la ragazza con la leica

Dallo spirito del tempo alla biografia: Gerda Taro raccontata da Helena Janeczek

Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui l’autore recupera e approfondisce libri che abbiano almeno tre mesi di vita. Stavolta è il turno di La ragazza con la Leica (Guanda) di Helena Janeczek.

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Come si racconta un’epoca o un periodo storico? Come si raccontano le sfaccettature, quelle che risiedono ai margini dei grandi eventi che saranno riportati nei libri? L’aria che le persone respirano, le loro paure materiali. È in questi dettagli che si riesce a trasmettere cosa è stato vivere, ad esempio, gli anni precedenti alla seconda guerra mondiale. Al fine anche di capire come evitare che alcune situazioni si ripetano una seconda volta. Ma anche solo semplicemente per capire come sono nate alcune opere d’arte, o alcune fotografie che noi oggi continuiamo a vedere nei musei, in internet o, talvolta, sui giornali.

Dopo i fatti terribili di Barcellona, il SAP aveva patteggiato con i comunisti che i suoi volontari potessero confluire nelle brigate Internazionali, dal momento che almeno sulla priorità di vincere la guerra si trovavano d’accordo. Il clima era tornato più disteso, ma Ruth non si era liberata della paura che, se fosse partita per la Spagna, uno spasimante respinto avrebbe potuto denunciare o ricattare anche lei, comportarsi cioè all’opposto dello spasimante, ormai entrato nelle SS, che l’aveva avvisata di espatriare. L’idea di guardarsi, non dai nazisti, ma dai compagni, le era stata talmente insopportabile che Melchior aveva avuto agio a convincerla che il loro fronte antifascista erano le attività in Germania, punto e basta.

In questo piccolo estratto da La ragazza con la Leica, Helena Janeczek mostra qualcosa in più della storia che attraversa tutto il libro, cioè la storia di Gerda Taro (il cui vero nome era Gerta Pohorylle) raccontata attraverso la voce del dottor Willy Chardack, conosciuto da Gerda a Parigi dopo la fuga dalla Germania nazista, dell’ex modella Ruth Cerf e Georg Kuritzkes. Helena Janeczek mostra uno spirito del tempo che poi è stato affrontato anche da altre autrici che hanno indagato la nascita e lo sviluppo dei regimi totalitari, come ad esempio Hannah Arendt, quando ne Le origini del totalitarismo, scrive:

Nei regimi totalitari la provocazione, una volta specialità esclusiva dell’agente segreto, diventa una forma di relazione col proprio vicino che tutti, volenti o nolenti, sono costretti ad usare. […] Le denunce volontarie ai danni degli oppositori politici e la mania spionistica non sono certo senza precedenti, ma nei paesi totalitari sono così ben organizzate da rendere quasi superfluo il lavoro degli specialisti. In un sistema di spionaggio onnipresente, in cui ogni persona può essere un agente della polizia e tutti si sentono sottoposti a costante sorveglianza, in un ambiente in cui manca la sicurezza della vita quotidiana e si può altrettanto rapidamente fare carriera e cadere in rovina, ogni parola diventa equivoca ed è soggetta a un’«interpretazione» retrospettiva.

Ma non è questo il solo esempio di lavoro sullo spirito del tempo che ha compiuto Helena Janeczek, e che la riporta nei pressi di Emerson e di conseguenza anche di Nietzsche, perché entrambi lavoravano sulla capacità dei dettagli di far percepire il reale spirito del tempo. Infatti Helena Janeczek scrive ancora:

È probabile che Stein avesse letto il saggio di Benjamin, cresciuto com’era in una casa piena di libri e precetti. Il padre rabbino riformista, la madre, rimasta vedova, insegnante di ebraico e religione. Chiusa la Torah per aprirsi al socialismo, i volti di ciascuno per Stein avevano preso il posto di Colui che lo aveva creato a propria immagine e somiglianza. In una articolo del ‘34, scrive che un ritrattista deve catturare «la storia e il carattere che ogni modello possiede», compito ideale per la Leica, così «disarmante» nella sua piccolezza. Notevole la coerenza con cui traduce quel pensiero in metodo: non solo sceglie i soggetti per stima e affinità, ma prima di incontrarli si prende il tempo per studiare le loro opere e poi per dialogare in modo da far dimenticare la seduta.

Forse si può partire proprio da queste parole per arrivare a comprendere il movimento che la stessa autrice compie nel libro, così, per esplicare il rapporto tra il periodo storico e Gerda Taro, Helena Janeczek scegli appunto tre persone, in modo tale da rendere la figura della reporter al contempo forte e ben delineata, ma anche eterea e difficile da ingabbiare. Questo avviene in parte perché il carattere di Gerda era al di fuori della storia che viene raccontata, in parte perché ne era strettamente invischiata.

Per capire meglio in che modo viene costruito il personaggio di Gerda bisogna ritornare sul testo, anche al di là delle vicende raccontate che ripercorrono la sua vita da Parigi alla resistenza, dalle amicizie e dagli amori al tragico incidente che la vide vittima sul fronte di resistenza spagnolo. Perché infatti è nelle parole sulla fotografa che avviene il passaggio costante dalla Storia alla storia:

Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somigliava alle borghesi né alle proletarie, e tantomeno alle scimmie edeniche di sua madre che forse non esistevano nemmeno.
Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva , si rinnovava, accadeva ovunque, prima a Lipsia e poi a Berlino: nella Pension non lontana dal suo studentato, nella camera affittata dietro Alexanderplatz presso la vedova di guerra Hedwig Fischer e, infine, sulla branda di Max e Pauline, della Pauli, in pieno Wedding.

Ecco che Gerda appare nello stesso tempo come materiale, fisica e gioiosa, ma anche eterea: è a Lipsia e a Berlino, è in Spagna e in Francia, sembrerebbe quasi che Helena Janeczek stia raccontando qualcosa di più complesso e informe di una persona. Almeno sino al punto in cui Gerda sembra una forma politica che oppone una certa gioia di vivere, una certa libertà, ai regimi che stavano conquistando mezza Europa. Ancora una volta è questa commistione e antitesi tra Gerda e lo spirito del suo tempo ad avanzare:

Vale lo stesso per Capa e Gerda, malgrado avessero escogitato la loro favola milionaria con l’ambizione di affermarsi come fotoreporter. Creare arte non rientrava nel loro mestiere, ma sapevano da cosa dipendeva la qualità di una foto: avevano assorbito le idee estetiche del tempo insieme a quelle politiche e sociali, ed erano consapevoli che proprio lì, nell’arte, si era già realizzata una rivoluzione.

Aver assorbito le idee estetiche del tempo è anche lo strumento attraverso il quale i due hanno prodotto quella che era la loro arte: la fotografia. Lì dove le fotografie non erano semplici prodotti artistici, ma erano anche intese come testimonianze, narrazioni, racconti. E nello stesso modo Helena Janeczek lavora sulla sua produzione testuale, perché la fotografia ha sempre bisogno del supporto della fattività storica per potersi produrre, ma anche il testo ha bisogno di supporti, appigli e testimonianze per potersi costituire. In questo diventa fondamentale l’ausilio che fornisce al testo il sito internet dell’autrice che contiene foto di Gerda e Capa, ma anche una bibliografia dalla quale poter attingere per poter ampliare e sviluppare l’interesse sull’argomento.

In questo modo Helena Janeczek mostra non solo l’intenzionalità di non lasciare il testo al mero ambito della finzione letteraria, ma anche la volontà di superare in parte il personaggio facendo emergere con forza, soprattutto nella parte finale del libro, lo stile personale dell’autrice, lo spirito di questo tempo in cui viviamo noi lettori e il rapporto con quel tempo, con quegli anni che hanno preceduto la seconda guerra mondiale.

Ed ecco che il lettore improvvisamente si trova a dover affrontare qualcosa di più ampio di una semplice narrazione, o di una biografia scritta con le voci di persone vicine a Gerda. Ci si ritrova a dover affrontare il rapporto che c’è tra la stessa creazione artistica – che sia fotografica o letteraria – e il tempo in cui quell’opera prende vita. Ovviamente La ragazza con la Leica non è un libro che si prefigge l’obiettivo di ricostruire un periodo storico, né un libro che lascia tutto alla narrazione degli eventi in modo tale da ricostruire una biografia. C’è sicuramente tutto questo, ma c’è anche qualcosa che nasce dalla scrittura contaminata dalla storia, dalla vita privata, dagli appunti, dai desideri, dalla gioia e dalle speranze di Gerda e di tutto il mondo che le gravitava attorno.

Luca Romano è nato nel 1985 a Bari dove insegna filosofia ai bambini. Scrive di letteratura e filosofia per Huffington Post Italia, Finzioni Magazine e Logoi.ph.
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