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Critica come fraternità: Marco Strappato

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Questo articolo è stato pubblicato, in forma leggermente diversa, su Artribune.

A prima vista, si potrebbe quasi dire che il lavoro di Marco Strappato sia gelido: alieno. (È il fratello straniero, lo Sconosciuto che viene da un altro luogo.) Si ritrae infatti da ogni lettura “poetica”. Si fonda sul meccanismo – sulla costruzione e gestione di sistemi. All’interno di questi sistemi quali si organizzano le “opere”, che ricercano e occupano una posizione intermedia, sospesa. Alcune di esse infatti – più esplicitamente di altre – sono, nelle parole dello stesso artista, “cose che sono delle opere ma che al tempo stesso non lo sono”. Preview, versioni beta.

Quindi opere che per costituzione non sono propriamente delle opere – piuttosto, elementi che all’interno della mostra compongono una narrazione, un mood, un’atmosfera. Segnano, cioè, una temperatura. Sono oggetti al di sopra e al di sotto, al di là e al di qua dell’opera d’arte: provano a sfuggire al proprio statuto (tradizionale?), e anche al proprio tempo: in questo senso, spesso la sensazione è che questo lavoro provenga dal futuro – una sensazione spiazzante, disturbante, che mi piace molto. E in ciò risiede anche l’approccio compiutamente metafisico di questo artista.

Il paesaggio e la sua rappresentazione sono il terreno di sperimentazione di questa visione conosciuta e inedita, di questo nuovo punto di vista che puntualmente in Italia si ripropone, adeguatamente aggiornato e attrezzato. E, come sempre, il montaggio di elementi (eterogenei) è la piattaforma, la struttura, il telaio di questo addestramento mentale e visivo.

Il paesaggio è sempre, in qualche modo, ‘ostacolato’ (in questo caso, dallo spray nero come ultimo detrito e residuo della pratica pittorica, che copre immancabilmente i fantascientifici e giganteschi telescopi del progetto E-ELT, EuropeanExtremely Large Telescope, sviluppato dall’European Southern Observatory). Questa qualità fa parte dell’opera di altri giovani artisti marchigiani, come Paola Angelini e Silvia Mariotti: e non è un caso, dal momento che la fonte e il modello originario – tanto più prezioso in quanto muto e conficcato nell’identità artistica profonda – è ovviamente Giacomo Leopardi. L’ostacolo primario è infatti la famosa ‘siepe’ dell’Infinito: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

In questa esclusione, in questo taglio, in questo impedimento si fonda e sprofonda la ricerca di Marco: un paesaggio che è sempre oltre la sua dimensione figurativa e che, proprio quando sembra scomparire ed evaporare, ingloba fagocita e rilancia ulteriori livelli di comprensione e riflessi immaginativi (ciò che lui stesso definisce “paesaggio esteso e informale allo stesso tempo”): “Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo…”. Un paesaggio che sembra continuamente scartare, spostarsi sempre di lato. E che, per questo, deve essere colto di sfuggita e al tempo stesso abbracciato in un unico sguardo, in una visione complessiva in grado di superare d’un balzo i confini spazio-temporali e percettivi: “…io quello / infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei.”

È proprio per catturare questa natura mobile, mutevole, transitoria che le opere volentieri tendono alla condizione di “non-più-opere”, “aldilà/aldiqua” (e tornano a questo proposito inevitabilmente in mente i concetti “aldiqua”, “metafisica del concreto” e “metafisica quotidiana” individuati da Francesco Arcangeli nel suo Giorgio Morandi come tratti distintivi che collegano l’arte italiana del Novecento alla sua lunga e nobile tradizione…).

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Le opere di Marco sembrano provenire dal futuro – un futuro non sempre gradevole; né familiare.

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“La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in altro modo si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago” (G. Leopardi, Zibaldone, 6); “Del resto il desiderio del piacere essendo materialmente infinito in estensione (non solamente nell’uomo ma in ogni vivente), la pena dell’uomo nel provare un piacere è di veder subito i limiti della sua estensione, i quali l’uomo non molto profondo gli scorge solamente da presso. Quindi è manifesto 1. perché tutti i beni paiano bellissimi e sommi da lontano, e l’ignoto sia più bello del noto; effetto della immaginazione determinato dalla inclinazione della natura al piacere, effetto delle illusioni voluto dalla natura. 2. perché l’anima preferisca in poesia e da per tutto, il bello aereo, le idee infinite” (ivi, 12).

L’ambiente, o il sistema, costruito dall’artista per intrappolare e congelare una temperatura e un “sentimento” indefinito e sfuggente, per collegare i ‘mondi lontanissimi’, è dunque una struttura labile, animata da una forma leggerezza pachidermica. La tensione, la concentrazione è verso una brillante fusione tra mutazione tecnologica contemporanea e approccio tradizionale (lo dimostrano bene Apollo and Daphne, Laocoön, Untitled-Galaxy, Gate, Ground): “Quello che sto cercando di fare nel mio lavoro sia in maniera pratica che concettuale è cercare di fondere le arti plastiche (pittura e scultura) con i new media, passando per il web (nelle sue diverse accezioni), tutto senza soluzione di continuità. In pratica sto cercando di indagare come i new media e il web stanno cambiando/influenzando le arti plastiche.”

Importante, centrale – nonostante e contro le apparenze – è l’elemento performativo,  ricorrente nella superficie, nell’attuazione e nella descrizione di questi ‘oggetti-processi’, in grado di adattarsi allo spazio, al contesto. Modificandoli a loro volta. Così, la diretta televisiva dei campionati mondiali di World of Warcraft possono coesistere con un raggio verde prelevato dall’opera di Rohmer che taglia in due pannelli astratti e minimali mentre, sul pavimento, lo schermo di un portatile rimanda l’animazione impossibile un .gif in cui molteplici strati immaginifici compongono l’artificialità lampeggiante, digitale, estranea di un paesaggio al tempo stesso fiabesco, barocco, nostalgico, orientale, pornografico.

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
Commenti
Un commento a “Critica come fraternità: Marco Strappato”
  1. giorgio scrive:

    quante parole critiche inutili per giustificare una mostra banale, di un artista che lascia freddezza ma neanche sostenuta dal pensiero. un’estetica che non è quella del brutto, almeno ci vorrebbe, ma dello squallido che non è vissuto ma solo evocato, persino inconsapevolmente. insomma, strappato dall’agricoltura per fare l’artista? mah

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