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“Cuore, sopporta”: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, un estratto dal romanzo di Francesca d’Aloja Cuore, sopporta, uscito per Mondadori.

di Francesca d’Aloja

Da bambina temeva di perdersi per il dedalo di stradine, ci aveva messo un bel po’ a memorizzare le direzioni. Da adulta le sarebbe rimasto lo scarso senso dell’orientamento, non si avventurava mai su percorsi alternativi, era incapace di interpretare le indicazioni sulle mappe stradali, andava sempre per la stessa strada, “un po’ come nella vita” le diceva Nina che invece riusciva a orientarsi ovunque, anche in luoghi sconosciuti.

Forse era questa la ragione per cui se ne andava in giro per il mondo. Al contrario di sua sorella, Nina non aveva paura di perdersi. Arrivata a casa, aveva parcheggiato la bici all’ombra della quercia e prima di entrare aveva pensato di fare una doccia in giardino. Si era sfilata il costume ed era rimasta a lungo con gli occhi chiusi sotto il getto d’acqua. Non si era accorta di lui. Non lo vide, ma ne avvertì la presenza. L’uomo stava a una ventina di passi da lei, immobile al centro del giardino. Il solo pensiero che venne in mente a Adele, prima di provare spavento, fu di chiedersi da quanto tempo fosse lì e per quanto tempo l’avesse vista nuda. Poi afferrò al volo l’asciugamano e si coprì.
«Ciao Adele» disse l’uomo sorridendo gentilmente.

Soltanto in quel momento lo aveva riconosciuto. Era un ospite dei vicini di casa, vecchi amici di famiglia, che Adele aveva conosciuto in occasione di un “cocktail” (definizione anni ’60 di sua madre) organizzato da Galatea per animare la monotona vacanza. Si chiamava Gabriele e di lui Adele sapeva soltanto che non era mai stato a Roccamare, non sopportava le zanzare e andava in spiaggia la mattina presto e al tramonto (ragione per cui non lo aveva più incontrato dopo quella sera) e che presto sarebbe partito per la Grecia.

Poche informazioni raccolte davanti a un bicchiere di gin tonic lui e un tè freddo lei. Ricordava anche che era stato molto gentile e che si era complimentato con lei dopo aver visto sul tavolo la pila di libri selezionati per la lettura estiva, soffermandosi sulle Metamorfosi di Ovidio che considerava “un libro fondamentale”. Poi Adele era andata a raggiungere gli amici in paese e del vicino di casa si era presto dimenticata. Ora Gabriele avanzava verso di lei con l’atteggiamento confidenziale di un vecchio amico, cosa che invece di rassicurarla la agitava ulteriormente.

«Sono venuta a prendere delle cose da portare in spiaggia» disse come per giustificarsi o forse per comunicare che non sarebbe rimasta a lungo. «Certo» disse Gabriele sempre sorridente. «Ho sentito l’acqua scorrere e ho pensato ci fosse qualcuno. Avresti per caso un cacciavite? L’ho cercato ovunque e non l’ho trovato. In casa non c’è nessuno, sono andati in barca.» «Un cacciavite? Non so… ora guardo.»

Adele si era diretta verso l’ingresso sul retro. Inspiegabilmente sentiva freddo. Gabriele l’aveva seguita, invece di restare fuori ad aspettare. Un vortice di pensieri sconnessi accompagnava le azioni meccaniche di Adele. Mentre apriva la porta si chiedeva dove potesse essere stato riposto un cacciavite così da consegnarglielo in fretta e liberarsi di lui; al tempo stesso considerava la potenziale minaccia che quello strumento, associato nel giro di pochi secondi a una miriade di immagini di film horror, evocava nelle mani di uno sconosciuto. Meglio dire che non aveva idea dove si trovasse, rischiando di fare una brutta figura o peggio, offrirgli l’opportunità di cercarlo insieme a lei autorizzandolo di fatto a trattenersi, oppure sarebbe stato più semplice e sbrigativo aprire il secondo cassetto del mobile in fondo al corridoio dove, se lo era ricordato improvvisamente, sua madre riponeva i ferri? Sentiva la presenza di Gabriele alle sue spalle e non riusciva a dare ordini a se stessa, cercava di mantenere un controllo ma il cuore le batteva forte nel petto, pensava a sua madre e sua sorella sdraiate al sole e si malediceva per essere tornata a casa e provare paura per qualcosa che tutto sommato non aveva nulla di minaccioso. Si trattava soltanto di fare un favore a un vicino di casa, niente di più. I capelli gocciolavano sul pavimento.

«Dovresti asciugarti, prenderai freddo» disse Gabriele. Istintivamente Adele aveva stretto l’asciugamano attorno al corpo, temendo che potesse scivolarle a terra. Poi si era aggrappata al tono di quella voce, gentile, educata, per scacciare via i brutti pensieri. E si era voltata verso di lui sperando che il viso corrispondesse alla voce, che fosse anch’esso gentile. Lo aveva guardato con maggiore attenzione e si era accorta che aveva degli occhi bellissimi. Non si era chiesta quanti anni avesse. Trenta, quaranta, cinquanta, era lo stesso. Di fronte a lei c’era un adulto, come suo padre. Non era importante sapere se fosse più o meno giovane. Capiva solo che si trattava di un uomo adulto. Ed era un amico di amici dei suoi genitori. Di cosa doveva avere paura?

«Dovrebbe essere in un cassetto di quel mobile, laggiù…»
Adele aveva accelerato il passo in direzione del corridoio. Gabriele la seguiva. Arrivata di fronte al mobile aveva aperto senza indugi il secondo cassetto, che però conteneva una serie di tovaglioli di ogni forma e colore. Si era messa a frugare nervosamente cercando di non mettere in disordine per prevenire l’inevitabile rimprovero di sua madre. «Non mi sembra che possa essere lì» era intervenuto Gabriele. «Guarda in un altro cassetto.»

«Sì» disse Adele con un sorriso forzato. «Eppure, ero certa di trovarlo qui.» Aprì il terzo cassetto ma trovò dello spago, forbici, nastro isolante, tubetti di colla, una siringa di silicone e libretti di istruzione dei vari elettrodomestici. «Niente, neanche qui.» Si stava innervosendo. Restava l’ultimo cassetto. Il primo lo aveva lasciato perdere poiché era certa del suo contenuto, palline da ping pong e una confezione di pétanques comprate in Francia da suo padre e mai utilizzate.

Si era chinata dunque verso il basso, per aprire il cassetto, ma non aveva fatto in tempo a prendere il cacciavite, che effettivamente si trovava proprio lì, perché in quel momento Gabriele aveva allungato le mani verso i fianchi di Adele. L’aveva tirata verso di sé gentilmente, senza forzarla. Con calma le aveva slacciato l’asciugamano rimanendo alle sue spalle. Lei sentiva il suo fiato sul collo e le mani che le accarezzavano la pancia, poi la destra aveva cominciato a risalire verso un seno mentre la sinistra scendeva verso il basso. «Come sei bella Adele» aveva detto scostandole i capelli bagnati dal collo.

Avrebbe ripensato a lungo, o per meglio dire non avrebbe mai più dimenticato la sensazione che provò in quel corridoio buio. Qualcosa che con gli anni tentò di rielaborare formulando ogni volta interpretazioni diverse a cui l’esperienza aggiungeva nuovi elementi, ciascuno dei quali serviva a fornirle degli alibi, delle giustificazioni, qualcosa insomma capace di cancellare ciò che da subito la sua mente rifiutò di accettare ma che il suo corpo, indipendentemente dalla paura, o dal pudore, o dalla coscienza, aveva accolto senza il minimo ostacolo, e cioè che il contatto fisico con il corpo di Gabriele, la pressione insistente del suo bacino, invece di aumentare la paura, l’aveva al contrario placata. E mai più, mai più nella sua vita, Adele avrebbe provato nulla di simile.

Fu questa la ragione per cui si era voltata verso di lui e si era lasciata frugare senza opporre resistenza. Gabriele l’aveva sollevata prendendola sotto le ascelle e l’aveva messa a sedere sul mobile, poi l’aveva fatta scivolare verso di lui afferrandola per le cosce divaricate e prima di metterglielo dentro le aveva coperto la bocca con la mano, come un ladro che, sorpreso dalla padrona di casa, voglia impedirle di urlare. E nemmeno quel gesto l’aveva spaventata.

I dettagli legati a quei pochi minuti riaffiorarono in seguito. Avrebbe ricordato l’odore, il lobo dell’orecchio, i peli sul petto, la clavicola sulla quale aveva poggiato il mento, i capelli ondulati, la barba urticante, l’orologio sul polso, i sandali di cuoio.

Il cazzo non lo aveva visto.
Ma nel momento in cui tutto accadeva, Adele era concentrata esclusivamente su di sé e su ciò che il suo corpo stava vivendo. Avrebbe dovuto provare dolore, non è così che doveva essere? La prima volta fa male, le era stato detto. Come mai lei non sentiva male? E come mai non fu capace di considerare ciò che stava accadendo come un sopruso, un atto di violenza, e tantomeno ne fu capace in seguito, quando da donna adulta ripensava a Gabriele senza mai essere sfiorata dal risentimento o dalla rabbia? La risposta, semplice e brutale, era una soltanto: le era piaciuto. Le era piaciuto così tanto da frantumare in un istante l’ideale romantico fino a quel momento cullato dalla sua immaginazione di brava ragazza, persuasa che la verginità fosse un dono da offrire esclusivamente a colui che si ama. Per questo aveva detto di no a Sebastiano, diciassette anni, innamorato di lei da quando ne aveva dodici, oggetto del desiderio di tutte le ragazzine del circondario perché biondo e simpatico e gentile e educato ma rifiutato perché non lo amava… Per questo si era immedesimata nei tormenti amorosi delle eroine dei romanzi, non era forse l’amore a muovere ogni azione? Non era quello il sentimento che avrebbe giustificato ogni cosa? Che cos’era allora l’amore?

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