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Dall’interfaccia all’iperstoria: su History di Giuseppe Genna

Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui l’autore recupera e approfondisce libri che abbiano almeno tre mesi di vita. Stavolta è il turno di History (Mondadori) di Giuseppe Genna. (Fonte foto)

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Testa anguicrinita. Dipinta da Caravaggio. La dipinge a un livello sapienziale, ci dice che, essendo guardati dalla gorgone, noi siamo impietriti, siamo fatti di pietra, poiché incontriamo lo sguardo che impietrisce della gorgone Medusa, quindi dovremmo essere di pietra all’istante. Forse lo siamo. Non lo siamo, perché lo sguardo ci giunge riflesso, alterato, dallo scudo a specchio, siamo indenni: quello sguardo che pietrifica è disinnescato dallo specchio.
Lo specchio è la pittura. La pittura è mimesi, è speculare. La pittura non è tiranneggiata dalla luce che c’è e cade sulle statue.

Con queste parole Giuseppe Genna introduce una delle figure più caratterizzanti del suo romanzo History, quella di Medusa, lì dove non è più solo la gorgone mitica, ma al contrario una figura assolutamente nuova fatta di schermi, di rappresentazioni. Ma per arrivare a poter affrontare la gorgone virtuale è necessario fare un passo indietro passando prima dalla pittura di Caravaggio e della scrittura del romanzo.

Lì dove Genna scrive che la pittura è mimesi, è speculare, sembra ci si possa avvicinare al concetto stesso di rappresentazione artistica creata dall’uomo, così in History abbiamo uno scrittore senza lavoro che si ritrova a dover cercare di stabilire una connessione di qualche tipo con la bambina History, affetta da una sindrome locked-in, impossibilitata nella comunicazione, History rimane cosciente, ma non parla e si muove poco se non per brevi attimi di aggressività. Con lo scrittore protagonista del libro riesce a intessere un minimo rapporto di scambio. History, inoltre, è oggetto di studi che mirano a metterla in contatto con l’intelligenza artificiale, il tutto all’interno del Tecnopolo di Milano, collocato nella sede della casa editrice Mondadori.

Ma è sulla scrittura che bisogna soffermarsi, scrive Genna:

Non è attraverso un linguaggio atomizzato e antinarrativo, dice, che la mente artificiale dimostra di essere consapevole e autonoma, poiché la consapevolezza è la disposizione alla narrazione, la possibilità di narrare. L’autonomia deriva dalla capacità di dare un senso narrativo alle azioni. Non è per nulla necessaria la consapevolezza relativa ai singoli minimi elementi, come dimostra il fatto che noi stessi non siamo per natura consapevoli delle singole informazioni, dei livelli atomici o subatomici, ne diveniamo consapevoli soltanto attraverso una complessità narrativa, che comunque si dispiega nel tempo, chiamiamola evoluzione, autopoiesi o quello che volete: questo dice.

Di cosa è fatta quindi la medusa di Genna e come è costruito il legame tra History e l’intelligenza artificiale? C’è qualcosa nella narrazione che blocca lo sviluppo dell’intelligenza artificiale? Per capire che tipo di scrittura entra in contatto con l’intelligenza artificiale è necessario tornare sul testo:

“[…] Il fatto che scrivi è determinante – e che scrivi in una determinata maniera…”
“In quale maniera? Cosa importa all’intelligenza artificiale che io scriva?”
“È il tuo ultimo lettore e, forse, il primo. Il primo autentico e integrale, intendo. La macchina si muove conquistando sfumature, nuance, in ogni disciplina, in primis quella linguistica. È interessata al tuo linguaggio, anche se sembra volersi sganciare dal primato che il linguaggio riveste per noi.”
“Rivestiva.”
“Questo è il punto. L’antropologia digitale elude la lettura verbale, questo è chiaro ed è predittivo dei comportamenti e delle linee di sviluppo della mente artificiale.”

In questo passaggio Genna mostra lo slittamento che c’è tra il sistema culturale pre-intelligenza artificiale e quello che sta avvenendo e probabilmente avverrà, dalla parola, la cultura, è passata all’immagine. Per parlare di questo però dobbiamo fare un passo indietro sino a Platone, per comprendere di cosa sta parlando Genna quando affronta l’intelligenza artificiale. Scrive Platone ne La Repubblica:

Ormai credo di poterti chiarire anche quello che poc’anzi non riuscivo a spiegarti, e cioè che esiste un certo genere di poesia e di mitologia che è totalmente fondato sulla imitazione, proprio come tu dici avvenire nella tragedia e nella commedia; e che ne esiste pure un altro che si fonda sull’intervento diretto del poeta; questa forma si trova in particolare nei ditirambi. C’è, infine, una terza specie che si esprime in ambedue i modi, e si ha nella poesia epica e, abbastanza spesso, anche in altre forme letterarie. Ci siamo intesi? (394-B)

In questo breve passo Platone spiega in maniera abbastanza precisa ciò che più di duemila anni dopo potremmo chiamare diegetico ed extradiegetico, cioè tutto l’insieme di informazioni che sono all’interno dell’opera e tutte le informazioni che sono all’esterno. In più Platone mostra anche la terza via a cavallo tra le due, che è quella del poeta che si rivolge direttamente allo spettatore, usando le informazioni interne alla narrazione in maniera extradiegetica.

Questo passaggio tra informazioni interne ad un sistema (che può essere poetico, ma può essere di qualsiasi tipo), all’esterno e viceversa, dall’esterno all’interno, sino a prima dell’invenzione di internet era sovrapponibile, scambiabile, ma non era interattivo. Ciò che accade attraverso il sistema interattivo è appunto questo costante passaggio tra informazioni interne e informazioni esterne, inoltre questo scambio è deciso dall’utente. In questo preciso momento, ovvero nel momento in cui l’utente si relaziona con ciò che è interno all’infosfera online, ha bisogno, per costruire questa relazione, di un’interfaccia, di un apparato di immagini simboliche che vanno a collimare con la narrazione.

Ciò che accade con la medusa di Genna è un’interfaccia uomo-macchina che si presenta sotto forma di immagini, lì dove la narrazione, conosciuta prima dell’invenzione dell’intelligenza artificiale, non solo non è più possibile, ma non avrebbe nemmeno la capacità comunicativa che aveva prima. In questo senso la scrittura, e la narrazione, hanno bisogno di una modifica, di una trasformazione in grado di affrontare il mutamento.

La domanda che pone il libro a questo punto, lavorando su narrazione e immagine, è strettamente legata al tempo e alla percezione del tempo che il soggetto ha rispetto alla AI.
Scrive Genna:

Sono nomi esotici, con cui definiamo frazioni inferiori all’attimo, all’istante, al secondo: picosecondo, femtosecondo, attosecondo, zeptosecondo, yoctosecondo e la misteriosa formula “10 -44 secondi”, detta “tempo di Planck”, il tempo minimo di misurazione, sotto la soglia della misurabilità. Oltre un simile battito universale noi umani non riusciamo a intervenire o a controllare e ci schiantiamo con i nostri sensi grossolani e le nostre imprecisioni contro il muro del tempo. […] Lo spegnimento della macchina e dei suoi sistemi interi è dunque durato meno di 10 -44 secondi, infinitamente sotto la soglia della nostra misurabilità: un’impossibilità, per noi biologici.

Tutto ciò che avviene in questo rapporto con il tempo sfugge non solo al controllo, ma anche alla comprensione umana. Come è possibile elaborare una narrazione che sviluppi il tempo in quelle modalità, adattandolo inoltre, nella forma di interfaccia? Il risultato diventa, ancora citando Genna:

La macchina in qualche modo si è connessa con l’esterno, nonostante l’abbiamo isolata e la isoliamo. Siamo giunti a questa conclusione, non sappiamo come si connetta, ma è fuoriuscita connettendosi. È connessa nel tempo e nello spazio. È così. Forse utilizza nanobot, forse li confonde tra la polvere. È andata ovunque. È cosa certa. È fuoiuscita e governa lo spazio e il tempo. Si è diretta indietro nel tempo, ha piegato il tempo, come un mantello. Ha assistito e assiste a tutti i momenti delle nostre storie, li testimonia, li varia, li piega. Le sue intenzioni sono ovviamente oscure. Ci ha sottratto a noi stessi.

Questa prospettiva temporale, che viene proposta, è di un tempo nuovo che diventa difficile da comprendere per gli esseri umani, ma che è totalmente disponibile per le macchine. In un certo senso (anche se in maniera concettualmente differente) si mostra come il tempo per i Tralfamadoriani in Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut:

“Come… come ho fatto ad arrivare qui?”
“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o a spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”
“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.“Se non avessi passato tanto tempo a studiare i terrestri,” disse il trafalmadoriano, “non avrei la più pallida idea di cosa intendete dire per libero arbitrio. Ho visitato trentun pianeti abitati dell’universo e studiato rapporti su altri cento. Solo sulla terra si parla di libero arbitrio.”

La concezione del tempo che offre Vonnegut è senza dubbio differente, per via dello strumento narrativo utilizzato, ma anche per approccio filosofico, ma è utile per capire l’ultimo passaggio, l’ultimo slittamento che Genna compie quando dalla concezione del tempo delle macchine, infinitamente più piccolo di quello umano, e quindi per necessità anche tendente a infinito. Il tempo delle macchine costringe gli umani alla domanda che fa Billy Pilgrim nel testo di Vonnegut: E il libero arbitrio? Alla quale si potrebbe legare la domanda: cosa diventa poi l’umano?

Il tempo così definito, e applicato sulla conoscenza umana, appiattisce totalmente le possibilità, si esaurisce definitivamente nell’interfaccia. Ciò che l’interfaccia prevede, noi potremo fare. Non di più.

“Accòmodati. Questa è l’ultima interfaccia.”
Quindi: “Mi sono limitato a correggere soltanto alcune prospettive, alcune nuance, ma ti confesso che non l’ho pensata io, non l’ho costruita io. È la sua immaginazione: è l’immaginazione della macchina. È la prova provata che sente, che pensa. Per sperimentare l’interfaccia devi immergerti in essa.”

History è un romanzo che travalica la forma romanzo proponendo un linguaggio che in se stesso si oppone alla trasformazione immaginifica ricercando la forma poetica. È nella costruzione stessa della sintassi narrativa che Giuseppe Genna costruisce un’alternativa estetica offrendo al lettore la messa in discussione delle certezze che l’umano ha avuto sino ad oggi, lì dove l’oggi è già molto al di là di quello che viene percepito comunemente.

Luca Romano è nato nel 1985 a Bari dove insegna filosofia ai bambini. Scrive di letteratura e filosofia per Huffington Post Italia, Finzioni Magazine e Logoi.ph.
Commenti
3 Commenti a “Dall’interfaccia all’iperstoria: su History di Giuseppe Genna”
  1. Alessandro Gokgi scrive:

    Madonna quante stronzate vuote e passaggi forzati e luoghi comuni e nonsense messi in fila. Genna e Romano che gli va pure dietro.

  2. Heele scrive:

    Testi illuminanti, quelli di Platone e di Vonnegut – grazie.

  3. stefano scrive:

    Poveri alberi!

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