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Il cupo corale delle separazioni e delle perdite in Sylvie Schenk

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È diventata una persona che solo di rado pensa alle imperscrutabili possibilità di un precipizio, Louise. Ripercorre la sua vita osservandola sul finire, provando ancora piacere alla vista del verde intenso di un prato, “della luce autunnale che fa emergere il mondo dal grigiore, l’incandescente luce meridiana dell’estate che regala al mondo profili netti, irrevocabili, la luce accecante di una cascata ghiacciata e il luccichio della neve al crepuscolo”.

Ripensa a quella luce capace di abbellire il proprio mondo reale e solido la protagonista di Veloce la vita (Syilvie Schenk, Keller, trad. Franco Filice) nel ripercorrere, ormai anziana, gli anni vissuti nelle Alpi francesi caratterizzati dal difficile rapporto con un padre autoritario e una madre talmente sola da dover sussurrare le proprie angosce agli armadi aperti.

La giovinezza e la scoperta del mondo con gli studi a Lione, i primi turbamenti sentimentali, l’amore, la ridefinizione di sé sulla base del matrimonio, la relazione con la dimensione linguistica in rapporto a un’idea di appartenenza, genereranno in lei la percezione di non potersi identificare realmente in alcun luogo perché perennemente estranea a sé stessa. L’adozione della seconda persona permette di assegnare un particolare rilievo emotivo al racconto della graduale affermazione di una giovane donna nel mondo adulto.

Pur trattandosi di vicende particolarmente affini al vissuto dell’autrice – che condivide con la sua protagonista la nascita nella metà degli anni Quaranta, gli studi a Lione, il trasferimento appena ventenne in Germania e l’esordio con la poesia in francese e poi con la prosa in tedesco – Schenk non intende offrire una trasposizione romanzesca delle proprie esperienze. Compone un’opera in cui la concretezza del dato narrativo si trasfigura nel simbolo, a partire dall’esempio anticonformista fornito dalla protagonista nel suo percorso di autoaffermazione.

La linea espressiva priva di orpelli e lo stile lieve caratterizzano un romanzo dal ritmo sincopato reso da periodi brevi e cadenzato dalla costante alternanza tra la descrizione dei turbamenti emotivi vissuti dalla giovane donna e gli eventi che dovrà affrontare. Le prime pagine pongono le premesse narrative dell’intera vicenda romanzesca. La condizione femminile nei primi anni Cinquanta tra disuguaglianze e privazione della libertà è al centro dell’opera sin dall’incipit, che rimanda ai complessi di inferiorità vissuti da donne che nel subirne il peso immaginano di essere uomini, “gli attori più importanti dell’umanità”.

“Solo molto tempo dopo scoprirai che tua madre ha ottenuto il diritto di voto appena dieci anni prima, alla fine della Seconda guerra mondiale. Tanto, in tutta la sua vita, non farà mai scelte elettorali diverse da quelle di tuo padre, aggiungendo con un sorriso imbarazzato che lei di politica non sa nulla”.

L’immagine dell’attraversamento del Rodano per studiare Filologia classica a Lione rappresenta l’inizio di una nuova vita in cui avranno peso per la prima volta le scelte personali. “Il tuo sguardo segue le onde verdi, galleggia fino a che non si stanca, poi va giù e annega. Tornando a casa guardi ancora il fiume, rieccoti, rieccolo, non noti lo scorrere del tuo nuovo sapere né quello di nuove acque. E tutto è grigio, grigio”.

Ogni scoperta attraverso esperienze mai vissute prima di allora, dall’ascolto del jazz alla socialità alle relazioni sentimentali, condurranno la protagonista a scontrarsi con consapevolezze nuove. L’incontro con Henri rimasto orfano in fasce per l’uccisione dei genitori partigiani diventato un adulto incapace di gioia e preda di risentimento, rabbia e necessità di vendetta, porterà Louise ad abbandonare il candore con cui sino ad allora aveva trattato con estraneità aspetti storici come l’occupazione della città, il collaborazionismo, la deportazione degli ebrei di Lione e il movimento di resistenza.

Schenk imbastisce una trama a partire dall’incontro tra due mondi, quello borghese in cui è cresciuta la sua protagonista, e quello di chi come Henri ha vissuto nel dolore, con un intreccio libero rispetto allo sviluppo causale cronologico della vicenda, spezzata dalle continue insorgenze della memoria.
La relazione con la storia è il perno attorno a cui ruota l’intera narrazione, che impone domande sulle responsabilità dei figli nelle colpe dei padri attraverso la prospettiva di una donna che passerà dalla quiete inconsapevole della dimensione famigliare, alla brutalità del reale e allo sconcerto per scoperte legate al passato che irromperanno nella sua nuova sfera affettiva. Tra i grandi temi l’educazione dei figli nel dopoguerra, la rimozione storica e l’improvvisa consapevolezza del dramma negli esiti del presente, resi nell’incapacità di instaurare relazioni improntate sulla verità e sulla condivisione di traumi, nel silenzio complice con cui coprire misfatti. I personaggi rappresentati raffigurano un’opposizione di tipi umani con varianti che generano una tensione drammatica nel romanzo, stemperata da accenti malinconici. Un romanzo permeato da continui interrogativi sul peso delle scelte, sulle responsabilità collettive, sull’assenza di immunità in merito a colpe originarie legate a crimini universali.

Emerge il ritratto di chi vive una metamorfosi dall’ingenuità della prima giovinezza alla presa di coscienza graduale del ruolo della donna nel suo tempo. L’immagine dominante è resa nel ricordo di quella madre minuta obbligata ogni giorno a bussare alla porta del marito per i soldi per la spesa, costretta in un matrimonio combinato dalla rassicurante cornice borghese.
A improntare la sua infanzia le prime letture della contessa di Ségur tra storie dove la dicotomia bene/male trova nella violenza il canale primario per impartire un’idea di giustizia e di vendetta. Un mondo “perverso, cupo e folkloristico” capace di generare piacere e orrore, e in cui quella bambina riconosce alcune delle dinamiche vissute nella sua realtà scolastica cattolica.
“Gli errori portano alla dannazione. Non c’è niente da fare, non c’è salvezza per le caprette ostinate e i giovani deviati. Dio e padri non hanno pietà. La crudeltà della sentenza è insopportabile e può essere rimossa nel sonno ma mai dimenticata”.
Tra i temi d’indagine di Schenk quello dell’identità e dell’appartenenza attraverso il racconto della percezione dell’assenza di radici e di una alienazione perenne, anche sulla scorta di riflessioni sulla vita nell’ombra di sua madre, sulle sue origini sconosciute e sulla sua autoaffermazione attraverso il matrimonio. È quella che Louise rifugge, e di cui prende consapevolezza nell’evoluzione della sua relazione con Johann, in una vita paragonata a un lago poco profondo, la cui acqua trasparente fa intravedere i sassi e le alghe.

Ricerca il proprio spazio costruendo una nuova identità attraverso una nuova lingua “finzionale”, il tedesco, e usa la scrittura per delineare tale percorso. Quel modo di abitare una lingua estranea, che non permette di dominarne le sfumature, rimanda a una visione della realtà legata soprattutto alle fratture, alla discontinuità, alle incongruenze, ai grovigli. “Ti proponi di creare un campo semantico con la parola rimozione, un termine che suona come una fisarmonica schiacciata in modo brusco e incontrollato”.

La levigatezza della pagina e la particolare cura riservata alla parola denotano l’estrema attenzione di Sylvie Schenk per gli equilibri compositivi. Una scrittura orientata al disvelamento di una dimensione privata che non si ripiega su sé stessa assecondando unicamente un flusso interiore ma che attua continue immersioni e emersioni per dare forma all’alternanza di tormenti e fugaci entusiasmi, desideri, attese, illusioni, disincanto, e scorci vividi sul reale, nella rappresentazione per immagini della fragilità osservata.
Una prosa asciutta, priva di orpelli e capace di tenere costante il dialogo tra valenza oggettiva e soggettiva per raccontare dettagli legati a un quotidiano trasfigurato negli anni e al contempo immortalare con brevi tratti le inquietudini e i turbamenti dell’istante.

Il fascino di Veloce la vita risiede in tale fragile equilibrio, fornito da scorci poetici che si aprono improvvisamente al lettore nella descrizione di dettagli nitidi che rimandano alla rappresentazione emotiva di una formazione sentimentale. Un prisma attraverso cui osservare una società in lenta trasformazione tra gli esiti del dopoguerra, le attese per il futuro, i desideri e il disincanto.

La letteratura come mascheramento, “alternanza di identità”, rappresenta uno dei canali primari attraverso cui l’esperienza del mondo può generare interrogativi sull’esistenza, definita una mescolanza arlecchinesca di dramma e commedia degli equivoci: “è evidente che da Palatone a Sartre, passando per Shakespeare e Marivaux, tutta la letteratura ha per oggetto un unico tema: apparire e essere, la vita come illusione, succedaneo, come coperchio sul nulla. La vita è un inganno scintillante”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
Commenti
Un commento a “Il cupo corale delle separazioni e delle perdite in Sylvie Schenk”
  1. Modesta scrive:

    Mi piace. Brava

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