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Tra adolescenza e maturità: “Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore” di Carla Fiorentino

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di Anna Toscano

Nelle pause di lettura dell’opera prima di Carla Fiorentino – Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore, uscito per Fandango Libri – mi sono scoperta a canticchiare qualche volta la stessa canzone, vecchia e forse dimenticata da molti; mi sono domandata perché cantassi proprio quel motivo e la spiegazione è che le me lo avevano riportato alla memoria le pagine di questo libro. La canzone è “Eravamo quattro amici al bar” di Gino Paoli – uscita nel 1991, tratta dall’album Matto come un gatto – canzone in cui gli amici si ritrovano per parlare di futuro “tiravi fuori i tuoi perché e i proponevi i tuoi farò”, e poi un po’ alla volta tutti, tranne uno, trovano un lavoro o un amore o altro e si allontanano. In questo libro Clem vuole che nessuno se ne vada più e le prova tutte.

In Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore ci sono Clementina e un gruppo di amici, hanno tutti sui 30 anni, un lavoro o dei lavori che gli permettono di sopravvivere e tante idee per cambiare qualcosa. Il romanzo inizia con la protagonista che compie 30 anni e sta, come gli amici, con un piede nell’adolescenza e uno nella maturità: stanno a cavallo tra una fase e l’altra della vita cercando di non perdere i sogni che si portano dietro da realizzare insieme ed entrare in una adultità diversa. Siamo a Roma, in una Roma che Clem attraversa in sella al motorino – “culo di gomma famoso meccanico” – per andare nella “grotta”, il suo posto di lavoro a “quarantotto ore settimanali”, aspettando il venerdì sera per vivere la vita nei giorni liberi ma anche cercando che non passi troppo in fretta il tempo.Era un gruppo più numeroso in origine, come nella canzone di Gino Paoli, ma alcuni sono andati all’estero inseguendo lavori straordinari in vite totalmente diverse.

Ciò che li unisce è soprattutto un desiderio comune: trovare un’idea incredibile per avere un luogo dove poter realizzare il proprio sogno. Perché il motore di tutta la storia è il tempo: un tempo vissuto male perché impiegato male, un tempo ad appassire su una scrivania sognando un altro tempo. Clem ha delle idee, sbalorditive, ma che spesso si scontrano con la realtà. Clem pensa sempre a come venirne fuori tutti insieme, si concentra e per concentrarsi fa cose strampalate. Come stare a fissare le macchie del muro della propria stanza il giorno del proprio compleanno cercando di capire come ce ne siano così tante rispetto a un anno prima, o altre cose simili. Clem spesso si astrae dal tempo presente, si ficca in un tempo estraneo come per prendere fiato e allontanarsi da una quotidianità che non riesce a sconfiggere: cucina, cerca il gatto immaginario, cammina, sta sul divano, fa elenchi.

E pensa ai suoi grandi progetti: “Per questo dovevo intervenire. Per lei e per tutti noi. Chissà, forse tutti insieme ci saremmo finalmente potuti dedicare a qualcosa di solo nostro. Il nostro “non luogo”, di cui fantasticavamo dal tempo dei nostri primi incontri. Un posto diverso da tutti i posti esistenti; un posto dove la gente avrebbe trovato rifugio e tranquillità, pieno di cuscini, coperte, bevande fresche d’estate e calde d’inverno, dove poter fare in assoluta calma quello che non si riesce a fare nelle proprie case. […] E così avevamo pensato che sarebbe stata una idea vincente quella di aprire un “non luogo” dove la gente avrebbe pagato per essere lasciata in pace e messa in condizione di poter “stare con se stessa”.

Finché non arriva una grandissima occasione, o che lei individua come una grandissima occasione: lo svuotamento della soffitta dove fino alla morte si è rifugiato il padre della sua migliore amica, professore emerito serissimo e barboso, soffitta piena di quadri dipinti dallo stesso professore e che raffigurano sempre lo stesso soggetto: “la vagina”. Da qui parte in giro di pensieri e ossessioni per riuscire a divenire ricchi con quelle tele.

La narrazione pullula di trovate divertenti, si ride spesso e si resta attoniti: ma questa costruzione buffa non è altro che una fotografia della realtà di molti dei trentenni di questi anni nel loro barcamenarsi per trovare un tempo e un luogo dove vivere. La protagonista nella sua costante risacca, il suo fare qualcosa per cambiare la situazione e poi impaludarsi nei propri pensieri fino alla mossa successiva, ne è quasi la personificazione perfetta: molti progetti belli e bizzarri per stare nel proprio tempo e attorno una realtà che non li può comprendere e inglobare nella quotidianità.È anche un romanzo corale, dove il noi è spesso il secondo protagonista, il noi per il quale Clementina sogna e il noi che arriverà a salvarla più volte da risacche e paludi.

Nella narrazione questa opera prima di Carla Fiorentino ricorda molto Rossana Campo, non nella sua prima fase e nemmeno in quella attuale, ma quella di mezzo attorno agli anni duemila: “Sono pazza di te” o “L’uomo che non ho sposato”, ma anche “Mentre la mia bella dorme” del ’99. Entrambe snocciolano una serie di fatti quotidiani così minimi e apparentemente ininfluenti da riempire pagine, macchie sui muri o segni di bicchieri sui tavoli, pensieri in loop e telefonate mute, ma in entrambe questi segni sono correlativi oggettivi di una quotidiana ricerca di reagire a un disagio. Una reazione che non è azione bensì molto più spesso pensiero, pensiero che va in risacca come seguendo la marea del quotidiano.

Roma è quasi una co-protagonista nella narrazione, una Roma dai mezzi di trasporto strapieni, affollata e complicata ma l’unico luogo per Clementina dove stare, forse la sua unica scelta incondizionata: “Nella mia vita che tanto mi stava stretta o larga a seconda dei punti di vista c’era comunque qualcosa di fondamentale che calzava perfetto. Roma. Io avevo scelto Roma proprio per non rimpiangere. E quindi non ci stava a fare nulla quel sentimento di ristagno che mi sentivo crescere dentro. Io avevo lasciato lo stagno per il mare. E nel mare non può esserci ristagno. Forse ci si può arenare in una secca. Forse. Forse impigliare in un banco di alghe o contro uno scoglio. Ma in quei casi bisogna strattonare. Ecco forse quella era la chiave di lettura. Strattonare”.

Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore è la storia di un personaggio cucù che vorrebbe nella vita esterna fare le due comparsate ogni tanto e per il resto vivere il proprio tempo, fa qualcosa di solo suo, nel suo “non luogo”.

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