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Dall’Odissea alle (meta)mappe: sfide di scrittura del territorio

Pubblichiamo un articolo di Alberto Sebastiani, uscito su «Nuova rivista letteraria. Semestrale di letteratura sociale», su mappe e scrittura.

di Alberto Sebastiani

William Smith non aveva dubbi: «stava per realizzare un’opera importante, grandiosa, memorabile», la prima carta geologica dell’intera nazione, «del regno più importante – tale era la Gran Bretagna – di tutto il mondo civile. Non esisteva niente di simile per alcun paese. Ciò che stava per essere creato a Londra sarebbe divenuto un esempio da seguire per tutti. Un archetipo mondiale».

In effetti, era una mappa particolare: la geologia «era una scienza per la quale bisognava considerare una terza dimensione», e la raffigurazione delle sue scoperte è fondamentale in un mondo in trasformazione, come narra Simon Winchester in La mappa che cambiò il mondo (Guanda 2001). Della carta, stampata in quattrocento copie numerate e firmate, datata 1 agosto 1815, restano oggi pochi esemplari, tra cui quella alla Geological Society a Burlington House, Piccadilly, Londra.

Il romanzo di Winchester mette in luce il significato di una mappatura dal punto di vista culturale, ma anche da quello economico: sapere cosa nasconda il sottosuolo dice il valore di un terreno, e siamo negli anni in cui le miniere di carbone si moltiplicano, e con esse i canali di collegamento, la corsa alla privatizzazione, alla recinzione dei campi, del territorio.

La mappa è una forma di conoscenza, è una presa di possesso del territorio, una rivoluzione nella relazione con lo spazio. La storia della geografia, insegna Franco Farinelli (La crisi della ragione cartografica, Einaudi 2009), è una storia di conoscenza attraverso la raffigurazione, che è pure organizzazione del territorio, quindi anche storia politica, sociale e culturale dell’uomo.

Creare una mappa (politica, fisica, tematica…) richiede competenze, comporta una selezione, una scelta di criteri, e la sua realizzazione determina conseguenze: è un documento, un atto fondativo. Scrive ancora Winchester: «vedere sotto la superficie, osservare o estrapolare la terza dimensione del sottosuolo, implicava capacità nuove, possedute solo da pochissimi, capacità in grado di aprire possibilità che ben presto Smith avrebbe individuato ed esplorato».

Ma «nella complessità del nostro mondo, non si tratta di tagliare e di ridurre, ma piuttosto di formare, in modo riflettente, nuove categorie e nuovi cataloghi», scrive Maurizio Ferraris (Documentalità, Laterza 2010). E questa affermazione, per quanto in un discorso diverso, esprime la stessa necessità sostenuta da Farinelli per la geografia: la mappa è una metafora, ed è qualcosa in cui tutti credono ciecamente, ma con essa abbiamo perso l’idea che la terra si muova, che sia viva.

La complessità è difficile da tenere sotto controllo, possedere. Eppure “mappatura” (“mappare” è anche l’esercizio di una forma di potere: una cosa mappata è infatti sotto controllo, posseduta) è una parola usata in ogni scienza. Al centro è la conoscenza. Per quanto l’estensione del verbo ne faccia anche un sinonimo di “censimento” – in senso figurato – o di “ricognizione” finalizzata alla compilazione di un catalogo o di un documento conoscitivo di una particolare situazione, oggi per “mappare” qualsiasi ambito specifico servono competenze sempre più elevate, specialistiche. Ma per affrontare una mappatura degli spazi vissuti, quindi il controllo del territorio, dello spazio abitabile, metaforicamente o realmente, in concreto o in astratto, nel materiale o nell’immateriale, interno o esterno all’uomo, è sempre più richiesto un approccio interdisciplinare, uno sguardo ampio che abbracci e comprenda più intelligenze possibili.

Spesso, in ambito letterario (dove non mancano certo studi sul rapporto geografia e letteratura, dalla geografia letteraria alla critica postcoloniale), quando si parla di mappe si parte spesso da Jorge Luis Borges, dal testo Del rigore della scienza, dal tentativo del Collegio dei Cartografi di fare «una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso». E di solito si cita anche il commento di Umberto Eco (Il secondo diario minimo, Bompiani 1992), che individua tre corollari nell’operazione: «ogni mappa uno a uno riproduce il territorio infedelmente»; «nel momento in cui si realizza la mappa, l’Impero diventa irrappresentabile»; «ogni mappa uno a uno dell’impero sancisce la fine dell’impero in quanto tale e quindi è mappa di un territorio che non è un impero». È poi usuale incontrare in questa sequenza letteraria Italo Calvino e le Città invisibili: la narrazione dell’impero del grande Khan fatta da Marco Polo, la complessità della triangolazione tra parole, cose e scrittura.

Raffigurare uno spazio è costruirne uno, così come descrivere è narrare, e il racconto dai tempi del mito è fonte di conoscenza. «L’Odissea è uno dei primi portolani», ricorda Pierre Lévy (L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996). E i “portolani” sono le descrizioni delle coste usate come mappe dai marinai nell’antichità per procedere nella navigazione, riconoscere attracchi e luoghi costeggiati. Curioso come oggi siano in qualche modo tornati in auge. Un esempio di successo, in Italia, è la collana “Contromano” dell’editore Laterza, un incontro tra reportage e narrazione: visioni, interpretazioni, riflessioni che affrontano luoghi specifici, città. Così, ad esempio, Palermo e le sue strade diventano un luogo di “carotaggio” finzionale, che rivela una città-metafora della condizione italiana contemporanea (Giorgio Vasta, Spaesamento, 2010), mentre Bologna diventa una metropoli che inizia da Parma (Paolo Nori, Siam poi gente delicata. Bologna Parma, novanta chilometri, 2007), o una città che sta mutando come le persone che la vivono (Enrico Brizzi, La vita quotidiana a Bologna ai tempi del Vasco, 2008).

Insomma, non certo mappe 1:1, ma racconti-mappature per sguardi nuovi. Una presa di possesso che nasce anche da un modo inusuale di vivere il territorio. Come in Tangenziali (Guanda 2010): Gianni Biondillo e Michele Monina in dieci tappe costeggiano a piedi (quasi da pellegrini, modalità di viaggio e di ri-scoperta dei luoghi rilanciata da Brizzi con Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall’Argentario al Conero, Mondadori 2006, poi seguito da altri diari di camminate) la tangenziale di Milano, e realizzano un portolano della “costa” del principale percorso meneghino. Un racconto che permette in particolare a Biondillo di offrire un excursus storico e architettonico, con riflessioni anche politiche e sociali, che guarda a necessità future del territorio, come la questione della crescita “a impatto zero”.

Certo, esiste una tradizione della narrazione delle città e dei luoghi. Il modello dichiarato di Tangenziali è ad esempio London Orbital di Iain Sinclair, la camminata lungo la M25 di Londra, «cult per tutti gli appassionati di psicogeografia». Ma se oggi si entra in una libreria si è letteralmente circondati da un proliferare di libri sulle città, che non sono solo o soltanto guide in senso tradizionale. Offrono itinerari tra misteri, cose da vedere prima di morire, luoghi celebri per qualsiasi cosa, dal calcio alla musica, dal cinema alla presenza di personaggi più o meno vip, soprattutto della tv. Luoghi curiosi, romantici, dell’orrore, del sesso, o per la riscoperta di odori, sapori, colori, divertimenti, differenziati per genere ed età. Ciò che accomuna queste “guide” è l’elemento narrativo, il racconto aneddotico, la condivisione dell’esperienza, più che l’informazione, che ovviamente non manca.

Oggi (ma a dire il vero dagli anni ’60) si discute molto, a livello internazionale, di “mappatura” dei luoghi, tra geografi, antropologi, etnografi, urbanisti, umanisti, economisti, informatici… Tale scrittura (raffigurazione) assume peculiarità nuove nel web 2.0, o 3.0, grazie all’evoluzione tecnologica che permette non solo la rilevazione del territorio secondo modalità pertinenti, ma anche la partecipazione alla costruzione di mappe in cui, per tornare a quanto dice Farinelli, ritorna la vita. Mappe on line in cui le persone possono segnare le loro esperienze, la storia loro o di persone a loro care, attraverso suoni, video, commenti, citazioni. Racconti.

Si parla a questo proposito di “neogeografia”, che apre discussioni sulla professionalità di chi crea o collabora alla realizzazione di mappe, e sulla sconfitta delle élite chiuse e detentrici del “diritto” di gestire le carte. Questo mappare implica quindi un conflitto. Senza scomodare Foucault, si sa che potere e conoscenza vanno a braccetto (una mappa è una scrittura che ha ripercussioni concrete sulla quotidianità), e le mappe dal basso riscrivono gli spazi e possono permettere lotte politiche. Ma, nella discussione, gli entusiasmi della “democratizzazione della cartografia” sono temperati dalla consapevolezza che dire “dal basso” è una categoria alquanto vaga e incerta, che quantità non è sinonimo di qualità, né di solidità, e che il 2.0 e la connessione collettiva permette anche «sorveglianza a tutto campo e abolizione della sfera privata», rendendo magari tutti “orwelliani e contenti”, come dice Enzensberger (la Repubblica, 8/04/2012).

Ad ogni modo, nel corso degli ultimi decenni, la questione principale per le applicazioni GIS (Geographical information service) è stata la disponibilità di una sana informazione territoriale. E oggi, con una sorta di “wikificazione”, le informazioni geo-referenziate hanno incrementato i dati che identificano un territorio: basti citare il classico OpenStreetMap (www.openstreetmap.org), il wikipedia delle mappe. Ma è proprio il rapporto con la mappa a essere cambiato. Si vive in essa con il self mapping (es. Foursquare), in una costante individuabilità (gps). E chiunque può ora usare programmi come google earth, o mymaps, e fare georeferenziazioni.

Una volta c’era solo il geografo, ora, nel tempo del “social media”, chiunque con un device mobile per esplorare, navigare, documentare, può fare “map mashup” o “map hacking”, “geospatial web” o “geoweb”: costruire carte, intervenirvi, o far interagire dati tra mappe diverse. E osservando la relazione tra “cyberspazio” e “mappe” si è arrivati a distinguere mappe nel cyberspazio, del cyberspazio, per il cyberspazio (M.A. Zook and M. Dodge, Mapping Cyberspace, 2009). Le mappature sono entrate nel mondo digitale creando un corpus vastissimo, le nuove tecnologie hanno permesso una loro proliferazione, modificazione, interazione, quindi la necessità di un’ulteriore mappatura dei collegamenti. E sono nate inevitabilmente cartografie dei luoghi virtuali, games compresi.

Con la “neogeografia” partecipiamo dunque alla mappa. Suoni, immagini, testi, grafici, interazioni dinamiche, in sincronia e in diacronia, narrazioni, parlano di noi, dei luoghi in cui viviamo, agiamo, giochiamo, sogniamo. Si scambiano dati, si creano community legate a progetti di ricerca specifici, a interessi o passioni. D’altronde, ricorda Farinelli, una nuova fase della geografia è una nuova fase dell’uomo.

C’è una battuta di Georges Perec che può aiutare: si gira con l’orologio, e non con la bussola (Specie di spazi, Bollati Boringhieri 1989). Oggi giriamo col navigatore e non abbiamo più l’orologio perché c’è il cellulare. Siamo nella mappa che costruiamo, catalogando e organizzando dati nell’illusione di un archivio infinito in uno spazio sconfinato ad accesso illimitato. “Surfando” tra due recenti lavori di Ferraris, possiamo dire che la scrittura, «dopo essere rimasta rinchiusa nella sfera limitata del cartaceo e del librario sta ora esplodendo, nel nuovo mondo informatico fatto di internet, e-mail, sms, e di possibilità illimitate di registrazione» (Documentalità) e l’iPad, ovvero l’oggetto tecnologico feticcio per eccellenza del momento, «rivela appieno il fatto che la società della comunicazione è, nel suo profondo, una società della registrazione, in cui tutto deve lasciar traccia ed essere archiviato» (Anima e iPad, Guanda 2011).

Borges parla però chiaro in Funes, o della memoria, uno dei racconti di Finzioni: ricordare e catalogare ogni dettaglio significa una paralisi incapace di osservare un piano generale del discorso. Ma qui si tratta di intervenire contribuendo a una narrazione collettiva di luoghi, umanizzati, “emotivizzati”. In fondo, è in qualche modo un ritorno della vita nella mappa, e della mappa alla vita. Torniamo a quella geologica di Smith e pensiamola come parte di un processo ininterrotto, mutabile, aggiornabile, commentabile. Pensiamo a quella mappa in tempi 2.0 o 3.0. Pensiamola in un’interazione con la storia dello sviluppo delle proprietà, delle infrastrutture e del lavoro, segnalando ad esempio con studi storici le condizioni dei lavoratori, con studi architettonici gli sviluppi delle abitazioni, raccogliendo documenti letterari, artistici, fotografici, filmici e pittorici per mostrare come siano cambiati il territorio e gli stili di vita nella loro percezione e rappresentazione (quindi nella trasformazione, classificazione), inserendo poi suoni e (perché no?) odori, con spazi per commenti e aneddoti personali, forum sugli interventi più o meno necessari per risolvere problemi…

Una vertigine. Siamo ancora sulla mappa di Smith, ma dal profondo del sottosuolo si arriva alla vita di superficie. Certo, il monito di Borges, il mito dell’archivio illimitato (nel dramma della caducità dei supporti digitali) e soprattutto il pericolo di dettagli paralizzanti restano, ma qui c’è una sfida: le “metamappe”, mappe delle mappature. Permettere un’organizzazione generale, offrire la possibilità di usabilità oltre che di partecipazione. Panta rei, certo, ma da sempre, e da sempre la sfida va accettata. Nella complessità.

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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  1. […] Sebastiani, A. (2012). Dall’odissea alle (meta)mappe: sfide di scrittura del territorio. Recuperado el 10/04/2015 en http://www.minimaetmoralia.it/wp/dallodissea-alle-metamappe-sfide-di-scrittura-del-territorio/ […]



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