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Curare la vita scrivendo della fine

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di Anna Toscano

Si può cominciare dalla fine, che è un poco come finire dall’inizio, quando tra l’inizio e la fine la storia che viene narrata è una storia senza tempo, che cambia sempre ma non smette mai. È quella storia che porta tutti prima o poi a porci delle domande, evitando accuratamente di darci delle risposte e, col passare del tempo a dimenticarci la questione, ad arginarla, congelarla, a volte di soprassalto la questione ci sveglia ma la scacciamo subito.

Alcuni scrittori, quella storia, talvolta la mettono in mezzo, girandoci in tondo, guardandola da lontano, facendola sgusciare tra le righe, alcuni la mettono su un tavolo della cucina, in una camera ammobiliata, in una macchina schiantata addosso a un albero, altri, invece, come fa Ginevra Lamberti, quella storia la guardano in faccia, le parlano, interloquiscono.

“Perché comincio dalla fine”, l’ultimo libro di Lamberti (in libreria per Marsilio), è un romanzo dalle numerose voci: è la voce di “Io, Ginevra” e quella di molte trovate per caso o cercate con ostinazione. Le voci divengono personaggi, molti incontri, molti dialoghi, di quelli a due seduti a parlare di qualcosa che accomuna. È un romanzo anche di numerosi luoghi: case, principalmente la casa di Lamberti con il suo passare di “pellegrini globali”, uffici, palestra, locali, sullo sfondo spesso Venezia. I tempi, i tempi sono il presente e dei viaggi rapidi andata e ritorno nel passato.

Voci, personaggi, luoghi e tempi sono amalgamati e legati dalla vicenda che viene narrata, dall’argomento, che è la fine: dove stare dopo. La morte, il trapasso, l’andare, senza tornare, l’aldilà, di ciò si occupano tutte le persone che “Io, Ginevra,” incontra o va a scovare appositamente. Appaiono, tra gli altri, in ordine sparso, una tanatoesteta, architetti del settore, scrittori, filosofi, professionisti del settore funerario.

Con la morte c’è la vita, e parlare tanto della morte in questo romanzo è come darle una giusta posizione, non nasconderla sempre sotto il tappeto, non voltare la faccia dall’altra parte, ma parlarne assicura di sapere dove sia e come sia, anche come potrebbe essere volendolo. La domanda di tutti non è come e dove vorrò essere quando non avrò più vita, ma chi e come si occuperà di tutto ciò dato che non lo farò io di persona.

È un libro che parla di presenza e di assenza, di come bloccare l’istante, il vivo istante, per perdurarlo e sconfiggere l’assenza in una continuo essere qualcosa, come confessa Simona Pedicini raccontando la sua tanatoprassi: “Si tratta dell’assurda presunzione di bloccare l’istante, di sottratte al trascorrere del tempo chi comunque per me ancora è, anche se diversamente da come siamo noi, e poi lasciarlo andare, perché è giusto che ognuno segua la propria strada”.

È un libro sul disagio dei trentenni oggi, che a suon di camere in affitto condivise, sgabuzzini presentati come castelli, garage senza riscaldamento e lavatrici avveniristiche si domandano se almeno un loculo, alla fine, lo avranno, ma nel frattempo cercano di interagire con il presente dei loculi per vivi e dei loculi per non più vivi, sbarcando, come si suol dire, il lunario con le affittanze: “ Prima di procedere col punto principale del paragrafo, ovvero un quadro, ovvero il quadro, volevo dire che questa potrebbe essere interpretata come la narrazione di una situazione frustrante che fotografa alla perfezione il disagio dei trentenni oggi, ma il fatto è che a me fare le pulizie tutto sommato piace. Nello specifico mi piace avere a che fare con gli oggetti inanimati rispetto ai quali posso considerare di avere responsabilità limitate. A volte mi piace andare a prendere la gente, che è una cosa in contraddizione con la predilezione per gli oggetti inanimati, ma tutto sommato un’altra cosa che mi piace fare è variare”.

Ginevra Lamberti parte dalla morte per tornare alla vita, perché ricordarsi della morte, collocarla in un luogo fisico o ovunque, darle corpo o cenere o trasformarla in diamante, è parlare dell’esistenza, prendersi cura della vita, di ciò che è vivo. E lo fa con schiettezza e molto ironia in questo libro, a volte è caustica altre quasi tenera, accarezza la morte e talvolta la spolvera, come si farebbe con una urna. Lo fa con la scrittura, che è il suo strumento creativo, accarezza e schiaffeggia con le parole e con la sintassi, lo fa per amore della fine e per il desiderio di guardare avanti, al dopo: “Ho però un sistema di blocco collegato alla paura che la scrittura, così come qualsiasi altra forma di espressione creativa, abbia un potenziale proiettivo privo di utilità pratica. Ovvero la scrittura al pari di qualsiasi altra forma di espressione creativa, mettendo insieme logica e astrazione, può aiutarci a vedere cosa succederà un passo avanti sulla linea temporale così come noi la percepiamo, ma non può aiutarci a cambiare l’inevitabile. Questo mi deprime, e scoraggia, ma è comunque molto meglio di quando avevo paura che fosse la scrittura in sé a far succedere le cose, perlopiù tremende”.

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