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Dalla parte di Marcel. Brevi note sentimentali sullo Scrittore e Narratore della Recherche

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Quand’ero piccolo, tra i tanti libri che mi hanno influenzato ce n’è stato uno, intitolato I Grandi personaggi — Le biografie dei “giganti” della storia, della scienza e dell’arte illustrate a fumetti, che è stato il libro che, probabilmente, mi ha influenzato più di ogni altro. E nessuna, tra le innumerevoli, diversissime vite dei molteplici “giganti” inventariate, mi ha suggerito un’immagine mitica, primaria e sostanziale dello scrittore quanto quella di Marcel Proust.

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Il volume — rilegato, con sovracoperta, pubblicato dall’Istituto geografico De Agostini nel 1982 — presenta i testi di Donatella Giacotti Piccioli e Giuseppe Pederiali assieme ai disegni di Daniele Fagarazzi e Giuseppe Montanari. Più che di disegni, comunque, si tratta di fumetti.

Nella breve introduzione, “i grandi personaggi” vengono descritti come: “figure ‘emergenti’, persone che, per i loro meriti particolari o a volte anche solo perché si sono trovate nel posto giusto al momento giusto, riescono a raccogliere le idee e le proposte che stanno fermentando e a dar loro un aspetto compiuto, originale. Di ogni personaggio se ne può leggere la biografia, formata dai: “[…] momenti salienti della vita […]”, sapendo che: “[…] uno di questi, il più significativo, il più interessante, o quello che meglio caratterizza l’opera e le idee del ‘protagonista’, è illustrato con un fumetto.”

L’indice è costituito dai centosedici grandi personaggi. Si comincia con Alessandro Magno, “il grande conquistatore”, re di Macedonia, vissuto trecento anni prima di Cristo e morto a soli trentatré anni, e si finisce con Richard Wagner, “La grande musica del romanticismo tedesco”, celebre compositore e ideatore della Gesamtkunstwerk, l’Opera-Totale, sintesi delle arti poetiche visuali musicali e drammatiche.

Nel mezzo: Archimede, “Il genio matematico”, Confucio, “Una morale tutta cinese”, Lenin, “La rivoluzione del 1917”, Magellano, “La scoperta del Pacifico”, Pericle, “Il periodo d’oro di Atene”, il Saladino, “Un guerriero generoso”, Voltaire, “Un grande pensatore illuminista”.

Nessuno di questi grandi personaggi — fatta eccezione di Maria Skłodowska, la quale, nel 1985, sposa Pierre Curie — è una donna.

Tra i centosedici si possono contare: sette filosofi (Aristotele, Cartesio, Hegel, Kant, Marx, Nietzsche, Platone), cinque leader religiosi (Buddha, Confucio, Cristo, Gandhi, Maometto), sette inventori (Ampère, Archimede, Edison, Galilei, Gutemberg, Marconi, Volta), cinque esploratori (Amudsen, Colombo, Vasco da Gama, Magellano, Marco Polo), tre registi (Chaplin, Eisenstein, Lumiere).

Gli scrittori sono: Boccaccio, Brecht, Cervantes, Dante, Dostoevskij, Goethe, Hemingway, Joyce, Kafka, Leopardi, Mann, Manzoni, Petrarca, Pirandello, Poe, Rabelais, Shakespeare, Stendhal, Tolstoj.

Marcel Proust, il ventesimo, è: “Il romanziere della memoria”.

2.

«Perché non mangi mai una madeleinette?»

Nella tavola a fumetti del grande personaggio — che presenta, lo ricordo: uno dei momenti più significativi della sua vita (ma, come spiegherò più avanti, si tratta di un errore) — è la madre di Proust, Jeanne Clémence, a formulare questa domanda.

LA domanda.

L’immagine è corredata da una didascalia [nella vignetta 1]: “Una sera d’inverno Marcel Proust rientrò in casa oppresso dalla giornata grigia”. E c’è Marcel che, chinandosi per stringere premurosamente la destra alla genitrice, esclama: «Buonasera, mamma!» E Jeanne, adagiata in un’ampia poltrona, reggendo un cerchio da ricamo con sopra una figura abbozzata malamente, risponde: «Marecel, sei intirizzito, prendi una tazza di tè!»

Nel salotto dove la scena si svolge è possibile notare [ancora Vignetta 1]: in alto a sinistra, il cominciamento di una rampa di scale, appena velato dallo sbalzo di una tenda; al centro (ma alle spalle di Marcel) una lampada di vetro carnevale — piuttosto grande, a dire il vero: sembra un mappamondo; in basso a destra, un tavolino di forma circolare, con una teiera, due tazzine e un vassoio d’argento.

Il vassoio, attenzione: è ricoperto di petite madeleine.

A questo punto [nella Vignetta 2] si vede Marcel che sorseggia il tè con le palpebre socchiuse; sta già godendo dell’effetto rinfrancante della bevanda e accetta la seconda offerta di Jeanne («Perché non mangi una Madeleinette?»). Poi [nella Vignetta 3] la didascalia informa che: “Al primo boccone del dolce inzuppato nel tè Marcel avvertì una strana sensazione”. Questa volta Marcel, con un cucchiaino distante pochi centimetri dalla bocca, si domanda — arrivando a colmare di parole inquiete un ballon dai contorni tondeggianti: «È un piacere delizioso. Ma che cosa la provoca? Non ne capisco la causa.»

Un’ennesima didascalia [nella Vignetta 4] chiarisce l’accaduto: “Qualcosa di remoto era legato a quel sapore”.

E Marcel, disegnato nuovamente di profilo — in modo da notare i suoi occhi, ancora chiusi; si potrebbe dire: rigirati all’indietro, puntati verso il tempo perduto —, si staglia contro la raffigurazione del passato che pare un riflesso su un vetro ricoperto di goccioline di pioggia: una figura dai contorni sfocati — come tracciata su una sabbia finissima, oppure suggerita dalle spire di un venticello dai colori variegati —, distende una parte di sé in direzione di una seconda figura, ancor meno delineata.

Nel frattempo altri miscugli, spiraliformi ed eterei, seguitano a ondeggiare, assumendo una consistenza sempre più esplicita. Cosa sono?

Ce lo dice un’altra didascalia [nella Vignetta 5]: “Riemergono i  giorni dell’infanzia”. E finalmente prendono forma: MARCEL — assai più giovane, adesso; è un bambino — che sorride. È vestito alla marinara. Si rigira tra le mani l’orlo del berretto e dice: «BUONA DOMENICA, ZIA LÉONIE». E c’è sua ZIA LÉONIE — il garbuglio poco chiaro si è fissato; il cumulo temporalesco allungato era lei; faceva semplicemente segno al nipote di accomodarsi — che risponde: «Marcel, piccolo mio, c’è qui la madeleinette che ti aspetta.»

Ogni elemento del racconto [nella Vignetta 6] trova a questo punto una propria lettura unica, inequivocabile; ritrovata per sempre: “Una traccia labile di impressioni gli ha dischiuso le porte della memoria, ha collegato passato e presente, lo ha spinto alla ricerca del tempo perduto: sarà questo il titolo del suo capolavoro”: parole che consacrano la riproduzione di una delle foto più celebri dello scrittore; quella in cui Proust, reggendosi il mento con una mano, tiene la testa piegata a sinistra, leggermente inclinata all’indietro, a causa della postura assunta su una chaise-longue priva di schienale. Il suo volto è un primo piano, sovraimpresso al ricordo di una certa passeggiata: c’è lui, ancora bambino, in un parco. Sosta nei pressi di un laghetto. Si appoggia a una staccionata e segue con lo sguardo una coppia di cigni che nuotano con fare mansueto, sebbene in direzioni opposte.

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E per molto tempo ho creduto che fosse andata così. La faccenda dei ricordi.

E così credo che vada ancora, sciaguratamente, per la maggior parte di quei lettori che, invece di leggerla, abbandonandovisi con voluttà, l’opera di Marcel si limitano a sfiorarla, oppure a circumnavigarla, perché pensano di conoscerla già — sciaguratamente, appunto — dal momento in cui si tratta “solo” del lunghissimo romanzo di Proust, “Il romanziere della memoria”.

Ma il libro de I grandi personaggi e, in particolare, il fumetto — che, tra tutti i momenti di una vita, lo ricordo, intende raccontare: “il più significativo, il più interessante, o quello che meglio caratterizza l’opera e le idee del ‘protagonista’” —, commettono diversi errori. Per esempio.

Confondere lo scrittore della Recherche con il suo Narratore.

Colui che dice “Je”, all’interno dei sette volumi della Recherche, non è Proust — nonostante venga chiamato, per ben due volte, “Marcel”. (Nella prima occasione, ne La prigioniera, il Narratore scrive: “Appena ritrovata la parola Albertine diceva “Mio” o “mio caro”, seguiti l’uno o l’altro dal mio nome di battesimo che, se dessimo al narratore lo stesso nome dell’autore di questo libro, avrebbe fatto: “Mio Marcel”, “Mio caro Marcel”.) Piuttosto, come scrive Pietro Citati ne La colomba pugnalata, si tratta di: «[…] due persone, fuse nello stesso involucro: Marcel il Narratore e Marcel Proust, l’‘Autore di questo libro’, che ogni tanto si distacca invisibilmente dal primo Marcel, e, dietro le sue spalle, fa un piccolo cenno, che ci spalanca un orizzonte diverso.»

L’episodio della petite madeleine, inoltre, è ricavato — si direbbe: a mo’ di canovaccio — da una sequenza reale del romanzo. Si trova nella Parte prima, intitolata Combray, del primo volume: Dalla parte di Swann — più precisamente, alle pagine 55-59 dell’edizione I Meridiani. Non fa parte dei “momenti più significativi” vissuti dal grande personaggio. (La zia Léonie non è la zia di Proust. La zia di Proust si chiamava Elisabeth — ed era la sorella del papà di Marcel, Adrien. E grazie a Céleste Albaret, la fidata governante di Proust, che ce l’ha raccontato in Monsieur Proust [un prezioso libro di memorie trascritte da Georges Belmont], sappiamo che non beveva tazze di tè, bensì delle rinfrescanti tisane al tiglio.)

La sequenza — se letta, vorrei dire: con attenzione, ma direi una cosa errata, dal momento in cui io credo che si possa leggere soltanto in un modo, e cioè: con gli occhi —, la sequenza, dicevo, racconta di come le difficoltà per far riaffiorare il passato siano innumerevoli.

Dal momento in cui il palato del Narratore e il pezzetto di madeleine “ammorbidito sul cucchiaio” si toccano, al momento in cui “tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me”, dentro al corpo e alla mente del Narratore si compie un’arditissima battaglia. La sensazione sperimentata è in grado di rendere “indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità” e di far sentire il Narratore: eccellente, indispensabile, immortale. Nell’incapacità di mettere in luce l’origine di questa gioia, il Narratore beve una seconda e una terza volta. Ma: nulla.

Stabilito che: “[…] la verità che cerco non è lì dentro, ma in me”, il Narratore si rende conto di avere a che fare con un problema a dir poco enorme, poiché “[…] il cercatore fa tutt’uno con il paese ignoto dove la ricerca deve avere luogo […].” Per ben dieci volte si sporge verso questo ricordo. E solo quando la vigliaccheria riconduce i pensieri “ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani”, avviene la sorpresa. E, come abbiamo già detto: “[…] tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me.”

Più di ogni altro aspetto, quindi, il ricordo ha a che fare con l’obliterazione del proprio “io”.

Altro che salvezza.

3.

Pensare di poter affidare all’arte, in particolare a una mastodontica impresa di scrittura (il Guinness dei Primati parla del romanzo più lungo al mondo: 3724 pagine), la salvezza di se stessi e, di conseguenza, del proprio Tempo possiede un sicuro slancio consolatorio.
Non tutti, però, la pensano così.

Samuel Beckett, per esempio, ha avuto un’idea differente.
Nel 1931, dopo aver lasciato l’Irlanda (assieme alla carriera di insegnante), l’autore di Aspettando Godot pubblicò, a soli venticinque anni, un saggio intitolato molto sinteticamente: Proust.

La sua tesi di fondo era: la convinzione secondo la quale uno dei principali valori contenuti nella Recherche sia l’avvenuta scoperta da parte di Marcel della propria vocazione di scrittore — assai diffusa e condivisa all’epoca — è sbagliata.

Come ottimamente racconta Alessandro Piperno in Contro la memoria:

«Il libro di Beckett serve a riconsiderare, secondo una prospettiva obliqua, una delle questioni capitali della Recherche: il Ricordo. Provare a sottrarlo ai deliziosi profumi di biancospini, ai fragranti bocconi di focaccia imbevuti nel tè, al fervore retrospettivo di nostalgie edipiche. Provare, per dire, a desentimentalizzarlo.»

Per Beckett, Proust è stato un grande nichilista — come Schopenhauer, come Leopardi — dal momento in cui i personaggi del suo capolavoro non hanno alcun controllo sugli effetti del Tempo. E a nulla valgono gli innumerevoli episodi di memoria involontaria che di tanto in tanto rischiarano, simili all’azione di un solvente sui colori di un quadro da restaurare, le loro esistenze. Continua Piperno:

«Beckett ripercorre per sommi capi l’episodio in cui il Narratore, la prima sera del secondo soggiorno a Balbec, grazie al gesto di chinarsi per togliere gli stivaletti viene invaso da una sensazione familiare che gli fa sentire — per la prima volta da che la nonna è morta — che lei non esiste più.
“Ora” scrive Beckett “un anno dopo la sua sepoltura, grazie all’azione misteriosa della memoria involontaria , egli [il Narratore] viene a sapere che lei è morta. […] Da quel gesto egli non ha semplicemente tratto la realtà perduta della nonna: ha recuperato la realtà perduta di se stesso, la realtà del suo io perduto”. Fin qui nulla di nuovo nel fosco cielo proustiano. Il dato paradossale cui Beckett ci invita a riflettere è ben altro. Lui ci mette di fronte a qualcosa di molto più perturbante di una semplice resurrezione prodotta dalla memoria involontaria. Beckett ci fa notare che il Narratore capisce che la nonna è venuta meno per sempre proprio nel momento in cui si è illuso per qualche istante di averla ritrovata. “Questa contraddizione tra la presenza e l’irreparabile perdita è insostenibile” commenta Beckett con amarezza.»

Il Tempo perduto di Proust, quando riemerge in maniera imprevista attraverso gli strati della coscienza, non è altro che un’illusione. Un’illusione che subiamo per un istante; sufficiente, tuttavia, a farci avvertire la sua autentica natura di incubo — perché quando il Narratore improvvisamente ricorda che sua nonna, da più di un anno oramai, è morta, significa che una parte di sé, per chissà quanto tempo, l’ha creduta ancora viva. Piperno:

«Proprio sulla scorta di tutta questa proustiana desolazione, Beckett, tirando le fila del discorso, conclude: “Di conseguenza, la soluzione proustiana consiste, per quanto si è detto, nella negazione del Tempo e della Morte: la negazione della Morte in ragione della negazione del Tempo. La Morte è morta in quanto il Tempo è morto.”»

Ma parlare di morte del Tempo, assieme alla morte della Morte, non ha senso. Sempre Piperno:

«Ecco svelati gli inganni del Tempo: i veri protagonisti della Recherche. Si tratta di inganni prospettici su cui non si può avere la meglio. Credere di poterli sconfiggere non è meno irragionevole che credere di poter sconfiggere la Morte. Così come credere fino in fondo alla forza salvifica dell’arte non è meno ingenuo che credere di poter conferire un senso retrospettivo alla vita che si è vissuti.»

Altro che conservazione dei ricordi, quindi. E del tempo perduto. E di se stessi.

L’insieme dei meccanismi che regola il funzionamento della nostra memoria è destinato a restare un mistero; il cui perpetuarsi — lo ricordo — sancisce l’abbattimento dei confini che separano il nostro “io” dal mondo esterno.

Sarebbe davvero sbrigativo confondere l’effetto straniante di questa illusione con un più ordinario sentimento di nostalgia. Ciò nonostante, l’equilibrio tra gli stati d’animo congiunti (ma opposti) che caratterizzano questa emozione — la felicità sprigionata dall’aver vissuto un dato momento assomiglia a un laccio inestricabile dalla tristezza per averlo perduto — trova il proprio bilanciamento nell’esistenza di un oggetto fisico.

Un souvenir.

Si farà un po’ fatica a crederlo, ma se Marcel Proust ha scelto come biscotto da intingere nella tazza del tè bollente e saporoso della zia Léonie proprio una madeleine è esattamente per questa ragione. Che si tratti del modellino di una gondola veneziana da piazzare sopra a un televisore, oppure del Colosseo romano da calamitare allo sportello del frigorifero, le probabilità che si ritorni da un viaggio senza aver ficcato un ninnolo in uno scomparto della propria valigia sono davvero poche.
Quasi nulle.

E Proust lo sapeva.

4.

Il dolce inzuppato nel tiglio viene descritto dal Narratore come uno di «[…] quei dolci corti e paffuti che chiamano Petites Madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”.»

Ovvero, di una «[…] piccola conchiglia di pasticceria […].»

Ma — almeno nella mente di Proust — non è stato sempre così.

Nel 2015 le Editions des Saints Pères, una casa editrice indipendente francese specializzata nella pubblicazione di celebri manoscritti (facsimile) — da Frankenstein di Mary Shelley a Viaggio al termine della notte di Céline —, mette a disposizione di chiunque le desideri (basta alleggerire il proprio portafogli della somma di 250 euro) tre versioni alternative del celebre episodio della madeleine.

Nella prima si scopre che, in origine, si trattava di una normale fetta di pane abbrustolito, cosparso di miele. Nella seconda il pane diventa un generico biscotto. Nella terza, che è quella definitiva, abbiamo finalmente la Petite Madeleine.

Ma perché?

La “cappasanta”, oltre a richiamar nella sua forma «[…] grassamente sensuale sotto la sua pieghettatura severa e devota […]» un incontestabile simbolismo erotico, riesce a farsi carico di un prezioso bagaglio storico ancorché religioso dal momento in cui, nella versione francese, si tratta di una coquille Saint-Jacques. Ovvero: una conchiglia di San Giacomo.

Giacomo il Maggiore (detto così per distinguerlo da Giacomo d’Alfeo, Giacomo il Minore) è stato uno dei dodici apostoli di Gesù. Nato a Betsaida, in Galilea. Dopo la morte e susseguente resurrezione del Nazareno, si dice che viaggiò in Spagna per diffondere il Vangelo. Tornato in Giudea, il re Erode Agrippa I lo fece uccidere decapitandolo nel 43 d.C.

Secondo la Legenda Aurea — una raccolta di agiografie composte dal monaco Jacopo da Varazze nel 1298 — alcuni discepoli di Giacomo ne trafugarono il corpo per riportarlo in Galizia, dove lo seppellirono in un luogo non meglio identificato. Finché, nell’anno 813 d.C., il vescovo Teodomiro, incuriosito da un misterioso fenomeno luminoso al di sopra del monte Liberon, rinvenne una tomba (di sicura epoca romana) recante la scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomè”.

Ma come era rappresentato San Giacomo?
Eccolo in un dipinto di George de La Tour (1593-1652):

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Quest’altra versione, invece, è opera di Giuseppe Vermiglio (1587-1635):

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Fondamentale in entrambi i casi la presenza di un oggetto: una conchiglia.

Una Pecten jacobaeus.

Una cappasanta.

Anche quando San Giacomo viene raffigurato sulla cattedrale di Notre-Dame di Parigi, questo elemento non manca. Nel bel mezzo del Giudizio Universale, al di sotto della strombatura dell’ingresso principale, tra le dodici statue degli apostoli, è possibile individuarlo grazie alla valva convessa fissata alla borsa:

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Oppure sulla cattedrale di Chartres, sul portale meridionale; le conchiglie del Santo stanno legate a una banderuola indossata a tracolla:

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Ma perché una conchiglia?

Si tratta degli oggetti che, all’epoca delle crociate, i pellegrini diretti verso la Terra Santa portavano più volentieri, per via della loro leggerezza e per la scarsità del loro ingombro. Dopo averle raccolte in giro, le conservavano in una bisaccia, oppure se le cucivano addosso.

Un souvenir, quindi.

In Galizia, nella parte più a nord-ovest della Spagna, dove c’è il comune di Finisterre (dal latino finis terrae: “confine della terra”), là dove si compie il Cammino di Compostela, i pellegrini cristiani — che andavano a visitare la tomba di San Giacomo, o da lì tornavano — dovevano, tra le altre cose, sottoporsi a un rito: bruciare i propri abiti, tuffarsi nell’Oceano Atlantico (per affrontare gli imprevedibili mulinelli d’acqua gelata che si formavano nella rìas, la costa rotta da profonde insenature) e recuperare una conchiglia a mo’ di testimonianza.

È un pellegrino anche lui, il Marcel della Recherche.

In viaggio per i vasti, sconfinati territori della memoria.

5.

L’immagine del pellegrino ha sedotto le intenzioni di Marcel Proust per molto tempo, durante la stesura della sua opera; pare addirittura che l’ultima parte del romanzo dovesse intitolarsi L’Adoration perpétuelle in omaggio a L’Adorazione dell’Agnello Mistico.

Si tratta di una pittura a olio (dimensioni: 375 x 258 cm) realizzata per la cattedrale di San Bavone a Gand, nel nord del Belgio, tra il 1426 e il 1432. Gli autori furono Jan van Eyck, l’artista che perfezionò la tecnica della pittura a olio, e suo fratello maggiore Hubert, che però morì prima del completamento del lavoro.

Dodici pannelli disposti su due file (tecnicamente si chiamano registri) che compongono un polittico apribile. Tema: la redenzione.

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Nella parte inferiore al centro c’è il grande pannello con l’Adorazione dell’Agnello Mistico. Ai suoi lati, altri quattro pannelli. A sinistra: i Buoni Giudici e i Cavalieri di Cristo. A destra: gli Eremiti e i Pellegrini. Nell’ultimo pannello a destra è impossibile non notare tra questi un pellegrino con, fissata al centro del suo copricapo, una conchiglia di San Giacomo.

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6.

Se, tra le tante catalogate ne I Grandi personaggi, la personalità di Marcel Proust è stata quella che è riuscita a suggerirmi un’immagine mitica dello scrittore, è accaduto per un motivo che, me ne rendo conto, non ho ancora svelato.

Essendo Proust un gigante della letteratura — secondo il critico Harold Bloom il genio che metteva nella creazione dei suoi personaggi, in quanto a vastità, gareggiava soltanto con quello di Shakespeare —, i motivi di una simile preferenza rischierebbero di risultare superflui. Addirittura banali. Per uno che scrive, o che voglia scrivere per mestiere, intendo.

Sarebbe un po’ come se, chiamati a stilare un elenco degli elementi presenti nel nostro universo, fondamentali per la nascita della vita sul nostro pianeta, fossimo colti da un lunghissimo, irragionevole istante di vuoto; un attimo di smemoratezza prima di posare la penna sul foglio e scrivere la parola: “sole”.

Se, invece, volessimo sfruttare alcune delle eccentricità comportamentali dell’autore della Recherche per esaltare, oppure, peggio: assolvere alcuni dei nostri più evidenti difetti caratteriali e/o fisici, ci muoveremmo alla ricerca di qualche dettaglio autobiografico meno conosciuto.

Fiaccati da una fastidiosa allergia da fieno, per sentirci meno sfortunati ci paragoneremmo a Proust; a quando, impegnato a scrivere una lettera a Reynaldo Hahn (di appena tre pagine), fu costretto a interrompersi ben ottantatré volte per soffiarsi il naso.

Spronati a uscire di casa per fare un po’ di sana attività fisica, ribadiremmo di aver appena sottoscritto l’abbonamento a un nuovo sito di streaming, usando come riferimento Proust; poiché, innamorato dell’invenzione del telefono (in Francia già nel 1900 pare avessero installato più di trentamila apparecchi), Marcel era solito utilizzare il servizio del «teatro al telefono» per restare aggiornato circa gli spettacoli teatrali in scena a Parigi.

Sollecitati a motivare certi slanci di inopportuna generosità economica affermeremmo che Proust, le rare volte in cui si recava al ristorante, era solito lasciare una mancia pari al 200% del conto pagato.

Chiamati a rendere conto di un nostro recente, vile se non addirittura ripugnante comportamento dettato da un moto di gelosia, manderemmo a memoria una frase scritta da Proust: «Vivete davvero con [la persona che amate], e non vedrete più nulla di ciò che ve l’ha fatta amare; ma, beninteso, i due elementi distinti possono essere nuovamente riuniti dalla gelosia.»

Ma non è nulla di tutto questo. Non è per questo che, tra le tante presenti nel volume de I GRANDI PERSONAGGI, quella di Marcel Proust è stata la personalità che mi ha suggerito l’immagine più mitica che uno scrittore dovrebbe trasmettere.

7.

«Ho deciso di por fine ad ogni carne, perché la terra a motivo degli uomini è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme alla terra» (Nuova Diodati, Genesi 6, 12). Il mondo a un certo punto, riporta la Bibbia, si affollò. E sventuratamente si colmò di malvagità. Disgustato dalla visione di un uomo cattivo, in grado di concepire unicamente pensieri maligni, Yahweh, il Dio del popolo ebraico, pronunciò queste terribili parole. Soltanto un uomo — uno solo, un agricoltore giusto e irreprensibile che camminava al suo fianco — trovò ai Suoi occhi la “grazia”. Quell’uomo era Noè.

Mettiamola così: se Proust avesse posseduto una versione francese de I Grandi personaggi, mi piace pensare che uno dei più importanti patriarchi ebrei sarebbe finito in cima alla lista.

«Quando ero bambino,» rivelò in un’intervista «mi sembrava che non ci fosse personaggio della storia sacra con un destino più triste di quello toccato a Noè, costretto a causa del diluvio a star chiuso nell’arca per quaranta giorni».

Per quale motivo, allora, Proust giunse a invidiare quest’uomo? Longevità a parte — quando cadde il Diluvio Universale, durante l’anno 1656 della Creazione, aveva seicento anni —, Noè dovette rinunciare, tra le altre cose, alla visione dell’arcobaleno, il segno dell’Alleanza tra Dio e «ogni essere vivente che è sulla terra», poiché Dio aveva deciso di manifestarsi attraverso la Shekhinah, cioè: la rappresentazione degli attributi femminili.

«Quando in seguito fui spesso malato,» prosegue Proust «dovetti stare a mia volta per lunghi giorni chiuso nell’arca. Capii allora che Noè non avrebbe mai potuto vedere il mondo così bene come dall’arca, benché fosse completamente chiusa e fosse notte sulla terra».

A questo punto, sembra immediato paragonare l’appartamento al n. 102 di boulevard Haussmann — dove Proust si trasferì il 27 dicembre del 1906, costretto per la prima volta dopo la morte della madre a “diventare adulto”, per completare la propria opera — alla struttura «di legno cipresso», grande «trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza», stipata «[…] di quanto vive, di ogni carne, […] due di ogni specie, per conservarli in vita […]», costruita da Noè. Ma come ha potuto una situazione talmente disagevole essergli d’aiuto?

Nel 1881, quando aveva appena dieci anni, Marcel Proust ebbe il suo primo attacco d’asma. L’episodio segnò l’inizio di una condizione irrimediabilmente compromessa: Marcel Proust sarebbe stato malato per tutta la vita.

E «La Recherche», scrive giustamente Gianni Macchia: «è la grande opera di un malato.» L’asma: «[…] presentava tutti i caratteri di un’autentica e grande nevrosi, in cui il passaggio dallo stato di salute allo stato di malattia era subitaneo. […] [L]a malattia […] sgretolava lo stesso concetto di personalità e l’immutabilità [dell’] io.»

È stata questa indiscutibile limitazione fisica ancorché psicologica a contribuire in maniera determinante alla formazione di Marcel Proust scrittore. Il vantaggio nella malattia, però, dove andava cercato?

Proust ha sofferto di: complicazioni intestinali (aveva problemi di stipsi e minzione); pelle sensibile (era costretto a lavarsi e asciugarsi adoperando degli asciugamani di lino con i quali si picchiettava la braccia, il petto e le gambe), ipotermia (le sue mani erano perennemente gelate e durante le cene al Ritz teneva sempre addosso il cappotto); tosse rumorosa (fino a temere l’ira dei suoi vicini di casa, i quali lo infastidivano a loro volta con interminabili lavori di ristrutturazione: «Una dozzina di operai ogni giorno che martella con tale foga e per così tanti mesi» scrive Proust, «deve aver eretto una piramide altrettanto maestosa di quella di Cheope, e i passanti si stupiranno di vederla sorgere tra i magazzini Printemps e Saint-Augustin»). E ancora: tramite le sue lettere, sappiamo che ha dovuto fare i conti con: «raffreddore, vista cattiva, difficoltà a deglutire, mal di denti, gomiti doloranti e vertigini». Invece di rassegnarsi e dare ragione a suo padre, il dottor Adrien (Cavaliere della Legion d’Onore e professore d’Igiene alla Facoltà di Medicina di Parigi), il quale lo rimproverava di accondiscendere troppo alla «paresse», e di non sapersi sbarazzare della «frivolité», Proust piegò la propria condizione a suo vantaggio grazie a un immane sforzo di volontà. Si rese conto che: «Solo la malattia ci fa notare e capire e ci permette di scomporre meccanismi che, altrimenti, non conosceremmo. Un uomo che ogni sera piomba come un masso sul suo letto e non vive più sino al momento di svegliarsi e di alzarsi, un uomo siffatto penserà mai di fare, se non delle grandi scoperte, perlomeno delle piccole osservazioni sul sonno? A malapena sa di dormire. Un po’ di insonnia non guasta per apprezzare il sonno, per proiettare una qualche luce in quella notte.»

Ecco. Uno scrittore — ogni scrittore, mi piace pensare — dovrebbe essere come l’autore della Recherche. Un essere umano che, pur di portare a termine la propria impresa di scrittura, combatte con la propria capacità di percepire il mondo, mentre tutt’attorno: «[…] le acque si innalzano sempre più sopra la terra e ricoprono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. […] Perisce ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta muore.»

Francesco Gallo è nato a Napoli nel 1981.
Ha scritto racconti per LINUS e Nuovi Argomenti e articoli per Rivista Studio.
Tiene un blog, corsi di narrazione, e, assieme alla moglie Domitilla Pirro, cura il progetto delle Merende Selvagge.
Commenti
6 Commenti a “Dalla parte di Marcel. Brevi note sentimentali sullo Scrittore e Narratore della Recherche”
  1. sergio falcone scrive:

    Notevole e lodevole. I miei complimenti.

  2. gino rago scrive:

    Un dettato icastico e colto supporta efficacissimamente l’intreccio dei temi proustiani arricchendo il lettore di questa pagina di minima&moralia che Francesco Gallo allestisce intorno alla sua vasta dottrina con i ritmi e i respiri d’un racconto breve, pronto a esser divorato.

    (Aggiungerei soltanto un dato: la prospettiva quadridimensionalistica dell’osservatore proustiano il quale, collocato al di fuori del flusso spazio/tempo, introduce il fattore M (memoria) al tridimensionale del mondo e della storia, come da certi acuti studi sul quadridimensionalismo di M. Ferraris).

    Questo lavoro ermeneutico di Francesco Gallo, come non di rado succede anche per esempio nel caso degli scritti di Rossella Farnese, è un raro e prezioso esempio di ben riuscito patto comunicativo fra autore e lettore, fra emittente e fruitore.
    E non è davvero poco in questa nostra epoca di sintassi sgangherata e indigenza lessicale.

    Gino Rago

  3. Francesco Gallo scrive:

    (Per Gino Rago, solo: 😊😊😊.)

  4. gino rago scrive:

    Per Francesco Gallo,
    il piacere di essere da lui letto,( ma altresì dai raffinati frequentatori di minima&moralia),
    ecco
    link

    http://www.isorciverdi.eu/2019/05/04/superga/

    grazie,

    Gino Rago

  5. gino rago scrive:

    Omaggio a Francesco Gallo, ai suoi acuti studi sui temi proustiani

    Gino Rago
    Quadridimensionalismo

    La madeleine*. Il selciato sconnesso.
    Il tintinnio di una posata.

    Le chiavi di casa perdute in un prato.
    Diventano in noi la resurrezione del passato?

    Fanno riapparire il tempo nello spazio?
    […]
    Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
    Il tempo perduto esce dalle profondità delle quattro dimensioni.

    Perché l’uomo è spaziotempo,
    al profondo, nel lungo e nel largo

    soltanto l’uomo lega ciò che è stato,
    il tempo perduto, il tempo passato.

    Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
    possono vibrare insieme solo nella Memoria.

    E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.
    La morte qui non c’entra.

    gr

    da
    Gino Rago
    I platani sul Tevere diventano betulle (Edizioni Progetto Cultura, 2019, Roma, pp192, 12 euro)

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