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Cosa non funziona in “The English Game”

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di Luca Todarello

Nel 1905 Alexander Bassano, fotografo dell’alta società inglese del XIX secolo (suo è anche lo scatto utilizzato da Alfred Leete per Lord Kitchener Wants You, manifesto britannico per il reclutamento di anime per la Grande guerra), immortala in uno scatto Lord Arthur Fitzgerald Kinnaird, ultimo discendente di una ricca famiglia di banchieri anglosassoni.

Si tratta probabilmente di uno dei primi lavori che un artista dedica alla celebrazione di un calciatore: Lord Kinnaird è stato infatti una stella del calcio dei pionieri e sarà anche presidente della FA, la Football Association inglese, per ben trentatré anni. Kinnaird è, assieme al talentuoso Fergus Suter, il protagonista della serie tv in sei puntate The English Game, distribuita da Netflix.

Siamo nel 1879, nel nordovest dell’Inghilterra. Suter e John Love, suo compagno di squadra nel Partick, vengono ingaggiati da James Walsh, mastro cotoniere della città di Darwen, per rafforzare la locale squadra di calcio (rigorosamente dilettantistica) e condurla al sogno della vittoria della FA Cup, il più prestigioso trofeo del paese, mai vinto da una compagine operaia e popolare. Per capire di quale calcio stiamo parlando bisogna fare riferimento al tempo dei pionieri, quello dei dagherrotipi di gracili uomini in baffoni a manubrio e maglie lunghe con calzoni a metà polpaccio. E soprattutto di palloni di cuoio cucito.

Il calcio di quegli anni, ed è questo il pregio (uno dei pochi) di The English Game, non è ancora l’epopea di Davide che abbatte Golia, alla quale più di un secolo di sport professionistico ci hanno abituato – spesso in maniera affannata e retorica –, quella cioè del Pelé menino de rùa che nel 1958 solleva la Rimet in faccia alla ricca Svezia o della struggente serpentina di Maradona nella pancia degli inglesi a Città del Messico nel 1986. Il racconto di quegli anni e di quei personaggi ci riporta all’origine di tutto, quando lo sport «non per signorine», come ricorda Enrico Brizzi nel suo Il meraviglioso giuoco (addomesticamento nostrano dell’aggettivo “inglese”) riportando le parole del mitico mediano della Pro Vercelli Guido Ara, cercava nella sua primigenia strutturazione associativa e linguistica (le parole di Ara sprezzavano l’approccio borghese dei fondatori, invischiato ancora di modi aristocratici) di allargare la platea di praticanti e appassionati. Con The English Game assistiamo al successo, reso forse in modo narrativamente affrettato e in un finale altrettanto ingessato, del sogno di Fergus Suter e Kinnaird.

Quest’ultimo, unico fra i membri dell’upper class a partecipare alla causa sportiva e sociale dei suoi avversari proletari (arriverà a convincere il consiglio della FA a ritirare la squalifica per disordini e a riammettere il Blackburn di Suter, arrivato nel frattempo dal Darwen per tentare un nuovo assalto alla coppa) è, però, al tempo stesso abile finanziatore dell’impresa di abbigliamento sportivo di un suo ex avversario che «rende molto bene».

Ecco allora che già si profila all’orizzonte il Giano bifronte del calcio: la diffusione del gioco attraverso l’accettazione del professionismo libera le energie delle squadre operaie, capaci al fine di trionfare sui ricchi team dei padri fondatori dell’FA, ma genera al contempo la nascita del marketing sportivo e l’ingresso, sotto celata specie, del capitale nel mondo della neonata disciplina. Eppure The English Game non affonda nell’analisi dello scontro di classe, mai veramente esploso, né riesce a offrire molto in termini di profondità dei personaggi o di linee narrative, esigue e a tratti sincronizzate su registri più affini al love drama.

Non è colpa dei suoi protagonisti se non possiamo goderci almeno una bella resa scenica delle partite: il football di fine Ottocento è ancora segnato dalla regola non scritta del kick’n’rush (calcia e corri), e dalla mischia attorno al pallone dal tutt’altro che vago sapore rugbistico. Guardando le gesta di Suter, Love e Kinnaird non ritroveremo il Ken Loach del Mio amico Eric – forse il più bel film sul calcio – che ancora oggi ha molto da insegnare (si pensi solo alla famosa battuta “Il più bel goal? È stato un passaggio”, diventata poi il titolo di un pamphlet del filosofo francese Jean-Claude Michéa) né la sospensione estetica della rovesciata del prigioniero alleato Pelé (ancora lui!) in Fuga per la vittoria, che fa scattare l’applauso del nazista Max von Sydow.

Per non restare delusi potremmo affidarci sempre alle lezioni di vita “a pallonate” di Osvaldo Soriano o capire quanto perdiamo a non essere tifosi, come ci ha raccontato con ironia e intelligenza Sandro Bonvissuto nel suo ultimo romanzo La gioia fa parecchio rumore; o riflettere su quanta filosofia si possa suggere dal calcio così come possiamo goderne nei libri di Fernando Acitelli. Insomma, se in questi giorni difficili non possiamo né giocare a calcio né guardare il calcio, sarebbe meglio leggere il gioco più bello del mondo nelle pagine di chi sa raccontarlo davvero, con buona pace di tutti i baffi a manubrio.

Commenti
Un commento a “Cosa non funziona in “The English Game””
  1. sagiambe scrive:

    Bel post che condivido su tutto. Riguardo alla serie tv: mollata dopo tre episodi. Si poteva fare di meglio.

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