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Dal Giappone all’Argentina: “Gaijin”, un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo Gaijin, di Maximiliano Matayoshi, uscito per Edizioni Funambolo, che ringraziamo.

La professoressa Hiroko ci diede una matita, poi ci disse di andare, che i quaderni non erano ancora arrivati ma che, era sicura, li avremmo ricevuti la settimana successiva. Ci alzammo dai banchi – una fila di lastre di metallo – e uscimmo dalla tenda. Mentre seguivo le tracce di cinque cingolati, Tatsuo mi raggiunse per chiedermi se volessi andare alla piazza. Mi mostrò quattro granate e sorrise.

Quei proiettili per noi erano un vero tesoro. Capitava raramente di trovarne di nuovi e quando succedeva ci riunivamo nella piazza per il grande rituale: una volta seppelliti, posizionavamo dei chiodi sui bossoli per poi farci rotolare sopra una pietra dall’alto dello scivolo. Quando la pietra colpiva i chiodi, l’esplosione lasciava enormi buche e noi restavamo sordi per ore. Quel giorno però non ero interessato alle esplosioni.

Tatsuo mi diede del tonto poi corse verso un altro gruppo di ragazzini. Continuai a camminare facendo attenzione a non calpestare pietre o schegge di metallo con i miei piedi nudi. Di tanto in tanto mi fermavo per riposare e ripararmi dal caldo sole estivo. Dietro un albero, nascosto da una pietra, vidi qualcosa luccicare. Pensai fosse uno spezzone di carro armato, come quello che tenevo conservato nella mia cassetta segreta, invece era un coltello a serramanico. In realtà ne rimaneva solo l’anima in acciaio, ma in quel momento pensai si trattasse del coltello intero. Mi sembrò l’oggetto più bello del mondo, meglio dei fucili, degli elmetti, delle munizioni e di tutte le altre cose che raccoglievo.

Scesi verso il fiume passando per un sentiero che appena si distingueva fra le piante. Accovacciato vicino all’acqua che mamma non mi avrebbe permesso di bere perché certamente avvelenata, pulii il coltello fino a che non mi vidi riflesso sul filo della lama. Poco più tardi, rientrato a casa, salutai mia sorella, che mangiava sola. Yumie aveva cinque anni e mamma la faceva sempre mangiare prima e le conservava i pezzetti di carne e le cose più buone. Mi servii del riso – ne lasciai un po’ per mamma – e una patata dolce dalla pentola. Da mesi mangiavamo solo questo,le uniche cose che potevamo permetterci. Terminai il più in fretta possibile e lavai la ciotola con l’acqua del secchio. Poi dissi a Yumie di aspettare mamma, che io sarei rientrato presto. A mamma non piace che stai fuori tutto il tempo, disse. Uscii senza rispondere nulla.

Risalii per la strada vecchia, quella che passava per il mercato e la tenda della Croce Rossa. Mamma lavorava lì prima, ma ora si prendeva cura dei pazienti a domicilio;per questo in paese tutti la conoscevano e, talvolta,capitava che ci regalassero cibo, vestiti e altre cose. La stazione di polizia – la ex stazione di polizia – era occupata dai soldati americani con la loro bandiera americana e le loro divise americane. Poche erano le persone che osavano dire gudmooning o ello o cose del genere.

La maggior parte si limitava ad abbassare la testa facendo finta che la stazione fosse scomparsa, così come successo alle loro case, con i bombardamenti. Vicino alla piazza dove prima stava la scuola, sorgeva un refettorio messo su dagli americani: servivano cibo occidentale, era gratis e si poteva mangiare tutto ciò che si voleva,quasi. Un inverno durante il quale il raccolto fu scarso, mamma mi costrinse ad andare a mangiare al refettorio con Yumie. Diceva che era stupido non mangiare, che una cena è sempre una cena. Quando le chiesi perché non veniva con noi, mi rispose solamente che non aveva fame.

La strada verso nord iniziava dietro la piazza e terminava oltre il bosco. Il vecchio che viveva da quelle parti aveva un nuovo raccolto di carote; lo conservava nel retro della casa, appoggiato alla parete senza finestre né porte. Superai la recinzione, gattonai fino alla casa e sbirciai all’interno: non c’era. Feci il giro e presi tutte  le carote che riuscii a raccogliere. Mi riempii la camicia e i pantaloni, ne presi una ventina per braccio e una persino con i denti. Corsi fino alla recinzione e, arrivato alla strada, scoprii che il vecchio era là ad aspettarmi.

Mi afferrò per la camicia. Provai a liberarmi ma non ci riuscii. Mi trattenne fino a che alzai la testa per guardarlo negli occhi. Poi mi diede uno schiaffo e rientrò a casa sua. Raccolsi le carote da terra – ne lasciai solo tre – e corsi fino al villaggio. Superai senza quasi vederli la piazza, il refettorio, la stazione di polizia e la tenda. Vendetti le carote al mercato, ma ne conservai una per mia sorella perché le adorava. Con i soldi avrei voluto comprare del pesce al porto. Erano mesi che non mangiavamo pesce, e quelli che catturavo al fiume non erano commestibili. Invece, poco prima di arrivare al porto, vidi un nuovo negozio: una gelateria.

Anche se ancora non sapevo che si chiamava così, avevo già visto gli americani con quelle cose rosse in bocca e da tempo desideravo sapere cosa fossero. Pensavo le portassero dal loro paese, non immaginavo che potevano essere comprate nel villaggio.

Tirai fuori dalla tasca tutte le monete, ma quando chiesi tre gelati la signora mi disse che erano sufficienti per comprarne solo uno. Le dissi di restituirmi le monete perché non volevo lasciare mia sorella senza gelato. Lei mi guardò un attimo e poi tirò fuori due involucri dal contenitore di metallo. Prendili,ma non dirlo a nessuno, mi disse. Prima di uscire dal negozio, aprii uno dei pacchetti e quello che provai fu qualcosa di freddo, rosso e dolce – non dolce quanto lo zucchero ma più saporito. In quel momento pensai che gli americani fossero le persone più fortunate del mondo e mi sorpresi a pensare che giustamente avevano vinto la guerra.

E quando mi resi conto che il gelato diveniva acqua, guardai il pacchetto ancora chiuso e iniziai a correre per la strada spingendo la gente e chiedendo loro scusa; terminai il mio gelato lungo il cammino e rientrai a casa. Mia sorella, seduta sul gradino d’ingresso,giocava con le formiche. Aprii il pacchetto per darle il suo gelato e, anche se sciolto, ne restava ancora un po’.

Yumie lo annusò e tentò di morderlo. Gridò e lo lanciò per terra. Lo raccolsi per ridarglielo. Le spiegai che era freddo ma molto buono, che non doveva essere sciocca,che gli americani lo mangiavano in continuazione e alla fine accettò. Non le è mai piaciuto il gelato.

Non potevamo mangiare pesce, ma avevamo riso, patate dolci e mezza carota. Mia sorella stava dormendo e io stavo aspettando sul gradino della porta mentre aprivo e chiudevo il mio coltello, e pensavo che nessun americano ne avesse uno simile. Vidi la mamma arrivare lungo la strada e poi entrare in casa senza salutare. Le portai il cibo in due tazze e un bicchiere di acqua. Mentre mi accarezzava la guancia e l’orecchio come era solita fare mi chiese se ero ancora convinto di andare in Argentina.

Conoscevo alcuni ragazzi che se ne erano andati e altri che dicevano che era come l’America, persino meglio: gli argentini non uccidono i giapponesi. Voglio che andiamo tutti insieme, dissi. La mamma mi guardò e mi prese le mani. Non possiamo andare tutti, il denaro non è sufficiente. Inoltre Yumie è troppo piccola per viaggiare e io devo prendermi cura di lei. Devi andare da solo. Se ci fosse tuo padre, sarebbe diverso, disse.

Fu un anno durante il quale la mamma si impegnò a guadagnare tutto il denaro possibile: prestiti, vendite di terreni e case in macerie, persino qualche affare con gli americani. Durante l’ultima settimana prima della partenza ho dato ai miei amici quasi tutte le cose che avevo nella mia cassetta segreta. Tenni le scarpe che ci avevano dato l’anno prima e che la mamma mi lasciava usare l’inverno, un chewing–gum che trovai nella tasca di un’uniforme americana e un libro in lingua inglese che mi aveva regalato la professoressa Hiroko.

Ormai non frequentavo più la scuola. Accompagnavo la mamma durante le sue visite, tenendo la sua valigetta e aiutandola a ripulire gli strumenti. Dopo pranzo mi mandava a casa per vedere come stava Yumie. Nel pomeriggio ricevevo familiari e amici di mamma e papà che passavano a trovarmi. Zia Momoko, la sorella di papà, restò solo pochi minuti. Si inginocchiò, mise le sue mani sul mio viso e rimase così.

Andandosene mi disse che ero uguale a papà e mi lasciò un pacco sul gradino della porta. Prima di rendermene conto, Yumie aveva già sciolto il nodo che lo chiudeva: un libro e una penna che scriveva senza doverla bagnare nell’inchiostro. Non ebbi mai modo di ringraziarla. Due giorni prima di imbarcarmi, mamma mi mostrò i soldi ottenuti dalla vendita della casa del nonno e il documento che si era procurata tramite alcuni uomini venuti dalla Svezia, un foglio con una mia foto nella parte davanti. Mi domandai per quale ragione fosse il governo di un paese ancora più lontano dell’Argentina a fornirmi i documenti necessari a lasciare il Giappone e come mai dovessi viaggiare solo a soli tredici anni. Dalla sua cassetta dei medicinali tirò fuori un foglio più piccolo: il mio biglietto.

Partimmo prima dell’alba. Mamma aveva caricato le mie borse sulla schiena e io reggevo Yumie ancora addormentata. Camminammo ore evitando i sentieri minati segnalati dai cartelli e facendo attenzione a non inciampare nelle buche lasciate dalle granate. Era difficile camminare con le scarpe, erano troppo grandi e non ero abituato a usarle.

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