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Cronache dall’Asia 4: letteratura e confini, da Amitav Ghosh a Aung San Suu Kyi

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Questo pezzo è uscito, in versione ridotta, per Asia Magazine, collaborazione tra China Files e il manifesto. Qui le altre puntate della rubrica. (Fonte immagine)
«Sarebbe possibile parlare della fine dell’Unione Sovietica senza nominare Solzhenitsyn? Possiamo pensare alla caduta della cortina di ferro senza fare riferimento a Milan Kundera e un mucchio di altri scrittori? Gli scrittori del Myanmar hanno giocato un ruolo altrettanto significativo, nei cambiamenti che adesso stanno travolgendo il paese, delle loro controparti dell’Europa orientale e della Russia. Che questo sia così poco riconosciuto dice molto della visione mondiale della cultura in Asia». Amitav Ghosh

Di quanto il mondo occidentale sottovaluti la cultura asiatica, perché non la conosce, si inizia fortunatamente a discutere sempre di più e nuove pubblicazioni per colmare questa profonda separazione stanno finalmente comparendo anche in Italia. Ma il motivo per cui il confine tra Oriente e Occidente sta assumendo un aspetto meno inaccessibile è in gran parte dovuto ad interessi economici, che, come Amitav Ghosh fa notare in un altro passaggio di questo intervento nel suo blog, adombrano altri cruciali aspetti che aiutano a capire paesi sconosciuti ai più.

La difficoltà a penetrare la cultura asiatica deriva per molti versi dal fatto che incessantemente noi occidentali adoperiamo categorie formali e interpretative proprie della nostra cultura, innalzandole, come ben sappiamo, a categorie universali. Si aggiunge la tendenza a perpetrare meccanismi etnocentrici veicolati nelle svariate forme del liberismo economico, ma anche, a sorpresa, in quello che dovrebbe essere il regno del confronto, la cultura.

Il pubblico birmano è, in generale, molto entusiasta delle nuove iniziative che stanno nascendo in Myanmar, si raccolgono frasi come “qualsiasi cosa va bene, qualsiasi cosa di nuovo, da fuori“. A febbraio di quest’anno la moglie dell’Ambasciatore britannico ha deciso di organizzare il primo Festival di Letteratura del Myanmar: quale modo migliore di sancire la fine di decenni di censura e incarcerazione di pensatori, scrittori, poeti, animatori culturali della repressa cultura birmana?

Come in ogni grande manifestazione, non mancano le critiche, che, in un contesto culturalmente delicato come quello birmano, vale la pena capire. Un osservatore locale (uno straniero), lamenta che non ci si sia concentrati sul celebrare innanzitutto gli autori birmani, coloro che in questi decenni hanno resistito, ma che energie e fondi siano stati dedicati ad accogliere al meglio gli ospiti stranieri.

Un’occasione da rinnovare, quindi, in particolare se crediamo nelle recenti riflessioni di Alessandra Chiricosta (Filosofia interculturale e valori asiatici, 2013 ObarraO edizioni), secondo cui “le questioni sollevate dalla coesistenza, nell’orizzonte globale, di culture differenti, ma che sempre di più condividono luoghi, non-luoghi e tempi, paiono invocare una modalità diversa di indagine, maggiormente in grado di pensare, al contempo, non solo equità e differenza, ma anche di render conto di tutto ciò che ancora “l’Occidente” non ha pensato e che, invece, dà origine a dibattiti e orizzonti di senso in altri contesti“.

Aung San Suu Kyi è stata la madrina della manifestazione, figura di confine tra Oriente e Occidente, protagonista delle ambiguità del processo odierno di riforma del Myanmar.

A Yangon si dibatte di come Aung San Suu Kyi, presidente del partito di opposizione al governo birmano, venga percepita in Occidente. O meglio, di come venga ancora percepita da noi: monolitica icona della pace. Ma l’evoluzione della sua figura in seguito alla liberazione dagli arresti domiciliari nel novembre 2010 richiede una rielaborazione del personaggio, di ciò che rappresenta per il futuro del paese e del composito popolo che abita entro i confini del Myanmar.

Aung San Suu Kyi è la figlia dell’eroe della patria Aung San e un’illustre dissidente birmana. La sua storia familiare e personale unica l’ha portata a varcare confini fisici e culturali per tutta la vita, sin dall’infanzia.

Aung San Suu Kyi prende il nome dal padre Aung San, dalla nonna Suu e dalla madre Kyi; un nome assolutamente anomalo in un paese in cui non si usano cognomi né altri segni per dimostrare da dove si provenga.

Nata tre anni prima dell’indipendenza birmana, nel 1945, due anni prima che il padre venisse assassinato. Dopo la strenua lotta di Aung San contro i colonizzatori occidentali, ASSK ha condotto una vita assolutamente internazionale: accompagnò la madre Ambasciatrice in India nel 1960, dove studiò in una scuola cattolica a New Delhi; si spostò poi a Oxford per studiare all’università; lavorò a New York all’ONU e con altri incarichi in Giappone e India. Quindi tornò nel Regno Unito per sposare Michael Aris, cittadino britannico esperto in studi tibetani. Insieme andranno in Buthan e poi torneranno a Oxford, per continuare a studiare, lavorare, avere due figli. La Lady ha avuto un’educazione formale occidentale, una famiglia inglese e una vita da straniera, donna asiatica, in Europa.

Finché non ha varcato di nuovo il confine della terra natia, per tornare dalla madre malata, e trovarlo poi improvvisamente rigido, politico, geografico. È il 1988 e nel paese si protesta contro la dittatura. ASSK decide di intervenire, fondando il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, che nelle elezioni del 1990 (le prime in trent’anni) vincerà clamorosamente. La giunta militare non accetterà il risultato e ASSK verrà arrestata e costretta a scegliere: puoi andare via e tornare dalla tua famiglia straniera, ma non è detto che ti faremo rientrare. La famiglia o la patria, insomma.

Sceglie l’eredità del padre. Chiusa entro i confini della sua casa scopre i limiti di una vita da dissidente e diventa un grande simbolo della resistenza non violenta e dell’attivismo per l’instaurazione della democrazia in Myanmar. Vincerà diversi premi, tra cui il Nobel per la Pace nel 1991.

Come sappiamo, la giunta militare ha deciso di cambiare veste e di liberare ASSK. Oggi la Lady dichiara di essere (sempre stata) una politica e di porre il suo confine operativo entro quello della professione che ha mantenuto anche mentre era carcerata in casa. Le sue scelte, nel Myanmar riformato di oggi, raccolgono critiche da più parti. Come uno dei più illustri prigionieri politici, il popolo birmano per tanti anni l’ha considerata il proprio riferimento per il futuro. Le sue immagini erano appese speranzose ovunque, appena è stato possibile mostrarle.

Ma la negazione del conflitto etnico perpetrato ai danni dei Rohingya, il mancato appoggio ai residenti di aree espropriate per l’ampliamento di una miniera di rame, la sua vicinanza ai militari, la richiesta di chiudere i confini con il Bangladesh perché permettono a persone straniere di infiltrarsi illegalmente nel paese, per citare alcuni episodi, ribadiscono con forza il suo porsi a difesa dell’élite bamar, deludendo molti supporter.

Qual è il confine tra un politico e un difensore dei diritti umani? Nella porosità della vita politica, ASSK oggi per molti è troppo concentrata a lavorare sulla sua corsa per le elezioni presidenziali del 2015.

Lavorare all’interno di questi confini implica aprire molte vie che un attivista non aprirebbe, concessioni che non verrebbero fatte, ad esempio accettare, o forse chiedere, come documenta Irrawaddy, supporto finanziario ai magnati che si sono arricchiti negli anni della dittatura grazie alla connivenza con i militari. In fase di “riconciliazione”, molti considerano naturale che gli attori economici si mettano in gioco secondo le nuove regole dell’economia di mercato, includendo iniziative di Corporate Social Responsibility.

Il Myanmar oggi è travolto dalle aspettative internazionali, che, in tempi di crisi economica occidentale, pretendono che sia il contemporaneo El Dorado, abile con i suoi potenziali 60 milioni di consumatori a pancia vuota di ridare slancio alle nostre industrie e investimenti. Molti birmani oggi chiedono tempo, “Roma non è stata costruita in un giorno” dicono. L’Occidente fa pressioni, ma è necessario assumere un approccio dialogico, “per non far sì” riprendendo le pagine della Chiricosta, “che anche una nobile istanza, come quella che guida la volontà di universalizzazione dei Diritti umani, si trovi a divenire un avamposto neocoloniale, uno strumento per sdoganare politiche economiche neoliberiste e globalizzanti“.

Quello che accade adesso è che mentre la Cina, per molti in Occidente il simbolo di una cultura che non rispetta i propri cittadini, sta decidendo di sostenere lo sviluppo della propria economia concedendo riforme sociali per la popolazione (eliminazione dei lavori forzati, riduzione dei reati punibili con la pena di morte, libera circolazione, aperture nella legge del figlio unico), gli investimenti cinesi nello strategico Myanmar diminuiscono in seguito all’eliminazione delle sanzioni da parte dei governi occidentali, dando via libera ad europei, statunitensi, ma anche giapponesi e coreani, di sviluppare i loro interessi sul Golfo del Bengala.

Anche se il macro esito finale della transizione in corso in Myanmar è prevedibile, il suo enorme ritardo rispetto allo sviluppo avvenuto nel resto del mondo pone il paese in una posizione unica: l’approccio all’industrializzazione nel 2013 avviene con una conoscenza più che estesa rispetto al carico di conseguenze provocate dalla furia produttiva scriteriata. Se per molti questo si traduce in grossi margini di profitto, per qualche altro implica invece il sostegno di meccanismi sostenibili e lo sforzo conservativo nei confronti della ricchezza storica e culturale di questo paese. Così c’è l’incredibile sforzo di Thant Myint U, con il suo Yangon Heritage Trust, nel preservare il centro storico di Yangon, combattendo strenuamente contro i numerosi palazzinari locali e stranieri, che vogliono la capitale commerciale birmana afflitta dai grattacieli di cemento del resto dell’Asia. O ci sono i poeti birmani, la cui creatività si è dimenata per cinque decenni tra le fitte maglie della censura, oggi più vivi che mai, di fronte a un mondo diverso in cui la sfida è scrivere e comunicare esenti dal controllo.

Poetics of innovation

Poetics of innovation
when new things are made and uncreated in the dawn of change
you are lonely alone
&
left behind by intimacy of literary history
if
your trees become woods or luckily to have a chance to be them
but
you are always lonely alone

Nyein Way

laria Benini lavora come ricercatrice indipendente a Yangon, Myanmar. Laureata in Sociologia della Comunicazione, sta svolgendo la fase di ricerca sul campo del progetto “Myanmar and Media. An Ethnographic and Visual Research about old media, new media and perception of change”. In passato ha lavorato alla produzione di documentari (Sulle tracce del bianco, Il cotto e il crudo), video istituzionali e ha organizzato un festival di ascolto condiviso di audiodocumentari a Torino (Vedere voci). Realizza reportage fotografici dal sud-est asiatico e scrive articoli di approfondimento per China Files.
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