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Dalla Bassa: racconti di un giovane Gianni Brera

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Dario Borso al volume Dalla Bassa, una raccolta di quattro racconti scritti da Gianni Brera in età giovanile.

L’arte di narrare storie è sempre
quella di continuare a narrarle.
Walter Benjamin

«Ho riflettuto molte volte sulla diversa natura del descrittore e del narratore, e ho dedotto che, contrariamente al descrittore, costretto a ricoprire le cose delle sue colorite immagini e nei suoi scritti necessariamente multiforme, il narratore può essere un’anima semplice. Le vicende corrono gonfie di significati diversi dalla mente al cuore, dal cuore ancora alla mente e, senza particolari deformazioni, dalla mente alla penna».

A parlare così non è un critico, né uno scrittore al termine della sua carriera, bensì un sottotenentino che ha appena compiuto ventidue anni: Brera Giovanni, nato l’8 settembre 1919.

Il quale continua, precisando così profilo e ruolo: «Una conferma nuova mi offrì di questo il mio caporal maggiore Battaglino, che si preparava a superare gli esami di sergente. Egli è senza dubbio un’anima semplice, – non per altro certamente mi ha proposto di dargli qualche tema da svolgere: “Voi scrivete su per i giornali, e con la vostra scuola mi sarà facile superare ogni difficoltà”. L’uomo si lusinga di tutto ciò che non gli sappia di critica e di offesa, perciò nonostante la mia pigrizia, fui lusingato della proposta di Battaglino. Ecco – pensavo, – che avendo ancor tanto (tutto) da apprendere io stesso, già posso permettermi il lusso di avere un allievo nell’arte dello scrivere».

A farla breve, Brera gli assegnò il tema: «Ne venne fuori un capolavoro; e Battaglino si salvò soltanto in grazia della sua straordinaria conoscenza dei servizi di compagnia e del maneggio delle armi».

Ma cosa aveva scritto Brera sui giornali fino ad allora?

È presto detto (dopo l’opera mia di recupero però, comicamente matta e disperata): un mazzetto di poesiole d’occasione, svariati articoli di cronaca locale soprattutto sportiva e una dozzina di racconti “dal vivo” – il tutto sparso tra bollettini parrocchiali, quotidiani di provincia e il mensile “Ticinum”. I quattro qui presentati componevano la galleria Quadri di casa nostra, uscita tra febbraio e giugno 1939 su “Il popolo di Pavia”[1]; li ho scelti “a naso”, per l’aura gastronomica che da essi potentemente emana.

Odorerà il lettore.

Tornando al grigioverde ottobre 1941 da cui ero partito, bisogna specificare che di stanza a Barletta come fante, Giuânén spasimava in  attesa di una chiamata da Tarquinia, avendo egli fatto domanda d’entrare nell’avveniristico corpo paracadutisti, non senza avvertire con baldanza i familiari[2].

Risposero costoro tutti distintamente nella stessa lettera, di cui qui va almeno citata la reazione della «sorella-madre» Alice: «Poco tempo fa, i giornali parlavano di un reduce d’Albania che è venuto in licenza e si è ucciso tornando dai campi con un comunissimo carro agricolo. Di fronte a queste cose, tu senti che vale la pena di osare, per una cosa bella, tutto l’osabile. A parte scrivo la ricetta per il risotto».

Manna per gli occhi del Nostro l’acconsentimento, e manna per il palato la ricetta. Che in quattro e quattr’otto eseguì alla lettera (o quasi,  penuria stante degl’ingredienti): «Ho dinanzi un grembiule di bucato, sto trafficando intorno ai fornelli. Brodo di carne, cipolle, uno zinzino di burro (che non se ne trova più, mannaggia), riso, zafferano. Mia sorella Alice è stata precisa, nel compilare la ricetta. Ha tuttavia dimenticato una cosa: il tempo. Debbo aggiungere il brodo, quando il riso è tostato un poco; ma ogni quanti minuti? Buon Dio, vediamo un po’… il foglio della ricetta ha già tante impronte che potrebbe essere servito per antipasto: condito ottimamente».

Finché «si spande un grato odore per la casa. Arrivo io con la zuppiera fumante – modestia a parte, so anche servire con stile: un mestolo a te, uno a lui, si mangia».

E al commilitone (meridionale), che gli chiede cosa sarebbe questo:  «Risotto alla milanese – dico, e la mia voce è angelica».

[1] Altre due dozzine ne pubblicherà entro l’8 settembre 1943 anche sotto pseudonimo (primus inter pares Gian del Po), altrettanto  sparsi ed ora in cerca di editore.

[2] Mi avvalgo qui del fondo archivistico conservato alla Fondazione Arnaldo e Alberto Mondadori, oltreché del miliare P. Brera-C. Rinaldi, Gioannfucarlo, Boroli, Milano 2004.

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