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Dai nostri agenti a Sanremo. Un’introduzione

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La scrittrice Francesca Serafini e il fotografo Luca Facchini sono in questi giorni a Sanremo a seguire il Festival per conto di minima&moralia. Aspettando il loro racconto alla fine del Festival, ecco un piccolo assaggio che vale come introduzione, in memoria anche di Gianni Borgna, scomparso ieri.

di Francesca Serafini

Il primo anno di università – prima di scoprire le lezioni di Luca Serianni; il suo italiano scintillante – tutti i giorni vivambulavo (per citare Alessandro Garigliano) tra le aule della facoltàdi Lettere in attesa,se non di una folgorazione, almeno di qualcuno che dalla cattedra valesse la pena di essere ascoltato. E le cose migliori sono arrivate proprio lì dove erano meno attese: come la lezione sul cinema di Pasolini di Gianni Borgna. Non che mi aspettassi poco da lui (tanto per uscire dal fraintendimento a cui si presta il giro di frase) – allora, del resto, non sapevo neanche chi fosse – ma perché quella mattina mi ero affacciata casualmente nell’aula di Storia del Cinema dove in realtà avrebbe dovuto esserci Giovanni Spagnoletti: che invece proprio quel giorno aveva deciso di cedere il suo posto a un ospite, suo amico. Borgna, appunto. E se oggi ricordo quella circostanza è perché è successa un po’ la stessa cosa: ancora uno scarto inatteso, un dirottamento dell’attenzione.

Perché avrei voluto scrivere della mia esperienza nel ventre di Sanremo (sono accreditata in sala stampa per questo blog: di nuovo vivambulante e in cerca, chissà, di qualche folgorazione), del fatto che in virtù di quell’accredito «minima&moralia» si è aggiudicato uno dei venti biglietti dell’Ariston per la finale del Festival estratti a sorte tra gli inviati), e invece Borgna – la notizia della sua scomparsa – ancora una volta ha cambiato le intenzioni: questa qui, però, soltanto nel peggio. E lui con Sanremo c’entra eccome, visto che con curiosità gramsciana gli aveva dedicato diversi suoi libri, e che poi aveva accettato di curarne insieme a Luca Serianni ancora un altro scritto con l’Accademia degli Scrausi (La lingua cantata, Garamond, 1995). Glielo chiesi per telefono, usando il numero che mi aveva dato proprio il giorno della lezione: mi ero avvicinata per fargli qualche domanda su Pasolini e lui aveva preso tempo, replicando che aveva bisogno di recuperare alcuni riferimenti bibliografici a casa, da cui poi infatti aveva risposto la volta che decisi di chiamarlo anche solo per capire se esistesse davvero qualcuno tanto disponibile nei confronti degli studenti.

Poi quel numero l’avevo composto anni dopo per provare a chiedergli se c’era qualche possibilità che mi mettesse in contatto con Fabrizio De André su cui avevo scritto parte di un libro sempre con l’Accademia degli Scrausi (lo fece, regalandomi uno degli incontri a tutt’oggi più significativi della mia vita); e ancora negli anni a quel numero aveva continuato a rispondere – con la stessa gentilezza – anche quando era diventato assessore alla cultura a Roma e gl’impegni si erano moltiplicati. E mentre lo ricordo, e mi commuovo, e mi rigiro tra le mani il biglietto della finale, faccio come se nell’estrazione ci fosse stata la sua mano. Un ideale – laico; dolorosissimo – passaggio di consegne: “Vai tu, che io non posso”.

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