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Dal conflitto all’individualismo: riflessioni sulla sicurezza

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di Miriam Aly

Dallo scorso 22 dicembre due navi di soccorso gestite da due Ong tedesche sono bloccate in mare. Inizialmente la prima nave, la Sea Watch 3, ha soccorso in mare 32 persone e in seguito, il 29 dicembre, una seconda nave, la Sea Eye, ne ha soccorse 17, per un totale di 49 persone salvate al largo della Libia che ad oggi però si trovano in mezzo al mare abbandonate a loro stessee alla ricerca di un porto sicuro che le accolga, in balia di un limbo burocratico di liberazione delle coscienze dei paesi europei (Malta, Italia, Spagna, Olanda, Germania) che hanno negato l’accoglienza a persone che nei giorni e mesi precedenti al salvataggio hanno vissuto in condizioni deplorevoli.

Mentre si festeggia l’inizio dell’anno nuovo, l’Italia è inerte di fronte al peggior dolore, quello degli ultimi tra i più deboli; di fronte al freddo del mare di dicembre e alla carenza di viveri qualunque parola sarebbe la banalizzazione di quel dolore, non più la sua descrizione… le parole possono essere usate solo per provare a raccontarne la cornice. Secondo i dati dell’Unhcr, al 31 dicembre 2018, nell’ultimo anno gli arrivi totali in Italia sono stati 23.371, un numero che pesa infinitamente meno di 2262, cioè il numero dei morti e dei dispersi nel Mediterraneo nel 2018. Questi numeri hanno un significato enorme, ovvero fanno capire concretamente che gli arrivi nel 2018 sono diminuiti dell’80% rispetto al 2017 e quasi del 90% rispetto al 2016 e che quindi a portare 49 persone in questa situazione è stata null’altro che una volontà politica fondata su logiche sovraniste che hanno generano una paura diffusa, in termini classisti, del diverso.

Nel frattempo, nel comune di Asti è stato emesso il primo Daspo urbano, provvedimento facente parte del decreto sicurezza, nei confronti di un ragazzo nigeriano di 19 anni residente a San Salvatore Monferrato a causa di aver ‘’chiesto l’elemosina in modo molesto’’, come precisa una nota della Questura. Il ragazzo non potrà più rientrare nella città per i prossimi sei mesi, diversamente sarà punito con l’arresto dai sei mesi ad un anno; il Daspo urbano infatti, simile al DASpo (divieto di accedere alle manifestazioni sportive) del 1989, era stato già promosso nel 2017 dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti (Pd) limitando l’accesso di determinate persone ad alcune aree delle città. Tutto ciò avveniva il 28 dicembre, mentre tre giorni prima a Brignano, in provincia di Salerno, un uomo di 37 anni si è suicidato dopo essersi allontanato dagli arresti domiciliari in cui si trovava da metà novembre scorso, in seguito all’anno e nove mesi circa passati presso il carcere di Salerno con l’accusa di aver rubato un portafoglio; l’uomo sarebbe stato libero a gennaio, ma temeva fortemente il rimpatrio forzato in Marocco.

Lo scorso 28 novembre è stato approvato alla Camera il cosiddetto decreto sicurezza e immigrazione, convertito in legge e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 dicembre. I provvedimenti portati avanti sono stati diversi, a partire dall’abolizione dell’assegnazione del diritto di asilo per motivi umanitari, al tempo di permanenza nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) che passa dai 90 ai 180 giorni; dal rimpatrio presso gli uffici di frontiera in assenza di posti disponibili nei Cpr, alla rimozione della possibilità di iscrizione ai registri anagrafici da parte dei richiedenti asilo, con la conseguente impossibilità di avere un luogo di residenza ufficiale o un contratto di lavoro, fino ad arrivare alle limitazioni sugli Sprar (sistemi di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati, nati nel ’93 a Parma per creare un nuovo modello di accoglienza che tenesse insieme il privato sociale e l’ente pubblico) e i Cas (centri di accoglienza straordinaria) lasciando fuori dai percorsi di integrazione un numero enorme di persone e dilatando maggiormente l’iter per il raggiungimento di un permesso di soggiorno definitivo. Infatti, le persone che perderanno il permesso umanitario e quelle che sono in attesa di ricevere una qualche forma di protezione internazionale non potranno più accedere ai suddetti luoghi di accoglienza, diventando di fatto irregolari.

Provvedimenti diversi che hanno come scopo ufficiale il mantenimento della sicurezza, ambito che sta facendo per molti versi da cornice all’attuale governo Lega – 5 Stelle. Un altro punto fondamentale che è stato messo in piedi è la legittima difesa, voluta fortemente dalle destre a partire dal periodo di campagna elettorale e diventata una delle colonne portanti dei voleri del governo. La legittima difesa si trasforma in una forma assolutoria riducendo tutta la dialettica sul rapporto tra vittima e carnefice e sul loro ruolo politico ad un unico momento, quello del furto o della situazione in questione, mistificando le ragioni della realtà sociale e dei suoi trascorsi: le istituzioni eliminano in un solo gesto il fardello della povertà e dell’integrazione costringendo a carnefici le vittime devianti della povertà.

Le conseguenze dei provvedimenti di questo governo sono ben note alle cronache; le immagini della situazione politica e sociale ci scorrono di fronte ogni giorno sui giornali e sugli schermi, senza abbandonarci, rischiando di generare, parola e immagine dopo l’altra, spettatori passivi ed estranei in presenza di una narrazione a cui viene affidato un gusto quasi esotico ma che in realtà inizia esattamente fuori la porta di casa: immobilismo ed estraneità che, per una sorta di torsione morale, nascono dal consumo osceno dello spettacolo della sofferenza altrui. Il termine sicurezza viene usato così spesso e riguardo qualunque contesto da diventare un artificio retorico, un feticcio, svuotato della sua componente di significato. Le parole hanno una valenza in quanto rappresentazioni definite di un concetto e spesso non hanno un valore assoluto bensì vivono nell’interpretazione deputata loro dal senso comune; al netto dei provvedimenti precedentemente citati, e non solo, si può ricostruire l’accezione che assume oggi questo termine.

Il termine sicurezza dovrebbe evocare condizioni di una vita quotidiana migliore per tutti e tutte, nei suoi vari aspetti, dalla distribuzione della ricchezza e dunque dalla possibilità di accedervi, alla salute e tutto ciò che concerne l’aria che si respira; la sicurezza dovrebbe trovarsi nel garantismo, nel contrasto delle morti bianche, nella lotta alle mafie, in un’educazione ambientale consona all’attuale condizione delle città, nella possibilità di camminare per strada con la consapevolezza che si sta educando sinceramente alla giustizia sociale e non alla legalità, tramite percorsi di integrazione e apertura verso la cultura della diversità e dell’inclusione: un’antitesi alla sterile coercizione della legalità, sbandierata dai più come sinonimo di sicurezza, che oltre a non rendere liberi, da una parte e dall’altra, non educa a lungo termine in quanto non propone un intervento radicale sulla coscienza degli individui precludendo tutte le possibili alternative che potrebbero essere offerte dalle istituzioni, con le quali, se poste su solide basi di rispetto della dignità umana, non esisterebbe una società che ha bisogno del carcere, ad esempio.

Lo scorso 10 dicembre a Roma è stato sgomberato l’Ex Penicillina, una fabbrica abbandonata in zona Tiburtina che da anni era diventata un tetto per italiani e stranieri, per quanto fatiscente e dannosa. Già alle prime luci dell’alba gli ultimi occupanti rimasti erano stati costretti ad abbandonare l’edificio dalle forze dell’ordine; nella fabbrica oramai vivevano circa 30 persone in quanto molte avevano già abbandonato il complesso industriale non solo perché lo sgombero era già stato annunciato da circa due settimane, ma anche a causa delle condizioni altamente nocive percepite nell’aria addirittura da chi vive nelle zone limitrofe, infatti l’ex fabbrica della penicillina, presente su quel territorio da quasi 70 anni, contiene una mole intollerabile di rifiuti tossici, amianto, plastica che con la combustione libera altre sostanze tossiche e vari agenti chimici, ad esempio l’acido solforico.

Un enorme rudere abbandonato, e mai dismesso, che con tutta la sua tragicità si è occupato negli anni di centinaia di persone. Come accade da sempre a Roma, dopo lo sgombero non era prevista nessuna soluzione alternativa costringendo queste persone alla marginalità e talvolta al crimine, sempre più anche a causa di questo governo, oltre che dell’amministrazione capitolina che continua ad accettare le varie ordinanze di sgombero, che sta cercando di garantire l’estetica della sicurezza e del decoro a costo della creazione di persone con condizioni formalmente irregolari che vengono spinte incessantemente ai margini della città creando una sotto-società di esclusi. Parlo di estetica della sicurezza perché per sgomberare una trentina di persone si è presentato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a fianco di un numero di forze dell’ordine di molto maggiore a quello degli sgomberati stessi.

Quello dell’Ex Penicillina non è stato ovviamente l’unico sgombero di quest’anno, si possono infatti ricordare solo a Roma quelli di Via Vannina a Marzo, di Via R.Costi a Settembre e quello del Baobab a Novembre, oltre ad altri centinaia che investono i diversi spazi abbandonati e occupati in tutto il paese, con una frequenza sempre maggiore. Tutti questi provvedimenti hanno in comune la totale assenza statale di considerazione verso gli sgomberati in quanto persone:a prendersi carico delle vittime degli sgomberi ci sono solo associazioni sociali, onlus o operatori legali no-profit che cercano di far fronte non solo al problema dell’assistenza (sociale, sanitaria o legale) mancata da parte delle istituzioni ma anche all’assenza di veri percorsi di integrazione che permettano a queste persone di non dover vivere come fantasmi per la strada e con tutto ciò che questa porta con sé. A Roma è da sempre presente un grave problema legato alla questione abitativa, in relazione alle complicazioni dell’accessibilità, causa principale degli innumerevoli sgomberi e sfratti avvenuti negli ultimi anni; sembra assurdo dover ricordare che la casa non è un privilegio.

‘’Quel dentro non c’è più e non sarà mai uguale in altro luogo. Ma il fuori nessuno può chiuderlo in una gabbia, perché è l’ostinazione ad esistere che niente può fermare. Nell’anno a venire e finché non ci sarà più bisogno per nessuno di rivendicarlo come diritto.’’. Termina così il messaggio di Baobab Experience pubblicato sui social il primo giorno del 2019, in ricordo dell’anno difficile che è stato e con un monito di resistenza verso l’anno appena iniziato, descrivendo quello che era l’interno di Piazzale Maslax, presidio del Baobab prima dello sgombero dello scorso novembre, come luogo di ostinazione e quello che invece continua ad esserne l’esterno, dove si rincorre la sopravvivenza.

Si è voluto rendere trasversale a tutti questi eventi, in modo assoluto, il termine sicurezza. Mettendo insieme i pezzi, con la propria oggettività e le conseguenze che il decreto in questione sta promuovendo, ne esce un’immagine deviata e totalmente relativa del termine sicurezza, che assume costantemente le sembianze mascherate di un individualismo che sembra stia plasmando antropologicamente il sentire sociale degli individui. Negli ultimi mesi infatti questa deriva di egoismo sociale sembra essere diventata una base solida di un certo modo di sentirsi italiani e di vivere il paese: ci si sente italiani e ci si sente sicuri nell’assenza dello straniero sulle strade e sul lavoro, forgiati dall’alto da una paura paranoica della povertà e da quello che, nella promozione di una certa politica economica, diventa un elogio al neoliberismo. Sto pensando a Becky Moses, Soumaila Sacko e Suruwa Jaithe, morti rispettivamente a gennaio, giugno e dicembre 2018 in quanto sfruttati e poveri, nella tendopoli di San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria.  Con la sicurezza, il decoro urbano e la legalità rimangono, in una certa continuità politica con il Pd e le volontà di Marco Minniti, dei fantasmi da perseguire come modelli di senso civico. Se da una parte si estende lo strascico macabro dell’individualismo, dall’altra si annulla il conflitto: si parla in continuazione di ‘’immigrati’’ ma non si parla con loro, non si ascoltano le loro storie, la loro rabbia o i loro desideri, non si vuole che occupino i palazzi abbandonati ma contemporaneamente non si vuole che stiano per strada; il conflitto sociale include necessariamente l’altro e una politica che tende ad annullarlo propone in modo unilaterale una sola condizione del vivere le città, riservata ad un’unica classe di privilegiati, che conseguentemente annulla qualunque considerazione dell’altro in quanto persona. L’immaginario promosso da certi provvedimenti rende ‘’gli altri’’ una presenza ambigua e autoreferenziale, intesa come tutto ciò che dista da un certo ordine costituito.

La rappresentazione della sicurezza diventa una celebrazione della legalità, tendendo fuori dal dibattito politico tutto ciò che si trova a monte, come l’assenza di servizi, di giustizia sociale e di un’educazione consona alla concezione del diverso, ma anche delle donne, dell’ambiente o del lavoro: i limiti costituzionali e legislativi sono da rispettare nella loro giustizia, in relazione alla sua valenza di garante di diritti fondamentali e non nella considerazione esclusiva della legalità perché, intanto, mentre la condizione dei poveri peggiora, i morti sul lavoro in Italia nel 2018 sono stati 1450 e le donne uccise da uomini sono state circa 110, una media di una donna uccisa ogni 72 ore, facendo in modo che nell’Italia del 2018 i femminicidi siano stati il 37,6% del totale degli omicidi; forse il miglioramento delle condizioni di sicurezza sul lavoro e l’educazione contro la cultura del patriarcato, ad esempio, ci farebbero sentire davvero sicuri e sicure, guadagnando in termini di libertà e non di legalità.

Commenti
2 Commenti a “Dal conflitto all’individualismo: riflessioni sulla sicurezza”
  1. sergio falcone scrive:

    Arrivo subito al dunque. Questo governo se ne deve andare.

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