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“Cuoro” e dintorni: la neolingua di Gioia Salvatori

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Questa sera Gioia Salvatori sarà in scena a Carrozzerie n.o.t.

Qualcuno si è abituato a vederla in quei video surreali, piccoli sfoghi contro lo stress quotidiano e le mode imposte, che spesso posta sui social. Qualcun altro la conosce per gli sketch che porta a Sgombro, una serata oramai diventata appuntamento irrinunciabile dell’underground romano, dove si è costruita stagione dopo stagione una comunità di drammaturghi-performer che utilizzano l’ironia per raccontare le storture del presente, il peso della precarietà, l’angoscia del doversi conformare a una società sempre più omologata – ma senza piagnistei, solo facendo deflagrare l’assurdità della nostra contemporaneità in una fragorosa, liberatoria risata.

Parliamo di Gioia Salvatori, autrice lei stessa di un format che si chiama “Cuoro” e che adatta, di volta in volta, alle festività oramai piratate dalle multinazionali del commercio: il Natale, ovviamente, ma perché no San Valentino. La festa degli innamorati è l’occasione perfetta per passare al setaccio, grazie all’alter ego stressato ma allo stesso tempo “pacioccone” (per usare una terminologia cara all’autrice) che lei porta in scena.

Già, la terminologia è importante, perché Gioia Salvatori non si limita a raccontare con iperboli divertentissime quanto sia assurda una cena in famiglia, l’ossessione per le “greme” dimagranti, lo stress che produce il cercare di fare arte e vivere in un mondo ossessionato dai soldi, le fisime per il benessere fisico e mentale che nascondono disagio e frustrazione. Gioia Salvatori, per dire tutto questo, si inventa una lingua. Una lingua tutta sua, fatta di alto e basso, di slogan televisivi e dozzinali titolazioni di giornale condite con riferimenti alla cultura latina, alla storia dell’arte, a quella del teatro.

Gioia Salvatori inventa una neolingua che solo apparentemente ricalca il parlato, con i suoi voli pindarici e le parentesi di senso aperte e spesso non chiuse, che ci fanno svoltare pericolosamente da Alessandro Magno al panino con la porchetta. Panino che, stando a quanto si legge sul profilo facebook dell’attrice, è anche la sua città di residenza (Panino in Russia, oblast’ Voronezhskaya) – iperbole che ci racconta l’ossessione per il cibo negato, del piacere represso in una società che vuole le donne magre, perfette, in eterna competizione estetica. L’io teatrale di Gioia Salvatori – perché di teatro parliamo, di straordinario teatro comico che qualcuno scambia per stand up comedy – è a suo modo un io sconfitto, che ha fatto il liceo classico ed è imbevuto di cultura umanista, e oggi invece annaspa in un modello esistenziale che misura ogni cosa fino al parossismo (quanto sei magra, quanto sei grassa, quanto sei bella, quanto sei amorevole, quanto sei triste, quanto sei allegro, quanto sei produttivo).

Ma, come in un sussulto, questa buffissima maschera teatrale che ha inventato Gioia Salvatori riemerge, reclama spazio vitale, spazio psichico soprattutto, in una vertigine comica in cui la richiesta ultima è quella di non essere “petulati”. Il mondo contemporaneo, per Gioia Salvatori, è un mondo petulante, da cui si viene assillati senza pietà. E la maschera-Gioia risponde dilatando a dismisura lo spettro semantico di questo verbo antico, poco usato, di cui si tiene memoria quasi solo grazie al suo participio presente, usato come aggettivo.

Nella neo-lingua di Gioia Salvatori i vocaboli centrali, ma anche i concetti basilari, sono il “petulare” del mondo e l’aggettivo “burino”, che ben dipinge la scostumatezza, l’insistenza e la trivialità con cui tutte le richieste della contemporaneità ci piovono addosso. Lo stress è il liquido amniotico in cui si sta formando il cittadino del futuro, e soprattutto le cittadine, perché per Gioia Salvatori centrale è la condizione femminile, target preferito delle ricerche di mercato e delle ossessioni omologanti dei pregiudizi sociali.

Eppure, destreggiandosi in questo mondo molesto, è ancora possibile fare cultura. “Quanto è bello il teatro, ma pure l’insalata di pollo mica è da ridere…” esordisce l’autrice-attrice raccontando che si torna in scena, dopo quella “fase catacombale dello spettacolo” che sono le prove (anche detta “fase di Santa Costanza”). È sempre meglio andare a teatro che farsi assorbire dalle richieste del mondo che pure non smettono mai: “Ma che dobbiamo fare? Andare a produrre il capitale? Io non lo produco il capitale, con tutte le cose che abbiamo da fare…”. E se queste iperboli possono far pensare che la cultura sia un antidoto possibile, beh, ce n’è anche per quella: “Apriamo alle grandi inchieste: fauni e pastorelli, i grandi assenti del romanzo contemporaneo”, racconta Gioia, in quella vertigine di cultura alta e bassa, enunciata col piglio degli approfondimenti imbarazzanti dei Tg, che da sola è quasi un affresco, fortunatamente comico, della mutazione antropologica biasimata da Pasolini. Fauni e pastorelli, nel mondo di Gioia Salvatori, sono un materiale indistinguibile dalla ritenzione idrica, grande nemico delle donne, ma che risulta in realtà essere frutto delle emozioni represse. Già, le emozioni: per quanti voli pindarici si possa compiere, seguendo i ragionamenti strampalati di Gioia, alla fine si torna sempre lì, al desiderio d’amore, al sentirsi accettati e compresi da qualcuno che ci vuole bene.

Ovviamente, anche questa, è una chimera, una fatica di Sisifo che si rovescia in rovina. “Se le relazioni non le sappiamo fare, stiamocene nelle case nostre a guardare le serie tv”, sentenzia, e c’è da credere che in ognuna delle iperboli proposte da Gioia il pubblico si riconosca, ed è per questo che ride. San Valentino, perciò, non può non essere uno degli obiettivi privilegiati di questa artista, che ha una potenza comica deflagrante e intelligente come solo Anna Marchesini ha saputo fare in tempi recenti. C’è tutto quel carico di energia e disincanto molto romano – le sporcature dilettali sono le benvenute nella neolingua di Gioia Salvatori – c’è il fatalismo di chi sa che è quasi inutile reagire alle storture di questa contemporaneità disperata, ma anche la rabbia comica, lo “sbrocco” angustiato del “lasciateme perde”. Chi ha amato quell’apocalisse di ironia, comicità e intelligenza che era il teatro della Marchisini non può non intravederne una traccia fortissima, innovata e ripensata al presente, sui palcoscenici quando fa il suo ingresso Gioia Salvatori e il suo carico di buffissime maschere afflitte.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
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