Dalla Francia: librerie in pericolo

Ringraziamo Daniele Manusia che ha tradotto per noi questo articolo, uscito su Le Monde del 2 settembre, di Olivier Bétourné, presidente della casa editrice Seuil in Francia. Si parla ancora del destino delle librerie indipendenti.

Uno studio recente, commissionato dal Syndicat de la librairie française (SLF) e dal ministero della cultura, mette in luce i rischi che pesano sul futuro delle librerie in Francia. Viene detto in particolare che “la cifra d’affari delle librerie indipendenti è scesa del 5,4% tra il 2003 e il 2010, con un netto peggioramento nel corso degli ultimi due anni di esercizio (-2,5% nel 2009 e -3% nel 2010)”.
Una constatazione che dovrebbe sorprendere. Perché si scontra con quello che noi sappiamo sullo sviluppo del mercato del libro degli ultimi trent’anni: che il suo progresso è indiscutibile, anche se gli ultimi tempi sono stati più caotici.
Lo studio in questione individua le cause di queste difficoltà: dominio della grande distribuzione e delle catene di librerie, lo sbocciare del commercio su Internet. Un contesto di concorrenza feroce che ha suscitato una vigorosa reazione delle stesse librerie, sopratutto per quel che riguarda il confronto con la nuova realtà digitale.
Ma non è stato fatto niente, e il peggio rischia di toccare in sorte ai più vulnerabili della categoria, considerando l’aumento delle spese che riguardano le attività commerciali: aumento degli affitti in centro e “impennata” dei costi di trasporto. Nelle attività più piccole, sempre secondo lo studio in questione, “spesso è lo stipendio dei direttori che varia per far quadrare i conti”. Sarebbe a dire, il lavoro di alcuni librai non è più remunerato. Quale miracolo potrebbe far desiderare ai loro figli di prendere il loro posto, un giorno?
Un po’ più di trent’anni fa, quando ho mosso i miei primi passi nel mondo dell’editoria, già a Seuil, le librerie dominavano nettamente il mercato del libro in Francia: il 40% della cifra d’affari passava attraverso di loro. Oggi, questa fetta di mercato è crollata al 25%, secondo TNS Sofres [la società leader in Francia negli studi di marketing ndr]. Indebolimento spettacolare ma logico, se si considera l’effetto delle nuove metodologie di commercio dei beni culturali, dell’aumento del potere dei templi del consumo e, recentemente, delle nuove tecnologie.
Un passo indietro di 15 punti che non deve però falsare la nostra prospettiva: le librerie indipendenti, che, non lo dimentichiamo, si prendono carico delle dinamiche di promozione di romanzi e saggi, hanno resistito meglio in Francia che in altri paesi, come si può vedere nel caso degli Stati Uniti: nel corso dello stesso periodo la parte riguardante le librerie indipendenti americane è scesa del 10% in più rispetto a quella francese.
Questo dipende dal fatto che tutti i nostri governi, di destra come di sinistra, sono rimasti legati, durante questo periodo, al principio dell’eccezione culturale. Certo, il libro è una merce, e l’attività editoriale non si può sottrarre alle regole del mercato. Ma il mercato, d’altra parte, non potrebbe imporsi senza alcune misure, a patto di non voler minacciare i meccanismi alla base della stessa creatività.
Dobbiamo alla sinistra il merito di aver stabilito questo principio, il 10 agosto 1981, con il voto della legge sul prezzo unico del libro, detta legge Lang, la quale mirava a preservare per i tre successivi decenni la rete di librerie indipendenti che assicuravano la promozione dei cataloghi degli editori e la scoperta di nuovi talenti.
Con lo stesso spirito, nel dicembre 1988, fu creata l’Association pour le développement de la librairie de création (Adelc), voluta da quattro editori: Gallimard, La Découvert, Seuil et Minuit. Questi editori di riferimento intendevano raccogliere i fondi necessari a favorire la modernizzazione delle librerie, di modo che potessero resistere all’aggressività della grande distribuzione, per opporre alla logica del maggior profitto sul breve periodo, quella della diversità di un’offerta di qualità.
La sfida: dare la possibilità di esistere a dei libri e a degli scrittori che, senza librerie per farsi conoscere, non ne avrebbero alcuna. Ventitre anni dopo la creazione dell’Adelc, più di 400 librerie hanno beneficiato, grazie ad essa, di un aiuto cumulativo di più di 25 milioni di euro.
Cosa fare, oggi? Sia chiaro, qui e là le sirene del libero mercato si fanno sentire, per convincere le parti in gioco nella catena di produzione e distribuzione del libro ad abbandonare le librerie alle loro difficoltà, affinché commerci di altro tipo ne prendano il posto. Ma come si fa ad essere così ciechi?
Come si può non vedere che se quella tale libreria on-line con un marchio globalizzato propone al consumatore una vetrina composta da centinaia di titoli in catalogo (a fortiori tutte le novità), non potrà certo farsi carico di quello che un solo libraio sa fare, perché in questo consiste il suo mestiere: suscitare il desiderio di apprendere e scoprire nel cuore di uno spazio di vendita, dare consigli diventati indispensabili per permettere ai lettori di orientarsi nella giungla delle pubblicazioni, perdere tempo per far ascoltare delle voci nuove. Se la prima è più competitiva per fornire rapidamente un determinato testo ritenuto introvabile, l’altra ha anche una funzione politica.
Se questo tipo di libreria viene a mancare, gli editori saranno costretti a sconvolgere i loro programmi e sottomettersi, più o meno, ai diktat delle classifiche di best-sellers e ai capricci della moda. Fine degli investimenti sugli autori sconosciuti, fine dell’esplorazione dei veri territori del pensiero.
Ai Rencontres nationales de la librairie, tenutisi a Lione a maggio, delle voci si sono fatte sentire chiedendo una migliore ripartizione dei margini di guadagno lungo la catena di produzione e distribuzione del libro. Dobbiamo rispondere a queste richieste. Allora: editori, diffusori, distributori, librai, tutti uniti, nello spirito della legge Lang, per far fronte al brutale degrado dello stato del libro?
È meglio non sognare. Ma saremo tutti d’accordo, credo, nell’ammettere che se la catena di produzione e distribuzione del libro ha attraversato questi tre decenni senza troppi problemi, sono le librerie quelle che hanno più sofferto.
Ecco tre raggi d’azione immediata che con il nostro distributore, Volumen, vogliamo sperimentare, con lo stesso spirito di sempre.
Primo: riprendere in esame le “condizioni generali di vendita”, di modo da poter assicurare alle librerie la miglior remunerazione minima.
Secondo: moltiplicare i contratti di partnership. Una vecchia idea, mai applicata con sufficiente determinazione. Il principio è semplice: al tempo stesso si chiede alle librerie di mettere in primo piano gli scrittori più giovani e, in generale, la letteratura autoriale, e a tenere in libreria una parte significativa del catalogo dell’editore, fissando di comune accordo una percentuale di resa accettabile per entrambi. In contropartita l’editore si impegna per uno sconto maggiore.
Terzo: rinnovare il modello di commercializzazione del libro con lo scopo di ridurne i costi. Le strade dell’economia sono promettenti, esploriamole insieme, e facciamo beneficiare dei guadagni della produttività che otterremo prima di tutto le librerie.
Non c’è tempo da perdere: l’urgenza con la quale mettersi all’opera è la stessa di trent’anni fa.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
24 Commenti a “Dalla Francia: librerie in pericolo”
  1. esc scrive:

    Per capirsi : “cifra d’affari” (??) = fatturato
    Nel merito : “Se questo tipo di libreria viene a mancare, gli editori saranno costretti a sconvolgere i loro programmi e sottomettersi, più o meno, ai diktat delle classifiche di best-sellers” é esattamente il contrario di quello che mostrano i dati di vendita. La parte di best-seller venduti in libreria sul totale del venduto é superiore alla parte sul totale su amazon : si chiama coda lunga e ormai dovrebbero averlo capito tutti. Certo di questa trasformazioni ci sono vincitori e vinti, guadagni e perdite. Ma non dimentichiamo il contesto: editori come Seuil sono particolarmente forti in libreria, temono ovviamente di perdere piede, e fanno bene a lisciare il pelo ai librai. Riguardo alla possibilità di una catastrofe globale, ho qualche dubbio.

  2. Daniele Manusia scrive:

    @esc: nella frase da te citata si parla nello specifico di librerie indipendenti. Ma al di là dei dati di vendita credo che Bétourné voglia semplicemente dire che nelle librerie indipendenti è più facile venire incuriositi da, e consigliati verso, qualcosa di originale. E che è solo in libreria che si può svolgere quel ruolo sociale, che lui definisce politico, di difesa di alcuni testi magari fuori moda o semplicemente di una casa editrice minore. O meglio, solo in libreria si può svolgere un ruolo del genere in carne ed ossa.  
    Mi sembra interessante il fatto che in Francia, e in questo pezzo lo si dice con parole chiarissime, si parte dal presupposto che le librerie indipendenti svolgono un ruolo che non è solamente economico ma anche politico. Che i libri siano merce, sì, ma anche cultura. Che il loro mercato sia libero sì, ma che vada regolato proprio perché influisce sulla cultura di una determinata società. 
    Oltretutto non mi sembra un pezzo particolarmente disfattista. Le proposte che fa alla fine oltre ad essere una dichiarazione di fede, credo, nel sistema nonostante tutto, sono la dimostrazione di come il problema delle librerie sia un problema non solo economico e che provvedimenti economici vadano adottati per risolvere una crisi che, più che economica, rischia di diventare culturale.

  3. Roberto scrive:

    Mah, mi sembrano i soliti luoghi comuni sul “libro”, specia la parte sul libraio “consigliere”: ne ho ricevuti pochi e mai ascoltati, la curiosità la si può soddisfare anche e soprattutto in altri modi (amici, internet..) e amazon è uno strumento formidabile, molto più di certe librerie. Allo stesso modo sono spariti quasi tutti i negozi di dischi: la gente non ascolta forse più musica? Credo, anzi, molta di più. Ai “nostalgici” piace sentire l’odore della carta e del vinile, ma questo sembra più feticismo che amore per la cultura. (mi scuso per eventuali errori, sto scrivendo col cellulare).

  4. giuliomozzi scrive:

    Lo studio di cui si parla nell’articolo è prelevabile gratuitamente qui.

    Una sintesi dello studio, prodotta dagli autori dello stesso, è qui.

    L’articolo originale di “Le Monde” è qui.

    Il sito del Syndicat de la librairie francaise è qui.

  5. giuliomozzi scrive:

    Dimenticavo: il sito dell’Association pour le développement de la librairie de création (Adelc) è qui.

  6. Riccardo B scrive:

    Non credo che i dipendenti delle grandi catene siano tutti impreparati per fornire suggerimenti di lettura. E non credo che tutti i piccoli librai siano in grado di interpretare i gusti di chi si trovano davanti. Attenti: i luoghi comuni incombono minacciosi. L’arroccamento poi è una strategia votata alla sconfitta: i negozi di dischi sopravvissuti all’avvento del digitale sono quelli che hanno sposato il digitale e che vendono anche supporti per il digitale (iPod, cuffiette, auricolari wireless, diffusori…). Anche nel settore librario il digitale potrebbe essere una risorsa soprattutto per i piccoli (editori compresi), che però sembrano paradossalmente i più scettici. E soprattutto non credo che soltanto in libreria si possa “svolgere quel ruolo sociale, che lui definisce politico, di difesa di alcuni testi magari fuori moda o semplicemente di una casa editrice minore”. Credo piuttosto che sia internet lo scenario ideale per questo ruolo, sociale e politico, anche semplicemente per il fatto che i testi “fuori moda” o di una “casa editrice minore” saranno anche curati con tutto l’amore del mondo dal piccolo libraio, ma più sono “fuori moda” e più “minore” è la casa editrice meno copie ci saranno in giro di quel libro. E meno lettori potranno leggerlo. Cosa che, invece, non avviene con il digitale.

  7. libreriamarcopolo scrive:

    Prima chiusero i negozi di dischi,
    e fui contento perchè la musica la scaricavo online.
    Poi chiusero le librerie,
    e non mi interessava perchè potevo leggere i libri sull’ebook.
    …….

    essere condannati dalla comodità e dal risparmio, che brutta fine

  8. Riccardo B scrive:

    Ho visto chiudere diversi negozi di dischi. E non ne sono stato contento. A condannarli è stato il fatto di non voler accettare che non esiste più un solo modo di fruizione della musica, e che ci sono quelli che ancora cercano il vinile ma ci sono anche quelli che vogliono tutto sull’ipod. E ci sono quelli che vogliono un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Finora ho visto ebook reader soltanto sugli scaffali dei negozi di elettronica. Mai in una libreria. Peccato. Perché ogni volta che ne chiude una è come se la città in cui si trovava perdesse un pezzetto di anima.

  9. giuliomozzi scrive:

    Riccardo B., devi aguzzare la vista.

    In tutte le Feltrinelli, da circa un anno, vendono gli ereader. Io l’ho comperato lì.

  10. Riccardo B scrive:

    Sì Giulio, sapevo che in alcune Feltrinelli vendevano i reader. Non in tutte però. Io ho dovuto comprare il mio su internet e quindi devo purtroppo confermarti che non ho mai visto un reader in libreria. E se anche me ne fosse sfuggito uno a causa della mia congenita distrazione non credo che questo cambierebbe granché il discorso. Temo al contrario che questo rafforzi il mio ragionamento. Leggo nell’articolo riportato qui sopra: “Lo studio in questione individua le cause di queste difficoltà: dominio della grande distribuzione e delle catene di librerie, lo sbocciare del commercio su Internet.” Se parliamo degli scenari che si aprono per le librerie indipendenti, se o quando i reader saranno distribuiti capillarmente nelle librerie della Grande Distribuzione, gli indipendenti che continueranno a vedere nel digitale una minaccia e non una risorsa saranno quelli che rischieranno di rimetterci di più.

  11. Daniele Manusia scrive:

    @Riccardo se il succo del discorso è che i negozi di dischi hanno chiuso perché non hanno saputo integrare il digitale e che il problema delle librerie sarebbe lo stesso, credo sia una teoria quanto meno opinabile. Prima di tutto dimmi come avrebbero potuto sopravvivere i negozi di dischi. Mettendosi a vendere un mp3 per volta o file audio che, comunque, io (un io ipotetico) posso benissimo scaricarmi da casa? A livello giuridico si può fare? Bisogna chiedere una licenza ad iTunes o cosa? O forse avrebbero sopravvissuto se fossero diventati tanti Apple Store e si fossero messi a vendere gli iPod? In caso potremmo ancora chiamarli negozi di dischi? La soluzione per i librai quale sarebbe, vendere pentente usb con tutto Dostoevskij a 99 centesimi?
    In generale, e ognuno può avere la sua teoria, non c’è motivo per cui un libraio dovrebbe avercela con Amazon o con gli e-book. Oggettivamente però entrambi di essi, a cui va aggiunto il fenomeno delle catene e, in Italia, l’anomalia commerciale dei super editori-distributori-negozianti, tutti questi fattori insieme concorrono nel processo di assottigliamento della fetta di mercato che, di fatto, era delle librerie indipendenti.
    Poi a uno può anche non fregargliene niente o può anche dire che il libraio sotto casa gli sta antipatico e gli amici suoi sono meglio.

  12. Riccardo B scrive:

    @Daniele Manusia
    Non so se possono chiamarsi ancora negozi “di dischi”, magari andrebbe bene anche negozi “di musica” o “di articoli musicali” o quello che vuoi, fatto sta che i negozi che hanno iniziato a vendere anche supporti digitali (diffusori e lettori prima di tutto) possono ancora chiamarsi in qualche modo perché sono rimasti aperti. E, strano a dirsi, vendono anche cd e album in vinile! Questo perché esistono molte possibilità di ascoltare musica, e ognuno si sceglie quella che ritiene più affine alla propria sensibilità. Molti negozi “di dischi”, invece, hanno chiuso i battenti, digitalmente incontaminati. Questione di scelte. Sulle librerie credo che lo scenario non sia così differente. La crisi delle librerie indipendenti è un fatto. La crescita del digitale è un altro fatto. Anche qui, ognuno faccia la propria scelta. Se poi uno preferisce aspettare che sia la legge Levi a risolvere la situazione, auguri di tutto cuore. Io credo che ampliare l’offerta ai dispositivi per la lettura di ebook, a inchiostro magnetizzato o a led e via dicendo, garantirebbe a un libraio una marcia in più. All’estero, mi sembra in Germania, alcune librerie stanno sviluppando sistemi di vendita in wireless per gli ebook. Entri con il reader, ti connetti e paghi alla cassa. Perché il digitale e il cartaceo non sono in conflitto, sono due supporti diversi e possono coesistere. Anche in un negozio. Non capisco però a cosa ti riferisci quando concludi “Poi a uno può anche non fregargliene niente o può anche dire che il libraio sotto casa gli sta antipatico e gli amici suoi sono meglio”… Trovo invece molto suggestiva l’idea di mettere tutto Dostoevskij a 99 centesimi. Ma potrebbe esserci di meglio. Dato che per i testi di Dostoevskij non esistono diritti d’autore, potrebbero essere distribuiti gratis.

  13. mazingazeta scrive:

    @riccardo : capisco l’importanza di stare nel mondo e non contro il mondo e perciò aprirsi intellettualmente al neomondo digitale altrimenti sarà il moloch a ingoiarci, tuttavìa il linguaggio che usi è già trasformato e non aderisce (aderirà) più alla realtà libro+musica : le prospettive commerciali che consigli non sono nè negozi nè tantomeno librerìe, sono “rivendite di apparati digitali per la fruìzione di prodotti culturali” i cui commessi (assunti con contratti 3-6 mesi e dopo magari basta) sono più specializzati e informati su cosa significano termini quali reader, wireless, iphone, googlemaps (neologismi inglesi da notare) e altre menate varie che suggerirmi una trama noir di un libro similare a “L’affittacamere” di Varesi o di un disco-cd come “Absolution” dei Muse.

  14. Riccardo B scrive:

    @Mazingazeta
    Io non credo che il problema sia la definizione dei negozi, comunque non ho mai detto che dovrebbero limitarsi alla “vendita di apparati digitali per la fruizione di prodotti culturali” (inserire la voce sulle Pagine Gialle sarebbe un incubo…). Credo che il digitale imponga in un certo senso una revisione delle categorie merceologiche alle quali siamo abituati (non a caso gli ebook sono ancora considerati e venduti come software, con l’iva al venti per cento anziché al quattro), ma mi sembra che il discorso si aprirebbe a una serie di riflessioni sui massimi sistemi. Io mi riferisco soltanto alla possibilità di inserire all’interno di negozi che vendono libri anche i supporti elettronici per leggere i libri digitali. Come nei negozi di dischi, cd, vinile, dvd, bluray eccetera ormai possiamo trovare anche i dispositivi per riprodurre i formati digitali, che rappresentano una risorsa in più per un settore in difficoltà. Perché il digitale esiste. E non credo che per un libraio sia così difficile aggiornarsi su cosa sia un reader, mentre credo che sapere cosa voglia dire “wireless” o cosa sia googlemaps non sia utile soltanto a un libraio ma faccia parte di un corredo di informazioni abbastanza semplici da assimilare che possono far comodo a tutti. Nei negozi di strumenti musicali le prime schede per interfacciarsi con i computer sono comparse secoli fa, e questo non ha certo comportato per il rivenditore di chitarre il doversi dimenticare quale differenza ci sia tra una Fender e una Gibson. Mi sfugge del tutto, invece, il nesso della presenza dei dispositivi digitali nelle librerie con il precariato e i “contratti 3-6 mesi e dopo magari basta”.

  15. esc scrive:

    Amici e Daniele in particolare, vogliamo parlare di qualcosa di concreto? Allora permettetemi di citarvi qualche numero, che sono andato ad aggregare per vostro diletto. Ci sono 11 gruppi editoriali in Francia (uno dei quali rappresentato dall’autore dell’articolo citato sopra). Questi 11 gruppi pubblicano 90,1 % dei libri venduti nel 2010. Il resto, ovvero 9,9%, é pubblicato da “altri editori”. Ora confrontiamo la parte degli “altri editori” in libreria “indipendente” e su Internet. Libreria: 10,4%. Internet: 13,8%. Bene, ho vinto qualche cosa?
    (per chi si stesse chiedendo cosa tira giù la media mercato degli “altri editori”, bisogna guardare piuttosto dalle parti degli ipermercati, dove gli “altri” rappresentano 7,3% del venduto totale — per la cronaca le grandi catene tipo fnac sono a 9,5%, solo un punto sotto alle librerie, che stanno tre punti sotto Internet).

  16. Daniele Manusia scrive:

    Scusate ma mi sembra che ogni ragionamento tenda verso un gioco di contrapposizioni. Non si tratta né di digitale contro cartaceo né di gruppi editoriali importanti contro “altri editori”.
    I dati che tu riporti, esc, mi lasciano perplesso. Prima di tutto non è detto che un editore minore faccia libri più autoriali di altri o che abbia una politica aziendale, diciamo, non strettamente mirata al profitto.
    Il pezzo d’altra parte non è stato scritto dal dipendente di una di queste case editrici minori. Né si intitola “gli editori minori in pericolo”. Bétourné, e credo senza paraculaggine alcuna, si interroga sul futuro che avranno le pubblicazioni d’autore all’interno anche dei cataloghi delle case editrici maggiori. Quindi il problema mi sembra di genere diverso.

    Senza voler convincere nessuno, credo ci sia una differenza tra i dati di vendita e l’effettiva valutazione di quella che Bétourné chiama “funzione politica”. E quello che si dice nel pezzo è: attenzione i librai che aprono una libreria per passione sono quelli che difenderanno maggiormente i libri più a rischio: quelli di autori giovani, quelli meno commerciali.
    Naturalmente non è una legge universale, ma insomma mi pare piuttosto probabile. è vero che anche i librai indipendenti possono votarsi alla logica di profitto e, mettiamo, fare una vetrina uguale a quella di Feltrinelli e fare gli stessi ordini, ma mi pare assai improbabile (e in questo caso, paradossalmente, mi sembrerebbe stupido anche economicamente).
    Il presupposto di base, con cui si può anche non essere d’accordo, è questo.

    L’alternativa è internet, dove il mestiere di libraio, se non sbaglio non esiste ancora, e le catene di librerie dove il mestiere di libraio è stato declassato a quello di commesso. Ho un po’ di esperienza del lavoro in libreria e posso dire che l’amore per i libri non è esattamente quello che Feltrinelli cerca nei propri dipendenti.

    Ps detto ciò se i figli dei librai esistenti avranno voglia di prendere le redini non è escluso che un giorno si possa andare in libreria con una penna usb o col proprio ebook, ma per ora, direi che non è la soluzione del problema.

  17. mazingazeta scrive:

    @roberto Il mix di offerta di prodotti che tu auspichi è un altro paio di maniche, allora per il medesimo punto di vista una catena di prodotti elettronici per quale ragione non aggiunge libri e cd o vinile ? inoltre è risaputo che in queste megastrutture i contratti di lavoro non sono mai definitivi se non in minima % e questo va a scapito del servizio in numerosi esempi personali anche recenti.

  18. Riccardo B scrive:

    @Daniele
    Purtroppo ogni volta che viene citato il digitale questo crea contrapposizioni. Perché non viene percepito come una possibilità in più, complementare alle altre forme, ma come un’alternativa, in conflitto con il cartaceo. Una visione dicotomica sulla base della quale tutto è diviso in due fazioni e il ragionamento perde aderenza. Collegare le potenzialità del digitale ai pessimi contratti che i grandi negozi fanno ai loro dipendenti è, scusa mazinga, un ottimo esempio di come questo avvenga. Che poi l’introduzione del digitale nelle librerie non sia La Soluzione sono d’accordo. Però temo che La Soluzione non esista, e che esista invece una gamma di iniziative che sia possibile adottare, che passi sicuramente anche attraverso una differente proposta di lettura, ma che se non comprenderà anche il digitale rischierà di non essere completa. E sarebbe un peccato, anche se resto convinto che quel ruolo, politico e sociale, di attenzione ai testi più deboli (quanto a mezzi) ma molto validi (quanto a contenuti) trovi in internet il proprio scenario ideale.

  19. esc scrive:

    Le percentuali ci dicono innanzitutto che le vendite su Internet sono più frammentate, ovvero (diciamo) che c’é un maggior grado di entropia. Le vendite in libreria sono più “ordinate” (dal punto di vista della ripartizione degli editori). Ovviamente questo non ci dice molto sulla “maggiore o minore autorialità”, anche perché non sono sicuro che questo criterio significhi qualcosa. Significa piuttosto che i librai offrono e consigliano un numero di cose limitato, seguendo i loro gusti certo, ma globalmente “facendo il gioco” di alcuni editori che hanno un rapporto privilegiato con i librai. Ad esempio, appunto, Le Seuil. Ancora un po’ di cifre, se vi va. Il gruppo Seuil ha venduto nel 2010 il 7,7 % dei libri venduti in libreria indipendente, e solo il 6,2% dei libri venduti su Internet (e negli ipermercati? solo 3,6!). Insomma Le Seuil vende meno bene su Internet che in libreria. Mi pare logico dunque che la crisi delle librerie indipendenti sia per loro un motivo di preoccupazione, e non solo per una questione di “qualità”. La questione é commerciale. Fuori dall’ideologia e della retorica, il libraio-consigliere é soprattutto il rappresentante di un certo tipo di editoria medio-grossa e il motore di successi commerciali medio-grossi e persino grossi. Il suo servizio é senza dubbio utile, e finché sarà utile sopravviverà, ma di certo non é la libreria il paradiso del piccolo e sconosciuto, debole e gracilino. Per quello c’é Internet…

  20. esc scrive:

    Per la precisione : le cifre che vi fornisco riguardano solo il mercato dei tascabili, per semplicità di calcolo.

  21. Daniele Manusia scrive:

    Ma sì, possiamo essere anche sostanzialmente d’accordo con te Riccardo, secondo me però è evidente che le soluzioni (non ne esiste una sola) vanno cercate collettivamente, lo sforzo deve riguardare tutte le parti coinvolte e non essere lasciato all’iniziativa dei singoli librai e alla loro capacità di adattamento. In Francia un editore importante ha indicato tre raggi d’azione di cui uno (seppur generico e magari per i meno ingenui velleitario) consiste nel ridurre i costi di produzione e distribuzione e fare in modo che il guadagno così ottenuto ricada sui librai. Io ritengo che in Italia dare maggior potere alle librerie indipendenti potrebbe addirittura contrastare lo strapotere dei due gruppi editoriali maggiori. Altrimenti un giorno rischiamo di poter leggere solo la Mazzantini o Eco. O peggio ancora Bondi e Veltroni.

    @Giulio Mozzi: pensavo di averti ringraziato per i link in un messaggio precedente ma devo aver fatto qualche errore. Te lo dico adesso: Grazie

  22. Daniele Manusia scrive:

    @esc, sulle cifre potremmo discutere per anni. L’interpretazione non mi sembra così univoca e le conclusioni che tu ne trai mi trovano in disaccordo. Credo che pensare che un uomo che si scaglia contro la logica di profitto lo faccia per il profitto è machiavellico. Ma rispetto la tua opinione e grazie. Magari hai ragione. Io non ci guadagno niente a difendere Bétourné. Ah, per autorialità (definizione del Devoto-Oli: piglio inventivo e autorevole dell’autore) credo si possa intendere libri dalla non spiccata attitudine commerciale. Sempre per chi crede che i libri siano una merce non-merce.

  23. mazingazeta scrive:

    …uòlter e il poeta ? no per piacere :-((

  24. GGG scrive:

    Sostenere che una libreria indipendente possa ampliare i propri affari divenendo, di fatto, una piattaforma di scarico per e-book, è tecno-delirio puro.

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