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Stregati: “Dalle Rovine” di Luciano Funetta

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Per la rubrica dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega, pubblichiamo oggi una recensione del libro di Luciano Funetta Dalle Rovine. Il pezzo che segue è uscito sul Foglio: ringraziamo la testata e l’autore.

di Edoardo Rialti

Un vecchio cinema porno, di quelli dove gli spettatori entrano con gli occhiali da sole, e si siedono distanti. Una sera come tante. Si spengono le luci ma il film non è quello in programmazione. È qualcosa di così sconvolgente che, alla fine, le persone sono ancora immobili, paralizzate a fissare «lo schermo tenendosi saldamente ai braccioli delle poltrone, come se durante la proiezione avessero rischiato di essere disarcionati».

A volte un libro contiene una scena, un’immagine che costituisce anche il modo migliore di recensirlo. Aprire Dalle Rovine, romanzo di esordio di Luciano Funetta per Tunué, vuol dire trovarsi ad artigliare la poltrona, piegati in avanti, con il pavimento che pare stranamente instabile. Uno scrittore si chiude in casa con svariate teche di serpenti velenosi – «non li aveva mai tenuti e questo, pensava, doveva averli disorientati, come se la sua tranquillità fosse in grado di annullare la loro reputazione e di renderli inoffensivi» – fino alla decisione imprevedibile di effettuare una ripresa video che sarà solo il primo gradino di una discesa negli abissi del porno e della violenza, dei suoi re e sarcedoti, delle sue vittime e carnefici, che, come in Pasolini, Fassbinder, Lindqvist, è anzitutto un grande viaggio nello strazio della condizione umana – «L’erotismo è ciò che non conosciamo e che tentiamo di raggiungere con la fantasia, a costo di una profonda tristezza. Sa, quello del sesso è un mondo fatto di tristezza, anche se ci teniamo a non darlo a vedere».

La grande narrativa, scriveva R.K. Morgan, che di incubi se ne intende, è più che realistica, è convincente. La prosa di Funetta, con le sue città le cui «luci lontane tremavano come migliaia di fiaccole» o «esplodevano contro il parabrezza e lo colpivano in faccia come fuochi d’artificio silenziosi» con i suoi silenzi e i suoi dialoghi – «Stasera non dobbiamo pensare a niente. Andiamo a ubriacarci come puttane a fine turno». «Le prostitute bevono dopo il lavoro?» «Noi lo faremo» – ha l’inesorabile e indefinibile sentore delle cose vere: «I fantasmi non esistono, eppure di tanto in tanto qualcosa di simile a un fantasma lascia il suo anfratto e si mette in marcia, percorre la città da un capo all’altro, si mescola alla folla, entra nei bar, si accomoda all’ombra del cinema, attraversa inosservato il fragore delle stazioni ferroviarie, si inabissa nelle gallerie della metropolitana, consuma pasti frugali nelle rosticcerie, entra negli appartamenti al tramonto  e ne esce all’alba; le mani del fantasma, violacee per il freddo, affondano nelle tasche del giaccone di cuoio, le dita della sinistra contano qualche moneta nel palmo della destra, ne prendono due e le depositano nel piattino di una zingara; gli scarponi da montagna foderati di lana e macchiati di fango vengono sfilati e sistemati con cura in un angolo di una stanza d’albergo o abbandonati sul pavimento di un alloggio abusivo, un alloggio scelto tra i palazzi fatiscenti accanto alla ferrovia, un luogo dove stendersi su un mucchio di stracci e giornali senza togliersi il giaccone e coricarsi su un fianco, accendersi una sigaretta, scaldarsi le dita con la fiamma dell’accendino, addormentarsi, sognare».

Frasi che paiono gocce di lava: di quelle che, lette, vorrebbero farti alzare e camminare di notte, mentre di riecheggiano in testa. «I giovani non sono immortali, sono pronti a morire».

Può un libro la cui trama, riassunta in due tre frasi, farebbe accapponare la palle, risultare di una bellezza commovente? Sì, quando si ha il coraggio di portare i lettori agli estremi confini di sé stessi. «Se fosse sufficiente amare, le cose sarebbero troppo semplici», notò Camus. Facesse solo paura non sarebbe così terribile. Ma Funetta fa sorridere, e piangere.

Altro che tanti lagnosi esercizi di stile che svettano sulle classifiche e che vorrebbero essere audaci. Anche in Italia c’è chi sa scrutare e dare voce a quella regione misteriosa dove inseguiamo i nostri incubi con lo stesso famelico e balbettante struggimento, con la stessa tenerezza e gelosia che riserviamo ai nostri sogni più dolci. Dove la venerazione e la distruzione paiono fondersi. E che non ha la pretesa di di spiegare o risolvere tutto, perché ci sono luoghi, dentro di noi, che appuntono non si spiegano.

«Una notte del 1921 [Barrie] fece sistemare una statua di Peter Pan nel parco. Ovviamente la mattina dopo i bambini che la videro pensarono a una magia. Non smettevano di ammirarla e di girarle intorno. Barrie nel frattempo se ne stava seduto sulla sua panchina preferita a piangere di gioia – disse Birmania. ‘Anche se la tua donna impalata dubito potrebbe suscitare lo stesso effetto’. Laudata schioccò la lingua, indispettito, e si mise a camminare davanti al gruppo verso l’uscita. ‘Se fossi stato tra quei bambini, avrei avuto paura’, disse Rivera. ‘Della statua?’, chiese Birmania. ‘Di quell’adulto sconosciuto che se ne sta in disparte a piangere per me’».

 

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