa: siamo massimalisti, la violenza è tollerabile in quanto risposta alla violenza di sistema, benissimo, scendiamo in piazza e spacchiamo tutto! Tutto ciò che c’è nel mezzo, compreso gli indignados, è solo spleen adolescenziale, senza alcuna speranza di vittoria. Smettiamola di fare gli ingenui!

  4. Giuseppe Aragno scrive:

    Caratteri, spazi inclusi, 6268. I sette che occorrevano per dire giovani, Raimo non li ha messi insieme. Ecco un esempio di ciò che ci ha condotti dove siamo. 6268 caratteri, spazi inculsi, per scrivere nulla. Più agghiacciante di ciò che è accaduto a San Giovanni, più desolante del dibattito parlamentare.

  5. christian raimo scrive:

    Giuseppe. Sai che non ho capito io. Ho provato a fare un discorso spero chiaro. Aree do movimento politicizzate radicalmente si trovano insieme a gente che manifesta come andrebbe a un concerto, e gente che manifesta per la prima volta. Chi rispetto a queste componenti politiche può fare rete, non lo fa o non riesce a a farlo. Parlo di sel, del pd, di uniti per l’alternativa, della cgil. Il quindici poteva essere un momento precostituente. E invece è stato un momento disgregante. Sul tuo tono beffardo glisso.

  6. Giorgio scrive:

    Parliamo di responsabilità. I Cappuccetti Neri volevano che finisse così, lo avevano annunciato in riunioni, sui siti ecc. e lo hanno fatto.
    Qualcuno sapeva delle loro intenzioni, visto che ci si è scazzato in varie riunioni: parlo delle ex Tute Bianche, che hanno un percorso politico iniziale identico ai Cappuccetti Neri.
    I Neri odiano i Bianchi perché i Bianchi sono diventati dialoganti, cioè sono entrati nella politica rappresentativa candidandosi di qua e di la aprendosi al confronto con altre realtà provenienti da percorsi e idee politiche differenti dalle loro.
    Ma se i bianchi sapevano perché non hanno fatto niente perché ciò accadesse? Perché non hanno avvisato gli altri organizzatori del 15 (che poi sono la stragrande maggioranza di quelli che hanno partecipato) delle intenzioni dei Neri?
    1.000 Cappuccetti Neri potevano benissimo essere isolati da 300.000 indignati, se si conoscevano le loro intenzioni.
    E’ giusto ciò che dici, ma bisogna che qualcuno si assuma le responsabilità delle proprie azioni, o non azioni, avendo anche il coraggio di chiedere scusa.

  7. barney scrive:

    perfettamente d’accordo con Giuseppe Aragno. sembra di leggere un testo di Baricco

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Leggi commenti...
  1. […] Contro lo spontaneismo.  di Christian Raimo […]

  2. […] grazie a un pezzo di Alessandro Leogrande per esempio, che è circolato moltissimo in rete, e a Christian Raimo. È accaduto in moltissimi altri […]



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