jose-martin

La cultura in trasformazione: un estratto

jose-martin

È in libreria La cultura in trasformazione. L’innovazione e i suoi processi a cura di cheFare (minimum fax): pubblichiamo un estratto dal capitolo firmato da Christian Raimo. Vi segnaliamo l’incontro domani, lunedì 28 novembre, alle 19.30 alla libreria Giufà di Roma: intervengono Lucrezia Cippitelli, Christian Raimo e Marco Liberatore. (Fonte immagine)

I diritti e i desideri

C’è una scena madre che accomuna i riti di passaggio della maggior parte delle persone mie coetanee, quei thirty-fortysomething che sono cresciuti come me passando l’infanzia tra gli esordi della televisione commerciale e hanno compiuto i diciott’anni mentre Berlusconi scendeva in campo. È una specie di aneddoto-tipo che mi hanno raccontato tutti coloro che, dopo essersi laureati, hanno pensato di continuare a studiare, a fare ricerca, di lavorare all’università. Hanno fatto un dottorato e a un certo punto si trovano di fronte la possibilità di fare un post-doc, immaginano di fare i cultori della materia, di tentare il concorso da ricercatore ecc.

La scena si svolge nella stanza del loro professore di riferimento, quello con cui stanno studiando da dieci anni (che sia fisica dei materiali, glottologia semitica o merceologia applicata), il docente con cui, giocoforza, sono diventati familiari. C’è una scrivania che li separa, e il professore assume un tono più condiscendente del solito: parla dell’Italia che è in crisi, dell’università che è in crisi, del loro particolare settore di studio che è in crisi nera. Poi viene al dunque.

E può pronunciare due tipi di discorso. Il primo è: Parti! Ragazzo mio, vattene da qui! Emigra! Sei ancora giovane! Io non ti posso aiutare! Il secondo è: Mi servi! Ma mi servi non per perdere tempo con la tua ricerca! Mi servi per la mia ricerca! Mi servi per mettere a posto le mie carte! Per scrivere gli articoli che non ho il tempo di consegnare! Per tradurli nell’inglese che io non conosco! Per rispondere alle mail, per fare le fotocopie!

È una scena che capita sempre, e a tutti, una sorta di imprinting e di sintesi di qualunque disillusione dalle ambizioni che si sono coltivate in Italia negli ultimi trent’anni. Il professore può essere una persona generosa o gretta, intelligente o limitata, non fa molta differenza. Può invitare a partire per uno slancio di altruismo, o a restare per un gesto di magnanimità ancora maggiore; o può darsi il contrario: si vuole liberare del suo allievo perché ne teme la concorrenza, o vuole tenerlo sotto la sua ala per avidità. Le motivazioni personali non c’entrano.

Più interessanti sono le reazioni che lo studente, il ricercatore, il trentenne o giù di lì, può mostrare a quel punto, la sua parte nella scena madre. Qui il suo bivio è reale. E non si tratta della falsa alternativa partire/restare, ricominciare da capo in una città fredda dove non conosco nessuno/invecchiare facendo il portaborse di un professore che considero meno preparato di me. Si tratta di un’opzione emotiva. Tra l’accettare con fatalismo una certa immagine di futuro e quella di rigettare il quadro.

Molti miei amici, coetanei ecc. mi hanno raccontato che in circostanze simili si sono giocati la loro carriera universitaria: hanno sbattuto i pugni sul tavolo, hanno mandato a fanculo il professore, o anche, meno teatralmente, hanno deciso in un lampo che per loro il tempo delle biblioteche e delle aule era finito. Altri, la maggior parte, hanno – come si dice a Roma – abbozzato, fatto pippa.

Se dobbiamo ripensare a cosa è stata la politica italiana dagli anni Novanta in poi, non si può prescindere per me da queste scene clou. Proprio qualche anno fa, una statistica della FLC CGIL indicava come nel decennio precedente oltre il 90% dei ricercatori avesse abbandonato l’università italiana. L’allora ministra Gelmini di lì a qualche giorno replicò piccata, difendendo la sua riforma come lo strumento grazie al quale si era fatta una cernita tra ricercatori bravi e ricercatori parassiti.

Ovviamente ero e sono di parere del tutto opposto: sono convinto che ci siano state ormai, tra il 1990 e oggi, non una ma due generazioni di persone completamente tagliate fuori dalla possibilità di migliorare se stesse e trasformare il proprio paese.

Questo per me è il contesto, un contesto non solo depressivo, ma pensato per essere depressivo. E dunque, la reazione a questo contesto è stata la forma della politica per come l’ho conosciuta e praticata io. Rabbia, resistenza, supplenza. Poter dire no anche da soli, mi sono spesso autoconvinto, è la precondizione per dire sì insieme – questo è quanto mi sembra di aver imparato dall’Albert Camus dell’Uomo in rivolta.

Sono cresciuto, come chiunque abbia la mia età, con i miti politici del ’68 e del ’77: qualunque gesto somigliasse anche vagamente a una rivolta, mi è stato detto di misurarlo con quel metro simbolico. E lo stesso è stato per le sconfitte e i reflussi. Del ’68 e del ’77 ho anche imparato la tinta della sconfitta. Il terrorismo da una parte e l’eroina di massa dall’altra. In una generazione come la mia, che non ha mai avuto simili esplosioni se non in forme minori e spesso emulative, il confronto tra i momenti di sconfitta è più interessante.

La maggior parte dei miei coetanei sono sconfitti, penso, sebbene non abbiano ingaggiato nessuna battaglia. È gente implosa. Quarantenni, sono tornati a vivere a casa dei genitori, si imbottiscono di psicofarmaci. Non credo di essere il solo a conoscere persone che se la passano così. Gli anni fuori corso: da uno, due, diventano dieci o venti. Quel periodo brutto alla fine di una storia con una: si trasforma in una patologia irreversibile. Non sono servite leggi speciali, è bastata la fragilità della tenuta psichica.

C’è un episodio che spesso mi viene in mente. Risale a sette, otto anni fa. Stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che appunto conosciamo bene.

Mi capitò una ragazza, con un dottorato in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva seicentocinquanta euro al mese; il resto del tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio.

Era una tipa in gamba, determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai suoi), e soprattutto era iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle dinamiche baronali dell’accademia ecc. Viveva insieme ad altre quattro tizie in un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, un posto letto per cui pagava duecento euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque).

Di questa cifra spendeva circa trecento al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, desiderava avere un figlio ma le sembrava pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione per cui lavorava aveva sede dall’altra parte della città rispetto a casa e all’università).

Alla fine di quella lunghissima intervista, che si era tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita negli anni Zero italiani, me ne andai a casa triste. Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente dalla sua; eppure, oltre questa sorta di empatia e di rispecchiamento, non era scattato nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come si sarebbe potuto dire. Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto dell’analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi; voleva riuscire a considerare legittimo il desiderio di potersi innamorare di un uomo, di mettere su famiglia, il suo essere capace di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro.

Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà di quanto guadagnava. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente.

Perché, mi sono chiesto più volte negli anni successivi, non è scattato un senso di identificazione più forte, nonostante le condizioni materiali, sociali, simboliche si presentassero così simili? Non ho una risposta, ma ho una sensazione. La sensazione è che nel Novecento ci siano state importanti agenzie di educazione informale all’uguaglianza, che oggi sono molto più deboli. Dov’è, mi posso domandare, che io ho imparato il valore dell’uguaglianza? Quand’è che l’ho vissuto, questo valore? Ecco: penso prima di tutto in famiglia, nell’esperienza della fratellanza. Io ho una sorella, e credo che sia stato fondamentale sapere tutti i giorni della mia infanzia che c’era qualcuno accanto a me che aveva i miei stessi bisogni, qualcuno con cui rispecchiarmi.

Mi ricordo un episodio della mia infanzia non poco significativo. Eravamo in vacanza, io e mia sorella, a casa dei miei nonni. Avrò avuto nove o dieci anni, ma sono sicuro che fosse un venerdì, e me lo ricordo bene perché il giorno prima avevamo guardato alla televisione un programma condotto da Emilio Fede, Test, che andava in onda di giovedì. Il format della trasmissione era basato su un test psicologico. Gli spettatori a casa rispondevano alle stesse domande dei concorrenti e attraverso le risposte si arrivavano a delineare dei profili psicologici – nella prima puntata, per dire, il quesito era: sei pessimista o ottimista? Nel giovedì che mi ricordo il test psicologico poneva una questione tipo: sei generoso o avaro? Avevo imparato nel tempo a riconoscere quali fossero le risposte giuste per ottenere punteggi alti, e quindi avevo realizzato, alla fine della puntata, un totale che poteva essere ottantasette se il massimo era cento: ero risultato quindi moltissimo generoso.

La mattina dopo, mi svegliai come al solito prima di mia sorella, una leggendaria dormigliona. Mia nonna mi aveva già preparato la colazione: latte e orzo e una mezza torta rimasta dal giorno prima. Io mi ero scrofanato quasi tutto l’avanzo di torta. Mio nonno, con cui avevo guardato Test la sera prima, mi fece notare la cosa: io che avevo totalizzato un punteggio così alto come generoso, non ero capace di lasciare che le briciole a mia sorella. Nel tempo siamo diventati solidalissimi, io e mia sorella. Questa solidarietà fraterna è stata, esageriamo, in nuce un piccolo esempio di coscienza di classe: una contrapposizione, una specie di alleanza buona contro i nostri genitori.

E a pensarci, molto banalmente, oltre alla famiglia, anche la società in un modo o nell’altro era un’agenzia di educazione informale all’uguaglianza. Se penso ai racconti di mio nonno, oltre a quelli familiari, appunto, in cui parlava delle decine di fratelli e cugini con cui si doveva dividere lo spazio e il cibo, mi ricordo anche i suoi racconti di guerra e quelli di fabbrica. L’esperienza terribile della solidarietà nella guerra e anche e soprattutto la vita di fabbrica mostravano senz’appello una condizione di uguaglianza, nella fragilità certo, nello sfruttamento anche.

Oggi questa educazione informale è molto meno rilevante nella formazione personale. Metà dei miei studenti sono figli unici, un buon quarto ha fratelli o sorelle ma di un solo genitore: quello che apprendono in modo inconscio questi ragazzi è di essere speciali, unici in qualche modo; è molto più difficile che sperimentino l’uguaglianza. La stessa cosa è evidente sul lavoro. Le decine di tipi di contratto oggi disponibili sono l’indice di una frammentazione della condizione lavorativa. L’utilizzo indiscriminato delle partite IVA addirittura sottintende una condizione di solitudine simile a quella della monade: non esiste un ambiente di lavoro, l’ambiente di lavoro sei tu.

E allora la domanda che mi faccio: cosa vuol dire condivisione o partecipazione oggi se non ho imparato che cos’è l’uguaglianza, se per me l’uguaglianza non è un valore? Come faccio a rispecchiarmi? Come penso di poter combattere una battaglia insieme a qualcun altro?

Forse l’unica agenzia forte che ancora riesce in questa pedagogia dell’uguaglianza è la scuola pubblica. Per questo penso che sia il baluardo su cui una politica di sinistra deve concentrare in modo prioritario tutte le sue energie. Come posso utilizzare nuovi strumenti di partecipazione dal basso, se non ho mai imparato a confrontarmi nemmeno coi miei compagni di classe?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
3 Commenti a “La cultura in trasformazione: un estratto”
  1. Carlo scrive:

    Prova a chiederlo al tuo amico Massimo Recalcati che alla Leopolda ha sotterrato, senza distinzione alcuna , tutti i Padri. Assieme al 68, ed al l 77, a te così cari. Per spianare la strada ad un Renzi-Telemaco che in verità si allea col sogno dei più feroci tra i Proci. (quell’intervista non te l’ho mai perdonata) http://www.lintellettualeribelle.it/la-costituzione-liberta-di-liberta-da/

  2. rigel6 scrive:

    il malessere me lo ha fatto venire quel “agenzie di educazione informale all’uguaglianza”

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento