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Cosa ricordiamo di Roberto Baggio

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Cos’è stato, dunque, Roberto Baggio? Cosa continua a essere, a sedici anni dalla sua ultima partita, ventisei dopo il rigore nella finale di Pasadena contro il Brasile, trenta dalle notti magiche dell’Olimpico, quando sedusse una nazione intera dopo averlo fatto con Firenze?

Giacché Robi, Roberto, il Divin Codino, Baggio, è stato il calciatore più popolare della sua generazione, come minimo, ognuno avrà una risposta, la sua; e se molte sono destinate a coincidere, la diffrazione della memoria baggesca è già di per sé un elemento prezioso. La somma di tanti splendidi ricordi e ancora più luminosa. Per me è uno dei tre-quattro pensieri migliori che si possano associare al calcio. Ho una vaga memoria in presa diretta del gol che segnò contro la Cecoslovacchia, a Roma durante i mondiali, correndo verso la porta e scartando i difensori avversari; di certo rinfrescato dalle visioni successive, ma ce l’ho, e voglio tenermelo. Ricordo anche i ragazzi appena più grandi di me che giocavano per strada con la maglietta numero 15 della nazionale – ancora non c’erano i nomi stampati sopra, e quello era il numero di Baggio a Italia ’90. Ovviamente ricordo il rigore di Pasadena, certo, ma quella finale era già andata, e se l’Italia era lì era in larghissima parte per merito di Baggio; molto più doloroso il pallone calciato con delizia a Saint Denis, nei supplementari di Italia – Francia, uscito fuori di un nulla, la rete che avrebbe significato golden gol e Italia in semifinale. Il più bel gol mai segnato, dicono.

Ma questi pezzi sono soltanto schegge del mio Baggio personale; la somma di tutti i Baggio che ricordiamo – non è meraviglioso questo noi? è uno dei pregi indiscutibili di Baggio, il fatto di essere davvero di tutti – dà forma a una matassa di momenti agrodolci e a un robusto paradosso; a un atleta a lungo incompreso, e dalla vita agonistica complessa. Stefano Piri, in Roberto Baggio. Avevo solo un pensiero (66thand2nd) ha tentato la strada della ricostruzione del mito con un saggio ricco, ben scritto, equilibrato.

Tanto per cominciare, Piri mette in chiaro sin da subito quello che è stato il grande guaio del Baggio atleta: la mole di infortuni che lo hanno tartassato sin da quando era poco più di un bimbo prodigio in quel di Vicenza, in procinto di passare alla Fiorentina («Il ginocchio, gonfio come un melone e rosso per la tintura di iodio, non era stato cucito esternamente col filo: era tenuto insieme con delle graffette di ferro, tipo quelle che si vendono dal cartolaio. Provavo un male incredibile, ero distrutto, mi sentivo totalmente privo di speranza. Il dolore, il dolore mi trapassava il cranio», ricorda Baggio nella sua biografia). Una notevole forza di volontà, sostenuta in qualche modo dall’adesione al buddismo, consente a RB10 (per fortuna nessuno lo ha mai chiamato RB10, ero curioso di leggere quale effetto facesse) di rialzarsi, in quello che ahilui e ahinoi sarà un tratto costante nella sua carriera: e se è vero che l’altalena caduta/risurrezione è un topos assai rilevante nella vita e nello sport in maniera più evidente – in fondo le competizioni sportive sono così attraenti anche perché riescono a rendere più immediate le emozioni, a sintetizzare parole e discorsi nel gesto secco – ecco nella parabola baggesca quest’altalena è stata incessante, un eterno ritorno.

Firenze, dunque: città appassionata e tifoseria incendiaria, un contesto ideale, racconta Piri, per la prima rivelazione del Codino; e così è. La Serie A che vede debuttare Baggio è ancora in piena epoca d’oro. Con la maglia viola incrocia la memorabile difesa del Milan di Sacchi e contro il Napoli occupa la trequarti speculare a Maradona; sfida Lothar Matthaus nella sua zona di campo, e a Genova contro la Sampdoria può rivaleggiare con la classe di Mancini e Vialli. Il campionato di quegli anni è un luna park, e Baggio è una delle attrazioni migliori; in larghi tratti, la migliore. Eppure il luogo sportivo che gonfia a dismisura il talento di Baggio, come una kriptonite al contrario, è la nazionale, la maglia azzurra, i mondiali (non prenderà parte a nessun europeo). Da Italia ’90 a Usa ’94 Baggio è maturato tecnicamente, è passato alla Juventus – Piri rievoca quella che è stata l’ultima grande sommossa “calcistica” italiana: la protesta dei tifosi viola per il trasferimento in bianconero del loro idolo  –  e ha vinto un Pallone d’oro. Alla guida degli azzurri c’è Arrigo Sacchi, tecnico geniale e teoricamente lontano da Baggio per concezione filosofica del calcio; ma il patto di mutua assistenza stretto tra i due renderà possibile un mini ciclo di partite indimenticabili, tutte a eliminazione diretta, spesso rocambolesche (Nigeria, Spagna) e a volte semplicemente spettacolari (Bulgaria) destinato a entrare nella storia del nostro calcio; in ognuna, Baggio è protagonista assoluto. Dell’epilogo, della finale a Pasadena e del rigore che vola alto oltre la traversa già s’è detto.

Ecco, a conferma di quanto Baggio sia stato il calciatore della nazionale per eccellenza – il posto dove quel famigerato “tutti” può manifestarsi meglio, nel pallone, superando la quotidianità della divisione tra tifosi – il racconto di Stefano Piri diventa più emozionante, quasi incalzante, quando deve immortalarlo nelle spedizioni mondiali. È come se Baggio trascinasse Piri nel racconto e Piri trascinasse noi lettori, descrivendo le azioni con un lessico sportivo brillante, emozionante («Invece Baggio fa un tiro che è un atto di fede, forte, di interno, tiene gli occhi sul pallone per meno di un secondo e poi li distoglie, corre fino alla bandierina e alza le braccia al cielo, prima di voltarsi verso i compagni con una smorfia di sollievo che si può scambiare per felicità», descrivendo la rete al Foxboro Stadium di Boston, contro la Spagna).

Riviviamo così il dualismo con Del Piero, la magia del rientro a Francia ’98, ancora i rigori fatali, l’esclusione dalla spedizione del 2002. Altrove nel libro, invece, emergono i tratti psicologici dell’uomo, le fragilità e il carattere a volte bambinesco, e ancora altri paradossi: come l’amore dei tifosi e di contro la conflittualità con troppi allenatori, con l’eccezione finale di Carlo Mazzone, il tecnico assieme al quale Baggio offrirà gli ultimi lampi di carriera, con la maglia del Brescia. Già, perché Baggio ha giocato per i tre club più titolati del calcio italiano, è vero, dispensando anche da quelle parti il suo talento, ma forse è l’asse Firenze-Bologna-Brescia (assieme alle partite giocate in azzurro) ad aver rappresentato la carriera di Baggio in maniera più limpida.

Ed eccoci nel 2020, con alle spalle un’altra domenica senza calcio; e sono pronto a scommettere che persino la persona più lontana dal pallone ne sentirà ormai la nostalgia; nostalgia di normalità, dicono. Nel frattempo, quelle senza Baggio in campo, di domeniche, sono diventate centinaia. «Ah, da quando Baggio non gioca più», ha cantato Cesare Cremonini, subito. Un libro come quello di Stefano Piri permette di tornare a quei giorni, di ripensare certi momenti unici, giocate di pochi secondi che messe assieme costruiscono la leggenda di Roberto Baggio. Commentando una delle imprese di Marco Pantani al Tour del ’98 Gianni Mura scrisse: «Per questo torno a dire che Pantani, più che un ciclista (un ciclista fossile) è un’emozione». Sostituire Pantani con Baggio, ed ecco la risposta alla domanda iniziale.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Commenti
Un commento a “Cosa ricordiamo di Roberto Baggio”
  1. Andrea Pannitti scrive:

    Ricordo la mia ostinazione da bambino a voler preservare il codino…cambiava il taglio di capelli ma quello restava sempre, e quando la pur comprensiva genitrice si opponeva, il ciuffo veniva conservato e riposto in un cassetto, con devozione simil-fanatica.
    Era amore puro e incondizionato per lui e per l’idea di calcio che metteva in campo. A pensarci bene era, ed è, amore puro e incondizionato per la grazia efficace di un’espressione dell’essere umano che sapeva rendere belli e poetici gesti replicati mille volte dagli altri 21 in campo con ben altro effetto.
    Era ed è amore puro e incondizionato per un uomo dal fisico normale che faceva valere un altro modo di pensare. Quando correva Baggio l’erba sembrava non fare rumore, la palla si muoveva diversamente.
    Non lo dico con nostalgia…perchè per me, anche se bambino, era già chiarissimo che quello che faceva Baggio non aveva un tempo, era davvero per sempre.

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