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Tra cultura pop e nuova oralità: una riflessione sui meme

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di Armando Vertorano

Fino a qualche anno fa i meme della rete erano appannaggio quasi esclusivo delle ultime e più digitalmente alfabetizzate generazioni. Di recente però quel confine è stato in buona parte valicato e anche le persone un po’ più in là con gli anni che di fronte alla parola meme strizzano gli occhi hanno almeno un gruppo whatsapp su cui si scambiano quelle che spesso liquidano come “cazzate divertenti”.

La caduta di questa barriera generazionale ha fatto fare ai meme un balzo significativo verso lo status di prodotto culturale di massa, e pur essendo talvolta considerata una forma d’intrattenimento poco significativa, porta a delle riflessioni interessanti sulle nuove forme di comunicazione dell’era digitale e sul loro rapporto con alcuni elementi della tradizione orale che sembrano ormai aver inesorabilmente imboccato il viale del tramonto.

Partiamo dal principio.

Il termine meme, prima di arrivare all’uso che ne facciamo correntemente, ha avuto una storia breve ma piuttosto movimentata. La sua origine va cercata dove non ce l’aspetteremmo mai, in ambito scientifico, per la precisione nella genetica. Il primo a usarlo fu il biologo e divulgatore Richard Dawkinsin un saggio del 1976 intitolato Il gene egoista. Dawkins azzardò un parallelo tra cultura e genetica, diede il nome di meme a un’unità minima culturale, ossia un’informazione che ha sede nella nostra memoria ed è tramandabile involontariamente ad altri.

Idee diffuse, mode, stereotipi sia positivi che negativi, sono questi i meme di cui parla Dawkins, informazioni seminali che si propagano attraverso “copie” nella memoria degli individui. Per fare un esempio tristemente al passo coi tempi, se mi convinco che gli extracomunitari siano all’origine di tutti i mali del mondo, tale idea è un meme, e posso involontariamente trasferirlo a qualcun altro parlando di quanto sia grave il problema. Il mio interlocutore potrà avere una memoria recettiva sulla questione, così da accogliere una copia del mio meme, che inasprirà la sua xenofobia. Copia dopo copia, il meme arriva dunque a influenzare il pensiero di una società, contribuendo a costruirne l’identità, così come un gene moltiplicandosi contribuisce a definire i tratti fisici di un essere umano.

Dawkins fa anche un tentativo di schematizzare il fenomeno attraverso tre postulati: quello della fedeltà della copia, per cui più una copia è fedele più questa rimarrà simile all’originale nel corso dei passaggi successivi; quello della fecondità, ossia più veloce è il ritmo a cui un meme viene copiato più rapida sarà la sua diffusione; e quello della longevità, più un meme è resistente nel tempo più sarà possibile replicarlo.

Insomma un concetto molto legato o per meglio dire appoggiato alla scienza, sicuramente molto lontano da quello che chiamiamo meme oggi. Anche se la comunità scientifica ha in parte criticato la teoria di Dawkins, non ritenendola sufficientemente solida per proseguire un vero e proprio dibattito, la risonanza de Il gene egoista diede vitaa una sorta di protoscienza, chiamata memetica, che aveva come scopo lo studio di tali fenomeni culturali e la loro propagazione.

Ovviamente nell’idea di meme così concepito, la rete e le tecnologie non erano minimamente contemplate. Il primo a fare tale collegamento fu Mike Godwin, avvocato e scrittore americano che in un articolo comparso su Wired nel 1994 raccontò un suo personalissimo esperimento condotto in alcuni gruppi di discussione in rete, principalmente gli allora diffusissimi Usenet newsgroup.

In particolare notava che quando due o più utenti cominciavano a litigare, qualsiasi fosse l’argomento, prima o poi qualcuno interveniva facendo un paragone con Hitler o i nazisti. Nell’articolo Godwin riconosce in questo fenomeno le caratteristiche del meme, un’idea, in questo caso un paragone offensivo, che si replica senza un’apparente volontà e senza un apparente controllo. Nell’articolo propone dunque, con un approccio dichiaratamente memetista, un provocatorio contro-meme, la Godwin’s law, la legge di Godwin.

L’adagio è piuttosto semplice: man mano che una discussione online si allunga la probabilità di un paragone con Hitler o coi nazisti tende a 1. I concetti di flame e shitstorm erano ancora lontani, ma già ai suoi albori, la rete era un territorio di scontri e litigi di ogni genere.  Grazie alla sua legge, Godwin riusciva in qualche modo a spegnere il meme nazista proprio rivelandolo in quanto tale, facendo notare quanto fosse diventata un’abitudine reiterata, meccanica oltre che di pessimo gusto. Il contro-meme funzionò e divenne popolare al punto che in molti, appena vedevano comparire riferimenti alla croce uncinata, citavano la Godwin’s Law, facendo tornare i toni sotto i livelli di guardia.

Il concetto dawkinsiano di meme invade quindi la rete e, almeno terminologicamente, ne rimane intrappolato. Da tecnicismo per studiosi, la parola meme approda gradualmente alla cultura di massa legandosi indissolubilmente al mondo della rete. Meme è tutto ciò che si propaga rapidamente tra un certo numero di utenti, un comportamento, un’abitudine, una moda, che non s’innesta più nella nostra memoria cerebrale ma in quelle di computer e smartphone.

Grazie all’evoluzione rapidissima del linguaggio internettiano, il meme ha poi finito per assumere un significato più specifico, quello attuale: un’immagine replicabile corredata da una battuta testuale che invece tende a cambiare. L’interazione tra parte testuale e parte visiva ha un effetto comico/satirico.

Nella stragrande maggioranza dei casi il meme parte da un’immagine, una foto o un disegno base che possono prestarsi a numerose interpretazioni eppure non sono, da soli, necessariamente comici. A renderli tale è la frase che li accompagna, che dà alla figura un’interpretazione buffa o una chiave di lettura inaspettata.

Da un’unica immagine base nascono dunque migliaia di meme diversi che – a seconda di quanto “funzionino”– si diffondono attraverso i social network e le app di instant messaging.

Consideriamo ora che le immagini base sono tantissime e se ne aggiungono costantemente di nuove e abbiamo un’idea di quanto il fenomeno sia esteso. Le immagini base possono nascere da un fatto di cronaca nazionale (come le espressioni del premier Conte durante le sue conferenze stampa durante il lockdown) o essere semplicemente importate da meme che hanno avuto già successo all’estero. Si pensi in questo caso al celebre Woman Yellingat a Cat, al malizioso Distracted boyfriend o al minimalista Belike Bill (Se non sapete di cosa sto parlando provate a digitare questi titoli su un motore di ricerca e ditemi poi se i risultati non vi sono familiari).  Chiunque può ricevere o inoltrare meme, e anche crearli, inserendo una sua frase su un’immagine già nota o realizzandone uno completamente ex-novo. Nel primo caso la diffusione sarà più facile, nel secondo chi è a caccia di condivisioni e like potrebbe restare deluso.

Dal punto di vista dell’evoluzione dei processi culturali, i meme di internet sembrano profilarsi come surrogati di uno degli ultimi baluardi della nostra tradizione orale, anch’esso ormai agli sgoccioli: il racconto umoristico, la barzelletta, la freddura non improvvisata.  Dopo la fine delle fiabe (che ormai vengono solo lette e non più raccontate), le barzellette conservavano tutte le caratteristiche dell’oralità: storielle anonime, che passano di bocca in bocca e si modificano leggermente da un narratore all’altro, con un cambio di situazione, di soggetti protagonisti, di dialetti ecc.

Nella cultura di massa sempre più digitalizzata anche la barzelletta ha finito per mostrare la corda, considerata un’usanza ormai passata, di una generazione non più “aggiornata”.

I meme condividono con le barzellette tantissime dinamiche, come la velocità di diffusione, l’intento comico, l’anonimato (con buona pace dei creatori di meme – o mematori – che provano a firmarsi con tag e loghi fatti in casa), la molteplicità di versioni partendo da una base comune (la storiella nella barzelletta, l’immagine nel meme). Dunque il meme ha ereditato e raccolto quel bisogno orale di ridere che la barzelletta non riusciva più a soddisfare. Morte definitiva dell’oralità o sua evoluzione in nuova forma? La seconda ipotesi è di certo più affascinante.

I meme del resto hanno una caratteristica che alle barzellette mancava quasi del tutto (salvo alcune eccezioni): la componente satirica, l’indole giovanilisticamente “sovversiva”. Soprattutto in un paese come l’Italia,che negli ultimi vent’anni non ha fatto altro che imbavagliare l’invettiva ridanciana al potere autorizzando solo una stanca e corretta satira di regime, il meme diventa l’unico modo possibile per irridere in maniera pungente l’attualità. Spesso i meme iniziano a circolare già poche ore dopo la diramazione di una notizia di cronaca, offrendo un punto di vista, focalizzando l’umorismo magari su un dettaglio, una contraddizione, o una possibile conseguenza della notizia in questione.

E se consideriamo che un meme più rapidamente si diffonde quanto più è “ficcante” – altrimenti muore dopo poche condivisioni – ecco che questi ci offrono un riflesso a caldo, quasi immediato, di ciò che la maggior parte della gente pensa. Per fare un esempio semplice, dei numerosi meme circolati durante l’ultimo festival di Sanremo ad avere maggiore successo sono stati quelli con protagonisti Morgan e Bugo, a indicare che dell’intera kermesse ad aver colpito di più l’immaginazione del pubblico sia stata la plateale, imprevista litigata tra i due artisti. Non va trascurato poi un elemento già accennato, ossia che a creare i meme siano quasi esclusivamente i giovani, quegli adolescenti e post-adolescenti troppo spesso ignorati dai tradizionali mezzi di comunicazione di massa,che invece rivelano una vena satirica decisamente più arguta della generazione cresciuta a pane e Bagaglino.

I meme di internet si differenziano dai meme teorizzati da Dawkins per la loro natura volontaria, frutto sempre di un’intenzione, sia nella loro creazione che nella replica, eppure come quelli sono capaci di orientare il pensiero verso una chiave di lettura dominante, che sia generale o legata a una specifica nicchia (ci sono meme per gamers, per bingewatchers, per appassionati di fumetti, per elettori di estrema sinistra, per simpatizzanti di estrema destra…)

Una satira unicellulare e usa e getta, attraverso cui una volta tanto sono i giovani a insegnare qualcosa ai più grandi, un fenomeno comunicativo nuovo, con delle radici chiare, ma dalle evoluzioni imprevedibili. Sicuramente da osservare e studiare nelle sue future evoluzioni.

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  1. […] Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Minima & Moralia. […]



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