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Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald

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Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.

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New York in questi giorni è un trionfo di vetrine a tema Il grande Gatsby. Dalle sobrie ma esplicite di Fogal che espongono un logo-cartello del film di Baz Luhrmann in buona compagnia di merce a tema (nel caso delle calze da donna viene da pensare che anni venti può essere qualsiasi cosa) alle più ambiziose di Tiffany & Co. disegnate da Catherine Martin, costumista e moglie di Baz Luhrmann, che ostentano calici e braccia che si incrociano e fuochi d’artificio e altre baggianate simili, a quelle di Prada diventate improbabili spazi espositivi che ti fanno credere di essere andato al MOMA quando invece sei solo dentro una boutique per ricchi. In questi giorni a New York ci sono turisti che fotografano tutte queste vetrine. Ce ne sono tantissimi. Arrivano in gruppo o in coppia e posano mentre uno di loro a sorte scatta la foto. Poi si danno il cambio così da tornare a casa ognuno con la sua brava foto a tema anni venti. Come quando vai a Disneyland e posi insieme a Topolino. È poco chiaro se siano attratti da Scott Fitzgerald, da Leonardo DiCaprio, da Baz Luhrmann o da Miuccia Prada.

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I trailer del Grande Gatsby di Baz Luhrmann erano bellissimi. A un certo punto si vedeva una zebra che faceva il bagno dentro una piscina nel bel mezzo di una festa, e uno stava lì a non vedere l’ora che uscisse il film per guardare tutto il resto. Uno stava lì a dire, ma che genio Baz Luhrmann che ha tutte queste visioni. Ma che genio Baz Luhrmann che cita il video di Being Boring dei Pet Shop Boys con la zebra in piscina sapendo che è una canzone scritta per Zelda. Ma che genio Baz Luhrmann che fa Il grande Gatsby in 3D. Uno stava lì a pensare, ma che genio questo Baz Luhrmann. Io, per esempio, non avevo dubbi che facesse un gran capolavoro. Poi però ho visto il film.

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Qualche giorno fa ero a New York da Strand Book Store, la libreria all’angolo tra Broadway e la Dodicesima. Ero lì a presentare il mio fumetto su Zelda Fitzgerald insieme a Rick Moody. A un certo punto Moody m’ha chiesto: l’hai visto il film? E io: sì. Lui: E? Io: Hai presente Shrek? Ecco, tutto quello che mi viene da dire del Grande Gatsby di Luhrmann è “Shrek”. Questo film è la versione Shrek del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald. Non c’è l’asino che parla ma abbiamo la zebra che nuota in piscina. Intorno alla povera bestia è in corso un party che sembra Ibiza nel 2013. Degli anni venti ci sono i cliché, le cose che t’aspetti, quelle che riesce facilmente a riprodurre qualsiasi casa di moda o grande magazzino. Tutta roba che ultimamente trovi anche all’Oviesse.

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Di bello del giorno in cui ho visto Il grande Gatsby di Luhrmann in un cinema di New York c’è la fila di ragazzini vestiti a tema anni venti che aspettava fuori dalla sala impaziente. Adolescenti inaspettati (del Gatsby di Fitzgerald non si può dire che sia un romanzo per ragazzi). Così come inaspettata è la bruttezza del film. Una bruttezza così brutta che quando l’ho visto mi veniva da piangere. Una bruttezza che raggiunge il suo climax (o l’anticlimax se mai climax ci fosse) nelle scene dei party e in quella della morte di Jay Gatsby. Quelle scene lì son talmente brutte che passi il resto del film a pensare: ma sul serio? E nel frattempo ti sforzi di capire cosa abbiano di così sbagliato. E ti sforzi di trovarci dentro qualcosa di bello. E non ce lo trovi semplicemente perché non c’è. E intanto finisce il film e l’unica cosa che ti viene da dire è “Shrek”. Poi però pensi che è grazie al film che Il grande Gatsby di Fitzgerald è tornato in classifica. E allora fai spallucce e dici ok.

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Quest’uso improprio e modaiolo del Grande Gatsby di Fitzgerald è una cosa che qui a New York sta accadendo anche con il punk. Il giorno prima dell’uscita del film nelle sale americane, ha aperto al MET una mostra sul punk (PUNK: Chaos to Couture). Anche qui ci viene proposta Miuccia Prada in forma di vestito esposto come esemplare di moda derivata dal punk. Miuccia Prada ad azzerare la distanza tra Scott Fitzgerald e Richard Hell. Miuccia Prada che è bravissima ma se dobbiamo sinceri di punk non ha mai creato niente. Insieme a Catherine Martin adesso ha fatto i costumi del Gatsby di Luhrmann. E una mostra di abiti anni venti dentro il negozio di Soho che poi andrà dentro il negozio di Tokyo e poi andrà dentro il negozio di Shanghai. E poi chissà chissà.

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A proposito di punk: Zelda e Scott Fitzgerald erano punk. Meglio, erano proto punk. Perché di punk all’epoca non esisteva nemmeno la parola. Zelda e Scott Fitzgerald facevano i rave dentro le camere d’albergo distruggendole e andavano a feste che finivano una settimana dopo. Zelda e Scott cominciavano a bere che erano già ubriachi e facevano il bagno nudi nelle fontane e viaggiavano sui cofani dei taxi e si tuffavano dagli scogli altissimi a rischio di morire. Zelda e Scott erano belli per questo. L’altro giorno raccontavo a un’amica che il party per Il grande Gatsby di Baz Luhrmann con il cast del film e tutta la beautiful people è stato fatto dentro la boutique di Prada a Soho. E la mia amica: certo, se avessero invitato Zelda e Scott sarebbero andati lì ubriachi e avrebbero rubato tutte le borsette. Come darle torto.

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Richard Hell ultimamente lo cito in tutti i pezzi che scrivo. Richard Hell è la prima persona con cui ho fatto amicizia in questi miei recenti mesi newyorkesi. Richard Hell abita in una casa tutta piena di libri. Richard Hell ha scritto la mia canzone punk preferita, Blank Generation. Richard Hell ha scritto un libro bellissimo su di sé e sui suoi anni punk, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp. Il libro si ferma nel 1984. Poi Richard Hell ha smesso di essere musicista ed è diventato scrittore. Mi chiedo cosa ne pensa oggi di questi magneti da frigo con la sua foto che vendono nella boutique del MET come gadget della mostra PUNK: Chaos to Couture.

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Del Grande Gatsby di Fitzgerald da Strand vendono le magliette e da Barnes & Noble vendono le shopper. Con la foto di Zelda in tutù esistono le tazze, le magliette, le pantofole e gli orecchini. A forma di Scott c’hanno fatto i segnalibri e di sue citazioni son piene le cartoline che vendono nelle librerie. Se cerchi frasi di Scott o Zelda su twitter trovi l’opera completa. Ho anche provato a cronometrare i tweet sui Fitzgerald: in media uno ogni venti secondi. Ultimamente esce un romanzo al mese che ne racconta pezzi di vita. E diventano tutti best-seller. E questa cosa è bella e brutta. Bella è l’idea che tutta questa gente conosca Fitzgerald. Però in cuor tuo vorresti che i tuoi scrittori e i libri più amati restassero tuoi e solo tuoi e che venissero scoperti come li hai scoperti tu. Senza che nessuno te ne abbia mai parlato prima, procedendo per tentativi come quando a vent’anni entravi in libreria e pensavi che avresti avuto tutta la vita davanti per leggere.

Quando pensavi che potevi scegliere pure il libro sbagliato perché il tempo per leggere era infinito e invece poi sceglievi Il grande Gatsby che era giustissimo e non volevi leggere che quello. E andavi avanti a leggere tutti i romanzi e i racconti di Fitzgerald e le lettere a Scottie. E scoprivi che Scottie era sua figlia e che Zelda era sua moglie. E poi leggevi tutte le biografie. E scoprivi le vite di Scott e di Zelda. E non ne parlavi con nessuno perché sennò sarebbero diventati meno tuoi. E ora sei qui che scrivi di Baz Luhrmann e di Miuccia Prada quando vorresti scrivere del Grande Gatsby e di Fitzgerald. E pensi che sì, quei tempi lì ti mancano enormemente.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
11 Commenti a “Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald”
  1. Matteo Nucci scrive:

    Bellissimo

  2. Sandra scrive:

    Eh si’ quanto ci mancano quei tempi… Li hai magistralmente evocati.

  3. Ilaria scrive:

    Certo, quei tempi ci mancano, però il film non è poi così brutto.
    Ero andata molto prevenuta, e invece l’ho trovato ricco di fascino, intriso di romanticismo ed edonismo, e brutale.
    In questo, penso rispetti lo spirito del romanzo.
    Penso che si faccia fatica ad accettarla, una visionarietà così enfatica e sfacciata, a fronte di un testo scritto così immortale. Se uno ha un romanzo nel cuore, ha parole, sensazioni, dialoghi. Anche immagini, magari, ma le proprie, le immagini della mente. Poi arriva Luhrmann e si inventa delle immagini lui, immagini che non passano inosservate, e che sono la traduzione esatta delle parole dell’autore, magari, ma non saranno mai come le “nostre” immagini immaginate. La stessa cosa potrebbe dirsi dei suoni. Il libro è pieno di suoni, solo che non si sentono. Luhrmann alza il volume e li rende assordanti. Per forza che uno si sente tradito.

  4. tiziana scrive:

    grazie matteo!
    ilaria, a me il film proprio non è piaciuto, sul serio mi veniva da piangere per come ci son rimasta male, se togli tutto lo struggimento di questo gatsby per daisy non resta nulla del romanzo, quando alla fine gatsby muore stai malissimo per lui, per l’amore in generale, per l’impossibilità di quest’amore qui, questa cosa qui la devi sapere raccontare, poi puoi renderlo contemporaneo quanto ti pare e cambiare tutto, ma questa cosa qui non la puoi gettare così alle ortiche

  5. tiziana scrive:

    e grazie sandra!

  6. Jacopo Donati scrive:

    Il fatto che del romanzo non resti nulla non è un grosso problema. Il problema è che non c’è altro. Tolta la patina da spot televisivo non trovi nulla. Io sono uno di quelli (forse pochi) che leggendo Gatsby hanno visto ambienti completamente sordi à la Hopper, mentre paradossalmente la cosa che ho trovato più efficace è stata la colonna sonora. Lì Luhrmann ha osato nella direzione giusta, e non capisco davvero perché non abbia osato anche per altri elementi.

    I tempi sono belli, ci mancano, blabla, ma la nostalgia da età dell’oro l’aveva resa in maniera decisamente migliore Woody Allen. Gatsby (il film, intendo) non ha stimolato alcuna nostalgia di quei tempi. Era uno spot televisivo.

  7. tiziana scrive:

    d’accordo con te, gli anni venti sono la festa al museo di storia naturale di midnight in paris, sono quella cosa lì

  8. slot machine scrive:

    troppo bello questo film, ottimo articolo 😉

  9. Ilaria scrive:

    Tiziana, ho ritrovato per caso questo blog, il mio intervento e la tua risposta.
    Non me ne ricordavo più.
    E posso dire, per consolarti della fine di “quei tempi” (che sono anche i miei, e non è un caso che io sia scappata dall’ufficio di nascosto per andare a vedere quel film da sola, dalla paura che avevo che mi rovinasse “quei tempi” in cui eravamo io e Scott, e Scottie e Zelda e basta…), che dopo mesi del film resta quasi nulla (ora qualche vetrina con il dvd per l’home video, e tra un po’ neanche più quello), mentre il libro resterà per sempre. Tranquilli tutti.

  10. tiziana scrive:

    grande :)

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