D come donna

Questo articolo è apparso sul numero del 23 giugno del settimanale cartaceo Il futurista.

di Emiliano Sbaraglia

“The times they are a-changin’” canterebbe il caro Bob Dylan, fresco dei suoi settant’anni. E qualcosa sta cambiando davvero in questa Italia di nuovo secolo, gli indizi ormai sono più d’uno. Il voto amministrativo della scorsa settimana ne è la prova più evidente, ma il terreno si è cominciato a preparare già da tempo. In tutto questo, il ruolo della componente femminile, non più femminista, ha assunto e continua ad assumere un valore determinante, in un Paese non ancora “maschile”, perché ancora maschilista.

La caduta libera di Silvio Berlusconi inizia con la ribellione di una donna, la ex-moglie, che a un certo punto ha detto basta, e in poche parole ci ha spiegato come stavano le cose: il marito, nonché capo del governo, se la faceva con le minorenni, si trovava sull’orlo di una malattia mentale, e chi gli era vicino, per il bene suo e del Paese, doveva in qualche modo prendersi cura di lui. Lei no, lei aveva sopportato abbastanza. Arrivederci. Sono passati due anni da quell’intervento (sollecitato da un articolo sulle “candidature facili” di Sofia Ventura per Fare Futuro), e di Veronica Lario si è più saputo nulla, o quasi. Certe cose non la riguardano più.

Da lì in poi qualcosa è cambiato, l’incantesimo si è rotto, le feste e i festini del Premier si sono trasformati sempre più nella reazione compulsiva di un uomo innamorato solo di se stesso, e dal diciottesimo compleanno di Noemi alla nipote di Mubarak il passo è stato breve: nel mezzo, veline e parlamentari, api regine e igieniste dentali, sino all’inchiesta milanese. Fine della corsa.

Ma per fortuna non solo questo è accaduto negli ultimi tempi. Altre donne, in altre forme, hanno avuto modo di incidere nelle lente ma percepibili trasformazioni di un’Italia in movimento.
Qualche settimana prima delle elezioni politiche, nel marzo del 2008, per la prima volta una donna saliva il gradino più alto del potere di Confindustria. Emma Marcegaglia, a 43 anni, viene eletta presidente un po’ a sorpresa, prendendo il posto di Luca Cordero di Montezemolo. Dopo un periodo di orientamento, e di assestamento degli equilibri, la sua posizione comincia a disegnarsi chiara come le sue parole, divenute pietre negli ultimi mesi rispetto all’immobilismo del governo in tema di crescita economica e incentivi per un rilancio del “sistema Italia”. Si obietterà che c’era ben poco altro da dire, ma si converrà che non era così scontato dirlo, e dirlo in un certo modo, nelle sedi opportune. Molti uomini che hanno ricoperto il suo stesso incarico non hanno avuto il coraggio (o la voglia) di farlo, anche nel recente passato. Si può essere d’accordo o meno con le sue idee, ma almeno la signora Marcegaglia si è assunta la responsabilità che il suo ruolo impone.

A riconoscerglielo non sono soltanto gli estimatori, o quelli che gioiscono ogni volta che qualcuno “parla male del governo”, refrain tanto caro ai berlusconiani irriducibili. A riconoscere la possibilità di un certo tipo di dialogo con l’attuale presidente di Confindustria è anche il Segretario generale del più grande sindacato d’Europa per numero d’iscritti, la Cgil, che il 3 novembre del 2010 ha eletto, anch’esso per la prima volta, una donna al suo vertice, Susanna Camusso.
Sin dai primi giorni dal suo insediamento è stato subito evidente il diverso appeal rispetto al suo predecessore, quel Guglielmo Epifani troppe volte apparso negli otto anni del suo mandato arroccato su posizioni vetero-ideologiche, al di fuori della realtà contemporanea rispetto al complicato mondo del lavoro.

Susanna Camusso ha invece mostrato interesse per le ragioni degli altri, per esempio provando a ricucire lo strappo sui contratti nazionali avvenuto con le altre sigle sindacali, pur mantenendo una linea di confronto piuttosto forte; oppure partecipando alla manifestazione del 9 aprile scorso sul precariato, ma rimanendo in disparte, sotto e non sopra il palco, manifestando tra gli ultimi del corteo a fianco della figlia e di molte mamme solidali con il difficile destino delle nuove generazioni. Piccoli gesti che certo non cambiano l’ordine delle cose; ma piccoli gesti che dicono molto del carattere e della mentalità di una persona.

Lo scorso 25 febbraio, in un incontro a Bologna sul tema Giustizia e Lavoro dal titolo “La via nuova e il passo giusto: l’Italia nel cuore industriale dell’Europa”, l’articolata conversazione tra Emma Marcegaglia e Susanna Camusso si è rivelata ricca di spunti e anche di possibili convergenze su alcune proposte concrete, giunte da entrambe le parti. Mondi diversi a confronto su argomenti che inevitabilmente riguardano tutti. Qualche settimana dopo, nel corso di un incontro nella Sala del Seminario della Camera per la presentazione del libro della giovane deputata Pd Marianna Madia (“Precari. Storie di un’Italia che lavora”), il linguaggio di Giulio Tremonti e quello di Susanna Camusso, autrice della prefazione, sembravano essere distanti anni luce.

Sempre nel mese di febbraio qualcos’altro accadeva nel nostro paese. Era il sabato 13, e le donne scendevano in tutte le piazze d’Italia, accompagnate da non pochi uomini. Il loro slogan ha avuto molto successo, così “Se non ora quando?” in questi mesi è divenuto il liet motiv di parecchie iniziative e di molte riflessioni, individuali e collettive.
Quella giornata ha segnato un percorso, al femminile come al maschile. Ha fatto capire che tanta gente aveva voglia di dire basta: basta con l’annullamento di qualsiasi criterio di rispetto nei confronti dell’essere umano nel nome di un potere arrogante e presuntuoso, basta con la perdita dei valori basilari per una convivenza comune, basta col sacrifico dei molti per il godimento dei pochi. Basta con la “libertà dei servi”, per citare un recente saggio di Maurizio Viroli. A denunciare tutto questo nel nostro paese sono state per prime le donne, mettendo da parte bandiere e simboli di partito, sostituiti con un sentimento comune diventato ben presto contagioso. Donne che hanno semplicemente chiesto, nel ventunesimo secolo, di alzare la testa al livello minimo richiesto dalla propria dignità personale, al di là di qualsiasi differenza, sessuale o politica.

Chissà se le cose cambieranno davvero, cioè a dire in maniera decisiva. I segnali si moltiplicano, e per tornare alle recenti amministrative la vittoria di Rosalba Colombo, nuovo sindaco di Arcore, assume un valore simbolico di portata devastante. “Ho vinto nella tana del lupo, e ha vinto il fattore “D”, come donna”, sono state le sue prime parole dopo l’esito delle urne; parole di una casalinga di 53 anni appassionata di politica, madre di due figlie, fondatrice di un circolo culturale femminile, che una volta si sarebbe chiamato femminista.

E chissà se nel vortice di questi cambiamenti, dopo una presidente di Confindustria e una segretaria Cgil, non ci si ritrovi entro breve tempo a commentare un presidente del Consiglio donna. Una presidente del Consiglio.
Provocazione? Speranza? Sogno? Utopia? Può darsi. Fatto sta che in molte altre parti del mondo, anche del cosiddetto terzo mondo, provocazione speranza sogno e utopia sono già divenuti realtà.

C’è chi dice “Va bene, ma quale donna?”. Non si può certo scegliere un capo di governo in omaggio alla quota rosa. E in effetti, l’unica che potrebbe aspirare a un incarico simile, per ora e per una serie di motivi (difficile immaginare una candidata tra le fila dell’attuale centrodestra), pare essere il (la) presidente del Pd, Rosy Bindi. Che a dirla tutta, dopo tutto quello che ha subìto per bocca del Cavaliere (di certo non con la minuscola) sarebbe la vera ciliegina sulla torta, un contrappasso talmente chirurgico che nemmeno la mente infernale del genio di Dante Alighieri avrebbe saputo escogitare meglio: quel “non sono una donna a sua disposizione” risuona ancora come musica soave, composta di orgoglio e civiltà.
In alternativa, si diceva, sembra esserci ben poco. Ma che non ci siano molte donne papabili all’incarico di capo del governo forse non dipende tanto da loro, quanto piuttosto dall’impossibilità di potersi esprimere con pari opportunità ed eguali diritti.
I tempi, per fortuna, stanno cambiando.

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