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Dai fratelli Karamazov ai fratelli Incandenza

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(Fonte immagine)

di Umberto Maffei

Al di là di certe suggestioni legate alla simmetria, quanto dei Karamazov c’è nei tre fratelli Incandenza? In Mario c’è un po’ di Aliosha; già cercare Orin e Hal in Dimitri e Ivan è più difficile, a meno che non si vogliano fare forzature. Qualche forzatura in questo scritto ci scapperà, ma non fino a sovrapporre ciò che non si può sovrapporre. Oggetto di indagine è approfondire, appunto, come l’eco dell’ultimo, imponente romanzo di Fëdor Dostoevskij pervada Infinite Jest di David Foster Wallace[1].

I caratteri dei Karamazov sono ben definiti, “quasi ipostatizzati” dice Eridano Bazzarelli[2]; poche, specifiche peculiarità sono iscritte nel loro profilo e lo sono in maniera netta: Aliosha è bontà, abnegazione, Ivan razionalismo, disillusione, Dimitri dissolutezza e passionalità; Smerdjakov, il figlio illegittimo del capostipite Fedor Pavlovic, è il prototipo del servile scaltro e viscido. Nell’universo di Dostoevskij quale si delinea con I fratelli Karamazov, la complessità maschile trova una sorta di rappresentazione totale.

Con gli Incandenza, il centro narrativo di Infinite Jest, Foster Wallace non ha la pretesa di esaurire la gamma di sensibilità rappresentative di un’epoca. Epoca, quella in cui è ambientato il libro, molto vicina a noi e significativamente connotata dalla sponsorizzazione degli anni[3]. Hanno tratti comportamentali e psicologici distintivi, però a ciascuno di essi non può essere addossato il ruolo di custode dell’assolutezza di una virtus.

I fratelli Incandenza sono schiacciati dal peso di una famiglia genialoide e astrusa. Il padre James, alias Lui in Persona  alias La Cicogna Matta, morto suicida, era[4] uno scienziato, un ottico, un cineasta (la sua filmografia particolarmente iper-sperimentale e oscura); la madre Avril – la Mami –  è una signora generosa e maniacale; lo zio materno, preside dell’Eta, l’accademia tennistica frequentata dal giovane e promettente Hal e dagli altri tennisti in erba, un burocrate efficiente e incline a una certa obliquità. Il talento opprime e condiziona il contesto familiare. Alla trama dei cervellotici e difficili equilibri tra i vari membri Wallace dedica pagine di notevole profondità analitica. Una molteplicità di microtensioni, tra slanci d’affetto, piccole ipocrisie, difficoltà a capirsi e a interagire, connota il contesto familiare, la cui atomizzazione riproduce in scala lo scollamento generale nei legami sociali.

La vita degli Incandenza si svolge in una Boston per alcuni aspetti preapocalittica. La città si segnala per l’assenza di qualsivoglia impulso spirituale; disincantamento e secolarizzazione hanno azzerato ogni tipo di slancio fideistico[5]. La dimensione mondana appare l’unica ammissibile; inoltre una geopolitica mostruosa (Stati Uniti, Canada e Messico Wallace li immagina come un’unica entità statale, l’Onan, “Organization of North American Nations”) anziché dirimere o attenuare il caos, lo ribadisce. La violenza è dappertutto, amoralità e dipendenza (da stupefacenti, dal sesso, dal consumismo) dominano.

Guardando alla Russia dei Karamazov, la Russia del secondo ‘800, ci facciamo l’idea di una società lacerata dall’impeto di scontri ideologici, contese dottrinarie, attese messianiche; progresso e restaurazione che fanno a pugni nel dibattito filosofico e teologico. In gioco, in quella Russia, sono le idee di moralità, di destino nazionale, di coscienza individuale e coscienza collettiva. Dostoevskij come un sismografo registra quanto si agita intorno a lui e drammatizza le diramazioni del pensiero russo ed europeo in personaggi dalla interiorità tormentata.

Ivan/Hal

Ivan Karamazov è l’uomo nuovo, influenzato dalle correnti europee razionaliste, la sua visione risente di Turgenev e delle tendenze scettiche e antireligiose che penetravano e si diffondevano a Pietroburgo, a Mosca e nei principali centri urbani[6]. La sua è una voce aliena e intransigente. Il suo no e la sua determinazione a negare sono senza appello. La sicurezza (quasi protervia) che egli tradisce è viziata, agli occhi di Dostoevskij, dalla limitatezza, tutta terrena, del suo punto di vista, cosa che induce lo scrittore a sospingere il personaggio verso il deliro e l’afasia.

Alla letteratura russa ottocentesca è implicita un’ansia esistenzialistica che la colloca nel solco della tragedia classica[7]. Nelle sue iniziali intenzioni Dostoevskij voleva scrivere un romanzo sulla religione dei padri, un apologo del cristianesimo russo delle origini intriso di misticismo e identità nazionale. Come rileva David Foster Wallace, attento lettore e ammiratore di Dostoevskij, nel saggio Il Dostoevskij di Joseph Frank, “Dostoevskij scriveva romanzi sulla roba che conta davvero. Scriveva storie sull’identità, il valore morale, la morte, la volontà, l’amore sessuale vs l’amore spirituale, l’avidità, la libertà, l’ossessione, la ragione, la fede, il suicidio. E lo faceva senza mai ridurre i suoi personaggi a semplici portavoce o i suoi libri a trattatelli. Il suo pensiero costante era cosa significa essere umani – ovvero, come si fa a essere una vera persona, una la cui vita sia permeata di valori e principi, piuttosto che un animale dotato di istinto di conservazione e particolarmente scaltro”[8].

La distanza etica ed estetica tra la Russia di Dostoevskij e gli Stati Uniti di Wallace è considerevole. Ma dall’impegno spirituale e morale di Dostoevskij Wallace ricava l’idea della letteratura come ciò che davvero prende di petto “la solitudine e tenta di imbastire un dialogo tra essere umani”[9], in quanto la vera letteratura non ritrae lo sguardo.

Hal Incandenza, il protagonista di Infinite Jest[10], è un giovane erudito e un promettente campione di tennis. Dedito alla metodica e disciplinatissima assunzione di stupefacenti, è interiormente ed emotivamente spento; ha però le antenne abbastanza all’insù per capire che pur nella sua soddisfacente condizione di agio materiale vive una vita di solitudine e di desertificazione sentimentale. Intorno a sé incrocia persone – per lo più tennisti juniores suoi coetanei o più piccoli- tanto inconsapevoli da non rendersi conto del vuoto cosmico in cui sono gettati. C’è qualcosa di Ivan Karamazov in lui? Sì. Ivan è disilluso, scettico, è un ciarliero e visionario profeta di tempi nuovi (nella Russia di fine ‘800 il socialismo e le avanguardie ideologiche stanno covando la rivoluzione) e grida la sua insofferenza verso la religione, l’ipocrisia, le tradizioni. Il no di Ivan sconfina proprio nel nichilismo, nel rifiuto di ogni valore, nell’ateismo. In Hal non c’è una protesta esplicita e chiaramente verbalizzata, non c’è l’atteggiamento di chi nega e immagina di sovvertire con veemenza lo stato delle cose; la sua sofferenza e insofferenza restano sprangate nell’anima, parzialmente anestetizzate dalla marijuana e da altre sostanze stupefacenti e prendono la forma di una progressiva incomunicabilità.

Infinite Jest è costruito come un insieme di frammenti narrativi autonomi che via via tendono a trovare una convergenza: tra le decine di personaggi  (una fauna urbana folle, intossicata, laida, disperata, altruista, cattiva, competitiva, malinconica, ottusa) che ricordano la varietà antropica della Dublino dell’Ulisse, una voce tra le più disperate ed emblematiche è quella di Kate Gompert, una paziente dell’Ennett House (l’Ennett House è la casa di riabilitazione dalla dipendenza da narcotici). Kate impersona il male di vivere, il vuoto psichico, il disagio di uno spleen assoluto. Per certi versi lei è un Hal a uno stadio molto avanzato, è il buco nero a cui Hal rischia di approssimarsi. Attraverso il percorso di autodistruzione e la resa esistenziale di questa ragazza vittima di una depressione che la paralizza e le soffoca ogni volontà, lo scrittore evoca l’abisso del dolore globale in cui si può sprofondare. Figura tragica e dolente, Kate torna più volte nella prosa di Wallace, ad esempio sotto le sembianze della Persona Depressa[11]. Nevrotica imprigionata in un disagio estremamente labirintico, la Persona Depressa arriva a riversare frustrazioni e ossessioni sulla sua psicoterapeuta, prosciugandone le risorse emotive.

Dimitri-Orin

Una forte specularità Karamazov-Incandenza è ravvisabile nella rilettura, se non proprio trasfigurazione, che Wallace fa dello schema Dimitri/Fedor Pavlovic/Gruscenka in quello Orin/Lui in Persona/Joelle Van Dyne[12]. Wallace riprende l’idea del triangolo karamazoviano con padre e figlio rivali per la stessa donna. Lascia sospesa la faccenda dell’eventuale coinvolgimento sessuale padre-fidanzata del figlio. Joelle van Dyne è stata  protagonista di alcuni film di Lui in Persona e quasi raggiunse lo status di sua musa; alla fine non è chiaro se tra regista e attrice ci sia stata una relazione[13]. Dostoevskij ne I fratelli Karamazov descrive Dimitri come sensuale, irrefrenabile; Dimitri odia, ricambiato, suo padre, un uomo avido, furbastro ed egoista. Padre e figlio inseguono i favori della stessa donna, Gruscenka, un’abile manipolatrice che vive però un’evoluzione spirituale e vive l’emancipazione dalle bassezze di una condotta traviata. È il male, il delitto che le aprono una via per redimersi; il male la mette davanti a uno specchio, le dà la consapevolezza di un orizzonte più elevato.

Joelle ha problemi di droga, più un sacco di altre caratteristiche (come una certa familiarità con i bassifondi) che la rendono speciale e complicata, consanguinea alla fatale Gruscenka.

Il tema del male è stato una delle ossessioni di Dostoevskij. Con due personaggi (Aliosha e il Principe Miskin, de L’idiota, che sono figure straordinarie, archetipi di una bontà ultraterrena) Dostoevskij è planato sul terreno del manicheismo. Ebbene calarsi nei suoi romanzi, pur nella luce offerta dagli Aliosha e dai Miskin, non ha nulla di pacificante. I suoi individui sono malvagi, ruffiani, animati da istinti meschini, indossano maschere per finalità egoistiche. Lo scrittore non elude il marcio che alberga nella coscienza e mostra quanto degradato può arrivare a essere l’io.

Dimitri Karamazov si lascia guidare dall’ira, dall’ardore, però non è un malvagio radicale e compiaciuto; la sua cattiveria non oltrepassa la soglia estrema dell’omicidio (forse solo perché le congiunture glielo impediscono). Orin Incandenza di fronte a ciò che non va, ai cortocircuiti familiari reagisce cambiando aria, tagliando con tutti tranne Hal. Non entra in conflitto, si eclissa coltivando nell’isolamento le sue qualità. Il silenzio gli appare una via d’uscita, benché si dimostri un illusorio palliativo contro l’infelicità. Altrettanto blanda ai fini di una pacificazione interiore si dimostra la sua voracità erotica. Orin è un apprezzato campione sportivo, rimane però sfuggente, irrisolto. Ostenta sicurezza e apertura che celano in realtà un lato fragile e triste. È immerso nel mondo del football che gli garantisce notorietà e successo, e pure resta avvitato a  coazioni e sintomi di nevrastenia.

Diversamente da Dostoevskij che del male vede solo gli aspetti laceranti e perturbanti, Wallace ne vede gli aspetti comici, le sue creature più abbiette allestiscono lo spettacolo della loro malvagità sempre inciampando e sguazzando nel grottesco e nel ridicolo. E nelle situazioni tragicomiche Wallace libera la sua inventiva pirotecnica (si rileggano in Infinite jest  le pagine incentrate su Povero Tony Krause o sul padre adottivo di Joelle Van Dyne oppure quelle su Bombardini ne La scopa del sistema). La violenza è un fatto di esondazione dell’io, ovvero stati psicotici e disturbi assortiti della personalità deflagrano pervertendo la normalità; ecco perché la violenza fisica e verbale nella sua fiction si presenta sempre abnorme (esempi ulteriori sono l’uomo con la pinna di Brevi interviste con uomini schifosi, gli ingrati coniugi Schoenweiss di Solomon Silverfish, Cucciolo Rabbioso di La ragazza dai capelli strani). È come se con Wallace il degrado morale fosse elevato alla seconda, alla terza potenza, col risultato di un’artificiosità nella riproduzione del male, di un iperrealismo lisergico e morboso. Forse così, banalizzandola, l’autore esorcizza la violenza, la addomestica, la tiene lontana dalla vita, visto che la vita già è minacciata dai tarli della sofferenza interiore; la trasforma in un assurdo e, ingigantendola in un’iperbole, la estromette dal mondo reale.

Aliosha/Mario

Aliosha Karamazov è considerato da Dostoevskij protagonista del proprio romanzo. Benché le sue vicende non siano preponderanti nel libro e a volte le vicende che riguardano Dimitri sembrino primeggiare, è a partire da Aliosha e dai suoi tormenti, sempre innescati da conflitti di ordine morale, che l’autore costruisce o presume di costruire il grande racconto conclusivo, l’epopea dell’anima russa. Aliosha si trova circondato da egoismi, rivalità, bassezze, ingiustizie. Prova a svuotare il mare del dolore cosmico col secchiello del suo animo buono. Deve mediare in casa di donne scaltre e approfittatrici, mettere pace tra bambini che si pigliano a sassate, resistere alle provocazioni di una ragazzina irritante costretta su una sedia a rotelle, aiutare e affiancare i maggiori Ivan e Dimitri, stare dietro alle lamentele del padre. Nei giudizi su di lui è detto cherubino, puro, bramoso della verità; nessuno può metterne in dubbio la statura etica. Il suo animo privo di malizia e rancori induce pure chi lo incontra di sfuggita a turbarsi e ad e a subire un sussulto spirituale.

Mario Incandenza – da veloci indagini sul web – risulta essere uno dei personaggi preferiti tra i lettori di Infinite Jest. Non ha mai retropensieri, è limpido, ha uno sguardo trasognato e quando è impegnato a filmare scene del campus o di tennis con l’attrezzatura professionale che ha ereditato dal padre è concentratissimo, tutto assorbito dal lavoro alla telecamera. Anche Wallace simpatizza col suo eroe un po’ lunare, lo dimostra il fatto che gli riserva la frase più mielosa delle 1200 pagine di Infinite Jest[14] e non è un caso che tale frase riguardi l’affetto che Mario nutre per suo fratello Hal.

Mario è uno dei pochi che, esclusi vari residenti dell’Ennett House in cura per problemi di tossicodipendenza, ha una disposizione spirituale qualificabile come religiosa. Chi prova a uscire dall’oppressione di una dipendenza da alcool o da narcotici tende a ricorrere a una certa particolare religiosità, una religiosità strumentale, una specie di mezzo per costruirsi fiducia, motivazione e una prospettiva di redenzione (redenzione mondana). Il dio di chi vuole uscire dalla droga è un’entità buona per l’auto-incoraggiamento e per l’ancoraggio a un’astrazione terapeutica[15]. Per Mario invece assecondare il richiamo alla dimensione sovrannaturale è legato all’aprirsi al mistero, al consegnarsi a una protezione rassicurante e invisibile, partecipare di una vastità incomprensibile, materna. Mario vive in maniera disinteressata e leggera le sue esperienze e senza stress o  venature psicotiche si abbandona alla curiosità verso il personale e gli ospiti dell’Ennett House, all’adorazione per la voce ipnotica di Madame Psychosis, conduttrice di un programma radiofonico di culto a Boston, all’amicizia con Schtitt, l’istruttore di tennis dell’Eta – un tipo che ricorda il sergente Hartman di Full Metal Jacket.

Ancora più di Aliosha Karamazov Mario è inconsapevole della sua forza interiore; la sua vulnerabilità fisica non gli impedisce di tuffarsi con naturalezza in una società impaurita e nevrotica di cui non vede né paure né nevrosi. Il mondo con lui è un posto decisamente migliore, così come lo era con Aliosha. Entrambi sono prototipi del bene, figure un po’ troppo candide per essere comuni. Però non sanno di artificiosità. I loro creatori affidano alla letteratura anche uno scopo edificante e questi personaggi disarmati e trasparenti sono l’incarnazione del bene utopico, della gratuità senza condizioni. Più infantili o più kantiani, rimangono immersi nelle cose umane. Lo starets Zosima intima ad Aliosha di abbandonare il convento e di andare ad abitare la terra, quasi investendolo di una missione purificatrice (più da Cristo che da Zarathustra).

In Dostoevskij il bivio etico sollecita costantemente i personaggi (chi si comporta male sa della propria bassezza, se ne assume il carico); moralità e immoralità sembrano in uno scontro all’ultimo sangue, a volte nel medesimo individuo coesistono gli impulsi opposti. Nel Wallace di Infinite jest manca una minima consapevolezza morale; la Boston degli anni sponsorizzati è amorale, vi si assecondano le funzioni vitali, ci si intontisce con le droghe e tutto finisce lì, la vita finisce con l’essere una faccenda meccanica. Scorrendo tra le pieghe della materia narrata un lampo di ordine spirituale vagamente più elevato, relativo peraltro a un passato lontano (lampo da prendere con cautela), lo confessa tale Tiny Ewell, un alcoolista chiacchierone ed egocentrico, che in terza elementare bazzicava ladruncoli dei sobborghi ai quali a sua volta rubava (pur conoscendone i modi spicci e violenti). Più articolata la storia di Don Gately: non è chiaro se la sua emancipazione dalle turbolenze giovanili, da un passato di flagello metropolitano sia frutto di una presa d’atto del dolore inferto o di un calcolo di ciò che più conviene alla sua traballante situazione giudiziaria. La verità è che in Infinite jest ci sono storie di affrancamento dalla dipendenza da droga e alcool e di riappropriazione di una sobrietà psicofisica, non di illuminazione spirituale e di trasformazione etica.  

E nella specifica cornice fantastorica di Infine jest l’amoralità si sintetizza in maniera vivida. Nuclei terroristici di separatisti del Québec, tentano di demolire l’ordinamento della struttura statale generata dalla somma di Usa, Canada e Messico e di dare, attraverso la violenza e la cospirazione, l’indipendenza alla propria regione. Il loro radicalismo è tale che le azioni dei gruppi anti-Onan contemplino omicidi e torture, prove di fedeltà sadiche, indottrinamento e reclutamento di nuove leve, di spie, di delatori. Mai nel racconto di ciò che ruota intorno a queste schegge terroristiche si intravedono slanci ideali, ragioni di natura sentimentale: il patriottismo è alimentato non da un fuoco identitario, ma da una meccanicità, da un gusto per la macchinazione, quasi da una burocrazia della violenza.

Se Infinite Jest è la galleria di una malessere infinito[16], di un logoramento interiore vissuto dall’Occidente ormai senza speranza, il romanzo non chiude la porta alla vita. Descrive sì un mondo disperato e inospitale, un futuro eventuale intossicato da scorie radioattive, dal giogo di dipendenze sempre più pervicaci e occludenti. Wallace sembra indicare con la Boston degli anni sponsorizzati il peggiore dei mondi possibili che non è esattamente il mondo in cui viviamo; sembra indicare la direzione pericolosa verso cui ci si può incamminare. Si è tuttavia ancora al di qua del baratro. Si può ancora sperare e ci si può impegnare per un umanesimo che interpreti i bisogni veri delle persone. E Dostoevskij, scrittore per certi aspetti cupo,  angosciante, così impietoso da metterci davanti miserie per nulla remote si dimostra importante per questo: per la prospettiva di una fede più alta, per la prospettiva di una salvezza.

Wallace ravvisa nella società americana contemporanea un’inclinazione bulimica al consumismo che produce solipsismo e angoscia. La letteratura può essere in grado di accorciare le distanze tra gli esseri umani, di mettere in comunicazione due individualità su ciò che conta davvero, ciò che fa fremere le loro anime e porre un freno alle derive del solipsismo. E ciò che conta davvero sono l’irripetibilità dell’esistenza, la solidarietà, la sollecitudine e l’empatia verso il prossimo. La biografia di Dostoevskij gli appare quindi sintomatica. Dostoevskij da giovane inseguiva la gloria letteraria e cercava di raggiungerla blandendo la critica, servendole quello che si aspettava (scritti insulsi sulla servitù della gleba oppressa) e assecondando la moda, gli umori e i gusti di una stagione. Dostoevskij voleva piacere, “non voleva scrivere, voleva essere uno scrittore”. Solo con l’episodio della condanna a morte, della finta esecuzione e della commutazione ai lavori forzati (1849), Dostoevskij prende percezione di cosa conta davvero e delle tonalità intermedie tra il bianco e il nero. Da quel momento è un uomo nuovo e la sua scrittura, da vezzo e occasione frivola, diventa lo strumento di una condivisione sotterranea più profonda  che chiama in causa chi legge.

Parallelamente leggere, scendere nelle pieghe del testo viene a significare non assecondare il richiamo di un intrattenimento passivo, bensì disporsi ad avere una visione, a gettare lo sguardo e andare oltre. Nella transizione da una scrittura di maniera e per così dire studiata a tavolino, riflesso di vanità e voglia di affermazione mondana del primo Dostoevskij, a una scrittura matura e capace di penetrare la complessità, Wallace riconosce aspetti della propria evoluzione (pure autoimposta) da scrittore che voleva fare colpo qual era all’inizio della carriera a scrittore che si fa carico del dolore e prova a chiamarlo per nome, senza mettere a tacere la solitudine e lo smarrimento di una generazione ostaggio delle lusinghe del consumismo. In America, dice Wallace, si può essere poveri, emarginati, derelitti, ma non ci si può permettere il lusso di essere infelici. Però una società solo attenta a mostrarsi bella, capace di effetti speciali e di abbracciare tutti in un grande e mistificante sorriso edonista semplicemente nasconde quello che non va.

Lo sforzo dello scrittore è mutarsi da semplice testimone e interprete ad alleato dei destini chiusi nell’angoscia e nell’adorazione di consumi e falsi idoli. Una tale alleanza presuppone un rapporto di fiducia e di mutuo riconoscimento tra scrittore e lettore, una saldatura tra la capacità di andare a fondo dello scrittore, la sua volontà di essere sincero e impietoso e la ricettività del lettore, la sua disponibilità a non abbassare gli occhi di fronte al negativo. Wallace paga, tra mille cautele, il prezzo di elevarsi ad autorità morale, a cantore della contemporaneità, non teme di assumere atteggiamenti prescrittivi né teme il moralismo[17].

Già nel suo saggio sulla lingua[18] palesa, tra descrittivismo e prescrittivismo, una preferenza concettuale per il prescrittivismo, purché la sua affermazione sia fondata sull’idea (d’accordo scivolosa, problematica, anti-relativistica) di autorità. Di questo prudente filo-prescrittivismo[19], che informa spesso le convinzioni del Wallace saggista, ci sono tracce anche nel Wallace romanziere e autore di racconti. Nelle personalità al limite, sempre un poco estreme e disumane della sua fiction siamo indotti inizialmente a percepire un distacco divertito, poi progressivamente nelle perversioni, nelle paludi psicologiche, nella corruzione di certe figure percepiamo l’inquietante familiarità con pulsioni che ci si rivelano non del tutto estranee.

La letteratura istituisce o può istituire una comunità più vasta che non sia il semplice microcosmo costruito su identità di vedute, di interessi e di attitudini[20], bensì un’entità fondata su valori e interessi immateriali, l’argine all’alienazione e al consumismo da zombie in agguato nell’Occidente opulento.

I problemi sociali della Russia di fine ‘800 e quelli dell’America del nuovo millennio paiono diversi e insieme simili, sono propri di società in crisi, impacciate, solo confusamente proiettate verso qualcosa di nuovo che si presenta nebuloso. “Cosa conta davvero?”, “come posso agire bene?” sono le domande che bussavano nel profondo di alcuni personaggi di Dostoevskij. Dopo poco più di un secolo Wallace tenta di riesumarle e di ripensarle, rilevando la perdita di consistenza di tali domande e come la loro urgenza e la loro impellenza siano state erose in modo implacabile. Però forse non irreversibile.

La tragicità assoluta e disperante degli uomini schifosi, solo attenuata dai contorni tragicomici, parossistici delle loro parabole, ci dà una scintilla di trascendenza, l’opportunità di superare l’abbrutimento e liberarci dalla disumanizzazione. Il riso ci mette in guardia, è la spia che oltre c’è il vuoto, un vuoto quasi senza scampo. Il comico lo allontana, ne alleggerisce la portata, ma non lo fa scomparire. Wallace non propone evasioni; non considera la letteratura disimpegno e autoreferenzialità, bensì dialogo. Solo un antropocentrismo solidale può redimere. Come ogni sfida difficile è richiesto però sforzo e l’esito non è scontato, in più è meglio non affrontare da soli certi demoni.



[1] Per i due testi mi sono riferito all’edizione de I fratelli Karamazov Mursia, 1972 e all’edizione di Infinite jest Einaudi, 2008.

[2] Eridano Bazzarelli- Presentazione a I Fratelli Karamazov, p. 1.

[3] La maggior parte degli eventi narrati in IJ si svolge nell’Anno del Pannolone per adulti Depend.

[4] Il romanzo parla di lui per lo più al passato, essendo lui già morto rispetto alla gran parte del racconto.

[5] Leggiamo ad esempio incisi di questo tipo:“…L’espressione «per Grazia di Dio» è letteralmente priva di senso, e se anche [Joelle Van Dyne] l’ha sentita dire, quella frase per lei non ha assolutamente nessun significato..”, IJ, p. 440.

[6] “Ivan Fjodorovic, non più tardi di cinque giorni fa, dichiarò solennemente che su tutta la terra non c’è assolutamente nulla che obblighi gli uomini ad amare i propri simili, che una legge della natura per cui l’uomo debba amare l’umanità non esiste affatto, e che se c’è e c’è stato finora sulla terra l’amore, non è per una legge naturale, ma unicamente perché gli uomini hanno creduto alla propria immortalità”, I Fratelli Karamazov, p. 84.

[7] “Sì, per i veri Russi i problemi se ci sia Dio e se ci sia l’immortalità…sono certamente i primi e i più importanti, e così dev’essere –disse Aliosha”, I Fratelli Karamazov, p. 259.

[8] David Foster Wallace, Il Dostoevskij di Joseph Frank, in Considera l’aragosta, Torino 2006, p. 296.

[9] David Foster Wallace, Bookworm 11/04/96 (intervista con Michael Silverblatt) , in Di carne e di nulla, Torino 2013, p. 203.

[10] Altri ritengono che il protagonista sia Don Gately. La questione è abbastanza salottiera. È un fatto tuttavia che nel corso della narrazione la figura di Don vada acquisendo un rilievo sempre maggiore.

[11] In Brevi interviste con uomini schifosi, Torino 2000.

[12] Più netta ancora appare la connessione tra i due romanzi (e Wallace fa un vero omaggio a Dostoevskij) quando Don Gately (il tuttofare dell’Ennett House) rimane preda del delirio in ospedale. Lo spettro che gli si presenta ricorda molto il diavolo che irretisce Ivan malato e costretto a letto.

[13] L’amica Molly Notkin, sommariamente a conoscenza di molti segreti di Joelle, lo esclude, IJ p. 946 (pure l’autore onnisciente pare escluderlo, p. 1028; qualche dubbio però rimane, almeno Orin qualche dubbio ce l’ha).

[14]Ij p. 709.

[15] “Gately comincia a pensare che non sia impossibile che lo spettro-da-giardino sul monitor del cuore, anche se non convenzionalmente reale, possa essere una specie di visita epifanica da parte di quella idea confusa e del tutto personale che Gately ha di Dio, un Potere Superiore o qualcosa di simile, forse qualcosa tipo la leggendaria Luce Pulsante Blu che il fondatore degli Aa [Alcoolisti anonimi] Bill W. vide storicamente durante la sua ultima disintossicazione , che poi si rivelò essere Dio che gli dava consigli su come fare a rimanere sobrio fondando gli Aa e Diffondendo il Messaggio”, IJ, p. 1001.

[16] Il titolo del libro traducibile come “Lo scherzo infinito” fa riferimento a un film realizzato da James Incandenza che creerebbe assuefazione nello spettatore così che lo spettatore è costretto a visualizzarlo all’infinito; e di una copia del film i terroristi del Québec vogliono impossessarsi.

[17] James K. A. Smith in David Foster Wallace to the rescue sottolinea proprio il conservatorismo dello scrittore. Non in senso politico beninteso.

[18] Su autorità e uso della lingua, in Considera l’aragosta.

[19] Si può definire prescrittivismo l’atteggiamento per cui, ad esempio in campo culturale, scrittori, filosofi, linguisti non si riducono a descrivere, a rappresentare qualcosa, implicitamente accettando ciò che descrivono quasi lo sentissero neutro, piuttosto intervengono proponendo aggiustamenti, disapprovando.

[20] Le comunità più o meno chiuse basate su ideologie o affinità di funzioni sono state spesso oggetto dell’attenzione di Wallace, specie nei reportage –Il figlio grosso e rosso, La vista da casa della Signora Thompson (entrambi in Considera l’aragosta), Invadenti evasioni (in Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più)-  e ne Il re pallido. Lo zoom sui confini psicologici e fisici entro cui sono trincerati pezzi di popolazione americana è in dosi massicce nello stesso IJ, la cui trama abbraccia tre microcosmi abbastanza sigillati: l’Eta, l’Ennett House e il milieu separatista québechiano.

Commenti
10 Commenti a “Dai fratelli Karamazov ai fratelli Incandenza”
  1. Forse era il caso di citare il bel saggio di Timothy Jacobs “The Brothers Incandenza: Translating Ideology in Fyodor Dostoevsky’s The Brothers Karamazov and David Foster Wallace’s Infinite Jest” Texas Studies in Literature and Language Volume 49, Number 3, Fall 2007 pp. 265-292 | 0.1353/tsl.2007.0014 http://muse.jhu.edu/journals/tsl/summary/v049/49.3jacobs.html che ha chiaramente ispirato il pezzo. Per il resto me lo devo ancora leggere, ma grazie. r

  2. Umberto Maffei scrive:

    Io purtroppo non ho citato questo saggio perché non lo conoscevo, Roberto. E ho il rammarico di non averlo conosciuto. In fase di raccolta del materiale sull’argomento e di bozze iniziali, mi sono trovato abbastanza spaesato proprio per l’esiguità delle cose utili in mio possesso con cui potermi orientare. Mi ero imbattuto in “The eschatological imagination: mediating DFW’s Infinite Jest”, sempre di Jacobs, ma non lo posso dire “bello” come tu dici bello “The Brothers Incandenza: Translating Ideology in Fyodor Dostoevsky’s The Brothers Karamazov and David Foster Wallace’s Infinite Jest”. “The eschatological imagination: mediating DFW’s Infinite Jest” è una lettura pesante e che non ho portato a termine e di cui non ho tenuto conto. Ciao.

  3. Francesco scrive:

    E’ un bel blog, indubbiamente. Ma un post del genere con una foto introduttiva così pone delle domande che sono già in sé delle risposte. Dov’è la chiarezza? Dove l’immediatezza della rivelazione? Dove la generosità dell’autore che invece dimostra piuttosto un’esistenza stantia che per sostenersi deve ricevere in continuazione il conforto di un’auctoritas, magari attraverso una citazione? Venti note! Se avessero fatto riferimento a luoghi, esperienze, alcolici bevuti in compagnia o in solitudine, almeno il testo avrebbe perso un po’ di quel carattere onanistico tipico di chi ha bisogno più di dimostrare di avere qualcosa da dire che di raccontare qualcosa … Nemmeno l’autocompiacimento dell’autore assolve questo pezzo destinato, nonostante due o tre illuminazioni fortuite, al più polveroso anonimato …

  4. Umberto Maffei scrive:

    Essere accademico, freddo, tedioso sono rilievi che temevo e avevo messo in conto. “Onanista” e “stantio” sono più angoscianti, ma vabbè. Certo 20 note rischiano di essere un disincentivo alla lettura, lo so, ma non attenersi al riferimento preciso (la tal pagina -specie di DFW-, il tal libro) su argomenti come, per esempio, prescrittivismo/descrittivismo, è irrispettoso verso chi magari vuole approfondire, entrare più nel merito e ha necessità di coordinate. Sull’ “intuizioni fortuite”, beh, qual è il metro per giudicare quanto un’intuizione sia fortuita e non frutto del fatto che ti sei messo là a provare a sezionare i testi e a provare a cacciarne qualcosa?

  5. Stantio posso capire che ti dispiaccia, ma “onanista” era quasi doveroso e lo prenderei per un complimento raffinato, trattandosi di Infinite Jest. :-).

  6. Umberto Maffei scrive:

    Bueno, dai, Roberto, “onanista” messa così mi piace e rende più digeribile “stantio”.

  7. Axel Shut scrive:

    solo un appunto
    se non ricordo male, lo spettro che visita Gately in ospedale è James Incandenza, cosa che porta Gately a incontrare Hal e insieme aprire la tomba di Lui in Persona per cercare il master di Infinite Jest (impresa non raccontata nel romanzo ma che Hal ricorda nella prima scena che cronologicamente è l’ultima)

  8. Umberto Maffei scrive:

    Sì lo spettro che appare a Gately è di James Incandenza (mannaggia lo dovevo specificare). Sul fatto dell’incontro Hal-Gately non ti so dare una risposta in questo momento, non me lo ricordo (anche se mi ricordo qualcosa di nebuloso sul master seppellito con Lui in Persona); mi ributto nel testo e cerco di verificarlo (a meno che qualcun’ altro non venga prima in soccorso con un chiarimento).

  9. “Rivedo John N.R. Wayne – che avrebbe vinto il WhataBurger di quest’anno – fare il palo, mascherato, mentre Donald Gately e io dissotterriamo la testa di mio padre. Non c’è dubbio che Wayne avrebbe vinto.” (prime pagine del testo, poi ancora un allusione in un sogno di Gately verso la fine, solite simmetrie wallaciane).

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