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Costellazione familiare di Rosa Matteucci: un estratto

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È in libreria Costellazione familiare di Rosa Matteucci (Adelphi): ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo che l’autrice sarà ospite di Libri come domenica 20 marzo alle 16 nell’Officina 1 dello spazio Garage. Letture di Manuela Mandracchia. (Immagine: l’illustrazione di copertina: Lucian Freud, Ragazza con foglie, 1948)

di Rosa Matteucci

Mia madre aveva occhi azzurri, labbra color ciliegia, dentatura perfetta degna di un atlante anatomico per aspiranti dentisti. Fluenti chiome castane. Una disdicevole vocazione per la frangetta. Non ha mai manifestato gli slanci della madre amorevole. Non mi ha mai abbracciata, baciata, né mi ha mai accarezzato il viso, lavato le manine, infilato calzette e scarpine. Non mi ha mai allattato né imboccata.

Nacque contessina cinofila sotto il segno dell’Acquario, l’anno dell’arresto di Gramsci e della morte di Rilke a Montreux. Come bimba d’alto lignaggio fu allevata dall’istitutrice, una Fräulein bavarese che ha sempre chiamato affettuosamente Frò. Educata con rigore, disciplina e buonsenso, seppe ben presto che al minimo capriccio la Frò le avrebbe opposto il severo memento: «Ricordati che sei una bambina tedesca». Erano i tempi dei primi orologi Oyster, del foxtrot, del fox terrier Pipino, dei frisons alla garçonne, della Repubblica di Weimar, dei vestiti di perline, dei boa di struzzo e dei cappellini a cloche. La Garbo ancora non parlava.

A dicembre la contessina neonata mangiava petto di pollo finemente sminuzzato e la Deledda, indossato un gonnacchione di lanetta bigia d’infima qualità, andò a Stoccolma ricevuta dal re in persona. La governante tedesca non rivolgeva parola a nessuno. Non conosceva l’italiano, non l’avrebbe certo imparato. Mia madre stringeva delicatamente il muso dei suoi cagnoli nella destra e si stampava un bacio nella piega fra pollice e indice, con uno schiocco a effetto, così il cane credeva di ricevere un bacio.

I cani sono stati l’unico tramite tra me e lei, una sorta di risicata passerella di corde gettata fra due impervie ripe sentimentali. Sotto il camminamento si apriva uno strapiombo di cupe rocce, e acque tumultuose scrosciavano in un susseguirsi di rapide. Su un miserabile sperone di roccia, relegato da solo nell’orrido, mio padre gridava come un ossesso: «Figlia, ti voglio bene!». Il fragore delle acque non riuscì mai a cancellare del tutto le sue sincere dichiarazioni d’affetto, che udivo a brandelli, ovvero rimbombavano fra i sassi straziandomi il cuore.

Solo mia madre, dal trono della bellezza da cui governava il mondo, riuscì a soffocare il desolato richiamo d’amore di mio padre. Non lo ha mai reputato degno di credibilità. La mamma contessa tagliava lingue con la forbicina d’oro, accecava pupille con lo spillone da cappello, tappava condotti auricolari con matassine di seta. Il rigido protocollo degli affetti familiari decretato dall’istitutrice non prevedeva smancerie. Le dichiarazioni di amore paterno venivano da lei bollate come cafone manifestazioni di sentimentalismo, da soffocare nel tumulto della corrente. A suo dire mio padre era patetico e ridicolo. Mia madre non avrebbe mai pronunciato la parola «coccola». Nella stamberga ove sopravvivemmo da famiglia povera non penetrò mai la luce del sole, era il feudo dell’abbrutimento e della miseria che tutto confonde nei toni dell’itterico.

Sarebbero bastati una distrazione, il volo di un moscone ubriaco di luce, il cigolare del portone sul cardine, lo squillo del telefono all’alba, e sarei precipitata nel vuoto. Che camminassi pure su quel canapo sfilacciato da equilibrista, ma senza rete. Reti non ne ho mai avute. Educata come un cane con la formula: Fuss!, sì, no, brava, ho imparato ad amare ciecamente la madre-padrona senza mai giudicarla. Come bambina-cane ero inadeguata, ho deluso anche le sue aspettative più mediocri, ostentavo velleità troppo ricercate. Come entità-figlia risultai ancor più scadente e opprimente.

A sette anni ancora non leggevo, non scrivevo, non sapevo fare di conto. Scalza e spettinata al pari di una selvaggia, mi limitavo a guardare le illustrazioni fiabesche della Scala d’oro. Abbracciata stretta ai pastori tedeschi del nonno, ignoravo, allora, che sarei diventata una lettrice onnivora. Oltre alla pigrizia intellettuale mista a moderna discalculia, dimostrai da subito una malsana predilezione per quello sfaticato di mio padre.

Che nel marzo del 1960, quando la gente si accalcava per vedere La dolce vita nei cinema di Roma e Milano, mia madre non avesse alcuna intenzione di concepirmi era palese. Raffaella era nata in un’epoca in cui le ambizioni femminili si realizzavano solo nel matrimonio, la donna era madre e sposa; in una società dove lo studio era considerato un inutile quando non pericoloso strumento d’affrancamento dal rigido canone della subordinazione donnesca. Per di più, in quanto contessina ereditiera, lei non avrebbe dovuto mai lavorare per vivere. Per le ragazze bennate dei suoi tempi, al di là di qualche nozione di francese, di solfeggio e di acquerello non era prudente spingersi.

Invece mia madre credeva nell’affermazione della persona, a prescindere dalle consuetudini e dal sesso, e voleva essere libera da quel modello ipocrita e stantio di sposa-amante-serva. Aveva conseguito la patente di guida nel 1946 e si era iscritta alla facoltà di Lettere alla Sapienza. Aborriva il parafernalia di melensaggini da donnetta borghese, compresa la sottomissione servile al marito e ai figli. La funzione della maternità, a suo avviso, faceva della donna un mero contenitore biologico, equivalente a un sacello usa e getta, e non era mai stata una libera scelta. Per questo motivo e non perché fosse una Crimilde detestava i pargoli, le facevano ribrezzo. Non ha mai sopportato il sentore latteo-borotalchesco che emanano i bambini, e se ne difendeva spargendo largamente essenza di sandalo e vetiver su abiti e arredi, tende comprese.

Procreò solo per dovere, costretta dal rango e in ossequio alle costumanze sociali. A un anno dalle nozze nacque mia sorella Fran la bella, tosto messa a balia dai nonni e dimenticata. Io sono arrivata anni dopo, per caso. Della sua leggendaria bellezza mi ha trasfuso solo rapide pennellate, del tutto inadeguate a gareggiare con lei ma sufficienti per non essere creduta una figlia del contado scambiata nella culla.

Alla natura canina mi accomunò da subito la vista mediocre, compensata da un olfatto e un udito finissimi. Come i cani, mi sono sempre svegliata ogni mattino felice di non essere trapassata durante il sonno. Come i cani, non guardo mai per prima le persone negli occhi: al fine di non alimentare un eventuale conflitto. Come i cani, se staccata dall’habitat familiare, mi bastano quarantott’ore per entrare in modalità selvatica.

Mia madre non mi dava mai da mangiare, ma mi elargiva copiose razioni di nutrimento spirituale attraverso le letture. Mi sono dovuta arrangiare con gli scarsi mezzi a disposizione: prima della stazione eretta, leccavo le briciole sul pavimento della cucina della villa, appena deambulante razziavo il pastone dalle ciotole dei quattro pastori tedeschi del nonno Checco. A sei anni mi sfamavo con i limoni che crescevano nel giardino della villa, masticandoli con tutta la buccia. Mentre i cani di famiglia, lupi, bassotti tedeschi e bulldog, banchettavano quotidianamente, io ero esclusa dal rancio, potendomi procacciare il cibo da sola.

L’anno in cui Paolo VI sospese a divinis il vescovo Marcel Lefebvre, un meticcio di volpinetto bianco entrò a far parte della nostra famiglia ormai decaduta. Lo battezzai Pipìa. Quella primavera, vagavo per i campi alla ricerca di cicoria, che non ho mai distinto dal tarassaco, detto comunemente pisciacane, erba cui mia madre giammai riconobbe la dignità di commestibile. Riguadagnavo la via di casa con Pipìa al guinzaglio e una borsata di pisciacane. A forza di stare prona in mezzo ai prati a fissare le erbe, se chiudevo gli occhi, vedevo fluttuare la pseudo-cicoria come in un dipinto surrealista. La sua immagine, stampata sul cristallino, restava impressa per almeno mezz’ora. Era un caleidoscopio agroalimentare vagamente pop. Perseguitata da una fame a prescindere, avevo le traveggole; reduce dalle marce nei campi provavo un’ebbrezza analoga a quella provocata da un fungo allucinogeno.

Mia madre periziava con unghie ad artiglio il contenuto della sportina di plastica; ogni volta diagnosticava che avevo raccolto del volgare pisciacane e non certo della cicoria. Con noncuranza si aggiustava la frangetta a tendina sopra un occhio. Non avevo argomenti da opporre al suo verdetto, ma ero certa che si poteva bollire pure il tarassaco alias pisciacane e mangiarlo con olio e limone, giacché non avevo mai visto nel circondario branchi di cani intenti a orinare sull’erba raccolta. I cani pisciavano sui copertoni delle auto in sosta, sugli spigoli dei muri, sui vasi di gerani; non pisciavano in mezzo ai campi. Ma con la madre non ho mai osato protestare, ho tenuto segrete le mie ragioni, al calduccio nel cuore, come una nostalgia di libertà confusa al rimorso per non aver saputo perorare le mie convinzioni botaniche. Era un’ingiustizia.

Senza ulteriori commenti, lei svuotava il sacchetto nella spazzatura, non prima di averlo fatto odorare a Pipìa, deputato a emettere pareri olfattivi e vincolanti su ogni genere alimentare e persona, indi si spostava in cucina dove intrugliava la pappa per il cane. Compiva le stesse lordanti goffaggini delle bambine intente a cucinare il pranzo per le bambole. Nell’economia generale della convivenza, il cibo era il fondamento del legame sentimentale con il cane. I cani amano chi li nutre. Mia madre comprava la carne di vitellone solo per il cane. Non ce la voleva nel frigorifero. Mi diceva: «Se ci invitano al ristorante ordina la carne, se no ti viene l’anemia». Così ho sempre fatto. Tuttavia la carne rossa mi ripugnava, allora quando mio padre mi portava all’Harris Bar di via Veneto con la Signorina, che pagava, ordinavo il filetto. Non riuscivo a mandarlo giù, lo nascondevo in un tovagliolo e una volta a casa lo davo al cane.

Pipìa desinava due volte al dì, secondo i precetti di un sano regime dietetico canino: niente sale, riso bollito, carne macinata alternata a nasello surgelato del discount. Talvolta un uovo crudo, della ricotta vaccina. Durante il giorno mia madre, infischiandosene della regola igienica, divideva con lui: cioccolato fondente, gelato gusto malaga, salame tipo ungherese e pizza margherita. Come anche i più tonti sanno, il cioccolato è veleno per i cani, più tossico del colesterolo per gli umani. Il canetto Pipìa fu tosto mitridatizzato. Con me, in compenso, mia madre non ha mai condiviso niente, nemmeno un bicchiere d’acqua, che non apprezzava, perché mai l’ho vista berne uno, nemmeno di quella frizzante.

Il nutrimento per me fu un lusso da conquistare extra moenia; l’arcana prescrizione materna contemplava che inghiottissi il minimo necessario ad aggrapparmi come una locusta dai frali zampini alla soglia della sopravvivenza. Talora, accecata dalla fame, mi facevo ardita, mi strafogavo come una belva senza fondo, inguattata dietro la porta della cucina nell’angolo delle scope. Ingollavo un culetto di pane sciapo. Non avevo l’agio di masticarlo. Temevo che mia madre potesse sorprendermi nell’immonda pratica. Dopo un minuto, un minuto e venti, mi veniva il singhiozzo. Il bolo spugnoso di culetto di pane inciancicato era incastrato nella sacca esofagea. Soffocavo. Per rimuovere l’intoppo ero costretta a bere almeno cinque bicchieri d’acqua uno di seguito all’altro. Una volta mia madre mi sorprese e mi rifilò una forchettata sulle unghie e una nell’incavo del gomito. Che stessi a una certa distanza dal sano ed equilibrato standard di nutrizione.

Così per tutta l’infanzia e gran parte dell’adolescenza mi limitai a contemplare pietanze, perlopiù in foto, o nelle vetrine delle gastronomie, o nei piatti degli altri. Con occhi sbrilluccicanti guatavo il cibo dei commensali, l’acquolina in bocca, incapace di mascherare la mia brama. A tredici anni, asserragliata nella cameretta, ascoltavo Jimi Hendrix con il predecessore di Pipìa, il carlino nero Pompeo, che manifestava la sua contrarietà alla mitica chitarra del rock sricciolando il codino. Tenevo un diario segreto e mai avrei immaginato cosa il destino avesse in serbo. «Ricordati che sei una bambina tedesca».

Un funesto giorno «sviluppai» e, come si diceva tra i villici, fui elevata al rango di signorina. Fra capo e collo mi colpì il menarca, evento della vita femminile il cui solo nome evoca la minaccia di una malattia incurabile. Fui preda di un puzzolente sanguinamento mensile. Per contrastarlo efficacemente era d’obbligo indossare il flaccido assorbente per signora: una sorta di immondo salsicciotto d’ovatta, pizzicoso, tosto imbibito di plasma grumoso, deputato a intorcinarsi fra il tassello delle mutande e i poveri genitali inumiditi a oltranza, trasformati in vivaio di batteri ed emananti vergognosi fetori di sangue guasto. In parallelo, fui vittima della smodata accentuazione dei caratteri sessuali femminili. Un fine vello di simil-pashmina ricoprì il mio labbro superiore, nel corso di un’orrida nottata di febbre mi spuntarono due tettone enormi, escrescenze che disgustarono mia madre, teorica del seno-coppa-di-champagne.

Il demone dell’ingrassamento corporeo, dovuto a inevitabili terremoti ormonali, bussava alla porta di casa. Mia madre gli avrebbe sbarrato il passo all’arma bianca. Era pronta a passare sul mio cadavere con la Centoventisei bianca special. Lei sapeva cosa fare. Iniziò la campagna militare. Altro che Guerra dei Trent’anni. Mi impose irragionevoli astensioni dal cibo che, oltre a prosciugare la massa magra del mio corpo di bambocciona in fieri, mi avrebbero conferito lucidità mentale e acutezza di pensiero. In subordine, l’insonnia, un aumento dell’indice glicemico nel sangue legato agli strafogamenti di maritozzi con l’uvetta che compivo di nascosto, premessa per una possibile insorgenza diabetica. L’effetto dei digiuni fu una sclerotizzata ossessione per il cibo, idealizzato in messaggero d’amore.

Si spiega così l’inesausta ricerca di cuochi, non importa il sesso, la razza, la religione, il gruppo sanguigno, il segno zodiacale, che ancora mi perseguita. Vivo con la smania di incontrare cucinieri che mi approntino un pasto; quale pietanza riuscirà a spezzare l’incantesimo non l’ho mai saputo, basta che sia all’apparenza semplice ma elaborata. Ma ahimè, dopo che i malcapitati hanno spignattato per onorarmi, ogni cibo mi delude. Di fronte a due crocchette di patate o una porzioncina di spaghetti al pomodoro fresco il sentimento oscilla fra il desiderio e lo sconforto, lo sconforto e il desiderio. Non so come si mangia. Non ho ancora imparato. Il piacere del cibo è troppo intenso, richiede abitudine, frequenza, disciplina. Non ho mai saputo cosa è un pasto, un pasto completo dopo il quale non si è più ossessionati dalla fame. Non ho scampo. Morirò affamata.

Le ostilità contro l’anarchia ormonale furono aperte ufficialmente ai primi di ottobre del 1974, nei giorni in cui la cassa integrazione per sessantacinquemila operai Fiat provocò uno sciopero generale che portò a una riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 24 ore settimanali. In un tale periglioso frangente era obbligatorio seguissi un singolare regime dietetico: il digiuno curiale. Stringemmo un patto: dopo ventitré giorni di parche razioni a base di pane secco e tè amaro, come ricompensa per la forza di volontà dimostrata avrei potuto cucinare una torta di maccheroni che avevo visto fotografata sulla rivista francese «Elle». La scheda culinaria da strappare e conservare presentava un’allettante carapace di grassa pasta brisé, nel mistero del cui ventre covava un feto di maccheroni al sugo di pomodoro duellante con tocchettoni di formaggio coi buchi.

Nei dolorosi giorni dell’attesa, mia madre, per infondermi coraggio, raccontò la spedizione in Antartide guidata da Robert Falcon Scott. Correva l’anno in cui in Italia nacque l’Ina. Dopo una mesata di inenarrabili stenti e temperature molto inferiori allo zero, il comandante decise, per prevenire forse una rivolta tra gli esploratori stremati e incattiviti dalla fame, di allestire un banchetto per il solstizio d’inverno. Furono macellate ben quarantacinque merinos. Nella notte più lunga dell’anno, abboffandosi di costine e cosciotti, l’equipaggio obliò il gelo, il buio, l’isolamento geografico e l’alea mortale dell’impresa. Dalla parabola dei protagonisti della spedizione antartica avrei tratto ispirazione e ideale movente per combattere la puberale tempesta. Dal racconto delle scellerate gesta di Robert Falcon Scott mia madre omise il dettaglio che pochi giorni dopo il banchetto i superstiti della spedizione Terra Nova creparono sulla via del ritorno, congelati da una tormenta a un centinaio di metri da un rifugio traboccante di viveri. Schiattò anche il comandante.

Nell’attesa di realizzare quel magno gâteau, mentre vagabondavo con il carlino Pompeo, un dì trovai nella penombra di una forra un solingo albero gravido di cachi. Eccitata dalla scoperta, con una cannetta di bambù mi misi a spiccare i pomi verdastri, duri come noci di cocco. Alcuni mi colpirono sul groppone, altri rotolarono più veloci delle bocce lungo un pendio, per raccogliersi in una pozza di acqua imputridita dalle foglie morte. Pompeo li inseguiva abbaiando. Per la gran fame mi avventai su uno di quei frutti legnosi. Feci incetta dei rimanenti, compresi quelli su cui aveva orinato il cane. Avevo i denti allegati dal tannino, la lingua incollata al palato, ma il coriaceo frutto non andava né su né giù. Ebbi per giorni la nausea, e non provai alcuno stimolo fisiologico assimilabile alla fame.

Mia madre era estasiata dalla forza di volontà che dimostravo nel perseverare nelle pratiche digiunatorie curiali. Giunsi al punto in cui anche bere un sorso d’acqua tiepida si rivelò un gesto superiore alle mie forze. Mi astenni in toto dall’assumere cibo. Posso affermare che l’inedia tutto fa rifulgere di un sottile fascino ultraterreno. Eccita il pensiero, trasfigura le stoviglie da cucina e il loro uso, impana l’anima di scaglie d’oro zecchino, veicola nella coclea il suono di cetre pizzicate da puttini intenti a sfornare pizze margherita. Le foglie che cadono dagli alberi possono essere scambiate per Wiener Schnitzel. Immagini struggenti di cui bearsi alla finestra della camera da pranzo.

La sola vista di una buccia di patata può ingenerare commozione. In quei giorni febbrili e deliranti, feci il bozzetto del monumento funerario che avrebbe accolto le mie spoglie. Il magnifico disegno di un tempietto ciociaro con il timpano raffigurante una fiorentina mi catapultò nel magico universo degli asceti senza che ne fossi consapevole. Avevo sempre freddo. Si levarono in me i primi richiami del Trascendente e conobbi la magia dell’ebbrezza allucinata del digiuno completo. Mi visitarono le garbate anime di ignoti compaesani defunti, seppelliti nel locale cimitero; ma anche quelle assai più nobili dei sette re di Roma, in particolare Tarquinio Prisco, nonché quelle dei lucumoni residenti sull’isola Bisentina tra le infide acque del lago di Bolsena. Come i prigionieri, segnavo con una croce sul calendario della cucina i giorni che mi separavano dalla fatidica data.

Venne infine il giorno dei Morti, un dì tradizionalmente mesto, dalla luce malaticcia, che tutto confondeva nei toni del bigio e del tortora; finalmente ero legittimata a cucinare il pasticcio. Obnubilata dal digiuno, presciolosa e maldestra, realizzai un manufatto dalla consistenza del cemento a presa rapida. La pasta brisé era cruda e sbriciolata, pallida e rinsecchita. Somigliava ai resti dell’intonaco del casotto dov’era vissuta la volpe addomesticata di mia madre bambina. Nelle solitarie nottate di prigionia, Alfredino lo aveva morso e raspato, riducendolo a un cumulo di francobolli gessosi.

Il ripieno di maccheroni era scondito, impenetrabile quanto un groviglio di aspidi in stato letargico, ornato da lacerti di caciotta di mucca che non si erano fusi come nella pubblicità delle sottilette. L’orrido gâteau rimase inviolato, algido memento della mia naturale incapacità di nutrirmi. Lo piluccarono solo per cortesia gli uccellini sul davanzale della finestra di cucina.

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