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Cosmopolitismo e subalternità nell’arte italiana contemporanea

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La versione integrale dell’articolo di Michele Dantini è consultabile sulla pagina Web della rivista Scenari_Mimesis, qui.

di Michele Dantini

Progenitori di pietra, Figli che a ritroso trapassano nei Padri, interni abitati dai Fantasmi della Memoria e dell’Oblio. E ancora: enigmatiche sculture-monili, antichità redivive e acrobatici “pensatori di buchi” da cui, quantomeno così si suppone, si riversa via da noi la Tradizione.

Il dilemma “che fare?” è divenuto ricorrente nell’arte italiana contemporanea. Per quanto implicito, costituisce il tema cruciale. Per dargli forza occorrerebbe tuttavia trarlo fuori dai regni del Non Detto e del Preterintenzionale e discuterlo in tutta la vastità delle sue implicazioni.

“Ho pensato alle strane forze che ci legano, a quelle cose che non sappiamo se siamo noi o cos’altro; revenants, forze, spettri?”, annota Piero Manzoni poco più che ventenne nel suo Diario. A distanza di qualche anno Pascali definisce “bolle” le sue Sculture bianche: lamenta lo scarso radicamento della propria attività. Alla sua immaginazione le candide forme di animali decapitati o preistorici si mostrano ancora come “revenants”. Analoghi sentimenti di separatezza si ripresentano oggi. A scongiurarli non bastano lodevoli intenzioni.

Nel 1968 Giulio Paolini rende omaggio alla propria comunità di amici, maestri e mentori nell’Autoritratto con il Doganiere. Immagina una scena vivace e partecipata e la arricchisce di dettaglio sul modello della copertina dell’ottavo album dei Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Poco dopo questa comunità si dissolve. L’artista non proporrà più gaie immagini collettive, ma elegiache memorie dell’Antico. Cercherà così, attraverso l’ossessiva pratica della citazione, di elaborare il lutto per la perdita di una madrelingua.

Nello stesso anno Mario Merz, al pari di Paolini esponente di spicco dell’Arte povera, affida all’installazione Solitario, solidale un dubbio amletico: quali rapporti stabilire tra l’esigenza di solitudine e il desiderio di partecipazione? Possiamo leggere in due modi l’alternativa: come inclusiva (“vel… vel”) o disgiuntiva (“aut… aut”). Se assumiamo che il senso dell’alternativa sia inclusivo questo implica che l’artista, per Merz, può essere allo stesso tempo “solitario” e “solidale”: riuscirà dunque, quasi per magia, a trovare immagini capaci di interpretare passioni collettive (è questa la posizione di Merz nel 1968). Ma è pure possibile stabilire una disgiunzione radicale: in questo caso l’artista è costretto a scegliere tra “solitudine” e “solidarietà”. La storia italiana dei decenni successivi non ha sciolto il dilemma: tuttavia ha cospirato in favore dell’aut aut.

“Come “abitare” un contesto nazionale o postnazionale e creare immagini-simbolo di un compito e un destino condiviso? È significativo che nell’arte italiana degli ultimi due decenni, direi dalla Nona ora di Cattelan (1999), non troviamo credibili messe a nudo di propositi di riscatto o esperienze di vulnerabilità collettiva. Dietro opere ben fatte non percepiamo città, classi sociali, generazioni, comunità ideologiche o affettive. L’atteggiamento di risoluto solipsismo non aiuta.

Dalla biografia di un’artista milanese di ampia notorietà internazionale apprendiamo che questa stessa artista risiede tra Anchorage, Londra e Alicudi, senza dimenticare i soggiorni a Shangai. Dietro alla spacconeria di chi modella il proprio avatar a imitazione di aziende multinazionali, assimilandosi di buon grado a un “prodotto” industriale o finanziario, non c’è forse il rifiuto subalterno della propria identità infantile e vernacolare? Un’automutilazione volontaria del Sé in ossequio alle estetiche (o alle biopolitiche) del capitale? Prendo spunto dalla circostanza per considerazioni di più ampia portata.

Michele Dantini insegna storia dell’arte contemporanea all’università del Piemonte orientale, collabora con i maggiori musei italiani di arte contemporanea ed è visiting professor presso università o centri di ricerca nazionali e internazionali. Laureatosi in storia della filosofia e perfezionatosi (Ph.D.) in storia dell’arte contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, The Courtauld Institute, Londra, Eberhard Karls Universität, Tubinga, tra 2011 e 2013 ha diretto il Master in Educational Management al Castello di Rivoli Museo di arte contemporanea. Ha appena terminato di scrivere un libro sul tema dell’innovazione cognitiva (Il momento Eureka, CheFare_doppiozero, Milano 2015, in corso di pubblicazione) e coordina un progetto editoriale e di conricerca dedicato all’arte italiana contemporanea degli anni Sessanta e Settanta. E’ interessato alle geopolitiche culturali, ai rapporti tra immagine e testo e al dialogo tra storia dell’arte e scienze cognitive. Tra le sue pubblicazioni recenti Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell’arte e “clandestinità”: Duchamp, Johns, Boetti (Milano 2014); Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012). I suoi libri sono tradotti negli Stati, Uniti, in Francia, Spagna, Polonia e altri paesi. E’ nella redazione di ROARS. Return on Academic Research e nel comitato editoriale di Doppiozero. Ha una rubrica su L’Huffington e Artribune, collabora al Mulino, Scenari, Alfabeta2 e Left.
Commenti
2 Commenti a “Cosmopolitismo e subalternità nell’arte italiana contemporanea”
  1. RobySan scrive:

    Cazzarola! Firmate ‘sta petizione sennò questo non la smette più!

  2. giuseppe Sangregorio scrive:

    Il tema è interessante. Veramente tutta la cultura italiana – non solo l’arte – oggigiorno è cosmopolita e subalterna. Si diceva in passato che la grande arte riflette la realtà: Quella italiana attuale non la rispecchia. Da qui i suoi limiti.
    Occorrerebbe una seria e approfondita riflessione sull’argomento per uscire dalla palude odierna..

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