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Corpi vigili. Su “Un giorno verrà” di Giulia Caminito

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di Livia De Paoli

I corpi che dovevano comunque mangiare, bere, dormire, i corpi che sentivano la voglia di altri corpi, anche se inermi e supini, anche se stesi nei fossi, la guerra non sapeva spegnerli, finché respiravano erano vigili, chiedevano attenzione.

Cos’è un corpo? Di cosa è fatto? Che cosa può o che cosa gli è precluso?

«La terra resta» mentre i corpi degli uomini e delle donne vanno via, un giorno saranno anche loro terra. Ma, fintantoché sono vivi, i corpi resistono alla terra: la calpestano, la coltivano, la usurpano; in questo rapporto quotidiano con la terra si va definendo il destino di ciascuno, ogni corpo prende forma.

Tre anni dopo La grande A (Giunti, 2016), Giulia Caminito ritorna sulle radici storiche e familiari per narrare una vicenda ambientata nell’Italia di inizio Novecento a Serra de’ Conti, il paesino di origine del nonno materno, anarchico e marchigiano. I fatti realmente accaduti in quegli anni a Serra e nelle Marche – le rivolte dei contadini, il loro coinvolgimento nel movimento anarchico e la Settimana rossa – si intrecciano con la storia dei due fratelli, Lupo e Nicola Ceresa, e con quella di Suor Clara, abadessa di Serra, una figura di donna realmente esistita la cui vita è recuperata dall’autrice tramite fonti e documenti ancora conservati nell’archivio del monastero.

Nel profilo di ciascun personaggio, pur diverso per indole dagli altri, emerge un tratto comune: è la spinta prepotente del desiderio – desiderio di essere per Nicola e Suor Clara, desiderio di fare per Lupo – che si fa strada attraverso il corpo, erompe e semina zizzania, rimescolando le carte del destino. Una vitalità abilmente trasposta dall’autrice in un linguaggio visivo, ricco di metafore agresti, che procede per immagini e percezioni e dove la descrizione di ogni corpo trattiene dentro di sé una qualità ruvida, una conformazione precisa. La scrittura affonda nel linguaggio del corpo; si contamina con la materia di cui sono fatte le cose – gli oggetti, la natura.

Violante, la madre dei Ceresa, mentre si ribella per conoscere il destino della figlia Nella, è descritta come «la cieca, la pazza, la furia, una spina tra i denti»; Nicola, il più giovane e fragile dei Ceresa, «è il ragazzo mollica», «materia inerte e senza vigore», prima soffice come pane appena sfornato, poi duro con il passare del tempo; Lupo è inafferrabile: il fratello «con sguardo da corvo», il «rivolo d’acqua dolce», colui «con il nome da bestia, il blasfemo, il sovversivo». Da questa fisicità specifica ogni personaggio trae la forza necessaria a liberare la propria storia dagli inganni del linguaggio. Per Lupo e Nicola la sfida è trovare il coraggio di riconoscersi con un nome diverso da quello imposto loro dal padre, Luigi; un nome che li ha sempre uniti come «fratelli». Scoprono quindi un modo nuovo di appartenersi: da ribelli, non più addomesticati alle convenzioni sociali, si ritrovano come corpi desideranti, estranei ma vicini, che si attraggono con una carica tale da scardinare anche il volere paterno.

La tensione poetica che si avverte in alcuni passaggi del libro è quasi un tributo all’eccedenza del corpo, alla sua inafferrabilità; quasi uno smacco alla parola che cerca di catturarlo. La verità del loro rapporto – e forse di ogni rapporto – è quindi nel corpo.

Lo stesso movimento che si agita in Nicola e Lupo avviene anche all’interno delle mura del monastero di Serra de’ Conti. Spazio chiuso e limitato rispetto alla geografia brumosa del paese, il monastero è abitato da monache di clausura. Due tra loro, Suor Clara e Suor Nella si rivelano tutt’altro che algide incarnazioni delle regole ecclesiastiche. Suor Clara è l’abadessa: rapita da un gruppo di schiavisti quand’era una bambina, in Etiopia, è stata poi salvata da un prete e portata in Italia, nel monastero. Lei stessa taglia – e nasconde sotto il velo – la sua chioma da donna africana, i folti e spessi riccioli neri, con delle forbici «simbolo della sua abnegazione», ma l’energia che ha in corpo non si spegne con la vita di clausura: Suor Clara suona; le note che le sue mani disegnano sui tasti del pianoforte sono musica che durante la guerra conforta le monache e gli abitanti del paese. Da quando Suor Clara è stata eletta abadessa – anni prima rispetto all’inizio del romanzo –, l’amore e il desiderio di protezione per le altre monache l’hanno impegnata nell’ostinata difesa del convento che il Vescovo vorrebbe vendere.

La gerarchia ecclesiastica appare qui come emblema di un potere maschile che decide dall’alto, e senza permettere intromissioni, sulla vita delle «sorelle»; ignaro e indifferente e ostile all’affetto che le unisce. Le attenzioni che Suor Clara rivolge alle altre sono fissate dalla scrittura su dettagli, parole semplici, che nell’affiancarsi si caricano di energia, diventano esplosive: «Suor Clara aveva posato la sua mano su quella di Suor Evelina, mano gelida, mano guasta, mano da vermi e lombrichi, mano da suicida».

Il corpo nero di Suor Clara, anomalo per le consuetudini religiose presenti al tempo in Italia, crea scompiglio ma unisce, diventa corpo catalizzatore di aggregazione. Sotto il suo mandato tra le monache si rinsalda un sentimento di sorellanza, che si esprime con i gesti più che con le parole, come la mano che Suor Clara poggia sul corpo morto di Evelina, o su quello pieno di vita di Nella nei momenti di sconforto. Suor Nella è, come Suor Clara da giovane, una presenza inizialmente ostile e indomita, che subisce la clausura invece di sceglierla: viene rinchiusa nel convento per «essersi rovinata», rimanendo incinta prima del tempo. La sua storia è quella di un corpo impunemente violato e poi sottratto alla vita del paese, che pure aveva così tanto amato e di cui avrebbe esplorato orizzonti ben più vasti. Il suo riscatto è nel frutto del suo corpo – il figlio, da cui viene subito separata – che cresce lontano, ma forte e resistente proprio come era lei da ragazza.

Da quando aveva quindici anni non vedeva il proprio corpo con chiarezza, ma solo nel riflesso di qualche vetro, sulla superficie dell’acqua. Però lo sentiva […], ogni cosa di lei era cresciuta e stava invecchiando.

Ciò che il corpo sente è ciò che il corpo fa; e infatti per Clara e Nella, Nicola e Lupo è sempre forte la spinta ad agire. La ribellione che nasce dal corpo – come un moto di insofferenza improvvisamente esplosa – è ancora più forte quando i corpi non sono isolati ma si muovono insieme; lottano insieme. Sono uniti tra loro come un unico corpo vivo i corpi degli anarchici marchigiani sia che si ritrovino durante una protesta in strada sia al chiuso, in qualche scantinato, per una riunione; lo sono anche gli abitanti di Serra che si mobilitano quando il Vescovo invia i suoi legati per portare via le monache. In questo passaggio risaltano soprattutto i corpi delle donne che per difendere il monastero lanciano sassi contro le carrozze e sembra che si scaglino «sui mariti morti e i figli dispersi, sui campi dei mezzadri abbandonati, sui signori che chiedevano raccolti anche in tempo di guerra, sulle razioni di cibo sempre più scarso, sui bambini malnutriti, sulle notizie dal fronte che non arrivavano mai, sulle malattie che li stavano colpendo, stanchi, distrutti, dimagriti, senza forze per rispondere alle scelleratezze del mondo».

Nella trama di Un giorno verrà il ritmo degli eventi è rapido, incalzato dal fervore degli anni, di quel primo quarto di secolo del Novecento. Capita che ogni tanto il flusso del racconto e delle azioni rallenti, si fermi e con parole esatte ritragga i corpi, ne sveli qualità non restituibili se non attraverso la forza dell’immagine.

Sveli l’amore, la compassione e la violenza che lega tra loro i personaggi.

Di cosa è fatto, eh? Di acqua e sale?
Luigi prese il polso di Nicola tirandolo su come un sacco di segale, un coscio di prosciutto da cantina, e lo scosse di qua e di là, i piedi del bambino scalciavano nel vuoto con poca energia, penzolavano, attaccati per sbaglio.

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