Dalla parte sbagliata

di Christian Raimo

Sembra che per almeno una settimana, anche nel discorso pubblico, si parli di politica, si faccia teoria, si discuta di idee… La manifestazione indetta dalle donne per domenica è passibile di mille critiche ma forse proprio per questo sta avendo il merito – all’interno di un’opinione mainstream quasi sempre risucchiata dall’indignazione a comando o dall’abitudine al cinismo – di dare la stura a un dibattito vivo, con contrapposizioni accese intorno ai corpi, ai desideri, ai modelli di vita, ai rapporti tra i generi e tra le generazioni, e anche alle questioni educative, a quelle morali, etc… Così le donne hanno riacquistato nell’ultima settimana una voce centrale sui media italiani che spesso, spessissimo, gli è negata. Facendo anche notare però come abbiamo a che fare con l’emergere di un impegno e di una riflessione carsiche, non di illuminazione sulla via di Damasco di donne che “dicono basta” – come ci hanno tenuto, e giustamente, a ribadire Ida Dominijanni, Lia Cigarini, Manuela Cartosio qui sul manifesto… Fatto sta che in questa manifestazione ci saranno in molte, da chi si spende in prima persona da anni cercando per far fruttare la memoria storica e tener viva una critica femminista di prima seconda e terza generazione, a chi anche semplicemente non vuole assomigliare a una vergine da sacrificare al Drago (come si usa dire).

Su facebook questo ha significato, per esempio, per migliaia di donne rivendicare un canone femminile alternativo, attraverso un semplicissimo gesto: sostituire alla foto del proprio account un’immagine di un’icona della femminilità diversa da quella propalata da starlette dalle labbra rifatte. Da Ipazia a Simone De Beauvoir, da Cristina Campo a Alda Merini a Margherita Hack. Sarà clicktivism, ossia facile attivismo da rete, come l’ha definito il Guardian; ma tant’è, oggi questa è l’unica forma di politica che molti conoscono: le firme in calce agli appelli, la foto da mandare al giornale con un post-it sulla bocca… Pensiamo all’Egitto, dove forse, senza la viralità dei social network, Mubarak avrebbe ancora il novantacinque per cento dei consensi.

Che c’entro io? Da maschio – ossia da persona a cui in questi giorni più di altri si chiede partecipazione e autocritica – ho riflettuto anch’io, in mezzo a tale dichiarazione identitaria collettiva, su quale immagine avrei messo a contrappuntare il mio profilo, da quale figura di uomo mi sento rappresentato. E ho pensato che dal brodo di quest’esplosione italiana di oscenità pubblica e di relativo sdegno sarebbe bello se scaturisse l’occasione non solo per rivendicare la propria vilipesa parte migliore, ma anche per fare i conti con la propria oscena parte peggiore. Insomma, se da una parte io posterei sul mio account la fotina di John Cassavetes o David Foster Wallace o Paul Ricouer o chissà quale altro eroe culturale, dall’altra ci piazzerei il faccione di Lele Mora. Lele Mora, sì. Cosa vorrei che mi accomunasse a Cassavetes, Wallace, Ricoeur non è importante; più significativo, credo, è quello che invece mi rende simile a Lele Mora, a Berlusconi, a Corona, a Fede, a Bartolo…

Apparentemente infatti io e Lele Mora siamo distanti anni luce. Siamo, in un certo senso, esemplari di due contesti italiani coesistenti ma impermeabili tra loro. Due universi distinti. Abbiamo visioni opposte del mondo, della morale, apparteniamo a due classi sociali che non si toccano, non abbiamo nessuna amicizia in comune, disponiamo di conti in banca incommensurabili… Ecco: gran parte delle manifestazioni antigovernative degli ultimi mesi se non degli ultimi anni, tutto l’antiberlusconismo morale, di stile, di gusto, di decenza, di genere, ha confermato questa partizione: c’è un mondo di Minetti e Lele Mora da una parte e poi c’è un altro mondo, con altri valori e altro stile dalla parte opposta. I degni e gli indegni. Gli stilosi buoni di cuore e i cafoni.

La fotografia dell’Italia che vien fuori dai Palasharp, dagli elenchi tv di Saviano e Fazio, dalle paginate di appelli contrapposti sui giornali, e forse anche dalla manifestazione di domenica prossima rischia di assomigliare a questo schema. Uno schema che, magari è vero, ci dà la possibilità di rendere denso un sentire comune – offeso dallo schifo dei bunga bunga e delle polverine nei bicchieri – ma non si rivela molto utile né a capire la realtà che ci circonda né a contrastare veramente il berlusconismo culturale e Berlusconi in sé.

Perché io e Lele Mora qualcosa in comune ce l’abbiamo, devo ammetterlo. Io e Lele Mora siamo due consumatori. Alle volte due consumatori compulsivi. Di quelli che guardano il consorzio umano come un catalogo di Postal Market. E se lo stile di Lele Mora lo conosciamo ormai dalle intercettazioni e dai racconti delle olgettine, forse è il caso che vi racconti quello che potrebbe essere il mio, in una settimana come un’altra.

Io potrei, per esempio come ieri suggeriva Repubblica per San Valentino, comprarmi l’application Love Vibes per Iphone, che consente di ricevere un giudizio sulla propria prestazione amorosa. Potrei fare una pausa in ufficio e scaricarmi dal Corriere.it il video settimanale di Novella Duemila che mi fa sapere che Belen ha superato la Canalis nelle preferenze dei lettori. Potrei rivedermi ancora una volta sul sito della Stampa le 19 foto di Sara Tommasi (una vestita da infermiera, una a tette all’aria, una versione segretaria, una in cui lecca ammiccando una paletta sporca di gelato, una in cui dà un bacio lesbico a una bionda…). Oppure potrei leggermi la rassegna stampa a firma Beatrice Borromeo sul Fatto quotidiano, articoli che mi sembrano sempre scritti da una modesta penna liceale e domandarmi ma perché ci sono così tante mie coetanee brave giornaliste che conosco che non scrivono al posto suo; e così, saltando senza pensare da un sito all’altro su internet, potrei finire con lo spizzarmi un po’ di sue foto in pose sexy , e poi girare da un sito all’altro in cerca di altre celebrities. Oppure semplicemente telefonare al numero che ho trovato sul Messaggero di “Massaggi integrali fatti da un italianissima”. Oppure ancora, sempre prendendo spunto da  quello che suggeriscono Repubblica e Corriere, decidere di iscrivermi a siti di incontri on-line, a parship.it, a meetic.it… E avere ogni giorno da sfogliare migliaia e migliaia di profili di “donne che ti vogliono conoscere!” e alle quali “il mio profilo è piaciuto moltissimo!”. O essere ancora più conformista, scattare un po’ di foto al mio uccello e iscrivermi a un sito di annunci erotici come AdultFriendFinder (in Italia come me l’hanno fatto un sette, otto milioni di persone). O accettare il fatto di essere stanco e masturbarmi davanti a youporn.

Dopo aver passato la settimana feriale in questo modo potrei anche andare domenica a manifestare per la dignità delle donne. Dopo un brunch con le amiche dalle parti di San Silvestro, sperando nella bella giornata. Ma – visto che il mio dovere civico l’avrei svolto – vorrei esprimere un desiderio: vorrei che su quel palco salisse, per esempio, nella “quota immigrati che per la political correctness non manca mai” non, come pare che sia, una donna medico congolese che ha avuto riconoscimenti dal presidente della Repubblica in persona; ma una casalinga del Maghreb che in questi giorni è stata bocciata all’esame di lingua italiana sostenuto per vedere prolungato il suo permesso di soggiorno, o una puttana nigeriana, o persino l’ultimo camionista ucraino che ha contrattato sul prezzo per farsela. In realtà, mi spiace molto ammetterlo, alle volte ho molto più in comune con loro. Con quelli che sanno, come dire, di non stare dalla parte migliore.


Commenti
26 Commenti a “Dalla parte sbagliata”
  1. Giordano Tedoldi scrive:

    C. Raimo re del mondo.

  2. maria (v) scrive:

    CHRISTIAN RAIMO: simply THE BEST!

  3. zauberei scrive:

    Fichissimo christian – non so se sono d’accordo proooprio su tutto – dovrei rileggere, ma la fichissimità rimane.

  4. carmelo scrive:

    Non vorrei essere scortese ma a me questo paradigma del consumatore compulsivo che raimo utilizza spesso nei suoi articoli, per spiegare l’imbarbarimento culturale e civile di questo paese, non convince per niente.
    Se non altro perchè il consumismo compulsivo è ilcomune denominatore dei paesi occidentali, anzi nei paesi più avanzati del nostro è più raffinato ed estremo.
    Se non altro perchè laddove i comportamenti consumistici sono meno estremi (per esempio nel su) maggiore è il consenso berlusconiano.

    Allora cosa possono avere in comune, se ce l’hanno, ma io sono convinto che non ce l’hanno, Lele Mora e cristian raimo, tanto per stare nella metafora?

    io direi il desiderio predatorio e proverò a chiarire il mio pensiero.

    Se facciamo un po’ caso agli slogan e berlusconiani, la parola più usata e sbandierata eè ahimè, la parola libertàpartito della libertà popolo delle libertà, pesniero liberale,
    e ora da ultimo udite udite, libertà sessuale.
    il messaggio – e il comportamento -del sultano da vent’anni è sempre lo stesso: qualsiasi interesse privato anche il piu’ incoffesabile, volgare, antisociale e criminale e legittimo e ogni comportamento per soddisfare tale interesse è giustificato. Gli italiani lo hanno capito: possiamo evadere le tasse, commettere abusi edilizi, fare affari con la mafia, corrompere e lasciarci corrompere e se qualcuno ce l oimpedisce (i giudici per esempio) è comunista.
    Il sultano ha sempre difeso e legittimato i suoi sudditi e servi i quali grazie a questa legittimazione, non si vergognano di fare affari con i mafiosi o la camorra (dell’utri tanto per fare un nome) o di costituire della cricche con intento predatorio della cosa pubblica, non si vergognano ma anzi rivendicano con arroganza i loro ocmportamenti.
    Insomma il sultano ha legittimato la libertà del basso ventre, ha esaltanto lo scarso senso del bene comune e della cosa pubblica elementi latenti nella cultura di questo paese.

    lo stesso succede con le donne.
    liberta di asservirle, di predare i loro corpi in cambio di soldi, favori, incarichi pubblici e politici.
    Queste varie Minetti, non provano nessuna vergogna e non si dimettono dagli incarichi che hanno ricevuto in cambio dei loro favori sessuali.

    io immagino questo scarso senso del bene comune questa concezione della donna da usare e abusare a proprio piacimento è coumne a una buona fetta del popolo di questo paese. Il sultano l’ha capito e ne ha fatto la sua bandiera. Il sultano circondato d aservi che lo odiano e lo irridono ma lo difendono a spada tratta per non perdere i loro privilegi.

    C’e’ un’altra cosa che non condivido di questo articolo:
    la frase un po’ ruffiana secondo la quale la manifestazione “è passibile di mille critiche”. io dico che sarebbe ora di parlare di meno e fare di più, non solo in piazza, ma anche a casa, nella scuola, al lavoro, nel bar, davanti a un ufficio pubblico, oppure ascoltando una barzelletta cretina una di quelle barzellette che berlusconi ben conosce e che ci fa vergognare di vivere in questo paese.

  5. sarav scrive:

    Parlar di donne/ sulle donne e per le donne sta diventando la nuova bandiera della sinistra ( o presunta tale).
    Finalmente qualcuno che parla da uomo e riflette sull’essere uomo.
    Il nodo e’ tutto qui.
    Grazie Christian.

  6. Quando ci viene chiesto di stare da una parte, in effetti, bisognerebbe che le ragioni per sentirsi solidali fossero più di una, che tenessero in conto almeno una dose minima di complessità.

    So che il manicheismo è un aggregante necessario.
    Però ha senso usarlo per riunirsi orgogliosamente quando è sintesi di qualcosa che c’è, e si muove, e si sposta, e cresce, e si alimenta della condivisione di percorsi. Non quando è l’unico modo per fare massa, numero.

    Le buone donne (e un po’ di buoni uomini) oggi vanno in piazza per protestare contro le cattive donne e contro i cattivi uomini.
    Io, veramente, non so se la mia faccia non rifatta, il mio corpo non rifatto, e il mio sguardo di donna siano degni di Margherita Hack, o compatibili con un «canone alternativo» di donna.
    Ma non ho la minima intenzione di cambiare la mia foto-profilo su Facebook, perché io sono io, e non sono né la Minetti né Ipazia.
    Sono una che se incontra la Minetti le chiede delle cose, non le dà una botta in testa. Non le dice «troia».
    Sono una a cui Berlusconi non piace non perché vede ragazze minorenni – anche, certo – ma perché la sua politica ha devastato l’Italia, cogliendo i frutti di ciò che gli preesisteva.
    Sono una che di fronte alla bipartizione sacrificale delle donne di cui parla l’appello di «se non ora quando?» – http://www.articolo21.org/7619/editoriale/se-non-ora-quando-appello-alle-donne-per-una.html – si fa venir voglia di rivendicare la gioia della rinuncia al sacrificio della propria femminilità.
    Ebbene sì: ho peccato.
    Ho peccato con soddisfazione, con orgoglio, con piacere, con entusiasmo. Tutte le volte che potevo, ho mandato a quel paese la «cura delle relazioni affettive e familiari», «di figli, mariti, genitori anziani».
    Cerco di non sacrificarmi più «per la professione» che mi sono scelta.
    Non sono impegnata nel volontariato «allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui» vivo.
    Ho una tale considerazione di me da accettarmi per come sono; da provarci, perlomeno. Nelle mie miserie e nelle mie grandezze.

    «Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose», dice l’appello, «lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale».
    Ecco: se io non vado in piazza, oggi (e infatti non vado in piazza) non è perché taccio. Io non taccio, non ho mai taciuto.
    E che le firmatarie di un appello in nome della dignità delle donne si permettano di dire che se non firmo mi assumo una pesante responsabilità mi fa arrabbiare molto.

    Non so dove fossero tutte queste Ipazie quando il referendum sulla legge 40 sulla fecondazione assistita non ottenne il quorum.
    Ma saperlo mi pare cruciale.
    Non posso andare in piazza con chi quel giorno non c’era.

  7. carmelo scrive:

    Il fatto che questa iniziativa di scendere in piazza abbia suscitato e continua a suscitare tanti distinguo opposizioni e, condanne fino al punto di rivendicare come scelta politica quella di non partecipare come fai tu, Federica, mi fa pensare che questo paese vive in uno stato di confusione e completo rimbimento. Un paese che all’estero viene osservato con meraviglia e pena.
    La questione è semplice:
    la cultura del sultano ha imposto un criterio di selezione della classe dirigente non basato sul merito, sulle competenze, sulla capacitò di creare consenso attorno a un progetto politico (come avviene negli altri paesi) ma basato esclusivamente
    sulla fedelta servile al capo;
    non importa se sei mafioso, ignorante, criminale, importa solo che sia fedele e che metti a disposizione (prostituisci) il tuo cervello al servizio non del paese ma del capo.
    Per le donne ed questa la cosa orribile su cui federica dovresti riflettere,
    non basta essere serve e fedeli, occore diciamo così essere fisicamente gradevoli; occorre offrire al capo non solo il proprio cervello ma anche il proprio corpo.
    Se un criterio del genere fosse proposto in qualsiasi altro paese al mondo provocherebbe non un una manifestazione ma una rivolta.

    Cosa c’entra essere buoni o cattivi?
    cosa c’entra che tu ti riotenga peccatrice ?
    questi sono affari tuoi che fanno parte della tua sfera privata e che investono le tue relazioni private (i tuoi amici i tuoi fdidanzati i tuoi colleghi.

    ma se tu accetti quel criterio di selezione (asservimento del cervello e in quanto donna anche del corpo)
    allora non sono più affari tuoi.
    se tu cioè sei consigliera regionale o parlamentare o ministra perchè sei fisicamente gradevole e disponibile beh allora
    non sono più afari tuoi sono anche affari miei perchè il tuo comportamento investe la sfera pubblica e io come cittadino provo vergogna di essere rappresentato da un partito che promuove questi comportamenti.

    non andare alla manifestazione non è nè un peccato nè nessuno puo’ condannare chi non ci va.

    ma venire qui prendersela con le donne che hanno deciso di manifestare
    per rivendicare come una scelta politica la decisione di non andarci m isembra masochista e pretestuoso.

  8. Carmelo, non ho parlato degli affari miei – come dici tu – più di quanto abbiano fatto le donne che hanno scritto l’appello, descrivendo la vita delle donne «buone» come una sequenza di adempimenti che erano quelli che riprendevo passo passo io, e non per parlare dei fatti miei.

    Il problema, Carmelo, è politico. Non di genere.
    Se invece preferisci pensare che le mie parole siano espressione del rimbambimento del Paese e dei motivi per cui all’estero veniamo guardati con pena, fai pure. Non ho mezzi per impedirtelo.
    Ti ringrazio per l’invito a riflettere, cosa che peraltro tendo a fare anche senza troppi consigli.
    Penso che sarebbe utile che lo facessi anche tu.

  9. Eva scrive:

    Mi sono interrogata a lungo in questi giorni sull’opportunità di partecipare alla protesta. Ho persino consultato il mio guardaroba per accertarmi di avere a disposizione un degno assortimento di sciarpe e foulard bianchi adatti all’occasione (ma è più idoneo il bianco-panna, o il bianco-ghiaccio? Meglio la seta o la lana?): non mi piace arrivare impreparata a certi eventi. Stamattina mi sono alzata presto, ho indossato una mini (Dio solo sa da quanto non ne indosso una e chissà perché lo faccio proprio oggi), ho afferrato un paio di sciarpe bianche a caso (resto indecisa tra le due nuance, ma le ultime tendenze sembrano abbastanza chiare: il ghiaccio) e raggiungo, con assai poca convinzione, la fermata del bus che dovrebbe portarmi in città. Non ho ancora deciso se partecipare alla manifestazione. Mi dico che in fondo è giusto, che dovrei rivendicare anch’io il mio diritto ad essere donna, che tante donne, e magari anche tanti uomini, lo faranno e che non è bene delegare ad altri la difesa dei propri diritti. I miei discorsi non fanno una grinza.
    Ma.
    Consulto gli orari dei bus: sono in largo anticipo. Ho tutto il tempo di tener fede al mio rito domenicale a base di quotidiani e cappuccino in solitaria al solito tavolino del bar. Sulla prima pagina di uno dei miei giornali campeggia la scritta: “SE NON ORA QUANDO”. Giusto, mi dico, appena finisco il cappuccino prendo quel bus. Al tavolo vicino al mio ci sono due uomini, uno legge un giornale, l’altro interviene di tanto in tanto. Non li ascolto: sono immersa nell’inserto satirico del mio quotidiano. Arriva il cappuccino. Interrompo la lettura. E’ allora che si coagula in maniera concreta e definitiva quel “Ma”. Accade quando uno dei due, quello col giornale, dice all’amico: “Le donne che leggono il giornale sono porche a letto”. Ha detto proprio così. Mi guardo in giro: intorno a me è tutto un fiorire di famigliuole da Mulino bianco (la chiesa del quartiere è proprio di fronte al bar), a parte me, non ci sono donne sole. Per lo più sono con uomini, alcune con le amiche. Chiacchierano. Nessuna, dico, nessuna, legge un giornale. E’ così da sempre, me ne rendo conto solo ora. Vivo in una (bellissima) città del Sud, dove anche se il rito consumistico è meno pronunciato che al nord (ne siamo certi?) è solo perché sfugge ai meccanismi canonici: la borsa contraffatta, il capo griffato a nero, il falso d’autore, sono una norma irrinunciabile pur di essere qualcuno, anche senza ricorrere alla prostituzione propriamente detta. Tutto è regolato da leggi arcaiche che si trasmettono per memoria collettiva. Crediamo di aver raggiunto una serie di diritti, grazie alle lotte delle nostre mamme e delle nostre nonne e invece mi accorgo solo adesso che il diritto ad avere un’istruzione, ad andare in giro vestite come ci gira, ad essere cittadine consapevoli del proprio ruolo all’interno di questa società, ancora una volta si traduce in un trionfo del maschilismo più becero:
    1- le donne vanno a scuola, come gli uomini. Quando finiscono il loro percorso formativo, se trovano un lavoro è bene, altrimenti ci sono i loro mariti;
    2- la donna studia al solo scopo di trovare un lavoro – non importa quale- che possa aiutare la famiglia: l’idea che una donna lavori o studi per se stessa, perché abbia altro al di fuori della famiglia, non ci sfiora neanche;
    3- la minigonna si indossa la sera, quando si esce con gli amici;
    4- la minigonna si può usare anche di giorno, ma è preferibile farlo quando sei col tuo ragazzo o con tuo marito: se sei con le amiche sei già ad alto rischio;
    5- una donna non esce mai da sola: se lo fa, nella migliore delle ipotesi è un’eccentrica o una povera “sfortunata”;
    6- i giornali sono cose da uomini: le donne “normali” leggono i libri, o Novella 2000, oppure Vogue.
    7- Se sei una donna, con la mini, da sola, in un bar e con un quotidiano, sei chiaramente una “porca a letto”.

    Non andrò a quella manifestazione, ormai è deciso. Non lo farò perché è il mio modo di rivendicare il mio diritto ad essere una “porca a letto”, senza occhiatine di intesa fra sconosciuti mentre leggo un giornale (avete mai visto donne scambiarsi occhiatine d’intesa su un uomo che legge un giornale?), il mio diritto ad usare il mio corpo come voglio io e non come la comune morale vorrebbe impormi, il mio diritto a prostituirmi se lo ritengo necessario a progredire nella mia carriera, perché è questo che la mia società mi offre e non adeguarmi mi condanna ad una vita senza capi firmati e serate al Billionaire, ed io ho il diritto di fare quello che posso per ottenere tutto questo, se è questo ciò che ritengo il mio modello di vita ideale. Non andrò a quella manifestazione perché lo ritengo dannatamente ipocrita, mi dispiace. Diavolo! Ma ci rendiamo conto che viviamo in un paese che non considera reato la prostituzione, né “l’andare a puttane”, ma che considera “reato” l’adescamento, cioè il proporsi, il farsi avanti della donna?!?
    Capisco le buone intenzioni e la buona fede di tutte le partecipanti, ma per quanto mi riguarda, noi donne non avremmo dovuto aspettare tutto questo tempo: avremmo dovuto scatenare un casino colossale già quando Berlusconi si permise di dire ad una precaria che le donne “carine come lei” non avrebbero dovuto preoccuparsi del loro futuro perché, in quanto carine, avrebbero potuto tranquillamente ambire alla mano di un signorotto di turno, suo figlio, ad esempio. Era lì, in quel pensiero, che era già espressa, in maniera inequivocabile, la concezione di una donna irreparabilmente destinata a vivere da mantenuta. A parte qualche sporadica protesta, invece, tutto si risolse in un nulla di fatto: e questo perché, in fondo, noi donne la pensiamo proprio così: se combino un buon matrimonio (anche d’amore, magari), posso anche smettere di complicarmi l’esistenza con un lavoro, perché il lavoro, come i giornali, in fin dei conti è roba da uomini.

    X Federica:
    Io mi ricordo benissimo quel giorno del referendum: ero scrutatrice e ricordo che passai quelle ore nello sgomento e nell’incredulità più totali: nel mio seggio vennero a votare quasi esclusivamente donne mature coi loro mariti. Gioventù: Non pervenuta.

    Grazie, Raimo, per il tuo percorso autocritico, ma mi dispiace: questo mancato rispetto del corpo, del cervello e del sentire femminile, è principalmente un nostro problema. Come uomo, tu avrai sempre la possibilità di scegliere fra una donna che lavora, che scrive e che legge i giornali, e una donna che lavora per sollevare la famiglia dal peso delle bollette, che mette la mini solo quando si sente sufficientemente snella da poterselo permettere e quando sa di avere accanto un uomo che le offre un po’ di riparo dai clacson dei camionisti ucraini, o delle utilitarie con i bimbi a bordo. Come donna, ancora oggi, a me resta da scegliere se passare per una puttana che legge i giornali, o una donna per bene che porta il pane a casa che con la crisi non ce la facciamo più ad andare avanti.
    Ah, non ho mai voluto inserire una mia foto sul mio account: ho sempre pensato che ci si dovesse interessare ai pensieri e alle parole più che all’immagine, ma se mi si dovesse costringere a sceglierne una, non avrei dubbi: sceglierei Colette, in uno di quegli scatti che la immortalano nuda, sulle scene di un qualche teatro, perfettamente padrona di se stessa e del suo corpo.
    Un cordiale saluto a tutti,
    Eva

  10. carmelo scrive:

    tu Eva dici:

    Non andrò a quella manifestazione, ormai è deciso. Non lo farò perché è il mio modo di rivendicare il mio diritto ad essere una “porca a letto”, senza occhiatine di intesa fra sconosciuti mentre leggo un giornale (avete mai visto donne scambiarsi occhiatine d’intesa su un uomo che legge un giornale?), il mio diritto ad usare il mio corpo come voglio io e non come la comune morale vorrebbe impormi, il mio diritto a prostituirmi se lo ritengo necessario a progredire nella mia carriera,

    E’ triste davvero triste che anche tu come Federica abbiate completamente frainteso il significato della manifestazione e ne date l’interpretazione che ne ha dato Giuliano ferrare e tutta la corte di servi
    al servizio del sultano.

    Tacciare di moralismo le organizzatrici della manifestazione, accusarle di voler imporre una morale o di voler giudicare i comportamenti sessuali privati delle donne, significa che l’azione continua di mistificazione della realtà operata da questo governo funziona eccome se funziona.

    Nesuno vuole giudicare il tuo comportamento a letto, tantomeno le donne che hanno promosso la manifestazione.
    Io ci son ostato, ti consigli odi ascoltare gli interventi sulla Tv di repubblica.

    Il punto lo ripeto fino alla noia è un altro.

    Non puoi accettare il principio che la selezione della classe dirigente di questo paese venga fatta non valutando i meriti e le competenze delle persone (uomini e donne) ma la loro fedeltà al capo e ai suo iinteresi.
    Non puoi accettare come donna che la selezione per assumere cariche politiche venga fatta valutando la bellezza e la disponibilità sessuale delle candidate.
    Perchè questo non ha niente a che vedere con la morale e la libertà.

    Invito infine il sig. Raimo che vedo è osannato dagli interventi femminili di esprimersi su questo punto e chiarirlo.

    Invito il sig Raimo a dire se una delle mille critiche di cui a suo dire è passibile la manifestazione è quella che hanno esposto Eva e federica, cioè il punto di vista dei vai sgarbi, minetti, ferrara e servi vari del sultano (che una donna nella manifestazione di roma ha definito surreale), che pur avendone schifoe ben sapendo che ha torto marcio, sono terrorizzati dall’idea di perdere i loro rpivilegi, e lauti stipendi pagati dai cittadini.
    Altrimenti comincio a pensare che la sua metafora non sia poi così lontana dal vero

  11. christian raimo scrive:

    Scrivo al volo, scusate. Credevo di essere stato chiaro, anche nel livello analogico di quello che dicevo. Comunque: il punto è sicuramente per me il criterio di selezione della classe dirigente. Chi non può essere d’accordo su questo? Per questo sono andato alla manifestazione oggi, e per questo sono contento che sia andata bene.
    Poi, però, ci dev’essere un altro livello di analisi, altrimenti si scivola nel luogo comune, e questo livello ho provato a indicare a partire da me.

  12. Eva scrive:

    Caro Carmelo,
    non so se la mia interpretazione del significato di questa manifestazione corrisponda all’idea che ne ha ferrara: non stimo affatto quell’uomo e di conseguenza non mi sono inferta la pena di ascoltare o di leggere le sue opinioni in merito.
    Mi sono tormentata molto, invece, sull’opportunità o meno di partecipare a questa manifestazione. Ritengo giusto il diritto di gridare il proprio sdegno di fronte a questo mercimonio sulla dignità delle donne, ma allo stesso tempo, se provavo ad immaginarmi alla manifestazione, non potevo fare a meno di sentire un vago senso di disagio. Sentivo che qualcosa non quadrava, ecco.
    La verità è che ho ritenuto che in qualche modo si speculasse ancora, per ragioni opposte, sulla mia dignità. Ritengo che molte forze politiche (e ribadisco POLITICHE) abbiano pensato di cavalcare l’onda del giustissimo sdegno femminile per gridare, senza dirlo: Berlusconi dimettiti! Sentivo forte la puzza di questo pensiero e alla fine no, proprio non ce l’ho fatta: non ho voluto fare in modo che altri signori-padroni approfittassero del mio essere donna. E questo non perché non voglia gridare a Berlusconi DIMETTITI, ma perché le sue dimissioni sono un fatto politico che voglio distinguere, per rispetto nei miei confronti, da quello culturale che riguarda la concezione della donna. Sono sicurissima che le donne e gli uomini che hanno partecipato oggi alle tante manifestazioni fossero animati dalle migliori intenzioni, ma siamo onesti: tu che vi hai partecipato, non lo hai fatto anche un po’, solo un po’, per gridare il tuo no a Berlusconi, oltre che al suo ideale femminile? E’ a questo che ho voluto sottrarre il mio corpo e il mio cervello, quando ho finalmente deciso di non partecipare a quella manifestazione, e credimi, è stata una decisione davvero sofferta.
    Quando dico che rivendico il mio diritto a prostituirmi per ottenere un avanzamento sociale, parlo da donna che ritiene di avere il pieno possesso del proprio corpo e dei propri mezzi, ma questo non vuol dire affatto, né tanto meno lo penso, che trovo giusto questo marcio sistema politico. Io non penso che le varie Nicole, Ruby e Marystelle siano delle minorate mentali o delle poco di buono solo perché hanno scelto di aderire a quel sistema e penso che offenderei la mia dignità di essere pensante se condannassi le loro scelte. Non hanno commesso reato. Punto. Ben altra cosa è invece la condotta di un leader politico che costruisce un sistema di poteri fondato sulla fedeltà al capo e sul numero delle “prestazioni straordinarie” dei suoi collaboratori. Ed hai pienamente ragione: non posso affatto accettare che la disponibilità sessuale di una donna costituisca criterio fondamentale per la selezione politica. Non lo posso accettare non come donna, ma come essere umano e come cittadino.
    Resta il problema culturale della concezione della donna che, aihmè, è di ben più vaste proporzioni e non del tutto ascrivibile a Berlusconi, anche se, è innegabile, lui ha saputo portarlo a galla, amplificarlo e legittimarlo. Il fatto che una donna che legge un giornale da sola in un bar sia condizione necessaria e sufficiente per essere considerata una “porca a letto” la dice lunga non solo su certa mentalità maschile, ma soprattutto su quello che noi donne siamo ancora oggi, sul nostro rapporto con la società e con la cultura. Trovo davvero inammissibile che una donna che legge un giornale sia uno spettacolo talmente esotico da scatenare le fantasie proibite di due tizi davanti ad un caffè; trovo inconcepibile che le donne, ancora oggi, votino su consiglio del marito, o del padre o dell’uomo più vicino, perché non si prendono la briga di studiare la realtà che le circonda; mi fa orrore vedere tante mie coetanee portare brillantemente a termine il loro percorso di studi, per poi affrettarsi a cercar marito in modo da garantirsi una posizione rispettabile nella società, giacché, in questa Italia, una donna è davvero tale, solo se ha un uomo accanto. Per tutto questo, caro Carmelo, non sono andata a quella manifestazione. Lo farò, quando saremo tutti pronti ad accettare il fatto che il corpo di una donna non è un vessillo da ostentare quando più ci fa comodo, ma qualcosa che merita attenzione e rispetto e cura sempre, non solo quando più forte è la minaccia.
    Rinnovo i cordiali saluti,
    Eva
    .

  13. carmelo scrive:

    cara Eva
    non intendevo assolutamente giudicare la tua scelta, ci mancherebbe, semplicemente l’interpretazione distorta che, a parer mio si intende, tu hai dato della manifestazione, un’intrpretazione che viene in questi giorni demagocicamente urlata dalla destra di governo, le varie santanchè (che ha dichiarato che le donne manifestano perchè odiano berlusconi), ferrara (chi manifesta è puritano moralista e contro la liberta sessuale bla bla) o gelmini (sono radical schic) e minetti ( non cito le cazzate che ha dichiarato per pudore).
    Ribadisco, la manifestazione non è stata un pretesto per gridare berlusconi vattene.
    E’ stata una denuncia delle donne contro la condizione drammatica in cui vive oggi la donna in italia.
    Non è stata una moralistica irrisione delle donne che tu citi (di cui una minorenne vorrei ssottolineare) che hanno offerto il loro corpo a un uomo che definiscono porco e dal quale hanno cercato di ottenere soldi, favori, incarichi politici.

    Le donne che hanno parlato (rinnovo l’invito di guardare su repubblica la manifestazione), hann orivendicato la loro dignità la tua dignita di poter leggere il giornale e non essere guardata come una preda, una che fa la porca a letto;
    hanno parlato le precarie rivendicato il diritto di essere valutate per le loro competenze, il loro cervello e non per la loro fica.

    Questo è un paese che solo qualche hanno fa ha sancito che l ostupro è una violenza alla persona e non alla morale, un paese il cui capo del governo ha detto che se le donne vengon ostuprate è perchè sono belle e non basterebbe l’esercito per difenderle; lo stesso capo che ha detto che le donne posson orisolvere i loro problemi trovando un uomo ricco.
    un capo del governo che in televisione ha tacitato il presidente del PD non per le sue opinioni ma perchè a suo dire è brutta.
    Beh io come uomo mi vergogno di appartenere allo stesso genere di questo signore.

    Questo signore che ha dato cittadinanza al basso ventre dei maschi nostrani proprio quelli a cui ti riferisci. Basta ascoltare le barzellette, gl iammiccamenti, le umiliazioni di cu ison ooggetto le donne in ogni luogo.

    E’ questa la liberta sessuale che bisogna rivendicare
    sesso vuol dire relazione comunicazione gioia.

    Il fatto che una donna accetti questa umiliazione per fare carrieraè triste e umiliante per le donne.
    Perchè ci sono tante donne intelligenti preparate e in gamba e non vedo perchè non debbono essere umiliate e ignorate per questo, per il solo fatto che non voglion osvendere la loro dignità.

    Allora mi piace immaginare che lo stesso spirito con cui le donne hanno manifestato venisse praticato tutti i giorn ia tutte le ore, a scuola nel lavoro a casa, con gl iamici i colleghi e gli amanti.

    Il problema dice Raimo è politico, beh per l’appunto la politica comincia da qui, dai comportamenti privati che inevitabilmente assumono una valenza politica.

    Non si puo’ umiliare il bene comune, l’interesse collettivo per soddisfare i propri interessi più o meno leciti e i propri desideri (il desiderio che non riconosce un limite per la verita gli psicoanalisti lo chiamano perversione)
    da uomo mi incazzo come una iena se una minetti qualsiasi prende 12 mila euro al mese pagate dai cittadini, ma se fossi una donna farei una rivolta

  14. carmelo scrive:

    scusate c’e’ un pericolossissimo non in piu’

    e non vedo perchè debbono essere umiliate e ignorate per questo, per il solo fatto che non voglion osvendere la loro dignità.

  15. Eva scrive:

    Il problema è quel sottile maschilismo che pervade un po’ tutti, noi donne comprese. Perché dovrei incazzarmi di più, in quanto donna, per le folgoranti carriere delle varie Minetti? In fondo, quel posto di assessore regionale che lei occupa, poteva benissimo essere destinato ad un uomo di indubbio valore politico: a me interessa che un paese sia governato bene, non che sia governato da una donna o da un uomo. E poi, sei proprio sicuro che utilizzare il proprio corpo per ottenere un avanzamento di carriera rappresenti un’umiliazione per colei (o colui) che sceglie questa strada?

  16. Larry Massino scrive:

    Quoto parecchio Sgaggio ed Eva. Mi trovo d’accordo anche con Raimo, spero di non aver capito male, che non ha senso dividersi in buoni preparati e avanzati per merito – Saviano Fazio Serracchiani – e cattivi che si sono imposti con la forza di illeciti scambi – Mora Corona Minetti. Primaditutto perché le cose non stanno propriamente così… Poi perché i secondi rappresentano la società e gli elettori più di quanto si voglia far credere (meno male che i giovani si astengono, se no la destra più becera farebbe una strage!). La rappresentano non solo per la loro volgarità e per l’esibizione di regolari labbra a canotto- quelle ambite da tutti, nel caso Minetti -, ma perché usano il corpo alla pari della mente. Sono, insomma, più liberi e meno ipocriti, in qualche modo si ribellano alla pratica imperante di vendere il cervello, che invece di essere un tabù è in Italia considerato segno di rettitudine, in nome dell’imperativo TENGO FAMIGLIA. Se al posto della Minetti che secondo la vulgata avrebbe venduto il corpo ci fosse una che ha venduto la mente, sarebbe diverso? E chi potrebbe – e può! – opporsi allo smercio cervellotico?

    Detto questo, se le donne che ieri erano in piazza fanno un partito, io lo voto, purché si tengano lontane dagli attuali partiti e si battano più per la libertà che per la dignità.

    Ps: né nelle dirette né nei Tg né nei giornali si sono viste le prostitute, che invece gli organizzatori avevano promesso di mettere in primo piano perché non avevano nulla contro la prostituzione libera… Non mi è piaciuto…

  17. carmelo scrive:

    @eva ti chiedi
    Perché dovrei incazzarmi di più, in quanto donna, per le folgoranti carriere delle varie Minetti?

    non so se come donna ti dovresti incazzare di piu’
    Di certo il principio che quella nomina sottende è che la selezione della classe dirigente viene fatta esclusivamente per il raggiungimento di interessi personali. E questo avviene sia con gli uomini sia con le donne.
    Ma non mi risulta che un uomo non venga selezionato per il suo aspetto fisico. Io se fossi donna mi incazzerei di brutto e da uomo mi vergognerei se utilizzassi un criterio così aberrante.

    Quella nomina umilia la dignità delle donne e riflette una concezione secondo la quale le donne servono solo a letto, la stessa concezione che tu denunciavi a proposito di quei ragazzi que ti osservavano mentre leggevi il giornale. Cos’eri?
    Non una persona con la quale si puo’ stabilire una relazione (che include anche l’amore e il sesso ovviamente)
    ma un semplice corpo una preda…

  18. Eva scrive:

    Carmelo, mi dispiace dirtelo, ma parli da uomo, e questo senza nulla togliere all’intelligenza dei tuoi ragionamenti, ma per indicare un modo di pensare che per forza di cose è unilaterale, anche quando, come nel caso tuo e di tanti uomini, è guidato dagli intenti più nobili.
    Un sistema politico come quello attuale è umiliante per l’intero popolo, non per l’uomo o per la donna: non garantisce parità dei diritti fra uomini e donne (le donne, paradossalmente, ne sarebbero addirittura avvantaggiate, se giovani, belle e tanto, tanto consenzienti), su questo, credo che ci siamo ampiamente spiegati e capiti. Quello su cui non sono stata sufficientemente chiara, evidentemente, è che se un tale sistema ha potuto allargarsi fino al buco nero attuale, è perché ha attecchito su un humus fertile e fecondo sotto il quale già covavano i germogli di quella gramigna che è l’attuale sistema culturale italiano. Un sistema per il quale non ha alcun senso la sola autoflagellazione maschile: noi donne siamo le prime responsabili, perché abbiamo voluto cullarci sulla certezza di una legge sull’interruzione della gravidanza (peraltro perennemente a rischio revisioni) e di una legge sul divorzio per sentirci libere e indipendenti. E in contemporanea abbiamo continuato ad ascoltare le nostre mamme e le nostre nonne, che ci consigliavano di trovare “un buon partito” da portare all’altare, abbiamo continuato a considerare delle buone a nulla quelle donne che non sanno cucinare o sbrigare le faccende domestiche senza darci la pena di applicare, poi, lo stesso criterio di giudizio sull’uomo che abbiamo accanto, ma ridendo anzi, con le amiche, del suo calzino che puntualmente dobbiamo raccogliere dal salotto. Consideriamo normali frasi del tipo: “Se viene a mancare la donna in casa è la catastrofe”, da mesi assistiamo, passivamente ad uno spot pubblicitario patrocinato dalla Presidenza del Consiglio, che mostra una donna (presumibilmente casalinga) impazzire tra le telefonate di marito, figlio e figlia, che le chiedono di svolgere delle mansioni che potrebbero benissimo fare loro, e poi seguiamo questa donna lì, dalla parrucchiera, che le snocciola perle di saggezza sul grande aiuto che le offrirà l’ultima riforma ministeriale (in modo da lasciarle più tempo per farsi bella); ogni mattina sento al lavoro le mie colleghe che si tormentano sul cosa-cucino-oggi: quelle rare volte che mi capita di sentire un uomo in merito, lo fa per esaltare la sua apertura mentale che gli consente di “creare nuovi piatti in cucina” in modo da alleviare, per una cena, le pene quotidiane di sua moglie. Dopo le grandi vittorie referendarie, la sinistra ha completamente abbandonato il suo ruolo educativo, ha lasciato le donne completamente sole e non ancora del tutto capaci di prendere in mano il proprio destino, perché non ancora consapevoli fino in fondo del valore, ma anche della responsabilità che quelle vittorie implicavano. Per questo ho definito “ipocrita” la manifestazione: non per i risvolti che poteva avere sulla concezione della libertà sessuale, ma proprio perché mi faceva tanto pensare alle lacrime caritatevoli, ma tardive, di mamma coccodrillo.
    E comunque sia, caro Carmelo, è stato bellissimo vedere finalmente in tv un popolo felice di manifestare la propria voglia di vivere. Era un’Italia felice quella che ho visto nei vari servizi. Non accadeva da tanto.

    X Larry Masino
    Lucia Annunziata, ha condotto il suo programma direttamente da Piazza del Popolo e fra le sue ospiti c’era anche Pia Covre, fondatrice del Comitato per la difesa e i diritti delle prostitute.

  19. carmelo scrive:

    cara eva
    accetto il tuo rimprovero. Ho molta stima e rispetto delle opinioni delledonne e cerco e mis forzo di tradurre in comportamento cio’ che penso.

    ma ti dico con sincerità che potrei sottroscrivere nella sostanza tutto quell oche hai detto
    e mi pare che sia pur sommariamente ne avevo accennato nel mio primo intervento.
    Che cioè il sultano non viene da marte
    e quando mi riferivo alla “legittimazione del basso ventre” inetndevo dire che per l’appunto se siamm oarrivati a questa palude è perchè il sultano ha trovato un humus fecondo.

    una sola cosa volevo dire e poi mi pare che ci siamo chiariti nei nostri rispettivi punti di vista.
    Il milione di donne che è sceso in piazza, non accetta di asservire il proprio cervello e il proprio corpo in cambio di un favore o di una carriere. vuole essere cosndierata valutata e rispettata come persona con una sua propria soggettività e un proprio cervello e una propria sessualità
    e questo penso sia un fatto positivo e vale per tutti gli uomini siano di destra o di sinistra.

  20. Eva scrive:

    Carmelo,
    il mio non era un rimprovero, piuttosto una constatazione. Non ho dubbi sulle buone motivazioni che hanno spinto tutte queste mie “sorelle” a scendere in piazza, ma molti dovrebbero cominciare a porsi domande su chi invece non lo ha fatto: ridurre il rifiuto di parteciparvi ad una prona, entusiastica adesione ai deliri di ferrara&Co non fa bene a nessuno, tanto meno alla sinistra che, si spera, verrà.

  21. Larry Massino scrive:

    Eva mi ero perduto la Annunziata, una delle più intelligenti, perché il suo orario di lavoro coincide con quello di Francesca Macrì, la mia opinion leader preferita, una comica assolutamente nuova che paragonerei solo a Franca Valeri (sticazzi!). Ma la sostanza resta: sul palco c’era la suora, non Pia Covre, e, ancora peggio, c’erano i porporati Franca Rame e Dario Fo. Così è passato in tv e sui giornali. Insisto nel dire che domenica scorsa per le donne non si è aperto nessuno spazio nuovo di libertà, ma si sono ristretti gli spazi di libertà conquistati da precedenti generazioni. C’è il rischio che d’ora in poi qualunque ragazza sensuale venga giudicata come strega e sostanzialmente collusa con il governo dei mostri. Pare si sia già cominciato con Belen e Canalis… le quali, immagino del tutto spontaneamente… hanno osato dichiarare che non sarebbero scese in piazza.

  22. Eva scrive:

    Non lo so, Larry. Non vorrei che passasse il messaggio che prostituirsi con chi ci pare e quando ci pare sia il massimo della libertà. Non era questo che intendevo. In ogni caso, forse hai ragione: la manifestazione di domenica non ha aperto reali prospettive di nuove libertà femminili, ma è un dato di fatto che è riuscita a compattare un mare di energie da troppo tempo represse e silenti. A me sembra un buon inizio.

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