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Cronache dall’Asia 3

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Qui le puntate precedenti.

Cronache dall’Asia 3 – 55a Biennale di Venezia: viaggio verso l’arte contemporanea asiatica

Il Palazzo Enciclopedico, titolo dato dal curatore Massimiliano Gioni alla 55a Biennale d’Arte di Venezia, mostra dettagli della storia dell’esistere umano: espone e celebra l’individuo espressivo, la manifestazione dell’essere oltre ogni spinta e necessità a esplorare, catalogare, esaurire. È la libertà della conoscenza oltre la pretesa scientifica, è il rispetto della differenza nella sua unicità, è ascolto senza gerarchie. La mostra di Gioni, i padiglioni nazionali e gli eventi collaterali della Biennale ospitano una strada che dall’Italia può portare fino all’Estremo Oriente, raccontando la storia e la contemporaneità di un mondo sempre più penetrabile e raggiungibile, con più voce, più legittimità globale. Ho cercato di percorrere questra strada attraverso il personale filtro elaborato nei mesi trascorsi in Asia.

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Parto da Venezia.

Venezia, Venezia è un’opera sulla cultura della resistenza e sulla capacità della cultura di resistere. Alfredo Jaar evoca la capacità delle idee a resistere oltre il disastro della guerra, ritratta in una fotografia in cui Lucio Fontana esce da una fenditura tra le macerie del suo studio bombardato di Milano.

Con gli equilibri del mondo da riassestare in nuovi equilibri sempre mutevoli, i Giardini della Biennale di Jaar (riprodotti in scala, per essere un microcosmo che lo spettatore può osservare dall’alto, mentre emerge e affonda in un vascone pieno di acqua verde salmastra) raccontano di un vecchio mondo che scompare, portandosi sotto i flutti il ruolo dello stato-nazione e l’egemonia occidentale. Quegli stessi Giardini riemergono, come dopo cataclismi naturali o rivoluzioni umane, e riprendono forma, offrono di nuovo una presenza, un’idea.

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Il mio viaggio di ritorno a Est continua attraverso quella che consideriamo la soglia d’Oriente, la Turchia. Nel padiglione nazionale è proposta una serie di video intitolata proprio Resistance. Mentre in Piazza Taksim la dialettica tra conservatorismo islamico e secolarismo democratico si scatena in manifestazioni di protesta contro il governo di Erdogan, Ali Kazma propone un lavoro che rende protagonista il corpo, nella sua matericità e forza resistente contro l’astrazione della realtà contemporanea.

A nord est della Turchia, al confine estremo dell’Arsenale, una costruzione in sottile legno crepato riproduce una tipica forma di resistenza architettonica georgiana: la loggia kamikaze, ampliamento di edifici sovietici, un prolungamento parassitario dell’abitazione, spesso usato da artisti come studio. Nel catalogo la Georgia viene definita come “l’Italia se fosse diventata Marxista”, considerandone il clima del Mar Nero, la viticoltura, il regime patriarcale, l’atteggiamento mentale comunitario e la vocazione ad autogestirsi della sua gente. Circa duemilaseicento km allontanano Tbilisi da Venezia e, nonostante l’alfabeto georgiano abbia forme suadenti ed esteticamente ben poco occidentali (le sue linee tondeggianti sono sorprendentemente simili all’alfabeto birmano, ma si riconoscono anche lettere del greco antico, pur non essendoci nessuna associazione tra segni e fonemi), nel padiglione c’è un costante rimando all’Europa, come in Euroremont di Nikoloz Lutidze, che adotta come titolo un neologismo indicante la ristrutturazione di una tipica abitazione sovietica secondo standard europei. Qui si evidenzia la fragilità del sogno occidentale, oggi rappresentato da oggetti di arredamento in stile europeo made in China.

Identità e confini, est e ovest assumono forme che si dissolvono e ricompongono in maniere tradizionali o nuove. I linguaggi e le forme dell’indagine artistica sono al servizio delle dinamiche nazionali e individuali in relazione alle proprie radici e al mix culturale indotto dai cambiamenti negli equilibri economici del mondo. Agisce anche il caso, input il cui potere oggi è amplificato dal numero infinitamente maggiore di comunicazioni in corso di svolgimento costante a livello quasi globale. Il fortuito associa e pone a confronto elementi di culture che eravamo (siamo ancora forse) abituati a considerare distanti. Incontri forzati inducono ad aprire lunghe discussioni per scoprire nuovi linguaggi comuni: questo è il tema centrale della ricerca di Post Autonomy, progetto di David Goldenberg, presentato a Palazzo Bembo. In un corridoio del palazzo, Baku (Azerbaijan) è l’interlocutore live di una chiamata Skype iniziata il 28 maggio, giorno dell’inaugurazione, e destinata a durare fino al 24 novembre, giorno di chiusura della Biennale. Questo intervento è parte di un più ampio programma di dibattiti on-line e di attività volte a ripensare l’arte contemporanea, sostanzialmente eurocentrica e in una fase di stallo. Tramite la chiamata Skype, il pubblico è invitato a discutere di participating cultures con chi è di fronte al computer a Baku (allestito in un museo pubblico), per immaginare nuove pratiche, nuove idee, sconosciute, da inventare.

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Dall’Azerbaijan parte un deserto artistico di paesi, terre e popoli esclusi. Qui alla Biennale non trovo rappresentati molti paesi dalla storia recente violenta e controversa. In questa lunga traversata senza tappe, ricordo l’Afghanistan a Documenta13.

Addirittura l’India quest’anno non ha un padiglione (la sua prima partecipazione risale a due soli anni fa) e, come riporta Valentina Tani su Artribune, vi è una sola artista indiana (Prabhavathi Meppayil) nella mostra curata da Gioni. Un’altra, Dayanita Singh, la troviamo nel padiglione tedesco che quest’anno è ospite del padiglione francese. Germania e Francia hanno infatti deciso di scambiarsi i padiglioni e la Germania ha deciso di proporre un solo artista tedesco (con una biografia cosmopolita): oltre all’artista indiana presentano Ai Weiwei (Cina) e Santu Mofokeng (Sud Africa). Segnali che in Europa qualcuno inizia a intuire che gli equilibri mondiali sono in trasformazione, anche a livello culturale.

Mi sposto nel grande spazio ricco di installazioni e video del Bangladesh, presentato da Francesco Elisei e Fabio Anselmi, che propongono il lavoro di otto artisti all’interno dell’Officina delle Zattere; intanto cerco il Myanmar, che naturalmente non è presente. A Yangon, una scena artistica ha resistito ai decenni di dittatura, con alcuni spazi indipendenti gestiti da artisti impavidi, ma il passato di isolamento dal mondo e l’insicurezza economica impediscono per ora la realizzazione di grossi progetti internazionali. Compaiono però elementi birmani nel lavoro di AES+F, incluso nella mostra Silk Map del padiglione Venezia. In Arrival of the Golden Boat, una light box appartenente al progetto The Feast of Trimalchio, vediamo raffigurata la golden boat attraccata nel Kandawgyi Lake di Yangon e alcune donne in abito tradizionale birmano. Il collettivo russo ha cercato l’equivalente del terzo millennio della cena di Trimalcione e l’ha individuato nei paradisi temporanei offerti dagli hotel di lusso. Hanno quindi creato ambienti lussuosi ed esotici in video e still, dove spiccano tra servi e ospiti molte persone asiatiche. “Abbiamo voluto rappresentare l’ascesa del continente asiatico nel futuro, usando il nostro tipico linguaggio allegorico“, mi riferisce Evgeny Svyatsky.

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A poche centinaia di kilometri da Yangon si può superare via terra il confine tra Myanmar e Thailandia, che quest’anno a Venezia presenta il lavoro di due artisti, cui il Ministero dei Beni Culturali ha chiesto di sviluppare il tema dell’arte culinaria.

Wasinburee Supanichvoraparch usa un gioco di parole che rimanda a un’immagine semplicissima ed efficace per trasmettere un’idea che gli è cara e alla quale dedica il suo lavoro quotidiano di artista: Poperomia, il titolo del suo lavoro, combina il pop, inteso come cultura commerciale, alla peperomia, una pianta acquatica con un altissimo livello di assorbimento di liquidi. Questa pianta, anche quando immersa in una soluzione di acqua e china, per metterne alla prova la reazione, assorbe il liquido velocemente e muta aspetto superficialmente, ma la sua struttura rimane la stessa, non si innescano mutazioni di alcun genere. Wasinburee Supanichvoraparch, con raffinatezza e delicatezza estetica caratteristiche thailandesi, ha allestito per la Biennale una stanza il cui pavimento è ricoperto di mattoni in terracotta avvolti in fili di lana colorati, richiamo alla cultura tradizionale del mattone fatto a mano (ed effettivamente realizzato dall’artista insieme agli abitanti della sua comunità nella regione Ratchaburi, a circa cento km da Bangkok), ricoperto di apparenza effimera. Ancora più eloquenti le statue di buddha, dove la lana ricopre il basamento come un’edera rampicante che piano piano nasconda l’oro e la millenaria storia spirituale dell’antico Siam.

Penso che l’artista non debba mai rinunciare ad assumere un ruolo sociale. Per questo motivo ho deciso che la mia galleria a Ratchaburi dovesse spalancarsi, per entrare direttamente nei luoghi dove la gente vive e lavora. Molti thailandesi sono spaventati dall’arte, credono di non essere all’altezza e spesso non vengono in galleria per timore di non capire e così perdere la faccia. Nell’ultimo anno ho allestito settantacinque opere nella mia città: mostre sulle pareti interne dei ponti in muratura, dentro i ristorantini all’aperto, sugli autobus, sui tetti dei tuk tuk, ho cercato di arrivare a tutti. Quando la proprietaria e cuoca di uno di questi locali mi ha detto di non avere alcun rapporto con l’arte, le ho indicato il tempietto che lei personalmente ha allestito di fianco ai fuochi della cucina: la scelta di come posizionare il tavolino, l’altare e le offerte deriva da una scelta estetica. Volevo che si sentisse inclusa e sembra aver apprezzato.

Chiunque sia stato in Thailandia avrà osservato l’impetuosità con cui il consumismo sembra divorare la vita locale. Eppure questo convive con un fortissimo orgoglio nazionale e la resistenza, almeno apparente, di molte abitudini tradizionali, dalle rituali offerte quotidiane al tempio, alla convinzione che gli spiriti del passato si aggirino nel nostro mondo. Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, di Apichatpong Weerasethakul e vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2010, è interamente dedicato agli spiriti, alla morte e alle sue conseguenze sulla vita.

Arin Rungjang prende invece alla lettera la richiesta del Ministero, proponendo un lavoro basato sulla storia dell’antica ricetta dei thong yod (dolcetti a base d’uovo), e se ne appropria da artista-narratore, costruendo un video di circa trenta minuti in cui accompagna lo spettatore nelle vicissitudini legate al commercio di zucchero di canna durante il dominio coloniale portoghese a Puerto Rico e nel sud-est asiatico, richiamando la tratta degli schiavi del Congo e le vicende di un avventuriero greco diventato consigliere del re di Ayutthaya, giungendo alla ricetta portata in Thailandia da una suora cattolica e adattata al gusto Thai da una donna di origini giapponesi, portoghesi e bengali.

Questo lavoro di ricostruzione storica non pretende di riportare i fatti fedelmente, anche considerando la mancanza di archivi in Thailandia e nel sud-est asiatico. Arin si è basato principalmente su racconti orali, andando alla ricerca di tracce di questa storia direttamente nei villaggi dove erano passati i portoghesi. La sua ricerca artistica personale, caratterizzata dall’interesse per la ricostruzione, si è sviluppata in seguito alla morte del padre, avvenuta a causa della violenza razzista subita mentre lavorava come ingegnere navale in Germania. Un gruppo di neonazisti, così riferì il padre alla madre dell’artista, gli provocò ferite interne tali che, dopo sei mesi dal suo ritorno in Thailandia, non sopravvisse. Arin aggiunge che “lui ha parlato di neonazisti, ma io non posso sapere se questo fosse esatto o no, da questa incertezza e dalla riflessione provocata dal conflitto tra le vicende del singolo a confronto con le ideologie e la Storia parte la mia spinta a indagare, scavare, ricostruire.

Ormai siamo nel mezzo del sud-est asiatico e anche il padiglione indonesiano riflette sulla dimensione soprannaturale (Sakti), sullo spirito che tiene insieme la dispersa nazione indonesiana con le sue diciassettemila isole. L’identità indonesiana è molteplice e ciò che raggiunge il pubblico internazionale è per lo più espresso dagli artisti residenti a Java, l’isola principale dove si trovano la capitale Jakarta e le altre due città artistiche, Bandung e Yogyakarta.

In Indonesia è in corso una profonda trasformazione politica ed economica e Sakti, la forza simbolica scelta come tema dai curatori, Carla Bianpoen e Rifky Effendy, sembra evocare la necessità di fare riferimento a un’energia primordiale e sacra, perché anche la cultura si possa trasformare e rielaborare, ma in modo giusto e consapevole. L’arte contemporanea indonesiana è molto spesso politica e lo è chiaramente anche nel padiglione teatrale e magico presentato a Venezia quest’anno.

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Nella penombra si accede a una pedana che corre lungo una parete con feritoie, sbirciando si intravedono la testa di una bizzarra creatura con il becco e dei fiori rosa al posto del pelo e degli stupa in miniatura in ceramica. La composizione di Rahayu Supanggah risuona nell’aria mentre ci si avvicina all’opera di Entang Wiharso, The Indonesian: No Time To Hide: si tratta di un’elaborata composizione scultorea in resina-grafite, formata da due armadietti che contengono delle teste umane, diverse figure sedute intorno a un tavolo, sul quale un uomo è riverso e al cui fianco una donna in piedi sembra invocare risposte. Si possono riconoscere i volti di politici indonesiani, deformati come fossero di gomma e un pugno li avesse colpiti. Una cancellata dello stesso materiale separa la scena dal resto del padiglione.

Gli altri lavori esposti sono ugualmente spettacolari, in un modo che si può dire tipico dell’arte contemporanea indonesiana: opere di grandi dimensioni, spesso scultoree, con richiami alla storia e alla tradizione culturale del paese, emblematiche e talvolta ambigue, sospese tra codici espressivi talmente realistici da lasciare lo spettatore avvolto in una sensazione di mistero. Torna Sakti.

Titarubi propone una riflessione sul peso della conoscenza, intesa come sinonimo di civiltà, ma rappresentata tramite giganteschi quadri tagliati a metà, come le pareti non fossero sufficientemente ampie per contenere tanta cultura. Su alcuni banchi di scuola carbonizzati sono appoggiati dei libri con così tante pagine che è impossibile chiuderli.

Il labirinto di stupa di Albert Yonathan Setyawan e il teatro delle ombre con i tradizionali wayang di dimensioni umane di Sri Astari Rasjid richiamano nuovamente una dimensione spirituale, mentre la scultura di Eko Nugroho, con i suoi esseri fantastici e ibridi, uomini-animali-oggetti, racconta di un mondo in cui mancano coesione sociale e pratiche collaborative. 

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La dialettica tra occidente e oriente non si risolve nell’assunzione dei “nostri” codici, della “nostra” storia espressiva da parte dei nuovi artisti orientali. Entrambi i mondi, la cui relazione inizieremo a considerare in maniera più cosciente ed elaborata, stanno affrontando la trasformazione culturale innescata da fattori economici e politici travolgenti come la crisi europea, la potenza cinese e la digitalizzazione dell’informazione.

Ci vorrebbe un altro articolo intero per raccontare la presenza massiccia e altamente variegata della Cina a questa Biennale. Dalle scelte e dalle domande poste da alcuni lavori incontrati in questa selezione, sembra che l’arte possa favorire una convergenza. Le conseguenze di questi incontri si riconosceranno quando la portata aggregata di queste scene artistiche arriverà a influenzare l’universo dei significati a livello globale. 

Turchia: Resistance

Georgia: Kamikaze Loggia

Azerbaijan: David Goldenberg

Bangladesh: Supernatural

Myanmar: AES+F

Thailandia: Poperomia + Golden Teardrop

Indonesia: Sakti

Germania: Deutscher Pavillion

Crediti fotografie

Foto 1 di Kornkrit Jianpinidnan

Foto 2 (Venezia, Venezia) di Agostino Osio

Foto 4 (David Goldenberg) di Glenda Cinquegrana: the Studio

Tutte le altre immagini sono di Ilaria Benini

laria Benini lavora come ricercatrice indipendente a Yangon, Myanmar. Laureata in Sociologia della Comunicazione, sta svolgendo la fase di ricerca sul campo del progetto “Myanmar and Media. An Ethnographic and Visual Research about old media, new media and perception of change”. In passato ha lavorato alla produzione di documentari (Sulle tracce del bianco, Il cotto e il crudo), video istituzionali e ha organizzato un festival di ascolto condiviso di audiodocumentari a Torino (Vedere voci). Realizza reportage fotografici dal sud-est asiatico e scrive articoli di approfondimento per China Files.

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