kerouac cassady

I cuori degli uomini

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Questo articolo è uscito in forma ridotta su Pagina 99, che ringraziamo.

di Marco Di Marco

«Vede signor senatore, anch’io ho una mia storia, un po’ più semplice della sua. Molti anni fa avevo un amico, un caro amico. Lo denunciai per salvargli la vita; invece fu ucciso. Volle farsi uccidere… Era una grande amicizia. Andò male a lui, e andò male anche a me. Buonanotte signor Bailey. Io spero che quella sua inchiesta si risolva in nulla, sarebbe un peccato se il lavoro della sua vita andasse sprecato…»

Con queste frasi Noodles/De Niro si congeda da Max/Woods (che ha assunto da tanti anni l’identità del senatore Bailey), in una delle scene topiche della storia della cinematografia mondiale, il preludio al finale di C’era una volta in America di Sergio Leone. La resa dei conti definitiva di due amici che tanti anni prima, ancora giovanissimi, hanno fondato insieme ad altri due ragazzi del Bronx un’organizzazione criminale negli anni del proibizionismo, sebbene abbia come scenario la malavita degli anni Venti e Trenta, probabilmente riesce a essere la sintesi perfetta di quella che chiamiamo «amicizia maschile». Nella fattispecie riassume la fedeltà a un legame e la capacità di ribaltare il rispetto di quella fedeltà nella consumazione di una vendetta per il tradimento del legame stesso, così che la presa di posizione di Noodles di non sparare all’amico che glielo aveva chiesto (« Ho rubato la tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. T’ho preso tutto. Ho preso i tuoi soldi, la tua donna, ti ho lasciato solo trentacinque anni di rimorso. Per la mia morte. Rimorso sprecato») è legittima da qualsiasi prospettiva la si voglia guardare, secondo i codici incisi sui cuori degli uomini.

«Tazze di stagno fatte scontrare in un brindisi, manate sulle spalle, sghignazzi. È il suono dell’amicizia, della fratellanza, quel tipo di comunità e di cameratismo maschile di cui Nelson è andato spesso alla ricerca nei giorni e negli anni trascorsi al campo»: lo scrittore americano Nickolas Butler, in questi ultimi anni, ha scandagliato le dinamiche maschili in due storie del Wisconsin in cui le relazioni tra i suoi personaggi hanno come territorio comune la distanza, quella della ruralità estesa del Midwest, quella delle direzioni diverse che prendono le esistenze, quella del tempo che scorre.

Nell’esordio Shotgun Lovesongs (Marsilio 2014), i quattro amici, Henry, Lee, Kip e Ronny, si ritrovano nella loro cittadina della provincia Little Wing dalla distanza delle loro vite (chi è rimasto nella fattoria di famiglia a lavorare i campi, chi è diventato un famoso cantante folk – una versione letteraria di Justin Vernon aka Bon Iver – e ha addirittura un nome d’arte, chi ha fatto fortuna in città, chi è diventato una stella del rodeo), e il riannodarsi del loro rapporto si fonda sull’onestà che danno le radici comuni, un’onestà che sopravvive alle bugie e ai segreti grandi o piccoli che si portano dentro, alle ferite dell’amore, alle buche e agli smottamenti con cui il destino rende precario l’equilibrio delle loro vite.

Nel nuovo romanzo Il cuore degli uomini (Marsilio 2017), invece, è nel territorio maschile della riserva scout di Chippewa che comincia l’amicizia tra Nelson, il giovane e solitario trombettiere nerd del campo, e Jonathan, uno tra i ragazzi più popolari della scuola: anche le loro vite prenderanno giri diversi («anni in cui non si sono parlati e si sono scambiati non più di due o tre lettere all’anno, soprattutto quando il Trombettiere era in Vietnam. Periodi seguiti da anni di silenzio assoluto»), fino a sovvertire l’ordine delle sorti che sembravano già scritte per ognuno di loro (Nelson diventerà un eroe del Vietnam e il capo del campo scout, Jonathan avrà la vita agiata, anonima e tipica di un’upper class per natura insoddisfatta), ma sapranno sempre – lungo i cinquant’anni del loro sodalizio – attendere e rispondere al richiamo, nel luogo più giusto, nel momento più necessario.

E gli uomini raccontati da Butler sembrano nutrire i loro legami proprio della distanza che li separa, forti di un luogo in cui – per tanti e diversi motivi – non si può non tornare (la cittadina di Little Wing, il campo scout Chippewa), e conoscono o imparano a conoscere, anche al prezzo di qualche graffio più o meno profondo, uno dei principi fondamentali, quello ripetuto da un Roger Waters d’annata nella morbida If dei Pink Floyd (Atom Heart Mother, 1970): «if I were a good man I’d understand the spaces between friends».

Lo spazio, gli spazi, nell’amicizia maschile, hanno una consistenza elastica e determinante: «Eppure, fosse stato per noi, non ci saremmo sentiti per anni, come se la nostra amicizia non avesse bisogno di cure». Forse questa è una delle chiavi della persistenza di certi legami, anche quello tra i due protagonisti del primo romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Einaudi 2017): Pietro “Berio” Guasti – figlio della città e di un padre amante della montagna e delle sue vette – e Bruno Guglielmina – figlio e prigioniero delle Alpi piemontesi – vivranno proprio nel giusto spazio e nel tempo che li separa la loro amicizia, e la consacreranno nella costruzione di un rifugio in alta quota, facendo della roccia della montagna la pietra su cui poggiare saldamente il loro legame.

All’amicizia maschile e alla costruzione di una casa (o meglio, di due case gemelle, questa volta non sulle Alpi piemontesi ma nella campagna umbra) è legato anche un altro romanzo italiano, Due di due di Andrea De Carlo (uscito nell’89), ormai un “classico” delle storie di formazione. Qui la distanza fisica e la complementarietà esistenziale e psicologica tra i due protagonisti – la timidezza e la maggior pacatezza, ma anche la capacità di graduale maturazione di Mario e il carisma e la spregiudicatezza, ma anche tutti gli aspetti irrisolti del carattere di Guido – si rivela il terreno fertile su cui germoglia e prospera il loro rapporto: attraversa gli anni – tra la fine dei Sessanta e gli Ottanta – e le fasi della vita, in un continuo tentativo di compensazione (Mario la pars construens e Guido la pars destruens) che non potrà che avere (e lo condivide anche con il romanzo di Cognetti, seppure con ragioni diverse) un epilogo tragico.

Tutte queste storie di sodalizi maschili hanno un denominatore comune: nelle dinamiche che li uniscono gli uomini sono gli estremi di un mantice, che proprio quando hanno espulso tutta l’aria – ad alimentare il fuoco – sono più vicini, ma sanno accettare ogni volta la nuova distanza.

È sempre distanza quella che mettono tra loro i protagonisti della “leggenda di Duluoz” (il nome sotto cui Jack Kerouac voleva comprendere tutti i suoi romanzi, a comporre un’unica grande storia autobiografica che percorre il continente americano tra gli anni Venti e i Sessanta) solo perché possano ogni volta divertirsi ad annullarla con grandi viaggi da un capo all’altro degli Stati Uniti seguendo il filo rosso della loro amicizia profonda e bohémienne. Per Jack Kerouac (cioè Sal Paradiso, Ray Smith, Leo Percepied), Neal Cassady (ovvero Dean Moriarty, Cody Pomeray, Leroy) era un amico, una musa, un santo vagabondo, a cui ispirarsi nella vita e nella scrittura. La loro fratellanza riusciva far sbiadire i legami di sangue, riusciva nella condivisione dell’amore per una donna, sapeva essere un mutuo soccorso nella gravità dei momenti.

Assomigliano ai cactus, queste amicizie: piante non sottomesse alla quotidianità della coltivazione. A dispetto del tempo, della lontananza, delle diverse contorsioni delle esistenze, sono cactus che si ergono fieri nei deserti o negli interstizi delle pareti rocciose, sanno badare a se stessi, si difendono con i loro aculei e non si curano di quel che manda il cielo.

Sono l’immagine di un sentimento e un rapporto complesso e sfaccettato dalle rotondità muscolari e dalle affinità elettive e selettive, che lega tra loro i maschi, e non può avere nulla a che fare – ne prescinde semplicemente – con il sentimento di due persone di sesso diverso. L’omosessualità, l’omoerotismo, non c’entrano o, meglio, possono essere un’estensione di complessità al legame tra due uomini: Brokeback Mountain (il film di Ang Lee come il racconto di Annie Proulx), nel rapporto tra i due cowboys Jack Twist e Ennis del Mar nel Wyoming dei primi anni Sessanta, ci racconta questo, forse; ma ancora di più il mastodontico romanzo di Hanya Yanagihara, Una vita come tante (Sellerio 2016), stupendo encomio al sodalizio maschile scritto da una donna e – insieme a L’infortunio di Chris Bachelder (SUR 2017) – vivida istantanea psicologica del maschio occidentale contemporaneo, in cui vengono ritratte le vite di quattro amici in una New York presentissima ma imprecisata dei nostri giorni. Qui l’omosessualità, quella dichiarata dell’estroverso JB – figlio di immigrati haitiani – come quella più latente di Willem, aspirante attore e cameriere di un ristorante alla moda, rappresenta una variabile ulteriore nel sentimento che lega questi quattro uomini nel corso degli anni. Potrebbe esserci o non esserci, la profondità del legame non ne risentirebbe, non ne verrebbe scalfita.

Parliamo quindi di qualcos’altro, qualcosa che non ha a che fare con l’attrazione fisica in senso stretto. Ha a che fare con la fisicità, con una omofisicità, intesa come riconoscimento di una uguaglianza di caratteri esteriori che segnalano un’appartenenza di genere, la possibilità di una fratellanza, una complicità ormonale, che passa per una identità di codici di comunicazione, di necessità del complementare, e certo, pur fondandosi molto sulle basi e sui retaggi di un patriarcato socioculturale ancora ineludibile, c’è una coincidenza cromosomica che agisce in via primaria e spesso radica quei legami, ne fonda una sacralità che viene spontaneo rispettare, a volte li trasforma in un amore (perché sono legami asserviti alle diverse declinazioni della fedeltà, alla fusione di intelletti, all’onestà reciproca, anche nelle sue forme più dure – così come l’amore) che in qualche modo può considerarsi sublime, proprio perché mutuato dalla forma platonica, e che il tempo sembra non poter intaccare.

Eurialo e Niso, Glauco e Diomede: la forza dell’estremo sacrificio nella vicenda dei due amici raccontata nell’Eneide virgiliana; il rispetto dell’amicizia e dell’ospitalità tra un Troiano e un Acheo che si tramandano anche quando le proprie spade si ritrovano contrapposte dalla guerra nel celebre episodio dell’Iliade. Si comincia ad assaporarla così, sui banchi di scuola, con il carico squisitamente retorico delle liriche greche e latine, la portata di un valore che si tende a sottovalutare. Nella prima adolescenza si fa gruppo, squadra, squadriglia, branco, sperimentando quella dimensione ludica di cui poi non si riuscirà a più fare a meno – quel senso di vivida ebbrezza – e cementando le interrelazioni attraverso reciproche omologazioni, sarcasmo e parolacce, abbracci d’esultanza per goal in partite senza risultato, offese a madri e sorelle, relative reazioni violente, pensando che basti quello – oltre alle gare di resistenza agli alcolici, al rumore delle marmitte modificate dei nostri motorini – a rendere uomini, maschi, inattaccabili dallo schifo del mondo e invincibili al passare del tempo sui corpi.

Ma con gli anni si inizia a capire che oltre a quelle prove di gioco e di forza, di iniziazione, quei momenti di monitoraggio delle capacità di conquistarsi e rispettare i confini dello spazio circostante, c’è in ballo qualcosa di più. Non è soltanto sapere di non essere soli nel rumore sordo della battaglia, non è soltanto iniziare a comprendere che bisogna guardare oltre l’orizzonte delle regole cavalleresche non scritte tra amici e tra nemici (che tragica e magnifica la figura del biondo Cecco Ats, costretto a essere il leader saggio dei ragazzi “cattivi” nelle pagine di Ferenc Molnár) che dalla segheria di via Pál continuano a soffiare sulle teste delle nuove generazioni. Occorre spingersi più in là: imparare a coprirsi le spalle significa conoscersi anche per debolezze e paure, sapersi offrire un fazzoletto a tamponare le lacrime e mandarsi subito dopo affanculo per sdrammatizzare, significa mentire, accollarsi le colpe, costruirsi un’etica specialissima e infrangibile, essere pronti ad andare a riprendere per i capelli dall’orlo dell’abisso l’amico caduto.

Le amicizie maschili si ritrovano in quei momenti e in quegli spazi: a ridere sguaiatamente, a comprendersi con uno sguardo muto, a confessarsi a mezza voce, a pavoneggiarsi di tatuaggi e cicatrici, a salvarsi il culo in una rissa, a parlare di donne, a partire per una zingarata, a rimpiangere i tempi andati, a tossire le stesse sigarette condivise, a viaggiare in auto attraverso il continente per fuggire almeno un poco dalle proprie vite, a rincontrarsi nella confidenza e nell’affetto che il tempo non ha consunto, stretti in un abbraccio ancora per un goal che non conta nulla, o per sopprimere i singhiozzi, cose da uomini.

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