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Dal Cantico dei Cantici al Burning Man. Roberto Latini e Maniaci d’Amore a Primavera dei Teatri

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(fonte immagine)

Primavera dei Teatri, a Castrovillari, resta uno degli appuntamenti irrinunciabili della stagione festivaliera, non solo per l’atmosfera gradevole che si respira ma anche perché, con la sua collocazione alla fine delle stagione teatrali, riesce sempre ad essere un’antenna puntata sul nuovo, sugli spettacoli in formazione, sulle visioni che il teatro ci regalerà in un futuro prossimo.

È così ad esempio per il «Cantico dei Cantici» di Fortebraccio Teatro, che Roberto Latini ha presentato – in anteprima nazionale – in una versione affascinante e spiazzante. Il libro biblico attribuito a re Salomone, celebre per le sue descrizioni dell’amore, è in realtà un testo di derivazione mesopotamica ed è probabilmente un canto nuziale. La sensualità che trasuda dalle pagine del Cantico lo rendono un testo atipico del corpus biblico – Dio non viene mai nominato, sostituito dalla pervasività dell’amore di cui è principio ispiratore – e anche uno dei più conosciuti e amati dell’Antico Testamento, trattato come un oggetto di letteratura pura, prima ancora che come un testo sacro.

Ed è in questo modo che Latini decide di maneggiarlo, con la complicità sonora di Gianluca Misiti e la consueta cura dell’illuminazione di Max Mugnai, offrendone una versione che impatta con la contemporaneità fin da subito, recitata da un personaggio a cavallo tra il Dj e lo speaker radiofonico. Il segnale “on air” è acceso, la musica cambia intensità a seconda che il Dj si metta o si tolga le cuffie (un po’ come se a farlo fossimo noi dal pubblico) e la declamazione parte in un altalena di atmosfere sonore, dove il groove del flusso radiofonico lascia spazio a all’intensità più intimista della recitazione e viceversa.

Ma sarebbe riduttivo pensare che l’operazione di Fortebraccio Teatro sia una semplice attualizzazione del testo biblico, anzi persino fuorviante. Roberto Latini è tra i massimi attori della scena contemporanea non soltanto per la virtuosità vocale, ma anche e soprattutto per l’intensità che riesce a materializzare in scena grazie alla voce, usata come uno strumento. Il rincorrersi nel Cantico delle similitudini tra l’amore umano e le meraviglie della natura – l’esuberanza dei caprioli, la dolcezza del miele e del latte, la letizia generata dai ruscelli – è un materiale poetico fortissimo che Latini sceglie di lasciar risuonare nella sua nuda espressività.

Spogliando il Cantico dal contesto religioso e storico resta il rincorrersi delle parole della diletta sposa all’indirizzo del suo diletto, e viceversa, un inno alla vita e all’amore di una limpidezza universale. La voce di Latini – l’ultimo degli attori “romantici” e certamente il più credibile – è in grado di guidarci con sapienza nel Cantico, di toccare le corde di quell’emozione pura che appartiene alla stagione della vita di cui ci si affaccia per la prima alla vita adulta e all’amore, dove il presente è una declinazione della gioia poiché futuro è sinonimo di possibilità.

crepanza

Un altro spettacolo convincente dello scorcio finale del festival – che proprio quest’anno festeggia la “maturità” con l’edizione numero diciotto – è «Crepanza» dei Maniaci D’Amore, che pur muovendosi su temperature diversissime dal “Cantico” si pone comunque delle domande che sembrano intersecare, da un punto di vista laico, i territori della religione. Il duo siculo-pugliese, ma con base a Torino, nel corso di una manciata di spettacoli ha maturato una verve surreale personalissima, impostata sui paradossi di ambientazione e dialogo tra figure – un lui e un lei – che esplorano con ferocia e ironia le dinamiche esplose delle relazioni umane del nostro tempo.

Con «Crepanza» torna il tema della coppia (già affrontato ne «Il nostro amore schifo»,) e dell’aldilà («Biografia della peste») che si delinea come un doppio rovesciato del mondo in cui, finalmente, si possono affrontare frustrazioni e paure che non si è riusciti a fronteggiare in vita. Amara e Mio si conoscono al Burning Man, il più famoso rave festival del pianeta che si tiene nel deserto del Nevada, e poco dopo presumibilmente muoiono. O forse no: forse sono vivi ed è l’umanità ad essere scomparsa. Sia come sia, ormai privi dei legami amicali e parentali delle loro precedenti esistenze, decidono di formare una coppia, soprattutto su pressione di Amara (“come la vita”) che ha un’idea precisa e a tratti dittatoriale di come debba cambiare la vita dei partner una volta che si compie questo passo – le conclusioni, gustosamente comiche e paradossali, ve le lascio immaginare.

Parallelamente, Mio sviluppa un originalissimo culto basato sull’adorazione di un’aragosta gigante, che altro non se non un materassino gonfiabile. Descritta in questo modo «Crepanza» può sembrare un frullato pop, e in parte è così per stessa ammissione dei suoi autori. Ma se ci limitassimo a questo aspetto non renderemmo giustizia a uno spettacolo divertente e acuto, che sceglie di sgretolare nel nonsense tematiche importanti come il ruolo della fede in un modo secolarizzato e la necessità di sentirsi amati, per darci poi modo di ricomporle grazie a dei guizzi nella scrittura, in virtù dei quali i personaggi – così adimensionali nell loro essere vettori di idiozia – assumono spessore e profondità nel momento in cui rivelano le loro umanissime fragilità.

È in fondo proprio questo il meccanismo delle drammaturgie di Maniaci D’amore, che già nell’assemblaggio dei loro cognomi dimostrano un gusto per il gioco di senso, la distorsione semantica. Un meccanismo che in «Crepanza» si fa forse ancora più raffinato, in grado di lasciar intravedere con nettezza l’abisso di solitudine che sta dietro due personaggi iperbolici e un’ambientazione post-apocalittica del tutto inverosimile. Mio e Amara sarebbero dei pierrot, se ci ricordassimo di scavare sotto la patina del pop in cui è immersa la contemporaneità, che rende ovattato qualunque cosa, persino i sentimenti, persino le fragilità, trasformandole in paccottiglia, in cineseria, oggetto seriale e di poco conto (come gli elementi di scena). Anzi, a guardare bene Amara e Mio sono dei pierrot, lo sono nella misura in cui lo siamo un po’ tutti, patetici e miserabili nei nostri innamoramenti impossibili eppure, nonostante tutto, ancora capaci di una qualche afasica forma di tenerezza.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
Un commento a “Dal Cantico dei Cantici al Burning Man. Roberto Latini e Maniaci d’Amore a Primavera dei Teatri”
  1. Silvia scrive:

    Grazie bellissimo articolo, come al solito per Graziani. Però Burning man festival (nel titolo, nel testo è scritto bene)

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