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Cronache dal Grande Nulla

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(Fonte immagine)

di Andrea Pomella

Non so bene che lavoro faccio. So che tra poco saranno otto anni che lo faccio. In otto anni non ho ancora capito, ma dicono che sia il problema minore. Tempo fa ho letto un articolo di David Graeber su Internazionale in cui si dice che questo è il secolo del lavoro stupido. Dice Graeber: “È come se esistesse qualcuno che inventa lavori inutili solo per farci continuare a lavorare”. E poi: “La classe dirigente ha capito che una popolazione felice e produttiva con un sacco di tempo libero è un pericolo mortale per i suoi privilegi”. E ancora: “Una volta, mentre contemplavo la crescita apparentemente infinita delle responsabilità amministrative nei dipartimenti accademici britannici, ebbi l’impressione di stare assistendo a una possibile visione dell’inferno. L’inferno è un insieme di individui che spendono la maggior parte del loro tempo a lavorare su un compito che non gli piace e per il quale non sono particolarmente bravi”.

Ecco, il lavoro che faccio da otto anni è un lavoro che non mi piace e per il quale non sono particolarmente bravo. È inoltre un lavoro del quale la collettività potrebbe fare a meno. Infatti non credo che se la mattina non mi alzassi dal letto per correre in ufficio, il mondo sarebbe un posto peggiore. Eppure so che se la mattina non mi alzassi dal letto per correre in ufficio, ci sarebbe un altro al posto mio che invece si alzerebbe eccome, e correrebbe in ufficio a svolgere lo stesso lavoro, un lavoro che però non piacerebbe neppure a lui e per il quale non sarebbe particolarmente bravo. Quindi so già quali sono le obiezioni: ritieniti fortunato di avere un lavoro e non rompere le scatole, è sempre meglio avere un lavoro stupido che non averne affatto, e via di questo passo. Dico subito che sono d’accordo, come sono d’accordo col Dr. House quando dice che lo scopo nella vita non è eliminare l’infelicità, ma mantenerla al minimo.

Che lavoro faccio? Ho un contratto su cui è scritto che sono un impiegato con mansioni di supporto e assistenza operativa qualificata d’ordine. La società per cui lavoro è una società partecipata con trecento dipendenti, cioè è una società nella quale una quota di capitale sociale è di proprietà di un ente pubblico. Tecnicamente non sono un dipendente pubblico, di fatto lavoro in un contesto di pubblica amministrazione (la maggior parte delle persone con cui divido l’ufficio sono impiegati assunti dallo Stato tramite concorso). I miei compiti sono di supporto nelle attività giornaliere di cui si occupa il dipartimento in cui lavoro. La parola supporto regola con precisione scientifica la mia posizione rispetto ai dipendenti pubblici, che è una posizione di retroguardia, sempre un passo indietro, nessuna assunzione di responsabilità, nessun diritto di orientare le scelte, di indirizzare i cicli di produzione dei servizi.

In tutto questo tempo ho lavorato nelle seguenti aree: comunicazione istituzionale e marketing, politiche attive del lavoro, strategie di animazione territoriale, economato, progetti europei, gestione e coordinamento del personale assegnato agli uffici dipartimentali. I nomi con i quali indico ciascuna di queste aree sono ingannevoli, perché in ciascuna di queste aree il lavoro che ho svolto è sempre stato a grandi linee lo stesso, ossia quello del passacarte salariato che deve inventare ogni giorno un modo per non farsi sopraffare dalla noia e dalla prostrazione. Ora, se vi guadagnate da vivere facendo qualcosa del genere, provate a spiegare in due parole a vostra madre che lavoro fate. Io, in otto anni, non ci sono ancora riuscito.

L’edificio che ospita il dipartimento è un cubo con in mezzo un buco quadrato. Se immaginate un cubo con in mezzo un buco quadrato potete anche immaginare che ogni piano (i piani sono tre) è composto da quattro lunghi corridoi. Ho cominciato abbastanza presto a chiamarlo il Grande Nulla. Ora, dopo otto anni, quando penso al Grande Nulla, lo penso come un cubo di Rubik, lo penso cioè come un posto in cui è facile perdere l’orientamento, anche se, dopo otto anni, l’orientamento non lo perdo più. Da otto anni incontro ogni giorno della gente che mi chiede: “Scusi, dov’è l’uscita?” E capita che ogni tanto rivolga la domanda a me stesso, e quando mi faccio questa domanda penso al cubo di Rubik. Allora la risposta che mi do è sempre la stessa: “La soluzione esiste, ma è difficile”.

Il contratto iniziale che ho avuto con la mia società prevedeva un part-time a venticinque ore settimanali. Il primo giorno di lavoro sono arrivato in ufficio con un completo marrone di velluto a coste e la cravatta, perché il responsabile delle risorse umane mi aveva raccomandato di indossare il completo e la cravatta, almeno il primo giorno, “per riguardo verso i nuovi colleghi”. L’ufficio era composto da cinque impiegate, la capoufficio si è presentata e mi ha detto: “Non abbiamo una scrivania per te, siediti al mio posto e aspetta”. Dopo una settimana ero ancora lì ad aspettare. Solo che nel frattempo non ero riuscito a restarmene seduto, insomma mi ero messo a dare una mano alle mie nuove colleghe per riordinare degli elenchi in Excel sforzandomi di trovarlo un lavoro interessante. Fin dal primo giorno ho avuto l’impressione che lì la mia presenza fosse superflua, che ero stato assunto all’unico scopo di giustificare la somma di denaro che mi avrebbero versato ogni mese, che non mi era riconosciuto alcun tipo di professionalità, che in cambio dello stipendio dovevo solo fare un piccolo sacrificio: rinunciare a essere libero per cinque ore al giorno.

Il mio stipendio, oggi, dopo quasi otto anni, è quello di un impiegato di concetto. Faccio quadrare i conti grazie a un’indennità temporanea di funzione dovuta al fatto che abbastanza presto mi hanno destinato alla validazione delle ferie del personale, più una miseria di assegno familiare che mi spetta perché ho un figlio di quattro anni. Lavoro trentasei ore settimanali, sei ore il lunedì, il mercoledì e il venerdì, nove ore il martedì e il giovedì. Se nel Grande Nulla l’organizzazione del lavoro fosse più razionale, il tempo che impiegherei effettivamente a sbrigare le pratiche che mi sono assegnate sarebbe all’incirca di sei ore. Le restanti trenta potrei occuparle in una maniera più proficua per me stesso e per la collettività.

Nella biografia dello scrittore olandese Willem Frederik Hermans c’è una vicenda interessante. Hermans insegnava geografia all’Università di Groninga. Nel 1972 fu sospettato di trascurare l’insegnamento a vantaggio della scrittura. A quanto si sa fu addirittura istituita una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulla faccenda. Secondo i risultati dell’indagine, Hermans fu accusato di usare la cancelleria dell’università per scrivere i suoi romanzi. Il fatto costrinse Hermans a dare le dimissioni, in seguito alle quali si trasferì a Parigi per dedicarsi completamente alla scrittura. Come fece pronunciare a uno dei suoi personaggi tempo dopo, aveva abusato della sua posizione all’Università di Groninga “per fare qualcosa di utile con questa carta costosa che normalmente scomparirebbe, senza essere letta, nel cestino della cartastraccia, inquinando l’ambiente”. Quest’uomo, da otto anni, è il mio eroe. Come Hermans, anch’io aspiro a occupare le restanti trenta ore lavorative “per fare qualcosa di utile con questo tempo costoso che normalmente scomparirebbe, senza essere in alcun modo produttivo, nell’oblio del vuoto burocratico, inquinando la mia mente”.

Sono abbastanza consapevole che sto dicendo qualcosa che, nell’epoca e nella società in cui vivo, risulta essere in larga parte incomprensibile. Sto dicendo che a causa di una strutturazione del lavoro caotica, velleitaria, e di un’insensata filosofia produttiva, impiego trentasei ore a svolgere un lavoro che potrebbe occuparmi al massimo mezza giornata la settimana, o che al limite potrei svolgere comodamente da casa, senza contribuire, con i miei sessanta chilometri di spostamenti quotidiani, al traffico di Roma, all’inquinamento atmosferico e allo stress della collettività. La cosa che trovo sconcertante è che conosco impiegati nel Grande Nulla il cui tempo lavorativo effettivo già nelle condizioni attuali è inferiore alle sei ore settimanali. La conseguenza è che molte di queste persone si lasciano convogliare dall’ozio più sfiancante, trascorrono i loro infiniti tempi morti in attività puramente passive, come giocare a Ruzzle, o appassionarsi sui social network alle vite di emeriti sconosciuti, molti li vedo oziare sulle scale masticando sigarette spente, bere esorbitanti quantità di caffè al distributore automatico, fingere di parlare al telefono, fissare il vuoto celeste per ore.

In effetti, in un contesto del genere, esiste un importante problema di diffusione di malattie mentali depressive dovute alla consapevolezza dell’inutilità del proprio lavoro. Nel corso degli anni ho visto persone sane dare, col passare del tempo, segni di disordine emotivo piuttosto seri, vedo ogni giorno uomini passeggiare lungo i corridoi discutendo animatamente con se stessi, altri ammalarsi di narcolessia depressiva e sonnecchiare tutto il tempo davanti a un computer spento, altri ancora li vedo sorridere solo quando confabulano con una piantina coltivata in un piccolo ritaglio di terra tra l’ingresso degli uffici e la strada. Molti impiegati mi hanno confidato che la loro principale paura è ammalarsi di questo tipo di cose. A fronte di ciò c’è anche una buona fetta di personale che dà mostra di essere non dico felice, ma perfettamente a suo agio, che ha buoni rapporti sociali, che si spende nel lavoro o che addirittura trova gratificante la materia di cui si occupa.

Il fatto che per gran parte del mio tempo lavorativo io svolga compiti inutili è qualcosa di strutturato, è un processo di cristallizzazione del lavoro tipico dell’era contemporanea e delle società occidentali. Nonostante la conclamata inutilità del mio lavoro, sono tenuto a essere presente in un ufficio dal quale non posso allontanarmi se non per un numero limitato di ore annue. Il mio controllore è un badge elettronico in cui è presente una foto della mia faccia così com’era otto anni fa e un numero di matricola. È mio dovere timbrare il badge in entrata e in uscita ogni giorno e verificare che i miei colleghi facciano altrettanto, il badge è il sistema che geolocalizza il mio corpo, è la sentinella che mi impedisce qualsiasi tipo di spostamento al di fuori dell’edificio in cui lavoro.

Sul sito web di un’azienda che si occupa della vendita di sistemi di rilevazione delle presenze ho trovato questa frase promozionale: “Oltre al risparmio di tempo per calcolare le ore lavorate e stampare un prospetto dettagliato da inviare alla gestione delle paghe, le nostre soluzioni vi permettono di controllare le entrate in ritardo, le uscite anticipate, le assenze ingiustificate, gli straordinari non autorizzati, riducendo così i costi sulla forza lavoro”. In realtà, ciò che viene rilevato da questi sistemi non è tanto le ore lavorate, quanto le ore di detenzione a cui ciascun lavoratore dà il suo assenso in cambio di una contropartita in denaro, non essendo affatto sottinteso che alle ore di detenzione corrispondano altrettante ore lavorate con profitto. Questo modello si fonda ancora su un’idea del lavoro di tipo coercitivo, non si cura cioè del raggiungimento degli obiettivi di produzione, ma mira al controllo fisico (e quindi alla proprietà) delle persone.

Ho fatto un calcolo: se considero che faccio questo tipo di lavoro per duecentoventi giorni l’anno (trecentosessantacinque giorni esclusi sabati, domeniche, ferie e festività varie) per una media di sette ore al giorno, mi risulta che lavoro per millecinquecentoquaranta ore l’anno, che fanno sessantaquattro giorni pieni. Questo tipo di dato viene chiamato anno-uomo, una definizione che trovo abbastanza sinistra ma efficace. La schiavitù da lavoro improduttivo di cui faccio parte non riguarda solo i settori della pubblica amministrazione, ma intere aree professionali occupate soprattutto nelle cosiddette società di servizi, cioè a occhio e croce un miliardo di persone in tutto il mondo, un miliardo di esseri umani che non hanno problemi a sfamare se stessi e i propri familiari ma che non conoscono l’utilità del proprio lavoro, che non contribuiscono in alcun modo al progresso, che per ogni anno della loro vita spendono in media sessantaquattro giorni (notti comprese) a svolgere attività senza valore sociale, senza scopo, senza significato, un miliardo di persone che potrebbero avere una possibilità di essere felici se liberate dal giogo del lavoro inutile e impiegate secondo le loro reali capacità.

Di recente, leggendo La morte in banca di Giuseppe Pontiggia (Mondadori), mi sono appuntato questo:

“Incontrava a volte l’amico bancario e, facendolo parlare, ritrovava in lui la propria crisi, le stesse speranze deluse. Eppure non poteva accettare le conclusioni dell’altro. Certo, questo era strano: si irritava ancora, ad ascoltarle. Non poteva accettare che proprio la crisi, che gli aveva aperto gli occhi, gli imponesse una nuova finzione, impedendogli di vedere oltre. Che il fallimento fosse mentale. Ne provò una stretta d’angoscia. Ecco, era quella la morte: la morte in banca. Che era poi una delle infinite morti nella vita”.

In definitiva, ho uno stipendio, ho un contratto sicuro, posso fare debiti, faccio parte di una minoranza di lavoratori che godono di ogni tipo di tutela. Una percentuale elevata di persone disoccupate, sfruttate, sottopagate o malamente impiegate può, a ragione, ritenermi una persona fortunata, come erano ritenuti fortunati i bancari degli anni Cinquanta di Pontiggia. Ma, in fondo a tutto, la domanda essenziale rimane una: a chi conviene, realmente, che la gente si ammali e muoia ogni giorno di questo genere di fortune?

È nato a Roma quando c’erano gli anni di piombo. Ha pubblicato monografie su Caravaggio e su Van Gogh, il saggio sulla povertà 10 modi per imparare a essere poveri ma felici (Laurana, 2012) e i romanzi La misura del danno (Fernandel, 2013) e Anni luce (add editore, 2018).
Commenti
35 Commenti a “Cronache dal Grande Nulla”
  1. davide scrive:

    da sopra :

    “La classe dirigente ha capito che una popolazione felice e produttiva con un sacco di tempo libero è un pericolo mortale per i suoi privilegi”

    non credo, negli anni 90 il mondo del lavoro andava meglio, ma nessuno chiedeva di riveder alcuni altrui privilegi(col tempo diventati un problemone per tutti),anzi, eran dati per scontati!

  2. davide scrive:

    di nuovo:

    “Il fatto che per gran parte del mio tempo lavorativo io svolga compiti inutili è qualcosa di strutturato, è un processo di cristallizzazione del lavoro tipico dell’era contemporanea e delle società occidentali.”

    anche questo NON mi fa trovare d’accordo:ad es in estremo oriente va ben peggio,ci son migliaia di individui impiegati per compiti che noi troveremmo ovvi,banali ,quasi senza senso (che so nelle strade, personale statale o comunale che indossa un segnale a freccia per indicare alle persone-alle persone a piedi!-dove devon circolare…pedoni,non auto,eh….eppure la nessuno si lamenta della cosa

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    Un plauso a Davide che è riuscito a leggere tutto.

  4. luca borello scrive:

    Molto vero.
    Mi trovo gli 80 euro di Renzi in busta paga, e li cambierei volentieri con il corrispettivo in tempo libero. Ma questa prospettiva non è contemplata.

    Un paio di anni fa fa ero semi disoccupato, mi ero appena separato e dovevo ogni mese trovare (almeno) i soldi per mia figlia.
    Vivevo con il terrore del fine mese, sognavo la tranquillità economica. Ma avevo molto tempo libero per scrivere, leggere, confrontarmi, partecipare. E bene o male, con qualche sacrificio fortificante e molte notti a rigirarmi tra le lenzuola, alla fine del mese ci arrivavo. La penuria economica mi ha anche fatto sviluppare la pratica di costruire giocattoli per mia figlia con quello che trovavo in casa.

    Ora ho un lavoro a tempo pieno (e che si può perfino definire “utile”, almeno in teoria: non per questo sempre gratificante), ma a tempo talmente pieno che tutto il resto diventa un dettaglio. Non ho più la preoccupazione dei quattrini per mia figlia e per l’affitto e per le sigarette e per la cena fuori con la mia compagna, ma ho il problema del tempo. Ho nella testa e nella pancia una mole furiosa di idee da esprimere, ma il tempo e lo spazio mentale che posso dedicarci è racchiuso in una pipetta contagocce.

    Risultato: talvolta rimpiango quella terribile paura del fine mese, quel senso di totale precarietà che però mi faceva libero, e anche, forse, più combattivo.
    Avevo paura ma ero più leggero.
    Non avessi la bella responsabilità di una figlia, forse tornerei alla paura. E andrei a provarla in giro per il mondo. Ma non sono più solo un adulto, sono un padre, e avanzo forte di questo.
    Ma c’è senz’altro qualcosa che non quadra, nel sistema.
    Il nostro progresso non ha saputo liberarci dalla schiavitù del lavoro, che è divenuta solo più complessa e sottile. E soprattutto assurda.

  5. Gianni scrive:

    Questo articolo mi fa pensare a quel bel film che è “Still Life” di Uberto Pasolini. Il protagonista credeva fermamente nel proprio lavoro anche se svolto con i mezzi di una burocrazia fredda e distaccata.

  6. Inumano scrive:

    Non fate figli.

  7. christian raimo scrive:

    Bellissimo pezzo.

  8. Andrea scrive:

    Beh… cinematograficamente citerei:
    “Il Posto” Ermanno Olmi 1961
    “la Febbre” Alessandro D’Alatri 2005 (con Fabio Volo)

    “Il Posto”… angosciante e terribilmente attuale (parliamo del 1961…)
    “La Febbre” … bellissimo. Mi servì per… prendere le mie decisioni.

    Un saluto a tutti i “Mario Bettini”.

  9. Silvia scrive:

    Ti voglio molto bene Andrea.

  10. Alessandro scrive:

    Ora posto un commento ancora più banale dell’articolo: avete mai provato l’angoscia del tempo del disoccupato, quel tempo che sembra non passare mai fino a quando non ti rendi conto che sono mesi che sei senza lavoro? Il problema non è nella natura o nell’organizzazione del lavoro, ma nello sfruttamento dell’uomo da parte dei suoi simili.

  11. Marco scrive:

    Interessante articolo, che però mi dirige verso un’unica soluzione: riempimento di quelle ore.
    Sono laureato, e per un periodo lavorai in un fast food/panineria. Dodici ore al giorno, ritmi massacranti, e infatti lasciai. Però nei momenti in cui si lavorava in modo UMANO, la cosa era anche sopportabile, perché le ore passavano ad un ritmo scandito. In sostanza non mi annoiavo perché non ne avevo il tempo, ma nemmeno soccombevo sotto ritmi mostruosi.

    Detto ciò secondo me la soluzione non è quella di far lavorare una persona sei ore la settimana, ma di riempire quelle sue 36 ore rendendolo veramente utile, e non facendolo sprofondare nella noia e nel tedio. Hai detto che lavori comunque in un ambito pubblico, e il tuo articolo spiega tante cose: paghiamo migliaia di lavoratori statali che al netto sono produttivi solo per 1/6 del loro tempo trascorso in ufficio. Quindi non ci vuole molto a capire che il numero di impiegati (statali o meno) che lavorano nell’ambito pubblico sono troppi, e di conseguenza si ritrovano ore di “Grande Nulla”.

  12. Enrico Cavalieri scrive:

    Mi ritrovo molto in quanto scrive Luca Borello, anche perché vengo da un periodo di precariato radicale, (anche se a differenza sua non ho figli), e sto provando le stesse sensazioni ambivalenti. i lavori che sto facendo sono difficili ma mi appassionano, e l’angoscia che saltuariamente ritorna per la scarsità di mezzi si alterna però a una strana sensazione di orgoglio, come quando ti senti bersagliato dalle sfighe ma poi ti osservi e vedi che sei ancora in piedi, che bene o male resisti, e la cosa ti fa sentire meno vulnerabile, o come quando ti rendi conto che hai poco da perdere e improvvisamente ti passa la paura, ti senti leggero, e anche libero.

    Ed è verissima anche la questione del tempo, ci sono tante cose che sono riuscito a fare nell’ultimo periodo, cose che mi piacciono, che mi appassionano e che non costano DENARO (perché poi l’angoscia di cui sopra è fondamentalmente legata all’impossibilità di accedere a un determinato livello di consumo), e mi ritrovo ad uscire tutte le sere per suonare o per fare prove con un gruppo teatrale, torno a casa stanco e vibrante, senza aver speso una lira, e in alcuni momenti la mia vita mi sembra clamorosamente dotata di SENSO.

    ora, per motivi che vi risparmio, il precariato potrebbe in buona misura finire, e vi giuro che la sensazione di sollievo è fortemente inquinata da questo tipo di considerazioni.

    Per quanto riguarda la domanda finale di Christian Raimo, a chi giova tutto ciò, mi viene da rispondere banalmente che giova a chi non vuole che questo cambi, perché una delle condizioni base perché un individuo, o una collettività, creino il cambiamento, è la sensazione che il cambiamento sia POSSIBILE, quella che alcuni pedagogisti chiamano la “percezione di modificabilità”, senza la quale si rimane inerti e si accetta la realtà per come è. Il sentirsi inutili, incapaci, vuoti è sicuramente un veleno mortale per chi vuole cambiare la propria condizione. Dove sta il potere e il privilegio, lì sicuramente stanno quelli che non vogliono che la situazione cambi, e a cui tutto questo fa comodo.

  13. Christian Raimo scrive:

    La domanda è dell’autore del pezzo. Di Andrea Pomella.

  14. Andrea Pomella scrive:

    Enrico, ti consiglio la lettura del pezzo di Graeber che cito all’inizio e che ha ispirato questo articolo. È facilmente reperibile in rete. Lì si azzarda una risposta, forse un po’ sommaria, ma non del tutto priva di verità.

  15. michela scrive:

    Grazie. Parli anche di me. Ho condiviso

  16. michela scarazzolo scrive:

    Intendevo su Fb. Grazie per le letture e i film consigliati.E grazie a Luca, nel cui percorso mi rispecchio

  17. Bandini scrive:

    Grazie davvero, Andrea.

  18. raffaele scrive:

    Karl Marx diceva che i bisogni umani sono di due tipi : produzione e riproduzione. Le societa’ liberali , democratiche , parlamentari garantiscono solo : liberta’ dalla paura e dal bisogno.
    In estrema sintesi questa e’ la struttura base del mondo conosciuto , forse ci sono ancora dei selvaggi non civilizzati che vivono in maniera differente.
    Premesso quanto sopra , nessun paese garantisce la felicita’ (gli Usa lo hanno scritto nella loro Costituzione , ma la realta’ li smentisce). I desideri , i sogni , le aspirazioni , non sono diritti.
    Perche’ uno Stato in democrazia o dittatura di massa (o addirittura delle altre persone ) dovrebbero preoccuparsi della soddisfazione di altri individui ? Danno il minimo garantito e poi il resto ognuno lo deve cercare da solo. Se lo trova ( puo’ essere anche cosa non materiale ) trovera’ il suo fine.

  19. Dio scrive:

    …se eri un vero Scrittore o un Matematico, o un Compositore, o un Filosofo, o un Fisico Teorico, o un Programmatore ti saresti considerato la persona più fortunata del pianeta ! peccato non avere una fantasia tanto potente, eh ? in quel caso bastavano un block notes e una penna (o un text editor), ed era tutta estasi quel tempo morto.

    Questo è il punto: ma che cosa sapete fare di tanto speciale per l’umanità voi burocrati ?!?! e vi lamentate pure ?!

    Ma ricomincia a studiare sul serio, cazzo ! Ti pagano pure !

  20. mattialife scrive:

    Il grande nulla, il grande occhio. Che gran rottura di balle!

    Parli del mio domani. Ottimo articolo, ottimi spunti.

  21. mattialife scrive:

    A dimenticavo, grazie Keynes.

  22. Petrus scrive:

    Otto anni e mezzo di grande nulla li ho vissuti anche io. Poi sono fuggito, come un moderno Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz. Ora vivo dall’altra parte del mondo, godo del mio tempo e sono felice. Non perdete il desiderio di uscire dall’incubo, mai.

  23. Alfio Squillaci scrive:

    Per oltre trent’anni ho fatto un lavoro che non mi piaceva e di cui non comprendevo fino in fondo le finalità soggettive e oggettive. E anch’io aspiravo ad esprimermi sognando di liberarmi, come Pontiggia, della catena corta del lavoro senza senso. Eppure per accedervi ho fatto un regolare concorso, umiliante per certi aspetti: eravamo in migliaia inquadrati in migliaia di banchi una mattina freddissima di gennaio dei primi anni ’80, al Palazzo dei Congressi a Roma. Un concorso che ho superato alla fine senza raccomandazione. Avevo trovato un varco all’interno di una società che si avviava a un rigido feudalismo di ritorno ove tutte le posizioni di pregio erano tramandate di padre in figlio. L’autore del pezzo non racconta l’origine del suo accesso al mondo del lavoro che tanto non comprende. Allude ad altri che sono entrati con regolare concorso,però. Tace sulla propria assunzione. Eppure temo che si tratti di raccomandazione, ciò che a mio avviso si potrebbe definire (ricorrendo a Marcel Mauss) il “fatto sociale totale” della nostra Italia, quello che descrive una intera società. Se il lavoro alienato è vivere una vita senza senso (come non condividere!) la storia del “peccato originale” che ha dato accesso a questa vita sarebbe molto più interessante da raccontare rispetto al lamento, con toni da generico esigente, sui destini del mondo sempre più senza senso. Se l’hanno assunto per non fare praticamente nulla e per giunta ha fatto pure carriera (da impiegato d’ordine a concetto) la storia dell’Inizio spiegherebbe ancor più l’histoire d’une erreur che è sempre la vita di noi ordinari impiegati del nulla. Nell’inizio c’è il “romanzo” non dopo.

  24. Alfio Squillaci scrive:

    precedente post: feudalismo è ovviamente feudalesimo

  25. echoes scrive:

    Tema centrale, riflesso di molti mali di questo tempo.
    Una sorta di quadratura l’ho trovata, tramite il concetto di priorità interiore: ciò che vale lo tratto bene ,ciò che non vale lo lascio passare davanti a me.

    Le ore lavorative mi valgono una serie di preoccupazioni in meno, tutto il resto è ciò che VALE e me ne prendo cura. Tempo in cui sto con i figli (anima, spirito e corpo) e tempo in cui mi dedico ad alcune mie passioni.

    Scambiare il proprio lavoro per l’unica via verso la realizzazione è un grosso azzardo mentale. Non lo consiglio, visto che poi spesso si lavoro per conto di estranei che non hanno a cuore il nostro mondo interiore.

  26. Molto interessante. Sentivo alla radio, qualche settimana fa, che l’origine del carcere starebbe proprio nella necessità di piegare uomini liberi (contadini, mendicanti…) non abituati a svolgere lavori al chiuso. La condizione descritta dall’Autore, forse ha superato il carcere.
    a chi conviene, realmente, che la gente si ammali e muoia ogni giorno di questo genere di fortune? Credo convenga al sistema di potere consolidato. Se gli uomini non fossero fiaccati da questa schiavitù sotto traccia, potrebbero chiedersi (ne avrebbero il tempo e, soprattutto, l’energia) perché e in virtù di cosa chi li governa (a tutti i livelli) li governa

  27. Enrico Cavalieri scrive:

    Grazie Andrea Pomella, leggerò senz’altro quanto mi segnali.

  28. Fra scrive:

    Un pezzo bellissimo, però che peccato Andrea pensare che la vita sia cercare di mantenere l’infelicità al minimo possibile. Questo tempo è l’unico che abbiamo.

  29. Roberto Rizzardi scrive:

    Non so veramente come pigliare questo articolo. Da una parte mi girano un pochino le palle, perché vedo una grande autoreferenzialità, dall’altra riconosco il lato umano della vicenda e riconduco il tutto alla mia unica e vera esperienza di lavoro estremamente inutile: il servizio militare, ai miei tempi coatto e di leva. A suo tempo e per puro caso venni utilizzato quale impiegato in un comando divisionale. L’incarico era assolutamente e burocraticamente improduttivo, ma mi occupava costantemente per 6 ore al giorno. In seguito consigliai a tutti i miei amici in procinto di essere arruolati di evitare “l’imboscamento”, pena un peggioramento drammatico e non privo di conseguenze mentali, della percezione soggettiva del tempo.
    Dopo di allora ho svolto molti lavori, più o meno soddisfacenti, più o meno discutibili sotto il profilo dell’efficienza e delle finalità. Ora sono pagato per stare a casa, sono un esodato, perché la mia banca non sapeva che farsene di me. Devo ringraziare il Fondo di Solidarietà, alimentato da banche e bancari, perché il mio settore non ha cassa integrazione e dunque, in mancanza di quella tutela, sarei stato un disoccupato ultrasessantenne.
    I miei ultimi incarichi li ho odiati profondamente, dato che avrei dovuto attuare comportamenti altamente discutibili, a mio giudizio, verso l’utenza. Facevo resistenza, ma il prezzo era alto.
    Cosa posso dire all’autore? Tutto vero, ma quello che ti manca, amico mio, è uno sguardo più ampio, una maggiore e diversificata esperienza.

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