Matteo-Renzi

Cosa c’è oltre la rottamazione: Matteo Renzi e la retorica del buon senso

di Christian Raimo

Io (ossia una persona nata nel 1975, che da bambino vedeva sei ore di televisione al giorno, compresa la dose quotidiana di Happy Days e I Jefferson, che a quattordici anni vinse i provini per andare a Doppio slalom anche se alla fine suo padre non ce lo mandò…) mi sono letto l’ultimo libro del mio coetaneo (sei mesi di differenza) e “nativo della televisione commerciale” Matteo Renzi.

 

Si intitola Oltre la rottamazione, è lungo 120 pagine circa, l’ha pubblicato Mondadori, costa 15 euro, ed è una specie di diario argomentato dell’esperienza politica dalle primarie fino al governo attuale. Non mi ero mai letto per intero un suo libro e avevo dato per buono il pregiudizio che si porta con sé: che indipendentemente da cosa si pensi delle sue idee politiche, Renzi sia un grande comunicatore. Mentre alla fine, quello che ho concluso, in modo sintetico, è che alcune sue idee – soprattutto quelle più generiche – non siano male, ma che come comunicatore abbia pregi e difetti.

Ma vediamolo in modo articolato:

Partiamo dal pregio fondamentale del libro, che è l’autocritica. A volte sembra un espediente retorico di captatio benevolentiae nei confronti del lettore, ma anche se fosse è apprezzabile comunque: Renzi ammette i suoi errori, politici (per es. di avere accettato di correre per le primarie con delle regole che lo danneggiavano), di comunicazione (per es. di non aver saputo gestire in modo più trasparente la questione dei finanziamenti).

Lo stile di Renzi è molto reader-friendly, al limite di un’espressività iperinformale, una sorta di colloquialismo. Formule ricorrenti tipo “insomma”, “pare”, “sia chiaro” (pag. 4: “È un manuale dei perdenti, sia chiaro”; “Niente di personale contro i giuslavoristi e i sindacalisti, sia chiaro”, pag. 56) che sono ovviamente un modo retorico per affermare una cosa fingendo di smorzarne la convinzione: non ho nulla contro, però. Oppure tipo il “già” messo a inizio frase (per es: “Già, il Colle. Il Parlamento neoeletto conferma l’inquilino uscente Giorgio Napolitano”, pag. 4; “Già, il calcio. C’è qualcosa di più unificante e divisivo nel nostro Paese”, pag. 13; “Non ci rimane che scegliere cosa fare da grandi. Come Paese, intendo. Già. Perché diciamocela tutta…”) che sta a sottintendere che le proprie idee sono talmente perspicue da essere ovvie. La più icastica può essere quella a pag. 24 per es: “Sono sempre il solito, tranquillo. Sempre il solito bischero”.

Molte volte Renzi usa una retorica che calca sulla forza dell’ovvietà, con una consapevolezza molto precisa. (pag. 11: “Mi accusano di essere un qualunquista”). In alcuni casi proprio utilizza la formula “Sarò banale, ma”. Per es. a pag. 78, a proposito della Tav (su cui sorprendentemente dà un giudizio negativo): “Lo so che esprimere un concetto del genere è banale”; a proposito dell’obbligare la grande distribuzione al sostegno delle fasce più povere: “Esprimo un concetto banale”, pag. 98; pag. 10: “Può sembrare banale, ma proprio il telefonino è il simbolo di un cambiamento ontologico della vita quotidiana”. A proposito del carcere: “Forse sono un inguaribile ottimista, ma penso che in Italia è ora di finirla con una guerra civile permanente e iniziare a affermare alcune piccole ovvietà” (pag. 17). “Io mi limito a cedere alla logica e alla ragionevolezza” (pag. 18)…

In questa sorta di autoindulgenza nel poter essere banale Renzi crea una forma di cornice del discorso amichevole, una specie di upgrading intelligente rispetto al discorso veltroniano (suo riferimento politico-linguistico indiscusso): dove Veltroni legittimava il contesto in cui parlava qualunque fosse in maniera preventiva (“Intanto sono contento di essere qui e mi sembra importante esserci”) e non stigmatizzava mai l’avversario in modo polemico ma preferiva non nominarlo (si legga: Lakoff applicato a Veltroni, di Giovanna Cosenza), Renzi dice sostanzialmente: le cose banalmente stanno così, mica vorrete opporvi a questa ovvietà? Certo per far questo alle volte dice cose talmente ovvie da risultare un po’ una scoperta dell’acqua calda: a pag. 9 “Mi sono reso conto che il mondo che stiamo vivendo è straordinariamente difficile e complesso”; “viviamo in una campagna elettorale permanente dove gli insulti sono all’ordine del giorno” (pag. 37); “i sindaci affrontano problemi concreti, quotidiani, ma ci mettono l’entusiasmo, la passione, la grinta”. (pag. 49)

Ma cosa accade a chi ritiene che la sua prospettiva non sia così scontatamente condivisibile? Una posizione dissimile o contraria a questa ragionevolezza, a quello che ci appare banale o praticamente ovvio per Renzi, nel libro viene connotata dallo stigma dell’“ideologia”: “Arriverà pure nel nostro Paese prima o poi, un giorno in cui si potrà parlare con serenità, e non animati da furore ideologico e distruttivo…” (pag. 65); “L’articolo 18 è la coperta di Linus di una sinistra ideologica e di una destra rancorosa” (pag. 79)… L’ideologia o il moralismo sono passioni basse e inutili secondo Renzi, che in questo senso porta a compimento il disegno veltroniano di demarxistizzare la cultura di sinistra (dove “Marx” sta per “conflitto di classe”). L’ermeneutica di Renzi non prevede mai una lettura del mondo diviso tra oppressi e oppressori. Anche il suo cattolicesimo – il suo cattolicesimo politico – non è mai filorosso: non si intravede lo spirito di emancipazione di una teologia della liberazione o quella libertaria di un Alex Langer (giusto per citare l’unico riferimento della politica italiana degli ultimi trent’anni che la sinistra ha colpevolmente dimenticato e che ti aspetteresti di trovare in uno che ha cominciato a fare politica nell’associazionismo degli anni ’90), quanto piuttosto la lezione politica del welfare nordeuropeo: quell’Olof Palme, nume tutelare anche di Veltroni. Anche le battute, l’ironia, il sarcasmo, servono a questo tipo di discorso.

Oltre la rottamazione è un libro pieno di facezie, frecciatine, paradossi, freddure, tutte più o meno improntate alla polarità assurdità/buonsenso.
Pag. 3: “Qualche certezza resta intatta. Fortunatamente o sfortunatamente, sia chiaro. Per esempio la certezza che la sinistra italiana riesca a perdere le elezioni anche quando sarebbe impossibile farlo”.
Pag. 5: “Monti ha restituito serietà e credibilità al Paese (non era impresa complicata dopo che avevamo avuto per ministri persone come Bossi, Brambilla, Brunetta, solo per restare a quelli con la lettera B).
Pag. 7: “Credo che il presidente della Repubblica italiana sia uno dei più anziani capi di Stato in carica. E credo che il leader della Corea del Nord sia uno dei più giovani capi di Stato in carica. Il primo ha ottantotto anni, il secondo ne ha trentadue. Esiste qualche persona dotata di buonsenso che oggi pensi di scegliere Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord che ha minacciato la Corea del Sud e gli Stati Uniti d’America di un attacco nucleare? Ovviamente no. Scegliamo tutti – convintamente – Napolitano, tutta la vita. Nessuno accetterebbe uno scambio neanche sotto tortura”.
Pag. 13: “Negli ultimi mesi della sua esperienza politica, Gianfranco Fini usava parole totalmente altre verso gli immigrati, come se la legge [Bossi-Fini] portasse il nome di un suo lontano parente. Come se quel Fini lì fosse quello dei tortellini”.
Pag. 14: “La coppia d’attacco della Nazionale è composta da Balotelli ed El Shaarawy , senza che nessuno si scandalizzi. L’idea di diventare come Balotelli o come El Shaarawy non preoccupa i genitori. Al massimo può preoccupare i parrucchieri, costretti a inseguire le più improbabili acconciature alla moda”.
Pag. 21: “Alcuni dei temi che Grillo ha lanciato in campagna elettorale sono molto interessanti. […] Potrei chiedergli i diritti d’autore non soltanto per la scelta di usare il camper, insomma. E poi il suo guru, Gianroberto Casaleggio, ha quel suo-non-so-che alla Patti Smith che per chi come noi sogna che ’people have the power’ è comunque intrigante”.
Pag. 31-32: “C’è un problema di vocali, insomma: volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto”.
Pag. 35: “Adesso sono diventato una risorsa. Non c’è dirigente del partito che nelle dichiarazioni pubbliche non associ il mio nome all’espressione risorsa. Ma anche basta adesso! Io non voglio essere una risorsa, fidatevi: preferisco vivere”.
Pag. 40: “È uno strano Paese, questo. Quando dovrebbe fare qualcosa – e tutti sembrano d’accordo – non fa quella cosa: istituisce una commissione per parlarne. E quando invece si è d’accordo, che succede? Si fa un tavolo. […] E noi, inguaribili romantici, convinti che i tavoli li facessero i falegnami”.
Pag. 45: “Ho letto che il responsabile organizzativo del partito, l’onorevole Nico Stumpo, ha dichiarato che Margherita Hack poteva votare solo se avesse portato la giustificazione. Cioè Nico Stumpo che chiede la giustificazione a Margherita Hack? Ci manca solo Nonna Papera astronauta e poi abbiamo finito il campionario degli orrori. E degli errori”.
Pag. 64: “Certo, poi occorre un cambio di mentalità. Negli Stati Uniti due ragazzi che si chiudono in un garage inventano una newco che, se funziona, viene immediatamente finanziata da aziende del venture capital. Da noi se due ragazzi si chiudono in un garage, arriva l’Asl di turno e lo chiude”.
Pag. 68: “L’unica novità di certi convegni politici, monotoni e stancanti, può arrivare solo dal menu del catering…”
Pag. 90: “Ho un figlio alle medie e due alle elementari. […] La femmina sta con suo papà: ‘Se c’è un Renzi, io voterei per lui’. Se mi trova il Telefono Azzurro sono finito!”

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Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
6 Commenti a “Cosa c’è oltre la rottamazione: Matteo Renzi e la retorica del buon senso”
  1. Vagabond scrive:

    Mi piace notare come questo libro possa rappresentare, per Renzi, un distacco concreto dal pensiero vendoliano, che pero’ e’ quello che in questo momento piace di piu’ agli intellettuali di sinistra.

  2. davide calzolari scrive:

    no vedo dove renzi abbia mai avuto contatti col pensiero vendoliano

    quanto all articolo,sopra,alcune battute del libro sono tutt’ altro che ovvietà,,itpo :

    “”Pag. 21: “Alcuni dei temi che Grillo ha lanciato in campagna elettorale sono molto interessanti. […] Potrei chiedergli i diritti d’autore non soltanto per la scelta di usare il camper, insomma. E poi il suo guru, Gianroberto Casaleggio, ha quel suo-non-so-che alla Patti Smith che per chi come noi sogna che ’people have the power’ è comunque intrigante”.”

    “”Pag. 64: “Certo, poi occorre un cambio di mentalità. Negli Stati Uniti due ragazzi che si chiudono in un garage inventano una newco che, se funziona, viene immediatamente finanziata da aziende del venture capital. Da noi se due ragazzi si chiudono in un garage, arriva l’Asl di turno e lo chiude”.””

    quest’ultima non è una novità,ma fa bene tornarci sopra,perchè davvero tutta la burocrazia locale qua in emilia rompe davvero le scatole

    e se non si riforma,nessuna partita iva voterà mai piu la sinistra,alla lunga:non che la destra sia tanto riformatrice,ma si sa,dalla sinistra,ci si aspetta sempre qualcosa di piu

  3. LM scrive:

    Raimo, ma con tutte le ‘ose belle che c’enno da fare ni’ mondo, ti metti a leggere i libri de’ sinda’o novativo Renzi? Viaaaa…

  4. Serena scrive:

    ciao Cristian la tua prosa è sprecata a raccontarci i libri da supermercato

  5. Gloria Gaetano scrive:

    Sinceramente l’articolo mi ricorda l’esilarante brano di Eco ‘Fenomenologia diMike Bongiorno’. Solo che Eco era più crudele,spietato non tanto con Mike Bongiorno, ma con gli spettatori. Certo Christian analizza tutte le espressioni e i gesti, , il detto e il non detto, i luoghi comuni che diventano,per paradosso, divertenti battute in controcorrente.Certamente ha passato a vedere tv e a smanettare più di altri intellettuali anziani, e coglie subito l’uso abile della comunicazione. Certo siamo nell’epoca dei grandi comunicatori. Quanti! E quelli che non lo sono , risultano perdenti.
    Sono d’accordo vincerà le elezioni un grande comunicatore, avremo il presidenzialismo, (che bello!); anche noi un re! Come se re Napolitano non i avesse già abituati a calmarci quando il capo prende in mano la situazione. Ma l’altra sera mi ha colpito Freccero, che pure ama l’ars comunicandi, ed è un maestro nell’arte di smascherare. Ed è bravo. Ha fatto una semplice domanda, che ovviamente nessuno ha capito: Ma il capitalismo è emendabile? Che cosa c’è dietro tutti i discorsi dei comunicatori.? In realtà ci comunicano poco. Non hanno granchè da dire, ma come lo dicono bene! Già la nuova generazione sa parlare e scrivere usando , mescolando i linguaggi dei media, delle pubblicità, dei twitter. Ma dietro non c’è niente da dire, nessun’idea, nessun cambiamento , niente da proporre. Vale dunque la pena analizzare il potere della comunicazione?. per dire che D’alema sa fare la faccia supponente e quasi intelligente, In realtà che modello di società vorrebbero realizzare. Non ha importanza: comuinicano. E credo che Christian abbia voluto fare un’operazione machiavellica, ma passata attraverso Dante, mostarndo di che lacrime e di che sangue grondi il potere. Degli altri, di quelli che non contano, naturalmente.. Perpiacere, dimmi chenon mi sto sbagliando… Una persona come te del tuo valore intellettuale e creativo, che esamina un guaglioncello furbetto come REnzi!

  6. Solounatraccia scrive:

    D’accordo con LM e Serena.

    Augurandosi che non ricapiti.

    Contando pure che 120 pagine a 15 euro fà già capire quanto ti pigli per il culo.

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