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Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica

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Pubblichiamo in anteprima un estratto da Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica, libro-intervista di Luigi Manconi a cura di Christian Raimo, in libreria in questi giorni per minimum fax. L’autore presenta il libro domenica 20 marzo alle 15 a Libri come a Roma (spazio Garage – Officina 3) in una conversazione con Vito Mancuso. Modera Pietro Del Soldà

Non so altrove, ma in Italia il Politicamente Scorretto rischia di rappresentare davvero «l’estremo rifugio delle canaglie». Esagero un po’ ma è certo che per molti si tratta solo di un pretesto per poter finalmente tornare a chiamare «froci» gli omosessuali e «negri» gli africani. E magari, un domani, «mongoloidi» le persone affette da sindrome di Down. Naturalmente, in nome della lotta più rigorosa «contro tutte le ipocrisie e tutti gli eufemismi». Fin qui, le «canaglie». Ma la cosa sarebbe scarsamente significativa se quella tendenza non fosse diventata un vero e proprio «fenomeno culturale», ormai largamente maggioritario, e se non riguardasse ormai anche tante brave persone, e persino amici intelligenti e avversari leali.

In altre parole, si è verificato un colossale ribaltamento della realtà che nega l’evidenza e la rovescia nel suo esatto contrario. Dai primi anni Ottanta, si può dire, la restaurazione rispetto alle idee e ai valori che avevano animato il decennio precedente ha prodotto un senso comune e una mentalità condivisa dove dominano orientamenti schiettamente conservatori. Ma, allo stesso tempo, in alcuni ambienti intellettuali, politici e giornalistici si è affermato uno stereotipo incrollabile: in Italia trionferebbe il Politicamente Corretto, inteso – qui cito uno dei più ferventi interpreti nostrani, Giuliano Ferrara, prima di una recentissima resipiscenza – come «pensiero unico, dominante, mainstream dell’intolleranza e nuova abbrutente religione di stato».

Quel pensiero unico consisterebbe in una egemonia ideologica, costruita su valori di uguaglianza e solidarietà, di libertà e convivenza pacifica. E il tutto si tradurrebbe in un generalizzato buonismo, che alligna per ogni dove, invadente e onnipervasivo: e, ancora, in un atteggiamento che «sfiora la venerazione» verso tutte le minoranze. Il dispotismo del Politicamente Corretto si manifesterebbe come linguaggio pubblico, mentalità dei gruppi dirigenti e della società civile, sistema di proibizioni e veti che condizionerebbero la politica e la vita collettiva.

Da questa fosca rappresentazione discendono almeno tre conseguenze. La prima, la più scontata e visibile, è quella che produrrebbe la «igienizzazione del linguaggio». La seconda, più insidiosa, è quella che porterebbe alla persecuzione dei dissidenti, indocili alla disciplina della correttezza politica. La terza, la più nefasta, è quella che determinerebbe l’incontrastata influenza dell’ideologia buonista sulle politiche pubbliche.

Quanto al linguaggio, si pensi all’ilarità perbenista che accoglie il ricorso a definizioni come «diversamente abile». E a come il ceto intellettuale più brillante sembra scompisciarsi dalle risate di fronte alla pretesa degli spazzini di venir definiti «operatori ecologici». Quest’ultima formula è certamente incresciosa, ma nasce dall’esigenza di cambiare un termine diventato spregiativo. Può essere modificato e migliorato ma va ricordato che «il diritto a chiamarsi» (darsi il nome che si preferisce e pretendere che con esso si venga appellati) è una premessa essenziale del riconoscimento della propria identità- dignità. Insomma, l’esercizio del Politicamente Corretto è qui una delle azioni che informano i processi di civilizzazione del senso comune nelle società democratiche. Definire omosessuale l’omosessuale può/deve corrispondere alla crescita di un atteggiamento di rispetto nei suoi confronti e al riconoscimento dei suoi diritti, e può/deve contribuirvi. L’ipocrisia non consiste nel ricorso a un termine non discriminatorio, bensì nel mancato adeguamento a quel termine di una condizione di fatto.

La questione del linguaggio è importante proprio perché alle parole corrispondono (devono corrispondere) fatti concreti e condizioni materiali. E c’è il serio sospetto che una definizione negativa, o comunque non rispettosa, possa alimentare un atteggiamento negativo, o comunque non rispettoso nei confronti di quella stessa persona.

Prendiamo, per capirci, il mio caso personale. Sotto il profilo clinico, sono un ipovedente ai minimi termini. Sotto il profilo legale sono un cieco civile (immagino che quel «civile» si riferisca al fatto che non sono stato ferito in guerra). Le risorse e i privilegi di cui godo rendono assai meno pesante il mio stato ed è per me pressoché insignificante il termine utilizzato per definire la mia condizione. Sarebbe lo stesso se non godessi di quelle risorse e di quei privilegi?

D’altra parte, l’idea che viviamo sotto la dittatura del Politicamente Corretto induce chi dice di sottrarvisi a ritenersi una sorta di reietto della società o di ribelle iconoclasta. È questo che permette ai più conformisti di immaginarsi come terribilmente «controcorrente» e audacemente «fuori dal coro». E, infatti, tra i conservatori è molto diffuso il vezzo di presentare le proprie opinioni, quelle più in linea con gli umori popolari maggiormente diffusi e regressivi, come minoritarie e ardimentose, frutto di un’elaborazione indipendente e di uno splendido isolamento.

Accade così che sul più autorevole quotidiano italiano un autorevole storico affermi autorevolmente che in Italia «da tempo essere e dirsi cristiani non solo non è più intellettualmente apprezzato ma in molti ambienti è quasi giudicato non più accettabile» (Ernesto Galli della Loggia). Ma che ambienti frequenta, il nostro carissimo Ernesto? Questa sensazione di minorità, avvertita da chi pure dispone di risorse intellettuali e materiali tali da attribuirgli un significativo potere, è assai diffusa. E non sembra doversi solo ed esclusivamente a una civetteria mondana. Tanto è vero che un simile atteggiamento alimenta poi quella che definivo la più nefasta delle conseguenze: l’idea che la politica del nostro paese sia dominata, appunto, dalla retorica del Politicamente Corretto e dal suo più perverso frutto: il buonismo. Ed è proprio questo che rivela come un simile discorso non sia limitato a una controversia linguistica, ma rimandi a un’analisi della realtà sulla quale il dissenso è radicale.

Prendiamo un punto importante. Sul Sole 24 Ore di un giorno di gennaio del 2016, un corrucciato editorialista scrive che nel nostro paese l’immigrazione sarebbe stata costantemente interpretata in chiave «buonista», secondo «quello che si potrebbe definire pensiero unico dell’apertura». Trasecolo, colpito da questo vero e proprio rovesciamento della realtà fattuale. Ritornano, e colpiscono, quei due termini. «Buonista» innanzitutto: ma com’è possibile ricorrere ancora a una parola tanto abusata da risultare inservibile nella sua consunta banalità? E, poi, quel «pensiero unico» utilizzato al fine di evidenziare, per contrasto, la propria posizione di pretesa originalità. È la versione «chiagn’ e fotte» di quel tratto proprio del carattere nazionale che è il vittimismo dei forti o, se si vuole, la legge del contrappasso per chi, nel corso degli ultimi decenni ha deriso quella «cultura del piagnisteo» che, secondo Hughes, connoterebbe il Politica mente Corretto.

Insomma, quanto più ci si trova in sintonia con il senso comune più bolso, tanto più ci si vuole proporre come pensatori trasgressivi. Ma, se entriamo nel merito, scopriamo immediatamente che – da quando quello dell’immigrazione è diventato un fenomeno di massa – si sono succedute in Italia normative per la sua regolamentazione oscillanti tra volontà di accoglienza e tendenza alla chiusura, tra inclusione e rifiuto, tra riconoscimento dei diritti e penalizzazione dell’irregolarità; e che, da tempo, prevale un orientamento volto a respingere più che ad «aprire». Il sistema dei media ha seguito un’analoga oscillazione e l’opinione pubblica ne ha riflesso le varie fasi e le relative contraddizioni.

In un quarto di secolo, la retorica «dell’apertura» si è ridotta a fragile appannaggio di esigui settori dell’associazionismo cattolico e di minoranze della sinistra radicale; e non ha impedito che, nel corso di quello stesso periodo, oltre ventimila migranti morissero nel mare Mediterraneo, mentre cercavano di raggiungere le nostre coste. E «il pensiero unico», oggi, è inequivocabilmente orientato verso la diffidenza e il sospetto, se non verso l’esclusione e il respingimento. Ma consideriamo altri due esempi.

In un paese dove non c’è una legge contro l’omofobia e dove la vicenda parlamentare delle unioni civili ha un esito tanto deludente, in nome del Politicamente Scorretto si dà per scontato che le lobby gay egemonizzino cultura e politica e producano un senso comune mainstream filo-gay. Ancora. E a quasi quarant’anni dalla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, nell’Italia dove trionferebbe il Politicamente Corretto, si trovano intere regioni (la Basilicata) e città tutt’altro che arretrate (Jesi e Ascoli Piceno) dove tutti i medici, senza eccezione alcuna, sono obiettori di coscienza e, dunque, l’aborto non può essere praticato. E gli esempi potrebbero continuare.

Tutto ciò mi induce a pensare che il dominio del Politicamente Corretto sia una delle più grandi mistificazioni della cultura italiana contemporanea. All’origine c’è, anche stavolta, un singolare rovesciamento: gli impavidi combattenti contro la correttezza politica vivono, effettivamente, in ambienti (facoltà universitarie, case editrici, giornali) dove quella categoria è affermata e difesa da minoranze agguerrite. E, così, il ceto intellettuale maggioritario compie il più classico degli errori: scambia, cioè, il proprio microcosmo, dove può capitargli di vivere una condizione di minoranza, con la dimensione complessiva della società italiana e con i suoi orientamenti collettivi: è perfettamente integrato in essa, ma si ritiene estraneo. Ed è così politicamente scorretto da riflettere puntualmente l’incattivirsi della mentalità comune. Battendosi contro il buonismo che offende il suo senso estetico, quel ceto intellettuale non si rende conto di alimentare un cattivismo che, non di rado, offende la dignità umana.

Insomma, ci sarà pure un qualche rapporto tra la stucchevole retorica del «parlar chiaro» e del «dire pane al pane e vino al vino» e il fatto che un Calderoli possa attribuire a Cécile Kyenge le «sembianze di un orango» e un Buonanno possa rivolgersi all’attrice rom Dijana Pavlović urlandole «siete la feccia dell’umanità».

D’altra parte, se nel caso della Caritas o di don Luigi Ciotti o di don Gino Rigoldi l’imperativo di ridurre la sofferenza nasce da un precetto cristiano, è essenziale distinguere nettamente tra ispirazione delle motivazioni all’agire e sue concrete modalità. Il sentimento – laico o religioso, politico o civile che sia – è ciò che può determinare la scelta dell’impegno, ma poi nel metodo e nel contenuto di quello stesso impegno devono valere ben altri requisiti: razionalità e competenza, efficienza e professionalità. Per questo nel libro scritto con Valentina Brinis sul tema dell’immigrazione abbiamo dedicato così tanto spazio alla critica della solidarietà e dell’irenismo multietnico.

E giù una litania di improperi contro il politically correct e il relativismo etico per arrivare a concludere che, insomma, meglio chiudere le frontiere.

Non è qui il caso di argomentare perché mai una simile ricetta sia, nella migliore delle ipotesi, una distopia: ciò che mi preme sottolineare è piuttosto una questione di metodo e di merito culturale. Infatti, «multiculturalismo» o è una semplice fotografia della realtà (l’autobus che mi porta al Quadraro o al Giambellino è multiculturale in quanto tra gli utenti ci sono tanti stranieri quanti italiani), oppure rappresenta una proiezione di aspettative ottimistiche verso il futuro: un surrogato del socialismo, per chi ancora ci crede, o di qualunque altro progetto desiderabile di società. Ma, come tale, la sua fragilità era evidente già un quarto di secolo addietro.

Non c’era bisogno di fatti come quelli accaduti a Colonia e in altre città tedesche durante il capodanno del 2016; e nemmeno dei conflitti culturali intorno a temi come i riti e i costumi religiosi, le mutilazioni genitali femminili, l’uso del velo. Bastava osservare la crisi dei modelli di integrazione sperimentati in molti paesi democratici, un po’ di esperienza politica e di ricerca sociale, per saperlo da tempo. Il multiculturalismo è né più né meno che una tendenza irresistibile delle società contemporanee, in un mondo segnato da immensi flussi migratori, che richiede di essere mediata e governata. Fatta salva, va da sé, l’irrevocabilità dei diritti fondamentali della persona – dall’integrità fisica alla parità tra uomo e donna – che nessuna convivenza tra culture diverse può accettare di vedere compromessa.

Ripeto. Un moto di solidarietà è ciò che può spingerti a operare, ma deve rimanere nell’ambito della tua sfera privata e delle tue motivazioni. Quando, poi, si arriva ad agire, lì devono valere altri argomenti: razionali e, appunto, non emotivi. È necessario ricorrere a ragioni obiettive, affidarsi a categorie come l’utilità sociale e la reciprocità che nasce dall’appartenenza a una comunità, contare sull’indivisibilità dei diritti e sulla remuneratività del loro riconoscimento.

Trovo offensivo, ancor più che inutile e ancor più che dannoso, pensare di rivolgersi agli abitanti di Tor Sapienza, a Roma – inquieti per la presenza di un centro di accoglienza, di edifici occupati abusivamente, di un campo nomadi e di un’ampia fetta di territorio interessata dallo spaccio e dalla prostituzione – chiamandoli alla solidarietà e alla realizzazione di una «società multiculturale». D’altra parte, la categoria di solidarietà come oggi viene prevalentemente intesa è un concetto profondamente asimmetrico e, alla resa dei conti, paternalistico. Come dice un proverbio di un paese africano che non ricordo, la mano che dona è sempre quella che sta in alto rispetto a quella riceve.

È un discorso moralmente utilitarista, come lo intenderebbero Jeremy Bentham e John Stuart Mill.

Te lo dico in termini volutamente sintetici e, dunque, un po’ forzati. Io non voglio bene agli immigrati e nemmeno voglio bene ai detenuti, e tantomeno voglio bene ai rom. Diciamo che, qualora si presentasse l’occasione, potrei diventare amico di un immigrato in carne e ossa, con un nome e un cognome, di un detenuto o di un rom: e potrei, di conseguenza, voler loro bene. Ma sarebbe un rapporto personale. Se considero, invece, questi gruppi come gruppi, fatico anche a provare solidarietà. Ovvero a volere loro bene in quanto gruppi nella loro generalità e intesi come categorie unitarie e compatte. All’interno di questi tre gruppi, certamente, si trovano condizioni estese di sofferenza e di ingiustizia, e questo determina il mio interesse e la mia simpatia umana nei loro confronti e la volontà, nei limiti del possibile, di porvi qualche rimedio. Ma non provo pulsioni affettive verso questo o quell’aggregato umano in quanto tale.

Quello che avverto è, piuttosto, l’esigenza di darmi da fare come so e come posso per cercare di tutelare i diritti e le garanzie di ogni membro di quei gruppi e, quando necessario, della loro identità collettiva. E, in questo, il sentimento di simpatia per la loro condizione e la volontà di contribuire a superarla conta quanto un ragionamento schiettamente utilitaristico: voglio che gli immigrati, i detenuti e i rom abbiano tutti i diritti e le garanzie che spettano loro innanzitutto perché – ciascuno interpreti questo innanzitutto come meglio crede – ciò può contribuire in maniera decisiva a che i miei figli possano godere, a loro volta, di tutti i diritti e di tutte le garanzie. E possano vivere in condizioni accettabili di sicurezza, in una società non lacerata da conflitti etnici e da vendette sociali.

In altre parole, la sottrazione allo stato di marginalità del maggior numero possibile di migranti irregolari, ma anche di devianti e di rom, costituisce la garanzia essenziale per disinnescare il cortocircuito tra condizione di miseria sociale e reazione illegale di quegli stessi soggetti a rischio. Insomma, se proprio proprio devo utilizzare uno slogan definirei il mio come altruismo interessato. Ma questo te l’ho già detto.

Questo ragionamento in termini di utilitarismo sociale non ha nulla a che fare con il cinismo e nemmeno con una concezione esasperatamente liberista e sregolata della società. Al contrario: l’utilitarismo, in questo schema, rappresenta un fattore di rafforzamento del legame sociale. Di più: è un utilitarismo consapevole e razionale che costituisce la ragione prima della reciprocità, ovvero di quel sistema di relazioni che fa da trama e da collante per ogni comunità organizzata. Insomma, l’utilitarismo sociale può essere un robusto elemento di coesione, assai più della retorica della solidarietà e dell’appello ai buoni sentimenti.

Sia chiaro: nella politica, l’emotività e la passione ci devono stare, eccome. Ma devono essere tradotte, questo sì, in forme di mobilitazione collettiva, se siamo in grado di farlo, ed è tutt’altro che facile. In ogni caso, affidarsi completamente a questo è profondamente sbagliato, e soprattutto non funziona. Puoi forse creare uno schieramento, ottenere adesioni, raccogliere consensi, ma per questioni controverse e talvolta laceranti come quelle qui ricordate, servono solo ragionamenti lucidi e proposte che tengano conto della pluralità degli interessi in campo e della difficoltà di mediarli e di trovare soluzioni condivise. Vale per un campo rom, ma vale anche per lo scandalo dei bambini reclusi in carcere con le loro madri e per i malati terminali che muoiono in corsia tra atroci sofferenze.

Possiamo suscitare tutta la compassione del mondo nei loro confronti, ed è giusto ed è utile farlo, ma se non troveremo soluzioni efficaci per quei bimbi in galera o costretti all’accattonaggio e norme che depenalizzino il suicidio assistito e l’eutanasia, sarà stato tutto inutile. E comunque quelle soluzioni e quelle norme dovranno essere concrete e realistiche, molto concrete e molto realistiche, inevitabilmente frutto di mediazioni e compromessi.

Quindi tu sostieni questo: la morale riguarda un ambito privato, e una certa dimensione comunicativa. Mentre il garantire più diritti è utile a una maggiore sicurezza sociale.

Vedi, io non sono un amante del disordine, anche se sono piuttosto tollerante. Il mio invecchiare non mi induce alla moderazione, ma a una sorta di estremismo senile. Insomma, l’età non mi ha reso un conservatore, o almeno così mi sembra. Probabilmente si deve al fatto che – nella sfera individuale, nell’azione pratica e nella teoria politica – coltivo sempre l’idea di una dinamica della vita sociale fondata sulla sequenza: conflitto-mediazione-nuovo equilibro. E questa è una definizione di progressismo, di riformismo? Se vuoi. Ma quella stessa sequenza può anche declinarsi così: movimento-governo-riforma.

E, infatti, perché mi interesso delle questioni per definizione intrattabili? Per un motivo innanzitutto: perché penso che le questioni ritenute intrattabili siano in realtà trattabilissime. Dunque, devono essere non solo affrontate e negoziate ma, ancor prima, portate all’interno della sfera pubblica, della dimensione politica e dello stesso ambito di governo. Perché io e alcuni miei soci e sodali siamo stati avversati da qualche componente del disordine sociale, ma apprezzati da altre, a partire da pezzi del Leoncavallo di Milano e di centri sociali di Roma e di Padova, dalle radio libere di molte città e dai siti cosiddetti «antagonisti»?

Perché abbiamo sempre considerato quel disordine sociale dentro una dialettica di relazione: e dunque di confronto e mediazione e, infine, di «onorevole compromesso», quando possibile. Mai dentro una logica di ostilità assoluta e irriducibile. In quell’articolo di cui già ti ho detto, «Trattare senza farsi male», teorizzavo la necessità del negoziato infinito e della trattativa paziente e ininterrotta, dove chi media pone delle condizioni e traccia dei confini, ma nella prospettiva di un obiettivo da raggiungere, attraverso le intese possibili e nel rispetto della pluralità dei soggetti e degli interessi. Quelle condizioni e quei confini devono essere necessariamente elastici e mobili e, a loro volta, possono essere oggetto di negoziazione.

Per capirci, ricordo nel dettaglio l’organizzazione della prima manifestazione contro un Cie (chiamato allora Centro di permanenza temporanea), quello di via Corelli a Milano, forse nel 2002. Nei giorni precedenti – non ero più parlamentare – mi recai più volte in questura per definire percorso e destinazione del corteo. I funzionari della Digos indicarono un punto della strada che portava al Cie da non superare assolutamente. Intorno a quel limite discutemmo per giorni e infine ci accordammo. Quando poi il corteo raggiunse effettivamente quel punto della strada, apparve chiaro che non si sarebbe fermato: e dunque lì, mentre la tensione cresceva, riprese il negoziato. Si stabilì un nuovo confine, il corteo proseguì e raggiunse quel punto «senza farsi male».

Qualche tempo prima partecipai a una grande manifestazione a Genova, in occasione della conferenza nazionale sulle tossicodipendenze. Io ero ancora parlamentare e accompagnavo il corteo, camminando di lato, vicino alle prime file, quando fui raggiunto da un funzionario della questura. Questi mi disse: «Il signor capo della polizia vuole parlarle», e mi passò il suo telefonino. E così, lungo l’intero tragitto, fino alla conclusione, feci da tramite e da intermediario tra Gianni De Gennaro e gli organizzatori del corteo. Definendo via via alcuni tratti del percorso, i punti dove ci si fermava e quelli dove si accelerava.

Ora, capisco bene che possa sembrare o un gioco puerile senza alcun significato politico o, peggio, una spirale insensata tra provocazione e resa. Penso, all’opposto, che si tratti di una modalità intelligente di amministrazione dell’uso della forza di stato e di controllo della piazza. Un esempio, se vogliamo, di governo del disordine. Ma anche la rappresentazione tecnico-agonistica di quella sequenza che prima indicavo: conflitto-mediazione-nuovo equilibro.

Se mettiamo da parte il corteo e pensiamo piuttosto ai bisogni sociali e alle esigenze collettive, lo schema è lo stesso. La società esprime domande radicali sia sul piano materiale sia su quello delle libertà e del diritto all’autodeterminazione. Quelle domande vanno tutte tradotte in politica e – se e come è possibile – tutte trasformate in questioni di governo. Questa idea, finora illustrata con troppa attenzione all’aspetto «fisico» e «militare», richiama una concezione della politica saldamente insediata nella vita sociale e, allo stesso tempo, prudentemente fiduciosa nella mediazione istituzionale. Capisco che, operando così, si rischia di prendere botte a destra e a manca: dalla durezza della realtà sociale così come dalla rigidità delle logiche istituzionali. Ma non vedo alternativa.

Dove hai imparato questa cosa?

L’ho imparata innanzitutto dalla mia personale esperienza. Anche da quella – mai rinnegata, nonostante molti provino a inchiodarmela addosso come uno stigma – di responsabile nazionale del servizio d’ordine di Lotta continua. E, poi, ho certamente imparato dai Radicali. E, a questo proposito, ho sempre pensato che la radicalità, ossia la capacità di andare alla radice delle cose, costituisca un contenuto prezioso, da non sprecare assolutamente, e al contrario da portare all’interno della politica e delle istituzioni, come fattore di rinnovamento e di trasformazione.

Ancora un esempio: la radicalità nel trattare il tema dei Cie porta alla volontà di abolirli. Ma abbiamo imparato e stiamo verificando come questo obiettivo possa passare attraverso tutta una serie di conquiste intermedie. L’obiettivo finale è, e non può essere altrimenti, l’abolizione dei Cie, ma intanto siamo riusciti a ridurre il tempo del trattenimento da diciotto mesi a novanta giorni. E, dunque, il tema dei Cie non è rimasto in una dimensione di mera protesta contro la disumanità di quei luoghi orribili né, tantomeno, si è ridotto a una flebile dichiarazione di impotenza.

Così come – non certo da soli – siamo riusciti a vietare i cosiddetti «ergastoli bianchi», ovvero la detenzione a vita degli autori di reato prosciolti per vizio di mente. Anche questo è il risultato, sia pur «intermedio», del lavoro che da anni svolgiamo, fortunatamente insieme a tanti altri, su disagio psichico, istituzioni totali e giustizia penale.

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