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Cosa sta accadendo in Messico? Intervista a Anabel Hernández

di Francesco Musolino

Dal 2006 sono stati uccisi 56 reporter in Messico. Recentemente è esploso il caso dei 43 studenti trucidati e poi dati alle fiamme, si sospetta su mandato del sindaco di Iguala. Che cosa sta accadendo in Messico? Ridley Scott lo ha raccontato come una terra in mano a uomini spietati in “The Counselor – Il Procuratore” (sceneggiatura di Cormac McCarthy), e dagli articoli di denuncia dello scrittore Juan Villoro emerge con chiarezza la pervasività della violenza nella società messicana. Da decenni questo paese è preda di una furia il cui unico scopo è quello di proteggere il profitto, cioè i fiumi di dollari, frutto degli affari mondiali dei narcos, capaci di mettere alle proprie dipendenze autorità e istituzioni. Dopo aver assistito alla morte di diversi colleghi, la giornalista Anabel Hernández ha scritto un bellissimo libro sul campo, “La terra dei narcos. Inchiesta sui signori della droga” (Mondadori, pp.464 €19). Si tratta di un approfondito lavoro che inchioda le autorità messicane alle proprie responsabilità. La Hernández vive da anni sotto scorta – la prefazione di questo libro è firmata da Roberto Saviano – e da molti è considerata un nemico per aver denunciato la corruzione sistemica e le fortissime connessioni fra i narcos e il mondo politico. Il grande successo editoriale del suo libro ha risvegliato molte coscienze e sfatato numerosi tabù, ma ha altresì fatto precipitare la situazione privata dell’autrice: nel 2013 un commando armato ha fatto irruzione in casa della Hernández (la quale per fortuna in quel periodo non era in Messico) che da allora vive negli Stati Uniti. Nonostante la solitudine, il clima di perenne sospetto e l’impossibilità di condurre una vita normale, Anabel non è disposta a mettere da parte la sua ricerca della verità.

Anabel com’è stato possibile che un paese importante come il Messico sia caduto nelle mani di una narcocrazia?

E’ il risultato di un processo lungo decenni. La narcocrazia è diventata palese dal 2006 ma si è andata sviluppando almeno negli ultimi settant’anni. E’ un fenomeno antico, complesso, decisamente e tristemente attuale quanto potente.

Si dice spesso che la mafia sia simile a un’impresa commerciale, lei invece sottolinea il processo inverso, con un capitalismo che si starebbe progressivamente “mafiosizzato”. Cosa significa?

Nel corso degli anni ’70 le bande criminali che imperversavano in Messico erano tollerate, persino controllate, dal governo. Ma in seguito i rapporti di forza sono drasticamente mutati a causa dell’enorme circolazione di denaro ottenuto grazie ai profitti ottenuti dal traffico di eroina, cocaina e marijuana. Questo ha permesso al narcotraffico di irrompere non solo nella vita politica, ma in ogni singolo aspetto della società messicana, stravolgendo le regole del gioco. Ho parlato nel corso degli anni con diversi avvocati dei narcos, i quali mi hanno spiegato come tutto il sistema bancario mondiale sia considerato una piattaforma per il riciclaggio di denaro. La violenza per i narcos è necessaria a proteggere il profitto, l’unica cosa in cui davvero credono.

Il suo libro in Messico ha riscosso un enorme successo editoriale. Dopo la pubblicazione, cos’è cambiato? Possiamo dire che la gente sia più consapevole?

Il mio libro ha permesso che le persone potessero parlare più apertamente della situazione in Messico. Prima che il libro uscisse, i narcos erano spesso considerati simili a divinità inarrivabili, ma in queste pagine ho chiarito molto bene come il governo e le autorità siano loro complici, per cui anche i lettori hanno iniziato a parlarne con maggiore cognizione di causa, sentendosi in questo modo più liberi di ragionare sul fenomeno.

La guerra del narcotraffico conta numeri impressionanti. E’ possibile fornire un dato aggiornato?

Difficile dare numeri perché, purtroppo, sono in costante aumento. Consideri però che negli ultimi sei anni si contano ben 60 mila vittime.

Fare il suo lavoro vivendo sotto scorta dev’essere molto difficile. Dove trova la forza necessaria?

Chiaramente vivere sotto scorta è una condizione molto scomoda, soprattutto per un giornalista. Una condizione quasi contro natura. Consideri che avevo numerose fonti riservate che dovevo proteggere a ogni costo, ma adesso come potrei incontrarle? Ho dovuto modificare il mio modo di lavorare, il mio modo di vivere. Vivo sotto scorta, con il timore che possano uccidere me e la mia famiglia, e mi sento più al sicuro all’estero che in patria. E’ una vita di solitudine e di paura ma è anche uno stimolo per fare un giornalismo investigativo migliore.

Roberto Saviano firma la prefazione del suo libro. Anche lui da anni vive sotto scorta, anche lui vive all’estero. Possiamo dire che non si tratta di un problema solo messicano?

Ogni anno il numero dei giornalisti uccisi è in ascesa. Senza dubbio la libertà d’espressione è in serio pericolo. Credevamo che gli autoritarismi fossero ormai alle spalle e invece non è affatto così. Il giornalismo è vissuto come una vera e propria minaccia dal crimine organizzato, per cui credo che sarebbe utile organizzare delle tavole rotonde per capire come raccontare e combattere il crimine globalizzato, uniti.

Tutto è come prima. Così si intitola l’ultimo capitolo del suo libro. Cosa significa, che non c’è speranza di vincere questa battaglia?

Per vincere abbiamo ancora tanto da fare e di certo le cose non cambieranno da sole. Adesso è necessario un risveglio della società civile.

Francesco Musolino, classe 1981, giornalista siciliano. Scrive sulle pagine culturali del quotidiano nazionale Gazzetta del Sud. Ha ideato su Twitter il progetto lettura noprofit @Stoleggendo. Alcuni suoi racconti sono sparsi online.
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