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Dalle rovine di Luciano Funetta, il canto degli ultimi

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di Giorgia Esposito

Per una storia di pirati che non starò qui a raccontarvi, il giorno del mio compleanno, ho trovato nella casella mail il pdf di un romanzo uscito nelle librerie il 19 novembre. La fiducia nella persona che mi ha fatto dono di questo libro è tale che non ho potuto fare a meno di aprire il file. Così ho cominciato a leggere Dalle rovine, di Luciano Funetta, edito da Tunué nella collana Romanzi, diretta da Vanni Santoni.

Un noi misterioso narra la storia di Rivera, collezionista di serpenti e nuova stella del porno europeo. La storia è ambientata tra Barcellona e Fortezza, una città immaginaria che la sera si rintana in se stessa, dove i portoni degli edifici “inghiottivano le sagome di quelli che tornavano a casa e le finestre si illuminavano per poi tornare buie nel giro di pochi secondi, come se la permanenza di quelle persone nei loro appartamenti fosse limitata a un brevissimo arco di tempo in seguito al quale c’era solo il nulla”.

Rivera condivide l’appartamento, un condominio della periferia nord di Fortezza, con “trenta serpenti velenosi, trenta esemplari diversi isolati in altrettante prigioni di vetro”.

Alle due città se ne aggiunge, però, una terza: luogo interstiziale abitato dall’incubo e dal coraggio, fra le cui macerie Rivera avanza come “un eroe antico” di un mondo in rovina, un pianeta divenuto “una guerra tra ciechi e abbagliati”.

Dalle Rovine è il canto degli ultimi.

Gli occhi sovente “spalancati” sulla notte (o sulle chiazze di vomito) e lo sguardo che “galleggia nel buio” restituiscono al lettore il panico sordo degli stati allucinati. I personaggi, o le ombre dei personaggi, si muovono su uno scenario ipnotico da città della fine del tempo, una città “senza punti di riferimento, senza quartieri, ridotta a una periferia eterna”.

Come fantasmi morti di freddo o di terrore, le figure avanzano verso il proprio compimento: il capolavoro o il suicidio, e bevono, si ubriacano ogni sera per vedere “quello che non si vede. La merde et sa visibilité”, oppure per plasmare “un sogno vuoto che nessuno aveva mai osato sognare”.

Come L’ultimo Selvaggio della poesia di Bolaño (dalla silloge, inedita in Italia, Los Perros Románticos), il protagonista vaga, uscendo da un cinema o da un festival del cinema, per strade spettrali, fra edifici che sembrano vuoti, come se la gente ormai non vivesse più lì, e allora si mette in cammino, senz’altro da fare, tranne girare e ricordare: “Più andava avanti, più gli sembrava di allontanarsi dal centro e di addentrarsi in un quartiere diverso, dove tutti erano svegli e se ne stavano nascosti, un quartiere in cui tutti i palazzi erano silenziosi e bui e sembravano ospedali, e dove gli unici passanti erano uomini stanchi”.

Rivera e gli altri si riuniscono per raccontare una storia che “aveva a che fare con la moltitudine, con la forza spietata della moltitudine e con la segretezza della solitudine, con le allucinazioni e gli incantesimi provocati dalla solitudine”.

Se, da una parte, le azioni diventano mano a mano più audaci e definitive, dall’altra, gli obiettivi sfumano e la corsa verso la creazione è in realtà un incerto capitolare, un film in cui le cose accadono solo in apparenza, dove i personaggi emettono sussurri cospiratori che diventano sospiri, “fino a che tutti non restarono pietrificati, senza niente da dire”.

La bussola è capovolta, “la nostra immaginazione è braccata dalla morte” e la comprensione è relegata ai cani, agli uccelli e ai serpenti. Le donne e gli uomini, invece, errano fra le viscere della storia come su “un corpo a cui siamo aggrappati con le unghie e a cui laceriamo la carne”.

Come raccontare, dunque, la moltitudine, se non si è capaci nemmeno di abbracciare l’incanto della solitudine? Il racconto collettivo resterà incompiuto, posto che “fuori, nel grande nulla, ognuno di loro sceglierà una direzione diversa”.

Rimarrà soltanto un ostinato vagabondare fra le macerie dell’allucinazione, abbagliati dalla desolazione e dai numeri di vernice rossa sui muri, destinati a scomparire in “un groviglio di corridoi che non portavano da nessuna parte, un intrico di strade che un tempo avevano un nome”.

Funetta ricorre a uno stile asciutto, essenziale perché rigoroso. Il discorso esplode alla fine della frase, dove le parole si ghiacciano per restituire un’istantanea dalle rovine: il giovane autore (classe 1986) ha imparato la lezione di Bolaño, la cui voce permea a tal punto le pagine da arrivare a intrufolarsi nei sogni di Rivera, per ricordargli che “un topo vivo infilato nella vagina di una donna è come un anello al dito”, l’anello esiziale per la ragazza che morì di tristezza nel racconto Carnet di ballo (Bolaño, Puttane Assassine), l’orrore che la sinistra cilena non compì mai (Bolaño, Tra Parentesi).

I personaggi di Dalle Rovine, a metà strada fra i detective selvaggi e i fantasmi di César Aira, con le loro voci che sgorgano dalle macerie, che sono lo specchio delle ossessioni portate alle estreme conseguenze, si sono ritagliati uno spazio importante nella letteratura di casa nostra: lo spazio interstiziale fra la volontà e l’angoscia.

Aveva ragione l’editor Vanni Santoni quando, dalla sua pagina facebook, ha scritto: “Dalle Rovine è un libro che sorprenderà molti”.

Agli altri, invece, farà venire voglia di correre in strada per accertarsi che il mondo là fuori esista ancora, che la notte non abbia raggelato tutti, tranne i folli e gli assassini.

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