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Dal lamento alla nemesi: Philip Roth scatenato

rothQuesto articolo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera.

La vita di Philip Roth si complica una mattina del 1959 quando una vecchia fidanzata bussa al suo minuscolo appartamento di Manhattan con un campione di urina in mano. È incinta, e quella è la prova. Roth ha ventisei anni e in tasca il National Book Award vinto con il primo libro, pochi spiccioli e l’intenzione assoluta di scrollarsi di dosso un’infanzia felice e ebraicamente provinciale. Lei, all’anagrafe Margaret Williams, detta Maggie, è bionda e altissima, rappresenta la «vivida incarnazione del radicamento nordico americano». I due avevano condiviso anni di tafferugli amorosi, dopo la separazione lui l’aveva continuata a consolare per pena e solitudine.

Quella mattina Roth prende il campione di urina e corre in farmacia, compra un test e chiede al farmacista di leggergli l’esito. «Positivo», gli conferma l’uomo. «Positivo nel senso che non è incinta e io sono libero?». Lo scrittore patteggerà la via di uscita con Maggie: l’immediato aborto per un immediato matrimonio. Si sposeranno e torneranno alle lotte accanite, fino alla morte di Maggie in un incidente stradale. Qualche tempo più tardi Roth saprà la verità: il campione di urina era stato acquistato da una ragazza di strada.

È l’inganno che mette al mondo la letteratura americana del dopoguerra. La carne consumata, il sospetto del femminile, la fuga dalla decadenza, l’America che ribolle: Philip Roth nasce qui, da un barattolo di piscio. E da un grappolo di controvite che Claudia Roth Pierpont (nessuna parentela) ha riversato in Roth scatenato (Einaudi), biografia dello scrittore americano attraverso le sue opere. Da Goodbye Columbus a Nemesi, la Pierpont è stata autorizzata a rovistare nel passato dell’autore di Newark e a togliere le catene alla penna che circoncise la letteratura.

Elogio di un figlio, e del suo Lamento

A poche settimane dalla pubblicazione di Lamento di Portnoy, Roth invitò i genitori in un ristorante che faceva bistecche. Chiacchierarono del più e del meno, a metà pranzo lo scrittore disse che dovevano prepararsi a qualcosa di grosso in merito al libro che aveva scritto. Herman e sua moglie Bess fissarono il loro ragazzone, quando Philip li mise su un taxi sua madre stava piangendo. Per tutto il tragitto verso casa continuò a ripetere: «Lui non le aveva queste manie di grandezza, lui non le aveva».

Un mese dopo il libro aveva venduto centomila copie e Roth era riuscito a imbarcare padre e madre su una nave da crociera per difenderli dall’ondata di proteste. Prima di salire Herman Roth lo abbracciò stretto. Roth senior era un capofamiglia buono e petulante, concepì in Philip un sentore figliale eterno. E così Philip Roth non smise mai di essere figlio. Di Herman e di se stesso, di una madre premurosa e irrimediabilmente attaccata ai suoi bambini. Rimase figlio di suo fratello maggiore Sandy fino all’ultimo.

Fu il piccolo di famiglia anche a quel pranzo. Ma la sua sostanza era svelata, iniziando un distacco che la madre intuì. Alex Portnoy recideva il cordone famigliare, restituendo la coscienza del desiderio. Ridisegnava l’essere ebreo nell’America della liberazione. Roth aveva inaugurato l’era della possibilità, ignorando un dettaglio: quando suo padre salì sulla crociera aveva una valigia in più. Era zeppa del Lamento di suo figlio che avrebbe regalato ai compagni di vacanza. Sapeva di mandarli alla rivoluzione, e alla grandezza, che lui stesso non aveva avuto il coraggio di prendersi.

L’insostenibile leggerezza di Kafka (e delle ragazze)

La fuga è l’ossessione di Roth. Andarsene per capire, andarsene per trovare. Così intorno agli anni Settanta se ne va. La sua America gli sta stretta e rischia di estinguere la magia narrativa dopo una serie di libri che hanno diviso la critica, riducendolo a simbolo dell’onanismo. Sceglie la Cecoslovacchia, fervida terra di reclusione che lo fa sentire a casa. È qui che incontra Milan Kundera e Ivan Klima, la moglie di Kundera conosce l’inglese e lega Roth al nugolo di intellettuali dissidenti sulle orme di Kafka.

È pura vita. Roth torna in America e inaugura la collana «Scrittori dell’altra Europa» dove pubblica l’insostenibile leggerezza del Vecchio Continente. Sarà ancora lui a organizzare assieme a Updike e Cheever una raccolta fondi segreta per gli amici dell’Est. Ognuno di loro adotterà uno scrittore a cui spedire soldi attraverso un’agenzia malandata di Yorkville. È l’impeto che porta Roth a ritrovarsi: concepirà lo Scrittore fantasma, il libro sulle radici delle radici.

Poi qualcosa accade. In uno dei soggiorni praghesi Roth si accorge di essere pedinato da due agenti in divisa. Si avvicinano, Roth sale al volo su un tram e fa perdere le tracce. Telefona subito all’amico Klima che cerca di tranquillizzarlo, «Stanno cercando di spaventarti, Philip». Quella sera è Klima a essere arrestato. Lo portano alla stazione di polizia, ma lui sa come comportarsi. Quando gli chiedono: «Perché ogni anno Philip Roth viene a Praga?», ha la risposta perfetta: «Non avete mai letto i suoi libri? Viene per le ragazze».

Sostiene Philip Roth (ma non John Updike)

Le ragazze per Philip Roth sono una faccenda strana. È l’ossessione erotica, certamente, ma anche la lotta alla solitudine. «Nessuno guarda mai se i miei personaggi femminili escono dal letto dei loro amanti meno fragili». C’è consumo e c’è un’alleanza invisibile. L’autore di Pastorale americana ha sempre inseguito questo sodalizio, sentì di averlo raggiunto un pomeriggio del 1975, passeggiando per New York: è adesso che incontra l’attrice Claire Bloom. Si conoscono già, lei è stata sposata e ha una figlia, vive a Londra. Roth perde la testa, si trasferirà nella City per sei mesi l’anno, dividendosi tra la passione per la Bloom e l’insofferenza della figlia di lei. Finché dà alle stampe Inganno la cui protagonista cornificata dal marito si chiama proprio Claire: la Bloom va su tutte le furie e indaga, scopre che Roth la tradisce con la sua vicina nel Connecticut. Roth se la cava regalando alla Bloom un anello di Bulgari e un invito a nozze.

Il matrimonio dura qualche anno, dopo il divorzio la Bloom pubblica un’autobiografia in cui fa a pezzi Roth. Il mondo ne parla, a Philip importa poco finché non esce una recensione di John Updike, «Claire Bloom dimostra che nel corso del loro matrimonio, andato subito a rotoli, Philip Roth era nevrastenico al punto di dover essere ricoverato, un adultero egoista e insensibile, uno che si vendicava con i soldi». Roth telefona subito alla «Review» proponendo una rettifica al verbo chiave: «Claire Bloom sostiene che nel corso del loro matrimonio, andato subito a rotoli, Philip Roth fosse…». Updike non cambia verbo, Philip Roth lo declinerà in capolavoro.

Non m’hai fatto andare giù, hai capito?

Everyman è il libro che sostiene Roth davanti alla fine. È un libro sulla morte e sulla grande fuga, intesa come commiato dall’irresistibilità della vita. Roth percepisce «quell’avversario che è la malattia, e la calamità che aspetta tra le quinte». Per lui è il mal di schiena e la perdita di desiderio. La schiena è il suo irrisolto, ne soffre da quando è giovane, a causa del dolore è stato ricoverato in clinica psichiatrica. Pensava al suicidio e si consolò con una depressione abissale. Si salvò per la scrittura e quando ne venne fuori la prima cosa che fece fu guardarsi intorno. Da animali morenti, cosa rimane? Gli amici e la memoria, ecco perché l’affronto di Updike è stata una ferita insanabile. I due non si parleranno più. Da quel giorno Roth comincia a fare ordine in ciò che è stato e a capire come «non si ricordano i fatti, ma il modo di ricordarli». Così torna a essere figlio. Figlio del fratello Sandy, di Mia Farrow, di amici stretti, di Beethoven («un Bach sotto l’effetto di droghe!») e della possibilità di una scelta: smettere di scrivere. Avrebbe potuto continuare, gli sarebbe servito un appiglio alla Cheever. Mettersi a bere. La Pierpont gli chiede con che cosa sia riuscito a sostituire la bottiglia. Roth risponde senza esitare: «La disperazione».

L’altra domanda gli era stata fatta anni fa, su quanto riuscisse a stare senza scrivere: «Due ore al massimo», e ribadì che il vuoto era il suo demone. Ora che ha smesso per sempre si dedica a lunghe telefonate e a leggere saggistica. Scrive anche favole con la figlia di otto anni di una sua ex fidanzata. Lei gli manda una frase per mail e lui le risponde con un’altra frase. Hanno già finito due storie. «È il cataclisma», la decadenza: Roth lo ribadisce alla Pierpont e di colpo Roth si alza, comincia a imitare il Jake LaMotta intronato e sanguinante di Toro scatenato. Sugar Ray Robinson ha appena massacrato LaMotta sul ring. Ha perso il titolo mondiale. È una maschera di sangue. Ma sta ancora in piedi, e barcollando sibila «Ehi, Ray. Non sono andato giù, Ray. Non m’hai fatto andare giù, Ray. Hai capito? Non m’hai fatto mai andare giù».

Marco Missiroli è nato a Rimini, vive a Milano. Ha pubblicato Senza coda (Fanucci 2005; premio Campiello opera prima), e per Guanda Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli), Il senso dell’elefante (2012; premio Campiello Giuria dei Letterati, premio Bergamo, premio Vigevano). Il suo nuovo romanzo è Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015). È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il Corriere della sera.
Commenti
7 Commenti a “Dal lamento alla nemesi: Philip Roth scatenato”
  1. Carmine Spadaro scrive:

    Philip Roth: un vero grandissimo scrittore al quale i vari Aldo Busi e Massimiliano Parente non sarebbero degni neanche di lustrare le scarpe. Magari avessimo un Roth anche in Italia!

  2. Anna scrive:

    Roth scatenato: un buon libro, molto godibile nonostante la densità a tratti faticosa e nonostante il titolo obbligato ma, a onor del vero, filologicamente sbagliato. Questioni di marketing.

    Mi dispiace invece che (come quasi sempre in Italia) anche in questo caso il nome del traduttore (della traduttrice: sono io) non venga citato, nonostante la legge (anche quella italiana) lo imponga. Il traduttore (la traduttrice) detiene (dovrebbe detenere) i diritti economici e morali sull’opera tradotta: scrivere il suo nome, specie a fronte di una lunga recensione, non costa nulla all’estensore in termini di tempo e rende giustizia al lavoro (spesso molto faticoso) del traduttore.

    Lei, Missiroli, lavora in radio e sa bene quanto sia importante citare, in apertura o chiusura di ogni programma, i nomi di conduttori, registi, tecnici alla console, personale di redazione. E a nessuno verrebbe in mente di dedicare una trasmissione, o di scrivere un lungo articolo, sull’ultima incisione della sinfonia X dell’autore X pubblicata dalla X Records senza dire chi era il direttore d’orchestra o il violinista o il pianista. Ma i traduttori, chissà perché, no.

    Invece i libri non si scrivono da soli, e non li scrivono nemmeno le case editrici, che semplicemente li pubblicano: a scriverli ci pensano autori e traduttori. Perché dobbiamo essere condannati alla visibilità solo in caso di errore, magari nemmeno debitamente argomentato? Perché non imparare a parlare un po’ anche di traduzione? La traduzione può fare la differenza tra un buon libro e un cattivo libro. In ogni caso, è un percorso obbligato per il novanta per cento dei lettori, che non conoscono le lingue di partenza degli originali. Almeno dite chi l’ha costruita, quella strada. Lo prevede persino la legge, e persino in Italia.

    Grazie per avermi letta e buon proseguimento.
    Anna

    P.S. Lo so, l’ho letto che l’articolo arriva dal Corsera, ma se loro hanno sbagliato qualcun altro può rimediare. Chi li ripubblica, per esempio.

  3. marco missiroli scrive:

    Ha ragione, Anna Rusconi, il motivo è solo perché sul Corsera il suo nome era inserito nella didascalia della copertina (come di solito avviene). In questo caso è saltata la didascalia per cui andava reintrodotto all’interno del testo e con giusto spazio. Non lavoro in radio (solo qualche intervento), ma sono assolutamente d’accordo con lei sul valore del traduttore e su come voi traduttori ridiate potenza a libri potenti come questo. La ringrazio per aver sollevato la questione. Marco Missiroli

  4. Rosella Di Paola scrive:

    Nessuno come l’uomo Philip Roth ci conferma (l’atroce?)complessita’dell’Essere-Uomo,a quanto si ricava da ogni notizia che riguardi la sua vita.Mentre il Roth scrittore trae un enorme vantaggio da questa complessita’consegnandoci il libro più interessante e significativo degli ultimi settant’anni americani,”Pastorale Americana”e capolavori come “il lamento di Portnoy”,tutt’altra cosa deve essere stata per ogni donna che l’abbia amato,e sono state parecchie,avere a che fare con un simile partner.Uno in cui l’affilata intelligenza e laicita’correvano di pari passo con la sensibilita’ebraica e la nostalgica presenza memoriale del focolare materno,fino alla spietata decisione iniziale,della sua vita adulta,di fare abortire la donna che (diceva di)ama(re).Facendo lo stesso gioco di Roth,cioe’sguardo impietoso sulle pieghe di ogni realta’,possiamo dire che l’uomo Roth e’stato capace di incamminarsi fuori da un tempio,ma non ha saputo trovare la strada dritta della serenita’morale che ci consegna per esempio il grande Singer.E’un fatto generazionale?Sicuramente,molte certezze si sono sgretolate,e Roth giovane ambisce a spezzare ogni catena.Ma nonresce poi,il quel TUTTO che magmatizza l’uomo moderno,trovare il bandolo della sua stessa vita,dove ogni dispersione amorosa,ogni dubbio e cinismo,arricchiscono la sua caratura e profondità di’ scrittore,quindi sono a nostro vantaggio,ma penalizzano l’uomo,forse in perenne ricerca di quel famoso focolare materno..

  5. Anna scrive:

    Grazie a lei, Marco, per aver risposto. Buon proseguimento.

  6. karenina scrive:

    A proposito di traduzioni: perché riportare il titolo sbagliato e fastidioso Mia vita di uomo anziche correttamente La mia vita di uomo tutte le volte (e sono molte) in cui lo stesso è preceduto da nella o della?
    e poi gentile signora Rusconi: cosa significa “non smetteva di darmi tregua”? a Cesare quel che è di Cesare, anche la sciatteria, a volte.

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